Questa sera facciamo un esperimento, provando a parlare di resilienza attraverso un racconto mitologico. La protagonista della nostra riflessione è la celebre Araba Fenice, l’uccello capace di risorgere dalle sue ceneri (o dalle acque, a seconda dei racconti).

Oggi la Fenice è anche una costellazione dell’Emisfero Sud, costituita da 11 stelle, vicino a Tucana (il Tucano) e Sculpto. Fu Johann Bayer a nominarla così nel 1603. Questa costellazione è stata anche chiamata Grifone, Aquila, Giovane Struzzo (dagli arabi) e Uccello di Fuoco (dai cinesi).

L’Araba Fenice rappresenta un po’ tutti noi, quando impariamo a reagire alle avversità della vita, rialzandoci più forti e motivati. Rileggere i racconti su questo uccello mitologico è un modo per riflettere sulle capacità di adattarci ai cambiamenti, rinascendo più forti e potenti.

Vi proponiamo di seguito un breve excursus, sperando che sia un’occasione per incuriosire i bambini e riflettere insieme sulla resilienza. C’è anche un’altra chiave di lettura che ci sembra interessante:  la medesima simbologia del rinascita, incarnata in un uccello mitologico, ha accomunato nei secoli tante persone, lontane per lingua, stile di vita e cultura.

Sulla resilienza vi invitiamo a leggere il nostro mini saggio e gli approfondimenti collegati, che qui vi riportiamo:

Esercizi per insegnare la resilienza a grandi e bambini

Resisto, dunque sono: le 5 frasi per essere più resilienti

Libri sulla resilienza, per grandi e bambini

Resilienza: le 7C per insegnarla ai bambini

Intanto, volate sulle ali della fantasia insieme all’Araba Fenice.

LA FENICE NELL’ANTICO EGITTO

Nell’antico Egitto, si narrava di Bennu, un uccello sacro che incarnava il dio Ra e il dio Osiride. La sua peculiarità era il canto, così melodioso da incantare persino le divinità. Il suo potere più grande era tuttavia un altro: poteva vivere molti secoli, addirittura cinque, per poi morire in un bellissimo falò da cui sarebbe rinato subito dopo.

Gli antichi Egizi furono i primi a parlare della Fenice come del Bennu, dal verbo “benu” che significa risplendere, sorgere o librarsi in volo. I testi egizi narrano di un uccello simile ad un airone, apparso sulla prima collina emersa dalle acque primordiali. Nel tempo la Fenice venne associata col sole e rappresentava il BA (“l’anima”) del dio del sole Ra, di cui era l’emblema.

L’ARABA FENICE IN ARABIA

Anche nell’antica Arabia, la Fenice, o Phoenix, è un favoloso uccello identificato anche come l’uccello del paradiso. Un racconto arabo del XIII secolo, scritto da Attar ed intitolato “Il linguaggio degli uccelli” racconta una epopea mistica nella quale gli uccelli cercano il loro re, il Simurgh, e infine arrivano al suo palazzo, al di là dei sette mari, per scoprire che sono loro stessi il Simurgh e che Simurgh è sia uno che tutti. Sempre in Arabia, la Fenice veniva dipinta su bottiglie di vetro per conservare dei veleni, per proteggere le persone dall’avvelenamento.

LA FENICE DI ESIODO

Anche Esiodo, il primo poeta greco del quale possediamo notizie storiche, menziona la Fenice. Ecco i versetti dell’enigmatico frammento 50:

Di nove uomini forti così la ciarliera cornacchia
vive la vita; il cervo di quattro cornacchie, e il corvo
diventa vecchio quanto tre cervi. La fenice, poi, vive
per nove corvi; per dieci fenici viviamo noi Ninfe,
ricciole belle, figlie di Giove dell’egida sire.

Traduzione di Ettore Romagnoli, 1929

.Erodoto è il primo a fornire una versione dettagliata del mito e ne parla nel secondo libro delle sue Storie, quello dedicato all’Egitto (la Fenice ha molte analogie con Bennu, un uccello sacro in Egitto:

C’è anche un altro uccello sacro che si chiama fenice. Io non l’ho mai visto, se non dipinto; poiché, tra l’altro, compare tra loro soltanto raramente: ogni 500 anni, come affermano i sacerdoti di Eliopoli; e si fa vedere, dicono, quando gli sia morto il padre.

“Per dimensioni e per forma, se è come lo si dipinge, è così: le penne della chioma sono color oro, le altre sono rosse; soprattutto esso è molto somigliante all’aquila per forma e dimensioni. Dicono che esso compia un’impresa di questo genere (ma secondo me il racconto non è credibile): cioè, partendo dall’Arabia, porta nel tempio del sole il padre, tutto avvolto nella mirra, e lo seppellisce nel santuario del Sole.

Per trasportarlo farebbe così: prima di tutto, dicono, impasta con la mirra un uovo grande quanto le forze gli permettono di portarlo; poi si prova a tenerlo sollevato e, quando si sia in tal modo allenato, avendo svuotato l’interno dell’uovo, vi introduce suo padre. Quindi con altra mirra spalma la parte per la quale ha praticato lo svuotamento e introdotto il padre, di modo che, essendovi quello dentro, si ristabilisce il peso di prima; avendolo dunque così avvolto, lo trasporta in Egitto nel santuario del Sole. Ecco quanto raccontano di questo uccello.

Traduzione di Luigi Annibaletto, 1956

.Erodoto, assimila la Fenice al Bennu, l’uccello sacro dell’antico Egitto.

LA FENICE DEI LATINI

Ne parla Ovidio nelle Metamorfosi, raccontando della lontana Assiria:

Esiste un uccello che da solo si rinnova e si riproduce:
gli Assiri lo chiamano fenice; non vive di frutti né di erbe,
ma di lacrime d’incenso e di succo di cardamomo.

Anche lo storico latino Publio Cornelio Tacito la menziona nei suoi Annales:

Durante il consolato di Paolo Fabio e Lucio Vitellio [eletti consoli nel 34 dC], dopo un lungo volgere di secoli, l’uccello fenice giunse in Egitto, e ai più dotti fra nativi e fra i Greci fornì l’occasione di molte disquisizioni circa quel prodigio. Mi fa piacere riferire quelle cose su cui si concorda e quelle cose ancor più numerose che sono controverse, ma che vale la pena conoscere.

Per gli antichi Romani la Fenice è sacra al Sole, caratterizzata da un piumaggio lussureggiante e capaci di vivere per più di 500 anni.

L’ARABA FENICE IN CINA

Per i cinesi, la Fenice portava nel becco due pergamene o una scatola quadrata che conteneva i Testi Sacri, e recava iscritte nel corpo le Cinque Virtù Cardinali. La sua coda includeva i cinque colori fondamentali (blu, rosso, giallo, bianco e nero) e il suo corpo era una mistura dei sei corpi celesti (la testa simboleggiava il cielo; gli occhi, il sole; la schiena, la luna; le ali, il vento; i piedi, la terra; e la coda, i pianeti).

Era una delle quattro creature magiche che presiedevano i destini della Cina: Bai Hu (la tigre bianca) o Ki-Lin (l’unicorno) per l’Ovest; Gui Xian (la tartaruga o il serpente) per il Nord; Long (il drago) per l’Est; e, per il Sud, Feng (la Fenice) — detto anche Fêng-Huang, Fung-hwang o Fum-hwang. Rappresentava il potere e la prosperità, ed era un attributo esclusivo dell’imperatore e dell’imperatrice, che erano gli unici in tutta la Cina ad essere autorizzati a portare il simbolo del Feng.

L’ARABA FENICE IN INDIA

Nella cultura induista e buddista, la Fenice si chiama Garuda e ha fattezze umane, con ali e becco d’aquila. Narra la leggenda indù che Kadru, madre di tutti i serpenti, combatté con la madre di Garuda, imprigionandola.

Garuda andò quindi a recuperare del Soma, che lo rese immortale, per liberare sua madre da Kadru. Viṣṇu, colpito da ciò, lo scelse come avatar (l’incarnazione terrestre) o destriero. Comunque, Garuda mantenne un grande odio verso i Naga (la famiglia dei serpenti e dei draghi), e ne ammazzava uno al giorno per pranzo. Poi però un principe buddista gl’insegnò l’astinenza, e Garuda riportò in vita le ossa di molti dei serpenti che aveva ucciso.

L’ARABA FENICE NELLA LETTERATURA

La fenice è cantata da numerosi poeti classici, oltre ad Ovidio precedentemente menzionato. In epoca cristiana, i padri della Chiesa accolsero la tradizione ebraica e fecero della fenice il simbolo della resurrezione della carne. La sua immagine ricorre frequentemente nell’iconografia delle catacombe.

Dante Alighieri così descrive la Fenice:

Che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa
erba né biada in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lacrima e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.

Inferno XXIV, 107-111

Al giorno d’oggi sopravvive il modo di dire “essere una fenice”, per indicare qualcosa di introvabile, un esemplare unico e soprattutto inafferrabile, come troviamo nei versi del poeta Metastasio:

È la fede degli amanti
come l’araba Fenice:
che vi sia ciascun lo dice,
dove sia nessun lo sa.

UN LABORATORIO SULL’ARABA FENICE

E se usassimo gli spunti che abbiamo letto per inventare la nostra Araba Fenice, il simbolo dei cambiamenti e delle nostre rinascite? Si può dipingere su una maglietta, provare a descrivere in una storia o realizzare in un disegno. Può essere anche un insolito costume di Carnevale, usando un mantello personalizzato con piume e colori.