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I quattro tipi di genitori

Ne “Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni” vengono tracciati quattro profili di genitori, simili agli stili emotivi dei genitori descritti da John Gottman:

  • “autoritari: questi genitori sono esigenti e non responsivi. Vogliono obbedienza e hanno standard molto alti –le classiche mamme tigri. I figli di genitori autoritari tendono a esser bravi a scuola ma a volte soffrono di bassa autostima, depressione, e scarse abilità di socializzazione;
  • autorevoli (da non confondersi con autoritari): questi genitori sono esigenti ma responsivi. Stabiliscono anche loro standard elevati ma sono supportivi nel loro modo di educare. I bambini di genitori autorevoli sono valutati come socialmente e intellettualmente più abili di quelli di altri tipi di genitori;
  • permissivi: questi genitori sono molto responsivi ma raramente esigono un comportamento maturo dal loro bambino, basandosi invece sulla autoregolazione che fa il bambino stesso. I figli di genitori permissivi tendono ad avere problemi a scuola e di comportamento in generale;
  • disimpegnati: questi genitori non sono né responsivi né esigenti, ma non fino al punto di essere negligenti. I bambini di genitori disimpegnati sono piuttosto scarsi sotto tutti gli aspetti”.

E tu, in quale di queste quattro classi ti inseriresti?

Ricordati che secondo gran parte della ricerca educativa lo stile ottimale è quello del genitore autorevole. Questo riesce a stabilire regole chiare e ben precise, è esigente ma al tempo stesso rispetta i tempi del bambino. Lo stile genitoriale non è innato: può essere modificato attraverso la consapevolezza, l’allenamento e attraverso programmi mirati.

FONTI

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Le bugie dei bambini

bugie bambini

Ti sei mai domandata/o come nasca nei bambini il meccanismo della menzogna? In questo articolo proviamo a riassumere brevemente cosa ci dice la psicologia dello sviluppo.

LE BUGIE DEI BAMBINI PICCOLI

All’inizio del secolo scorso sono stati fatti i primi studi sulla menzogna. Per i bambini più piccoli, è una bugia qualsiasi uso “cattivo” del linguaggio, comprese parolacce ed errori. Addirittura questi utilizzano delle pseudobugie, parole ingannevoli dette però senza cognizione, senza che il bambino se ne renda conto o abbia un preciso scopo.

A 6 anni un’affermazione falsa è considerata una bugia a prescindere dalle intenzioni. Tra i 7 e gli 8 anni, l’intenzione diventa più importante. Ma questi saggi psicologi, come hanno fatto ad arrivare a questa conclusione? Semplice: Piaget ha ideato un esperimento interessante. Ha proposto ai bambini che interrogava questa storiella:

“Un bambino non sa il nome delle vie. Un signore gli chiede dov’è via Carouge. Egli la indica in modo sbagliato. E’ una bugia o no?”

Il bambino più grande risponde di no: la bugia è quando si sa la verità e la si nasconde. Quello di 6 anni non ha dubbi: il nostro bimbo ha mentito. Volendo approfondire, sempre Piaget ha escogitato una storia ancora più diabolica

“Il bambino, che sa i nomi delle vie, da un indirizzo sbagliato al signore che gli chiedeva dove fosse via Carouge. Tuttavia, il signore non si perde.
Un altro bambino, che non sa i nomi delle vie, da l’indirizzo sbagliato e il signore si perde”. 

A 6 anni i bambini ritenevano più cattivo il secondo bambino, visto che il signore si era perso. Solo dopo i 7 la cattiva intenzione del primo bambino era ritenuta tremendamente sbagliata.

BUGIE E TEORIA DELLA MENTE

Più recentemente, le bugie sono state studiate nell’ambito della teoria della mente (argomento interessantissimo ma lungo e tecnico, diciamo che si intende per teoria della mente la capacità di capire che gli altri pensano e il tentativo di interpretare i loro pensieri). È emerso dalle ricerche che a 4-5 anni un bambino è in grado di architettare un semplice imbroglio per autoproteggersi; in pratica, sta programmando una bugia ancor prima di capirne bene la natura. Il tutto, con un altro esperimento:

A dei bambini si davano una serie di adesivi e gli si faceva indicare il loro preferito per portarselo via. Prima di loro però c’era un pupazzo che ne sceglieva uno. In questo caso c’era O un pupazzo bianco, che non sceglieva mai l’adesivo selezionato dal bambino, O un pupazzo nero, che prendeva sempre quello indicato come preferito. Di fronte al pupazzo nero, i bambini di 3 anni continuavano a indicare l’adesivo preferito (e se lo facevano portar via), mentre quelli più grandi ne indicavano uno di minor valore, che gli sarebbe stato sottratto senza problemi. In pratica, mentivano per imbrogliare il pupazzo“.

Che mentire sia parte integrante della nostra natura umana?! Mentire non è facile: bisogna costruire una storia coerente e credibile, ricordarsela, non contraddirla, rimanere impassibili ed evitare di tradirsi. Per fare questo, è richiesto un ottimo controllo cognitivo ed emotivo oltre a spiccate doti sociali: ricordiamoci sempre che perché riesca deve convincere chi la ascolta.

EDUCAZIONE E BUGIE

Come dovrebbe porsi un educatore o un genitore di fronte alle bugie dei bambini? Se hai letto questo articolo, probabilmente stai cercando questo genere di informazioni. La strada migliore, a nostro avviso, è quella dell’autenticità: se l’onestà è un valore in famiglia (così come viene proposto ne “Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni), è bene che i membri della stessa non dicano bugie. Può capitare – ci mancherebbe – ma sarà necessario spiegare con fermezza che le menzogne minano il valore fondamentale dell’onestà.

Ci vuole pazienza. Come hanno evidenziato i ricercatori, le prime bugie non hanno alcuna intenzione nociva e sono frutto della condizione infantile. Prima degli 8-9 anni, l’onestà può essere un modello positivo di vita sociale, ma non ci si può aspettare che i bambini riescano ad interiorizzarla.

FONTI

  •  A. Berti, A. Bombi, Corso di Psicologia dello Sviluppo, Il Mulino, 2005

 

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CRESCERE NELLA NATURA SIGNIFICA CRESCERE MEGLIO

Avere a disposizione degli spazi verdi è un vero toccasana per bambini e ragazzi. Avere la possibilità di giocare quotidianamente a contatto con la natura non è semplicemente divertente: presenta una lunga serie di benefici per i ragazzi.

Nel 1991 i ricercatori hanno analizzato le performance scolastiche di un gruppo di ragazzi che partecipavano allo STARS Program,  un programma dopo-scolastico ricreativo. Trascorrere il pomeriggio giocando con i propri amici ed altri coetanei all’aperto si è rivelato una risorsa preziosa anche in termini di profitto. Prima dell’iscrizione al programma, il 75% degli studenti in esame aveva una media inferiore a C nel proprio corso scolastico. Al termine del programma, l’80% dei ragazzi aveva raggiunto o superato il grado C. Giocare all’aria aperta per alcune ore ogni giorno presenta dei benefici notevoli per un bambino: dal miglioramento delle performance scolastiche alla salute in età adulta. Giocare in parchi e cortili è un’attività che riduce i livelli di stress e migliora la capacità di attenzione.

Lo studio BREATHE, finanziato dall’Unione Europea, hanno messo in evidenza che i bambini che vivono e trascorrono più tempo giocando negli spazi verdi (parchi e cortili alberati, campi e giardini) e negli spazi blu (laghi, fiumi e specchi d’acqua, spiagge e località marittime) sono facilitati nelle relazioni tra pari e che mostrano uno sviluppo emotivo migliore.
Le cause non sono ancora ben chiare; con tutta probabilità, questi ambienti naturali, grazie al loro potere rasserenante, fungono da facilitatori per le relazioni umane e per lo sviluppo cognitivo.

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Il calendario della crescita emozionale

Hai mai sentito parlare di calendario emozionale? Il calendario emozionale è legato allo sviluppo del bambino ed è la progressione delle tappe che portano il bambino ad acquisire la consapevolezza e il controllo delle proprie emozioni.
Ecco come viene descritto da Daniel Goleman in “Intelligenza emotiva“:

Il calendario della crescita emozionale è intrecciato e collegato ad altre linee di sviluppo, in particolare per quanto riguarda i processi cognitivi da un lato e la maturazione biologica e cerebrale dall’altro. Come abbiamo visto, capacità emozionali quali l’empatia e l’autoregolazione emozionale cominciano a costruirsi dall’infanzia. L’anno di scuola materna precedente all’ingresso nella scuola dell’obbligo segna un culmine nella maturazione delle “emozioni sociali” – sentimenti come l’insicurezza e l’umiltà, la gelosia e l’invidia, l’orgoglio e la fiducia -, le quali richiedono tutte la capacità di paragonare se stessi con gli altri. Il bambino di cinque anni, entrando nel più vasto mondo sociale della scuola, entra anche nel mondo della comparazione sociale. Non è solo il mutamento esterno che suscita i paragoni, ma anche l’emergere di un’abilità cognitiva: la capacità di confrontarsi agli altri in merito a qualità particolari come la simpatia, l’attrattiva o i talenti sportivi. E’ questa l’età in cui, per esempio, avere una sorella maggiore che prende sempre buoni voti può indurre la sorella minore a pensare di essere più “stupida”.
Il dottor David Hamburg, psichiatra e presidente della Carnegie Corporation, che ha valutato alcuni programmi avanzati di educazione emozionale, considera i momenti di transizione dalla scuola materna alla scuola elementare e poi di nuovo dalle elementari alla media come momenti cruciali nel processo adattativo del ragazzo. Dai sei agli undici anni, dice Hamburg, “la scuola è un crogiolo e un’esperienza definitoria che influenzerà pesantemente l’adolescenza del ragazzo e anche gli anni successivi. In un bambino il senso del proprio valore dipende sostanzialmente dal rendimento scolastico. Un ragazzo che fallisce a scuola, comincia ad assumere quegli atteggiamenti controproducenti che possono oscurare le prospettive di tutta la sua vita”. Fra le doti essenziali per avere un buon profitto a scuola, nota Hamburg, vi è la capacità di “rimandare la gratificazione, di essere socialmente responsabile nei modi opportuni, di mantenere il controllo sulle emozioni e di avere una visione ottimistica”, in altre parole l’intelligenza emotiva“.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
D. Goleman, Intelligenza emotiva, BUR, 2011
David Hamburg, “Today’s Children: Creating a Future for a Generation in Crisis”, New York, Times Books, 1992

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TROPPI GIOCATTOLI NASCONDONO DEI GENITORI ASSENTI

Il rito del donare è complesso, a volte lo si fa con spontaneità, altre volte il dono maschera una necessità ricattatoria: donare non è gratuito, richiede sempre qualche altra cosa in cambio. 
In questo rito si incrociano linguaggi diversi: quello del dare e del chiedere, del donare e del ricevere…
Lo dovrebbe sapere bene chi fa l’educatore. Se un insegnante potesse visitare la camera da letto di un suo piccolo alunno capirebbe molte cose, ad esempio, contando gli oggetti stipati sopra il tavolino o sul letto: se sono tanti, troppi, allora c’è qualcosa che non va. Troppi orsacchiotti e troppe bambole rappresentano una richiesta di perdono da parte dei genitori: per essere stati latitanti o poco disponibili o distratti. I regali rischiano di diventare pedine di scambio necessarie all’adulto per lenire i propri sensi di colpa“.
Paolo Crepet

Il regalo è una soluzione semplice, comoda. Se ci pensi, un regalo non richiede né tempo né partecipazione: bastano i soldi. Per assurdo, l’unica cosa che ci viene richiesta per poter comprare un regalo è spendere abbastanza tempo lontani dai nostri bambini per guadagnare il denaro necessario. Crescere un ragazzo sostituendo ogni richiesta di tempo e attenzioni con dei regali gli insegnerà che le relazioni non hanno valore, anzi, sono qualcosa di deludente. Al contrario, impareranno a idolatrate gli oggetti materiali come merce di scambio privilegiata.

Un genitore coraggioso dovrebbe smettere di comprare regali, sostituendoli piuttosto con del tempo da spendere insieme ai bambini. Questo principio è alla base della nostra piramide dei regali: uno strumento per scegliere regali in modo etico e educativo.

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ANCHE UN GENITORE PUO’ PIANGERE

I genitori danesi, secondo “Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni” si sforzano di essere autentici nel rapporto con i propri figli: piuttosto che nascondere loro le emozioni che provano, preferiscono spiegargliele in modo chiaro ed asciutto. Nel nostro paese, invece, scontiamo una certa attitudine alla temperanza emozionale. Ce ne parla bene Paolo Crepet in “La gioia di educare“:

Dunque, per una certa tradizione educativa, le emozioni rappresentano un materiale pericoloso, scivoloso: occorrerebbe controllarle, gestirle in nome di una normalità comportamentale che dovrebbe tranquillizzare i figli. Come non capire, invece, che un adulto è credibile – dunque rassicurante – proprio nella misura in cui riesce ad essere autentico in ogni espressione emotiva?

Se un bambino vede che la mamma non riesce a controllare le lacrime – ma che è anche capace di spiegare con chiarezza ciò che le sta accadendo, altrimenti si tratterebbe di una comunicazione di pura angoscia – impara che è lecito esprimersi, che non ci si deve vergognare di ciò che si prova. E quella mamma trasmetterà fiducia nel figlio, dimostrandogli di ritenerlo capace di capire proprio ciò che non è facile spiegare. 
Al contrario, un adulto che trattiene l’espressione del proprio dolore tenderà a controllare qualsiasi altra espressione emotiva, compresa la gioia o la spensieratezza: semplicemente avrà paura di esprimersi e preferirà rifugiarsi in un più confortevole e facile formalismo emozionale“.

Nel comportamento della mamma descritta da Crepet ci sono due spunti interessanti legati all’intelligenza emotiva: il primo è l’espressione dell’emozione, che aiuta il bambino a costruire un proprio vocabolario emotivo radicato nella realtà (un vocabolario molto più forte e sincero di quello costruito sui “cartelloni delle emozioni”, o attraverso qualsiasi altro strumento logico-razionale). Il secondo è la trasparenza emotiva, l’idea che le emozioni e i sentimenti non siano qualcosa da nascondere. Se tutti noi fossimo un poco più trasparenti, tanti dissidi e tante tragedie potrebbero essere risolte attraverso il dialogo e l’empatia.

Questo non significa reagire in modo impulsivo e incontrollato alle emozioni. Piuttosto, come sottolinea Gottman a proposito dell’educazione emotiva, significa spostare l’oggetto del controllo dalle emozioni ai comportamenti: tutte le emozioni sono lecite, non tutti i comportamenti lo sono.

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