Blog

Le parole del tempo

Le parole del tempo sono quel gruppo di vocaboli necessari per poter esprimere le relazioni temporali. Non esiste un solo concetto di tempo e a seconda di come lo intendiamo, ecco che qualche parola ci viene in aiuto. Ecco qualche esempio, con le relative parole del tempo (tra parentesi):

  • TEMPO PER COLLOCARE UN EVENTO (prima, mentre, dopo, adesso, ieri, oggi, domani)
  • TEMPO DELL’OROLOGIO (secondi, minuti, ore);
  • TEMPO DEL CALENDARIO (giorni, settimane, mesi, anni);
  • TEMPO DELLE STAGIONI (primavera, estate, autunno, inverno);
  • TEMPO ASTRONOMICO (dì, notte);
  • TEMPO GEOLOGICO (ere, epoche, età).

Il tempo ha una durata. Questa si misura in ore (che a loro volta si possono suddividere in minuti e secondi), giorni, mesi e anni. Per misurare il tempo si utilizza l’orologio. Il passare dei mesi determina le stagioni.
Se due eventi si svolgono nello stesso tempo si dice che accadono contemporaneamente. Se due eventi accadono in tempi diversi si dice che accadono in successione temporale: uno dei due accade prima, l’altro accade dopo.

LA DURATA DEL TEMPO

Di seguito puoi trovare tante risorse per affrontare il tema della durata del tempo e per lavorare in modo specifico su ciascun gruppo di parole del tempo:

Schede di storia:
🔴 Storia – Classe prima
🟠 Storia – Classe seconda
🟡 Storia – Classe terza
🟢 Storia – Classe quarta
🔵 Storia – Classe quinta
↩️ Storia – Tutte le schede

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

AI GIOCATTOLI PREFERIAMO LA RELAZIONE

Aria di Natale, aria di regali. Però, senza esagerare: ricordiamoci che ciò di cui i bambini hanno davvero bisogno è giocare, non possedere dei giocattoli.

In questo clima, fa bene ricordare che un gruppo di ricercatrici dell’Università della Virginia hanno rilevato che i bambini, se gli viene concessa la possibilità, preferiscono le attività “da grandi” ai giocattoli che le simulano. Una grande verità che già Maria Montessori aveva portato all’attenzione del pubblico (con quasi un secolo di anticipo) e che, purtroppo, viene spesso ignorata. Piuttosto che cucinare verdure di plastica, i bimbi preferiscono pulire le verdure reali, impastare la pizza della domenica o giocare a pulire la credenza.

I giocattoli spesso sono inutili. Al contrario, un gioco di società è più stimolante, specialmente per i più grandicelli, in quanto non si pone come “surrogato” di un’attività reale, ma trascina i giocatori nella dimensione ludica. Purtroppo, i bambini sono esposti a un gran numero di pubblicità che veicolano messaggi non sempre rispondenti ai loro bisogni.

Questo non significa che i giocattoli siano “nocivi”, nella maniera più assoluta. Tuttavia, ai nostri bimbi che non sempre ne sono consapevoli, servirebbero meno giocattoli e più tempo condiviso.
Se ne hai il tempo e le possibilità, lascia che i tuoi bambini possano fare qualcosa di reale piuttosto che fingere di farlo attraverso i giocattoli. Per loro sarà decisamente più entusiasmante. Invece di regalare due bambole, regalane una soltanto e offri invece la possibilità di trascorrere un pomeriggio in famiglia in più, magari cucinando tutti insieme.

FONTI

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

NON DOBBIAMO AVERE PAURA DI LITIGARE

Una delle paure più grandi, nella nostra società, riguarda il litigio: siamo portati a pensare che litigare implichi un certo grado di violenza; proprio come avviene nei casi drammatici di cui sentiamo in tv o sui social. A questo si aggiunga una certa confusione sulle modalità della comunicazione emotiva e il piatto è servito. Ecco cosa ci scrive Paolo Crepet in “La gioia di educare“:

Non ho mai visto scritto da nessuna parte che i genitori debbano andare in ogni caso d’accordo con i figli. Molto spesso incontro padri e madri che, volendo rassicurarmi sul clima della propria famiglia, mi dicono: guardi che a casa va tutto bene, sa… non litighiamo mai. 
Come si fa a non litigare mai? Significa che in quella famiglia non si parla, non ci si confronta, non si comunica; vuol dire che l’unica frase che si pronuncia a tavola è: passami l’oliera, o poco più, che quella famiglia è narcotizzata, in un perenne stato di coma comunicativo. Come può un padre di mezz’età andare d’accordo con un figlio adolescente? Significa che suo figlio gli assomiglia o, ancor peggio, che lui somiglia al figlio“.

Il problema è che questa visione porta a temere il confronto, la divergenza. Ci porta ad annuire e a tacere piuttosto che scontentare i nostri figli. Nulla di più sbagliato: la divergenza è il motore della creatività e del coraggio.
Come puoi imparare a rispettare gli altri se non sei in grado di confrontarti con loro? Come puoi imparare a rispettarli? Come può un bambino crescere forte se in famiglia si ondeggia tutti al vento, come canne?

La verità è che abbiamo bisogno di litigare. Litigare fa bene (frase che è anche il titolo di un libro del pedagogista nostrano Daniele Novara). Dobbiamo imparare a farlo nel modo giusto però: rinunciando alla violenza e non al coraggio. Il litigio è essenziale per produrre la contaminazione delle idee, che a sua volta mette in moto la creatività e il talento.

FONTI

P. Crepet, La gioia di educare, Einaudi, 2015

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

RICOSTRUIAMO GLI SPAZI DELL’INFANZIA

Ci capita spesso di parlare degli effetti collaterali causati dall’abuso di televisione, videogiochi e dispositivi digitali. Esistono precise linee guida pediatriche al riguardo e il problema non andrebbe sottovalutato da mamme e papà.
Però, c’è un altro fatto che merita altrettanta attenzione: il motivo profondo che ha condotto a quell’abuso. Come ogni abuso, nasce da una condizione di disagio e questa è facile da individuare. I nostri ragazzi non sono più liberi di giocare. Se li lasciassimo liberi di scegliere, sei giorni su sette sceglierebbero di andare al parco con gli amici, oppure andrebbero nell’oratorio del quartiere. Purtroppo, in troppi quartieri non esistono più luoghi di aggregazione giovanile. D’altra parte, anche le famiglie sono sempre più diffidenti e preferiscono che i ragazzi, dopo la scuola, stiano al sicuro tra le mura di casa (con le fortunate eccezioni, s’intende: non ci piace generalizzare).

Gli amministratori delle nostre città non sembrano aver capito – e con loro nemmeno molti cittadini, nemmeno la Chiesa – il grande vuoto che negli ultimi decenni è calato attorno e dentro ai ragazzi. Nessuno sembra essere stato capace di sostituire i luoghi della nostra infanzia con altri spazi più aperti a tutti. Gratuiti, intelligenti, accoglienti, colti, divertenti: educativi.
Il problema dunque non è ritenere la televisione più o meno responsabile per ogni danno perpetrato sui giovani, quanto piuttosto offrire alternative reali ai nostri figli“.
Paolo Crepet

La prima azione educativa a cui siamo chiamati, in questo scenario, è una presa di coscienza civile: dobbiamo capire l’importanza degli spazi di aggregazione giovanile e batterci perché siano ampliati, estesi a ogni quartiere e ad ogni isolato.
Paradossalmente, dovremmo investire il denaro che utilizziamo per comprare tanti giochi perfettamente inutili per riprendere possesso degli spazi per l’infanzia e per sistemarli adeguatamente. Immaginate un gruppo di qualche centinaio di genitori che si mette in azione per ripristinare un parchetto.
Le possibilità non ci mancano: quello che serve è la volontà di ricostruire l’infanzia che abbiamo distrutto nell’ultimo quarto di secolo.

FONTI

P. Crepet, La gioia di educare, Einaudi, 2015

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

LA TECNOLOGIA NON CI AIUTA DAVVERO A COMUNICARE

Quale relazione dovrebbe esserci tra tecnologia e società? Una tecnologia che ci allontana gli uni dagli altri può essere definita davvero utile? Ecco un breve pensiero dello psichiatra Paolo Crepet in “La gioia di educare“:

Fino a qualche decennio fa si poteva dare la colpa all’ignoranza e alla miseria, ma oggi come si fa ad affermare che siamo ancora così incapaci di conoscere l’altro nonostante la modernità sbandierata, i diritti conquistati, la vita allungata? 
A cosa servono gli strumenti di comunicazione di cui ognuno è dotato? A cosa, se nessuno può nemmeno urlare “Sto male!”, se milioni di persone si sfiorano senza guardare l’altro per paura che il suo dolore rispecchi il proprio?

Ecco che la tecnologia di cui siamo circondati rischia di non essere semplicemente inutile, ma addirittura dannosa. Di questo stanno emergendo prove scientifiche inquietanti. Cinque anni fa usciva il libro “Demenza digitale”, curato dallo psichiatra Manfred Spitzer. La tragedia digitale che il libro profetizzava si sta materializzando sotto i nostri occhi: il cyber-bullismo, le conseguenze dell’analfabetismo funzionale amplificate dai social network. Le prove di come la tecnologia non ci aiuti a viver meglio sono tante, perfino troppe. E allora, spegniamo i nostri smartphone e usciamo a giocare con i nostri figli. Prova anche tu: rientrando a casa potresti sentirti più ricca/o.

Prova a stilare un elenco delle tue abitudini digitali:

  • come usi lo smartphone?
  • potresti rinunciare a mezz’ora di chat ogni giorno?
  • la tecnologia sottrae tempo ai tuoi affetti?
  • usi la tecnologia in modo rispettoso degli altri?
  • hai costruito relazioni umane profonde attraverso la tecnologia?

Utilizza questa lista come punto di partenza per riscoprire il rapporto con la tecnologia: non più padrona del tuo tempo, ma servitrice dei tuoi bisogni (reali).

FONTI

P. Crepet, La gioia di educare, Einaudi, 2015

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Non si può insegnare senza emozionare

Sempre più l’educare appare disgiunto dall’emozionare. Pordenone, incontro insegnanti e genitori di bambini di scuole elementari. Invito le maestre presenti a una semplice prova. Chiedo loro, quando l’indomani passeggeranno tra i banchi, di accarezzare all’improvviso e senza motivo la testa di uno dei bimbi: otto volte su dieci quello farà un salto dalla sedia. La carezza pare essere diventata non tanto un’ovvia e imprescindibile forma di comunicazione affettiva, quanto un premio, un gesto eccezionale. 
Ed è bene che sia così – interviene con voce perentoria una signora, – mando a scuola mia figlia perché venga istruita, non accarezzata…
Cosa intende la signora per insegnare? Come si fa a educare senza relazione, come si può stabilire un rapporto con un bimbo dove non sia prevista una comunicazione emotiva, quindi una carezza o un bacio?
Paolo Crepet

Alla base dell’espressione di sé non ci sono logica, numeri e dati, ma le emozioni: i neuroscienziati hanno dimostrato che le emozioni attivano circuiti neurali antichi ed estremamente sofisticati, in grado di interferire con i nostri pensieri fino a paralizzarli.
Questo principio deve essere alla base dell’agire educativo della famiglia e della scuola: la logica è fondamentale per lo sviluppo dell’essere umano, ma solitamente sono le emozioni ad avere la meglio. Ecco perché dobbiamo rimetterle al centro, rieducarle attraverso l’autorità, l’autorevolezza e la riflessione. Una scuola senza emozioni è una scuola povera. Una famiglia senza emozioni è una famiglia vuota.

FONTI

P. Crepet, La gioia di educare, Einaudi, 2015

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.