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Coding unplugged

Con il termine di coding unplugged si indicano tutte quelle attività e quei laboratori volti ad insegnare ai bambini i fondamenti delle scienze informatiche e computazionali senza l’utilizzo di un computer. Sostanzialmente, il coding unplugged ha a che fare con tre distinte aree di lavoro:

  • la rappresentazione delle informazioni,
  • il funzionamento e la costruzione degli algoritmi;
  • la rappresentazione dei processi.

ESERCIZI E IDEE PER FARE CODING UNPLUGGED

PRIMO ESERCIZIO: SCRIVERE I DATI

Il primo, semplice esercizio consiste nel mostrare ai ragazzi come un oggetto può essere rappresentato tramite pixel. I pixel (termine che deriva dalla fusione di “picture element”) sono l’unità minima di un’immagine che si può rappresentare su uno schermo digitale.

Per cominciare, bisogna realizzare una griglia. Noi abbiamo realizzato una tabella con il lapis, 5×6 celle (abbiamo realizzato celle quadrate, da 2 quadretti di lato; in questo modo l’immagine è più grande e più visibile). La griglia 5X6 è sufficiente per realizzare le lettere dell’alfabeto e i numeri utilizzando i pixel. Per realizzazioni più complesse (immagini) è necessaria una griglia più grande.

Nella foto, puoi vedere:

  • a sinistra, la lettera a rappresentata imitando i pixel;
  • a destra, la trascrizione in “codice” di ciascuna riga della tabella (B sta per bianco, N per nero).

coding unplugged scuola primaria esercizi 1

Vale la pena notare che questo tipo di trascrizione, utile come primissimo approccio all’analisi delle immagini in pixel, non è binario: infatti, oltre alle lettere B e N troviamo anche i numeri. Dunque, non è esattamente fedele a come un calcolatore elettronico potrebbe elaborare l’immagine raffigurante la lettera “a”.

Ma come possiamo trascrivere i pixel in codice binario? Ecco che si passa al secondo esercizio. Questa volta, le lettere B e N scompaiono e rimangono solo i numeri.
Abbiamo visto che trascrivendo il codice si descrive la sequenza dei pixel di ogni riga da sinistra a destra.
Dunque, se il primo pixel a sinistra è bianco, la trascrizione binaria comincerà con un numero intero superiore a zero (1,2,3 e così via). Quel numero indica quanti pixel bianchi ci sono da sinistra a destra.
Se il primo pixel a sinistra è nero, invece, la trascrizione comincerà con uno zero, seguito dal numero di pixel neri.

Ecco come si trascrivono le lettere “a” e “b”:

coding unplugged scuola primaria esercizi 2

Domanda: non si potrebbe convertire l’immagine in una sequenza di 0 e 1 utilizzando lo 0 per i pixel bianchi e l’1 per i pixel neri? Questa domanda è perfettamente legittima e anzi, chi la pone dimostra di padroneggiare le basi della materia.

Prendiamo per esempio la prima riga della lettera “a” verde: 1, 3, 1. Usare il codice che abbiamo esposto sopra consente di codificare l’immagine in una sequenza di tre numeri. Proviamo utilizzando lo 0 per i pixel bianchi e l’1 per i pixel neri: 0, 1, 1, 1, 0. Servono cinque numeri. Questo significa che è possibile, ma che richiederà al nostro computer uno sforzo quasi doppio rispetto al codice precedente.
Le scienze computazionali,utilizzando supporti fisici imperfetti, deve sempre cercare di fare economia nei processi di calcolo: ecco perché la prima forma di codifica, anche se un po’ più faticosa da apprendere, è migliore.

SECONDO ESERCIZIO: UTILIZZARE UN ALGORITMO

Il secondo gioco-esercizio si chiama caccia all’alieno. Si utilizzano le tavolette che trovi in allegato qui sotto (e che puoi stampare). Ecco le istruzioni:

  • si gioca a coppie: ciascun giocatore prende una scheda senza che l’altro veda i numeri che si trovano sotto ciascuna astronave;
  • ogni giocatore sceglie un’astronave e dice all’altro giocatore il numero che si trova sotto di essa;
  • l’obiettivo del gioco è indovinare la lettera che si trova sopra l’astronave dell’avversario prima di lui;
  • a turno, ogni giocatore sceglie una lettera e il suo avversario gli rivela il numero che si trova sotto l’astronave corrispondente;
  • l’obiettivo è indovinare la lettera dell’astronave scelta dal giocatore avversario;
  • si procede così finché uno dei due giocatori non indovina la lettera corrispondente all’astronave avversaria.

Questo gioco assomiglia molto alla classica battaglia navale. La differenza è che per vincere, piuttosto che procedere per tentativi casuali, sarebbe meglio utilizzare un algoritmo per ordinare i numeri e trovare rapidamente il nostro bersaglio.

La mossa vincente è scegliere la lettera nel mezzo, la G: in questo modo, è possibile dividere le lettere rimanenti in due gruppi e, siccome i numeri sono in ordine crescente, stabilire in quale dei due gruppi si trova l’astronave avversaria. Anche per quanto riguarda la seconda mossa, la scelta vincente è scegliere la lettera nel mezzo (la D o la L, a seconda del gruppo individuato con la mossa precedente).
Il funzionamento dell’algoritmo è piuttosto semplice: ogni mossa permette di ordinare l’insieme di dati in due parti e di eliminarne una, fino a trovare l’elemento da individuare.

Ecco le schede stampabili per giocare a caccia all’alieno:

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Educare alla mentalità di crescita

Vi capita spesso di lodare i vostri figli per via della loro intelligenza? Dietro questo riconoscimento si nasconde una pericolosa contraddizione: rischiamo infatti di trasmettere un’idea di intelligenza fissa piuttosto che una mentalità di crescita.

Lo studioso S. I. Hayakawa ha affermato “Tuo figlio diventerà ciò che tu gli dici che sia”.
Ciò che diciamo ai nostri figli ha un peso enorme e li influenza.
“Che bravo che sei a fare questo, sono orgoglioso di te …” stimola a continuare.
“E’ inutile che lo fai, tanto non sei capace …” è un macigno che un bambino si porta dentro a vita. Ovvio che i genitori amano i figli e, se scappano frasi del genere, spesso non sono così consapevoli o cariche di negatività come invece appaiono. Resta il fatto che i bambini sono molto vulnerabili al giudizio e non così forti da reagire alla critica. Insegniamogli a farlo, grazie all’esempio positivo e al giusto incoraggiamento.
La psicologa statunitense Carol Dweck ha approfondito il tema dello sviluppo dell’intelligenza ed è giunta a definire due modelli opposti di intelligenza:

La lode è strettamente collegata al modo in cui i bambini valutano la loro intelligenza. Se vengono lodati di continuo perché sono intelligenti di natura, talentuosi, o dotati (vi suona familiare?), sviluppano la cosiddetta mentalità “fissa” (la loro intelligenza è un fatto acquisito, ce l’hanno e basta). Al contrario, i bambini a cui viene detto che la loro intelligenza può essere sviluppata attraverso l’impegno e l’istruzione sviluppano una mentalità “di crescita” (possono sviluppare le loro abilità perché lavorano e si impegnano molto). Le ricerche di Dweck mostrano che i bambini che hanno una mentalità fissa, a cui è stato detto di continuo che sono intelligenti, tendono a interessarsi prima di tutto a come verranno giudicati: intelligenti o non intelligenti. Hanno paura se devono impegnarsi troppo, perché impegnarsi li fa sentire stupidi. Credono che, se si hanno le capacità, non c’è bisogno di sforzarsi. E dal momento che è stato sempre detto loro che hanno le capacità, temono che se devono impegnarsi davvero sforzandosi per fare una cosa, perderanno il loro status di “intelligenti”. I bambini con una mentalità di crescita, invece, tendono a interessarsi all’apprendimento. Coloro che sono stati incoraggiati incoraggiati a concentrarsi sui propri sforzi piuttosto che sulla loro intelligenza considerano l’impegno come una cosa positiva, che stimola la loro intelligenza e la fa crescere. Davanti a un insuccesso, si impegnano ancora di più e cercano nuove strategie di apprendimento piuttosto che arrendersi. Ecco il paradigma della resilienza“.

Le ricerche di Carol Dweck sono uno spunto di lavoro molto interessante per qualsiasi genitore: invece di definire i tuoi figli intelligenti, non intelligenti o intelligenti “n”, passa alla mentalità di crescita: l’intelligenza è la nostra posizione lungo un percorso, non è un numero. Se adottiamo questa visione, successi ed insuccessi dei nostri bambini assumono una prospettiva molto, molto diversa. Una tecnica pratica per portare a casa questa mentalità di crescita è la tecnica del “non ancora”.

IL GIOCO
Alessia de Falco e Matteo Princivalle
C’era una volta un giocatore
che detestava il gioco:
amava esser vincitore.
Ce n’era un altro che amava giocare
vincitore o vinto,
c’è sempre da imparare.
Ironia della sorte: il secondo,
dopo tante sconfitte,
diventò il campione del mondo.

Questa filastrocca sintetizza in pochi versi un concetto molto, molto più grande. Introduce il tema del successo e del raggiungimento dei propri obiettivi, ma sarebbe sbagliato ridurre questa narrazione breve ad un “come si vince, come si perde”. Allo stesso modo, non è corretto dire che, “proprio come insegna la filastrocca, vincere o perdere non fa differenza, perché l’importante è partecipare”. Raggiungere i propri obiettivi conta eccome nella vita! Il punto è un altro: l’errore è considerare la vittoria come l’obiettivo della propria vita.
Ecco che entra in gioco la mentalità di crescita (growth mindset), il cuore della nostra narrazione in rima. Possiamo riassumere la ricerca scientifica sulla mentalità di crescita distinguendo due diverse mentalità: una statica (fixed mindset), secondo cui l’intelligenza e l’abilità sono “numeri” immutabili ed una di crescita (il growth mindset appunto); chi ha una mentalità di crescita, invece, ritiene che si possa sempre migliorare, a patto di saper imparare da ogni evento che ci accade.
Per coloro che hanno una mentalità statica, le sfide (competizioni sportive, test e verifiche, etc.) sono occasioni in cui gli individui dimostrano la propria intelligenza o le proprie abilità; colui che vince è il più intelligente, mentre gli altri sono gli stupidi. Purtroppo, questa convinzione porta le persone con una mentalità statica ad evitare le sfide difficili e a confrontarsi solo in quei campi in cui sanno di poter strappare una vittoria facile. Infatti, cosa ne sarebbe della loro autostima se non dovessero farcela, se dovessero fallire? La mentalità statica è la mentalità del giudizio, della classificazione e del senso di superiorità.
La mentalità di crescita, al contrario, parte da un punto di vista completamente differente: quello del processo. A prescindere da come finirà la sfida, ci saranno numerose occasioni per imparare, migliorare e mettersi alla prova. E non conta il risultato, perché intelligenza e abilità possono crescere, a qualsiasi età e in qualsiasi condizione (fatto, peraltro, appurato dagli studi neuroscientifici sulla plasticità cerebrale). La mentalità di crescita raccoglie qualsiasi sfida, ma non si accontenta di questo: è una mentalità che le sfide le genera. La sfida, per chi ha una mentalità di crescita, diventa un oggetto d’amore, proprio come il giocatore della filastrocca, che amava giocare. Non importa il risultato: il vero obiettivo è imparare.
Ed eccoci giunti al succo del discorso, al messaggio vero della filastrocca: non vincere, ma crescere. Questo è ciò che conta davvero. È questo il valore che ci auguriamo di trasmettere (a te lettrice/lettore, ma anche a tutti i bambini del mondo) e che ci auguriamo venga raccolto.
Chi vive sapendo che c’è sempre qualcosa da imparare – e si sforza di farlo – vive saggiamente e felicemente.

IMPARARE AD IMPARARE

RISOLVERE I PROBLEMI

Per approfondire

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
J. Alexander, I. Sandhal, Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni, Newton Compton, 2016
https://www.mindsetworks.com/science/

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LE REGOLE DEL GIOCO

le illustrazioni di portale bambini

Il gioco è una palestra di vita, capace di aiutare i bambini a crescere sani e sereni. Un tempo i bambini giocavano di più e in modo più naturale; del resto anche il tempo da spendere insieme agli amici era molto di più. Oggi, può farci bene ricordare le quattro regole del gioco, premesse fondamentali per un gioco di qualità (le abbiamo tratte da“Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni”, ma sono sostenute da innumerevoli pedagogisti, educatori e psicologi in tutto il mondo):

  • spegnete tutto: spegnete la televisione e tutti gli apparecchi elettronici! L’immaginazione è un ingrediente fondamentale perché il gioco abbia i suoi effetti positivi;
  • create un ambiente stimolante: gli studi dimostrano che un ambiente ricco di stimoli, associato al gioco, aiuta la crescita della corteccia cerebrale. La presenza intorno al bambino di materiali che possano stimolare tutti i sensi la vista, l’udito, il tatto e così via  favorisce lo sviluppo cerebrale durante il gioco;
  • usare l’arte: il cervello dei bambini cresce quando creano. Quindi, non mostrate loro come debbono fare tirate semplicemente fuori gli strumenti necessari e lasciateli creare spontaneamente;
  • lasciateli esplorare all’aria aperta: portateli fuori quanto più possibile per giocare in mezzo alla natura nei boschi, al parco, sulla spiaggia, ovunque. Cercate di trovare aree sicure dove non abbiate paura di lasciarli liberi di esplorare l’ambiente circostante. Sono questi i posti nei quali possono veramente usare la loro immaginazione e divertirsi.

FONTI

J. Alexander, I. Sandhal, Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni, Newton Compton, 2016

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Il problema non è nei sentimenti, ma nei comportamenti

Il tema dei limiti è centrale quando si parla di genitorialità. Infatti, mamma e papà hanno il compito di mettere delle regole, prendere decisioni e stabilire dei limiti invalicabili. Ma come possono farlo senza ricadere nell’autoritarismo dei genitori del secolo scorso (durante il quale i limiti erano imposti a suon di percosse)?

La prima, importante linea guida è quella di distinguere tra i sentimenti, che sono sempre leciti, e i comportamenti, che in alcuni casi devono essere limitati. Il problema, infatti, non è nei sentimenti ma nei comportamenti. Ecco uno spunto tratto da “Intelligenza emotiva per un figlio

Un bambino si sente frustrato, e quindi esprime i suoi sentimenti in modo inadeguato, ad esempio picchiando un compagno, rompendo un giocattolo o dicendo parolacce. Dopo che il genitore ha riconosciuto l’emozione che sta dietro il comportamento riprovevole e lo aiuta a dargli un nome, è necessario che il bambino capisca che certi comportamenti sono inaccettabili e non verranno più tollerati. In seguito i genitori potranno guidare il bambino a pensare a modi più appropriati per padroneggiare i sentimenti negativi. «Ti fa infuriare il fatto che Danny ti abbia preso quel giocattolo,» potrebbe esordire il genitore. «Anch’io sarei infuriato. Ma non va bene che tu lo picchi. Che cosa potresti fare, invece?» Oppure: «Va bene sentirsi geloso nei confronti di tua sorella perché ti ha rubato il posto davanti in macchina, ma non va bene dirle quelle cose cattive. Non riesci a pensare a un altro modo di affrontare questi sentimenti?». Come insegna Ginott, è importante che i bambini capiscano che il problema non è nei sentimenti, ma nei comportamenti. Tutti i sentimenti e tutti i desideri sono accettabili, ma non tutti i comportamenti lo sono. Di conseguenza, è compito dei genitori porre dei limiti agli atti, ma non ai desideri“.

Educare, e specialmente educare un figlio significa trovare un compromesso accettabile tra valori e comportamento. Di questo era convinto Haim Ginott, maestro e psicologo che addirittura difendeva il valore della collera di mamma e papà: se questa collera non è rivolta a distruggere il bambino ma a comunicare con lui e a porgli dei limiti, non solo non fa male, ma è addirittura utile ai fini dell’educazione:

Le dichiarazioni di comprensione dovrebbero precedere i consigli e gli ammonimenti. Ginott sconsigliava ai genitori di spiegare ai figli che cosa dovevano provare, perché ciò non avrebbe avuto altro effetto che far perdere loro la fiducia nei loro stessi sentimenti. Fece notare che i sentimenti dei figli non scomparivano per il semplice fatto che i genitori ordinavano: «Non sentirti così,» o perché spiegavano che non c’era alcuna giustificazione per quella particolare emozione. Ginott pensava che, mentre non tutti i comportamenti sono accettabili, tutti i sentimenti e i desideri lo sono. Di conseguenza, i genitori dovrebbero porre dei limiti agli atti dei figli, ma non alle loro emozioni o ai loro desideri. Diversamente da molti educatori, Ginott non disapprovava il fatto che i genitori potessero andare in collera con i figli. Anzi, era convinto che i genitori dovessero esprimere apertamente la loro collera, se questa era indirizzata verso un problema specifico e non attaccava direttamente la personalità o il carattere del bambino. Ginott credeva che, utilizzata con giudizio, la collera dei genitori poteva diventare parte integrante di un sistema efficace di disciplina.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

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libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
H. Ginott, Between parent and child, Macmillan, 1965
J. Gottman, Intelligenza emotiva per un figlio: Una guida per i genitori, BUR

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Le tre zone del comportamento

Spesso ci soffermiamo sull’importanza delle regole e dei limiti: il bambino al quale si lascia licenza di comportarsi come gli pare non è un bambino libero, bensì un bambino abbandonato a se stesso e al mondo. Le conseguenze negative non tarderanno a manifestarsi. Ma come intervenire in modo corretto (cioè poco e solo quando è strettamente necessario)? Secondo noi è piuttosto utile utilizzare la tecnica delle “tre zone” di Ginott. Ce ne parla John Gottman in “Intelligenza emotiva per un figlio“:

Ginott, inoltre, suggerisce ai genitori di pensare a un sistema di regole basato su tre «zone» di comportamento: una zona verde, una zona gialla e una zona rossa. La zona verde comprende i comportamenti autorizzati e desiderati. È il modo in cui vogliamo che i nostri figli si comportino, e su cui diamo loro una totale libertà. La zona gialla è un comportamento che non è autorizzato, ma viene tollerato soltanto per due ragioni. La prima, quando può essere considerato un «margine d’errore per i principianti». Tuo figlio di quattro anni non può stare seduto tranquillo per tutta la funzione religiosa, ma ti aspetti che con il tempo migliori. La seconda il «margine d’errore per i tempi difficili». Un bambino di cinque anni dà in escandescenze quando ha il raffreddore. Un adolescente sfida l’autorità materna mentre i genitori divorziano. Potreste non approvare questo tipo di comportamenti, e dovreste farlo capire. Ma potete tollerarli, avvertendo vostro figlio che lo state facendo solo per le circostanze eccezionali. La zona rossa sono i comportamenti che non possono essere tollerati, senza nessuna eccezione. Tra questi ci sono le attività pericolose alla salute propria e degli altri. I comportamenti illegali, o quelli che voi considerate immorali, non etici o socialmente inaccettabili.

Nel definire le varie zone, bisogna tenere conto del fatto che alcuni comportamenti sgraditi sono però determinati dalla condizione infantile: non possiamo aspettarci che un bambino di cinque anni torni a casa col grembiule pulito. Dobbiamo pero aspettarci e chiedergli di non fare del male ai compagni e di non mancare di rispetto all’autorità dell’insegnante.

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H. Ginott, Between parent and child, Macmillan, 1965
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GALIMBERTI: IO ESPELLEREI TUTTI I GENITORI DALLA SCUOLA

Durissimo con i genitori Umberto Galimberti, che al Forum Monzani di Modena, presentando il suo ultimo libro, dice:

“Espellerei i genitori dalle scuole, a loro non interessa quasi mai della formazione dei loro figli, il loro scopo è la promozione del ragazzo a costo di fare un ricorso al Tar, altro istituto che andrebbe eliminato per legge.
E alle superiori i ragazzi vanno lasciati andare a suola senza protezioni, lo scenario è diverso, devono imparare a vedere che cosa sanno fare senza protezione. Se la protezione è prolungata negli anni, come vedo, essa porta a quell’indolenza che vediamo in età adulta.
E la si finisca con l’alternanza scuola lavoro, a scuola si deve diventare uomini, a scuola si deve riportare la letteratura, non portare il lavoro. La letteratura è il luogo in cui impari cose come l’amore, la disperazione, la tragedia, l’ironia, il suicidio. E noi riempiamo le scuole di tecnologia digitale invece che di letteratura? E’ folle.
Guardiamo sui treni: mentre in altri Paesi i giovani leggono libri, noi giochiamo con il cellulare. Oggi i ragazzi conoscono duecento parole, ma come si può formulare un pensiero se ti mancano le parole? Non si pensa o si pensa poco se non si hanno le parole”.

Purtroppo, quando ci si schiera pro o contro, si dimentica un pilastro fondamentale dell’educazione: la corresponsabilità scuola famiglia. Galimberti ha ragione quando dice che le famiglie vanno messe nella condizione di non danneggiare la scuola; tuttavia, quelle famiglie che credono ancora nella sinergia scuola-famiglia devono avere la possibilità di partecipare.
Forse è su questi due punti che dovremmo ragionare seriamente.

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