Blog

Il gioco del Nim

Nim è un gioco di strategia molto semplice, adatto anche ai bambini più piccoli. L’unico materiale occorrente sono 16 pezzi uguali tra loro.

Regole del Nim

  • Numero di giocatori: 2 giocatori da 5 anni in su.
  • Scopo del gioco: Il giocatore che pesca l’ultimo pezzo sul tavolo vince la partita.
  • Preparazione del gioco: Su un tavolo o su una superficie piana si dispongono 16 pezzi, disposti su quattro righe (1 pezzo sulla prima fila, 3 pezzi sulla seconda, 5 pezzi sulla terza, 7 pezzi sulla quarta).
    I pezzi possono essere oggetti qualsiasi, purché siano uguali tra loro: potete utilizzare delle carte da gioco voltate sul dorso, sassolini, bastoncini, fiammiferi, fagioli, pezzi di pasta, etc.
    Si può anche giocare a Nim su un foglio di carta: in questo caso i pezzi saranno dei segmenti verticali e le mosse saranno rappresentate marcando i pezzi catturati con un colore diverso.
  • Svolgimento del gioco: Si gioca a turni. Durante il suo turno, ogni giocatore deve togliere uno o più pezzi dal tavolo, purché si trovino sulla stessa riga e siano adiacenti. Il giocatore di turno non può passare la mossa e deve togliere almeno un pezzo.
  • Varianti: Il numero di pezzi utilizzati nel gioco si può modificare a piacere. Ad esempio, si potrebbe giocare con tre righe e 15 pezzi (3 sulla prima riga, 5 sulla seconda e 7 sulla terza).
    Esiste una variante in cui il giocatore che toglie l’ultimo pezzo, invece di vincere, perde.

Schemi

gioco del nim schema
Schema n. 1: Ecco come disporre i pezzi sul tavolo per cominciare una partita

 

gioco nim con carta e penna
Schema n. 2: Esempio di Nim giocato su un foglio di carta. I pezzi si rappresentano come tratti verticali. Il giocatore di turno barra il pezzo (o i pezzi) che prende con una X rossa.

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Lo scricciolo del cactus: campione di resilienza

scricciolo del cactus

Ciao bambini,
benvenuti nella rubrica Campioni di resilienza.
Sono il Bruco Mangianoia e vi farò conoscere le piante e gli animali più tenaci del nostro pianeta, che riescono a sopravvivere nei posti più pericolosi del mondo.

Oggi vi parlerò dello scricciolo del cactus è un uccellino di piccole dimensioni, che abita nelle aree desertiche al confine tra la California e il Messico; il clima, nel deserto, è estremo: di giorno la temperatura sale oltre i 50 °C e le piogge sono molto scarse (spesso non piove per più di 6 mesi).
Come fa a sopravvivere? Grazie alla creatività, che gli ha permesso di vedere una tana laddove gli altri vedono solo spine: lo scricciolo del cactus utilizza il suo becco per scavare un nido all’interno dei grossi cactus del deserto; Il fusto dei cactus, all’interno, è composto da un tessuto spugnoso, che trattiene migliaia di litri d’acqua: un ambiente fresco e idratato, ideale per resistere alle alte temperature. Lo scricciolo va a caccia alle prime luci dell’alba, cattura qualche insetto da sgranocchiare e poi si rintana all’interno del cactus, al riparo dal caldo. E i predatori? Lo scricciolo non ha niente da temere: le spine del cactus tengono alla larga i coyote e gli altri animali che potrebbero impensierirlo.

 

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Il giglio del deserto

il giglio del deserto

Il giglio del deserto 

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

In un deserto lontano, nascosto sotto la sabbia bollente, cresceva un bulbo di giglio che sognava di fiorire, proprio come facevano i suoi parenti che crescevano al di là del mare. Purtroppo, per lui era impossibile: il Sole avrebbe bruciato le sue foglie, e senza acqua sarebbe morto di sete.
Il deserto è cattivo!” strillava il giglio sotto la sabbia.
Non c’è posto sulla terra peggiore di questo“.
Un giorno passò di lì uno scorpione; sentendo i lamenti del giglio si avvicinò e gli chiese: “Cosa succede?
Fa troppo caldo e ho sete: in questo orribile deserto non posso fiorire come gli altri gigli“.
Il deserto è caldo per tutti” rispose lo scorpione, “Rimani al fresco sotto la sabbia; prima o poi verrà anche per te il momento di uscire. E ricorda: non abbatterti e non essere frettoloso“.
Ma io voglio uscire oggi stesso” ribatté il giglio.
Chi va di fretta, qui nel deserto” ammonì lo scorpione, indicando un mucchietto di ossa che sporgevano dalla sabbia. “non fa molta strada“.
Il giglio prestò ascolto alle parole dello scorpione e rimase nascosto.
Quella notte accadde un prodigio: il cielo si coprì di nuvole e scoppiò un temporale; quella notte il bulbo di giglio bevve e si trasformò. Quando si svegliò, il giglio vide le sue foglie che facevano capolino dalla sabbia e scoprì che la sua testolina era incoronata da un fiore bianco.
Che meraviglia!“, esclamò colmo di gioia, ammirando i suoi nuovi petali profumati.
Sei soddisfatto?” gli chiese lo scorpione, che si era riparato dalla pioggia sopra un sasso lì vicino.
Ne è valsa la pena“, rispose il giglio, orgoglioso. “Questo fiore mi è costato tanta fatica, ma mi sento felice: ho portato a termine la mia missione“.
Senza attesa e senza fatica, il tuo fiore sarebbe valso ben poco” disse piano lo scorpione. “Ma è sbocciato nel deserto, nonostante tutto: questo ti rende speciale“.
Quella mattina arrivarono centinaia di fotografi: venivano lì da tutto il mondo per immortalare il giglio del deserto, nato nel luogo più caldo e inospitale del mondo. Da allora, il giglio ha smesso di lamentarsi e ha perdonato al deserto il caldo e la siccità: aspetta la pioggia per fiorire, più bello che mai.

Nota degli autori: Questa favola è ispirata ai gigli che fioriscono nel deserto della Namibia, in condizioni proibitive per qualsiasi altro essere vivente. La fioritura è un evento raro e magico, che non accade tutti gli anni, ma solo quando la pioggia lo permette.

Leggete anche:

Le nostre storie:

Leggete anche:

Le nostre storie:

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

La lunga notte della libertà

La lunga notte della libertà

Nel lontano Oriente, in un paese circondato dalle dune del deserto, viveva un Sultano con la sua bellissima figlia. La ragazza passava le giornate a leggere nella meravigliosa biblioteca del palazzo. Avrebbe voluto viaggiare su un tappeto dorato e solcare il cielo pieno di stelle; avrebbe voluto vedere il mare. Ma il suo destino era già stato deciso e non c’era modo di cambiarlo: l’anno successivo sarebbe partita per un paese ancora più lontano, vicino a un’oasi rigogliosa e verdeggiante e lì si sarebbe sposata. La ragazza non sapeva come fare a sottrarsi ad una storia già scritta. Non avendo risposte, preferiva trascorrere il tempo che mancava al matrimonio immersa tra i suoi libri. Non c’era speranza in lei. Un giorno il padre la chiamò: “Farah, ti aspetta un futuro di ricchezze e potere. Voglio che tu studi per essere una buona compagna per l’Emiro Rashid. Ho scelto per te un precettore che ti guiderà e ti preparerà in questi mesi”. Il suo nome è Karim. La fanciulla accolse la notizia con poco entusiasmo ma, essendo nobile di cuore e molto affezionata al padre, annuì per compiacerlo. Il giorno dopo si trovò davanti al suo insegnante: era un giovane straordinariamente bello e gentile, con un volto dai lineamenti delicati in cui spiccavano due occhi viola come ametiste. Iniziò per Farah un periodo felice, forse il primo fino ad allora nella sua giovane vita. Karim le spiegava il galateo, ma si soffermava anche a disquisire degli astri o di come i governatori dovessero essere giusti e rispettosi del popolo. “I governanti comandano, il popolo obbedisce”, diceva Farah, ripetendo frasi che per anni aveva sentito pronunciare dal padre.
“Ti sbagli”, la interrompeva Karim “i governanti ascoltano il popolo e cercano la pace è il benessere per tutti”. Erano idee strane quelle di Karim e, forse per questo, Farah ne rimase affascinata. Non osava mai guardare i suoi occhi ametista, se non quando lui era distratto. Passò il tempo e Farah andò in sposa, come previsto, all’emiro Rashid. Era un uomo burbero, ma attento. La giovane moglie non faticò a far breccia nel suo cuore e a convincerlo con le sue idee: “Rashid, devi ascoltare il popolo. Solo così potrai vivere in pace ed essere acclamato”.
“Non è possibile ascoltare il popolo”, ribatteva il marito, stupito dalle idee progressiste della ragazza, “rischierei di perdere il trono”.
Rashid le rispondeva con gentile fermezza, ma iniziava a vacillare nelle sue idee.
I nobili, nel frattempo, cominciarono a tramare per allontanare Farah dal regno, temendo di perdere i privilegi cui erano abituati. Così, il giorno in cui Farah decise di incontrare nuovamente il suo insegnante, Karim, per discutere dei nuovi libri che aveva letto, organizzarono un tranello e li catturarono, trascinandoli davanti all’emiro: “Rashid, questo è un disonore; tua moglie Farah, passeggiava fuori dal palazzo con uno straniero”. Rashid si adirò e rinchiuse i giovani nelle segrete del palazzo, condannandoli a morte.
Del resto, sebbene poco convinto delle colpe della moglie, era pur sempre una questione d’onore. Karim e Farah, chiusi in due celle vicine, tremavano di paura: “Moriremo” disse lui amareggiato, vedendo le prime luci dell’alba all’orizzonte.
A quel punto Farah si alzò, si avvicinò alle sbarre della sua cella e gli rispose, con una voce quasi magica: “No, non moriremo mai, Karim. Mi hai insegnato l’amore per la libertà, il desiderio di cambiare ciò che è ingiusto, la volontà di sperare in un futuro migliore. Ne sono certa, non moriremo se continueremo a credere in tutto questo”.
In quel momento iniziò a soffiare un forte vento che li avvolse in un turbine, sempre più forte. Era la Fata della Speranza che li aveva sentiti e aveva deciso di salvarli, trasformandoli. All’alba, Farah e Rashid furono trasformati in piantine di lavanda.
Quando li trovarono, ormai mutati in piantine dai fiori viola come ametiste, i soldati li portarono a Rashid. “Dove sono i prigionieri?” chiese l’Emiro.
“Sono scomparsi. Abbiamo trovato solo queste piantine e una frase, scritta sulla sabbia nelle due celle: La paura può renderti prigioniero. Ma la speranza ti dona le ali della libertà”. Rashid comprese e, addolorato per i suoi errori, da quel giorno governò equamente, portando prosperità in tutto il suo regno. Piantò la lavanda nel giardino di fronte alla stanza del trono. Nel tempo si trasformò in un profumato tappeto violaceo, pronto a sussurrare parole di speranza e libertà all’orecchio di chi voleva e sapeva ascoltare.

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Cuordineve e il cervo volante

cuordineve e il cervo volante

Cuordineve e il cervo volante

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

In un antico bosco di querce abitava un cervo volante: era cresciuto tra i tronchi degli alberi caduti e quell’estate, finalmente, era diventato adulto: gli erano spuntate le ali e sulla testolina erano cresciute due corna eleganti.
Un giorno, passò di lì il Cuorfolletto esploratore a cavallo del suo cervo: stava attraversando il bosco alla ricerca di emozioni da raccogliere nella sua enciclopedia.
Nel folto del bosco, il Cuorfolletto legò il suo destriero ad una quercia caduta.
“Aspettami qui Cuordineve: abbiamo finito l’acqua e ho intravisto un laghetto laggiù; andrò a riempire le borracce. Tu fai il bravo”.
Mentre il cervo brucava l’erica ai piedi del tronco, uscì da una fessura il cervo volante: aveva sentito il rumore degli zoccoli ed era uscito per conoscere il nuovo arrivato.
Non appena lo vide, il cervo Cuordineve – che era un cervo parlante – strillò: “Che schifo! Un insetto gigantesco; vattene via, non mangiarmi. Ha due corna orribili, mi infilzerà”. Il cervo prese a scalciare e a strattonare la corda che lo teneva legato per allontanare l’insetto.
Anche il cervo volante cominciò a svolazzare di qua e di là per lo spavento.
“Che schifo! Un mostro gigantesco, grande come una montagna. Mi schiaccerà!”.
In quel momento tornò il Cuorfolletto; vide i due animali che strepitavano e abbracciò forte il cervo per tranquillizzarlo.
“Ohhhh! Ohhhh! Calma, non c’è motivo di strillare. Cuordineve, è soltanto un cervo volante; non vorrai fargli del male”.
I due animali si fermarono e si fissarono negli occhi, a lungo. Cuordineve intravide la paura negli occhi del cervo volante e l’insetto scorse il disgusto negli occhi del cervo.
“Devi scusarmi” spiegò il cervo, “non sopporto gli insetti, ho paura che mi pizzichino coi loro pungiglioni. Non volevo spaventarti”.
“Non preoccuparti” lo rassicurò il cervo volante, “sono innocuo, mangio soltanto legno e qualche frutto. Queste corna mi servono per sfidare a duello i miei amici; è il nostro gioco preferito, ma nessuno si fa male”.
“Non ci posso credere: anche noi cervi ci sfidiamo a colpi di corna. Siamo così simili”.
Il disgusto e la paura lasciarono il posto alla curiosità: Cuordineve e il cervo volante trascorsero la notte insieme, a raccontarsi le loro avventure e quando i primi raggi del Sole fecero capolino tra gli alberi del bosco erano diventati grandi amici.
“È tempo di andare” disse il Cuorfolletto esploratore, accarezzando il collo del cervo; poi sciolse la corda.
“Buona vita, amico mio” augurò Cuordineve al cervo volante. “Dirò a tutti i bambini che incontrerò lungo la strada che sei un insetto coraggioso e che non devono avere paura di te”.

Nota degli autori: Questa storia è dedicata a un insetto, il cervo volante e a un’emozione. Il cervo volante – che è l’insetto più grande d’Europa – è assolutamente inoffensivo e viene considerato una specie minacciata, a causa della distruzione del suo habitat naturale. Se ne incontrate uno, non fategli del male!
L’emozione, invece, è il disgusto. È un alleato prezioso: ci aiuta ad evitare cibi, oggetti e animali che potrebbero avvelenarci ed infettarci. Alcune cose che provocano “disgusto”, tuttavia, non sono pericolose (proprio come il cervo volante del racconto). Impariamo a giudicare con attenzione!

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

La storia di Jed e Billa

jed e billa

La storia di Jed e Billa

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

“Mamma, ci racconti ancora la storia del Capitano Gedeone?”.
Due piccoli koala si acquattarono vicino alla loro mamma, intenta a masticare pigramente delle foglie di eucalipto. Era il rituale di ogni sera: mentre il sole tingeva di rosa l’orizzonte australiano, Jed e Billa, cuccioli dagli occhietti curiosi, chiedevano di ascoltare una magica storia, appesi agli alberi nodosi e solleticati dal venticello della sera.
La storia – un’antica leggenda di quando ancora si parlava la lingua daruk – era sempre la stessa: un vecchio e coraggioso koala aveva deciso di esplorare i luoghi più remoti dell’Australia, raggiungendo perfino Uluru, il monte sacro agli aborigeni.
Nessuno sapeva come avesse fatto, tutto solo nel rosso e arido deserto australiano. A chi glielo domandava, rispondeva enigmatico: “Quando c’è una meta, anche il deserto diventa una strada”.
Il rituale del racconto si ripeté anche quella notte, finché Jed e Billa, esausti si immersero in un sonno profondo nel caldo abbraccio della loro mamma. Quella notte, però, la loro vita sarebbe cambiata per sempre.
I cuccioli furono svegliati dall’odore acre del fumo: c’era fuoco ovunque, s’insinuava tra gli arbusti, allungando le sue fiamme fino ai rami più alti degli alberi.
“Presto” urlò mamma koala, “Dobbiamo scappare”.
Per quanto la velocità non fosse contemplata nel vocabolario dei koala, fuggirono lesti, senza mai voltarsi.
Era arrivato il tempo degli incendi: le foreste bruciarono per mesi e insieme ad esse le case dei koala e degli altri animali.
I sopravvissuti si rifugiarono lontano dalle loro tane, lontano dagli alberi di eucalipto. Sconfortati, osservavano il fumo che anneriva l’orizzonte, chiedendosi se mai sarebbero potuti tornare a casa.
“È tutto perduto”, mormoravano i koala, con lo sguardo triste. Jed e Billa ascoltavano preoccupati. Nella loro mente echeggiava una voce, tenue ma determinata: “Quando c’è una meta, anche il deserto diventa una strada”.
“Billa ascoltami, non è vero che tutto è perduto. Ce lo ha insegnato il Capitano Gedeone”.
“Ma siamo così piccoli, cosa possiamo fare?”.
Jed guardò Billa, così cupa e sconsolata.Vedere la sua sorellina priva di forze fiaccava anche lui.
Ma non aveva intenzione di arrendersi: “Billa, ho la soluzione: costruiremo un bastone della pioggia”.
Scavando tra i ricordi, Jed si ricordò di una buffa storia raccontata dalla mamma: gli uomini del deserto costruivano dei bastoni della pioggia per chiedere al cielo di donare loro la sua acqua preziosa. Non sapevano se fosse magia, superstizione o cos’altro, ma lo facevano tutti insieme, perché unire le forze è un buon punto di partenza quando si cerca una soluzione.
Billa si riprese: “Hai ragione Jed, proviamoci”.
Raccolsero sassolini qua e là, tra la polvere del deserto, mentre i canguri e i wallaby li guardavano scettici. Lungo la strada trovarono anche chi li aiutò: una vecchia echidna prestò loro alcuni aculei (“Prendeteli pure, tanto non mi servono”) e un serpente marrone, colpito dal coraggio dei due piccoli koala, trovò per loro un tronco lungo e cavo, da riempire con gli aculei e da chiudere alle estremità.
“Prendete anche questa” disse il serpente, donando a Jed e Billa la sua vecchia pelle caduta. “Potrete utilizzarla per sigillare le estremità del bastone”.
Il risultato fu un bastone della pioggia un poco storto, ma traboccante di speranza. I koala, i canguri e gli altri animali che si erano rifugiati nel deserto inospitale si riunirono, per scuotere il bastone insieme a Jed e Billa. In principio non accadde nulla e tutti si ritirarono tristi nei loro rifugi.
Ma quella notte accadde il miracolo: si udì un tuono, poi un lampo squarciò il cielo violaceo. Infine la pioggia: fitta, scrosciante e fredda, come non si vedeva da mesi.
Gli animali si misero a saltare dalla gioia, a danzare, ad abbracciarsi e a piangere.
“Torneremo a casa”.
Piovve per due settimane e le fiamme degli incendi si placarono. Jed, Billa e la loro mamma tornarono al loro eucalipto carbonizzato.
“Mamma, vieni a vedere”.
Alla base del tronco, nascosto sotto una coltre di cenere, luccicava un germoglio verde.
“L’eucalipto tornerà come prima” esclamarono i koala, abbracciandosi.
“Mamma, raccontaci una storia”.
E questa volta le avventure del Capitano Gedeone furono ancora più belle da ascoltare. Nei loro cuori, echeggiava la speranza.

Nota degli autori: Questo racconto è ispirata ad un fatto realmente accaduto. Lo scorso anno, l’Australia è stata devastata da incendi di dimensioni inimmaginabili; molti animali hanno perso la vita e molti altri sono stati portati in salvo, lontano dalle loro case. Quest’estate, una famiglia di koala (tra cui ci sono anche i piccoli Jed e Billa) ha fatto finalmente ritorno alla sua terra; una storia a lieto fine di speranza e resilienza!

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.