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Le tre domande del re

Ecco un racconto popolare a proposito di aiuto e di domande filosofiche (e anche di qui ed ora, che nelle favole sagge è sempre presente).

LE TRE DOMANDE DEL RE

C’era una volta un re filosofo, che da sempre si interrogava su tre domande fondamentali: qual è l’uomo più importante in questo mondo? Qual è la cosa più importante? Qual è il momento più opportuno per agire?
Il re rivolse queste domande ai suoi ministri, poi ai suoi filosofi e a tutti gli uomini del regno ritenuti saggi. Tuttavia, nessuno seppe dare una risposta convincente e il re rimase assai deluso. Tormentato da queste tre domande, il re nominò un reggente e partì per un lungo viaggio, travestito da uomo comune. Una notte chiese ospitalità a un anziano, che abitava in una piccola casetta al margine della strada. Lì, a notte fonda, fu svegliato da un rumore: un uomo, con il mantello coperto di sangue, aveva fatto irruzione nella casa.
L’uomo si rivolse al vecchio e al re: “Aiutatemi, per favore. Mi stanno inseguendo”. L’anziano padrone di casa lo fece nascondere sotto il suo letto. Poco dopo arrivarono alla casa due guardie armate, che domandarono: “Avete visto un uomo fuggire da questa parte?”
E l’anziano rispose: “Non saprei, da casa mia non è fuggito nessuno”. Le guardie uscirono e continuarono la loro ricerca lungo la strada.
Poco dopo, l’uomo uscì dal suo nascondiglio e se ne andò, ringraziando l’anziano per avergli salvato la vita.
Il giorno dopo il re domandò: “Perché avete accolto quell’uomo in casa vostra? Poteva essere pericoloso. E soprattutto, perché non gli avete domandato chi fosse prima di lasciarlo andare?”
Il vecchio rispose: “In questo mondo, la persona più importante è quella che ti sta di fronte, bisognosa d’aiuto. La cosa più importante è agire immediatamente e il tempo più importante è il presente: bisogna agire ora, senza aspettare nemmeno un minuto”.
Il re comprese che quell’uomo era stato capace di rispondere alle tre domande che inseguiva da una vita.

AUDIOMITO

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Il gioco dei quadrati

Come possiamo implementare l’intelligenza emotiva in classe? Per cominciare, potremmo insegnare ai ragazzi a lavorare collaborando come una squadra: il lavoro di squadra e l’affiatamento, infatti, si costruiscono sin dalla scuola primaria. Ecco un esempio tratto da “Intelligenza emotiva“.

IL GIOCO DEI QUADRATI IN COLLABORAZIONE

Gli studenti si mettono insieme in diversi gruppi per comporre una serie di puzzle di forma quadrata. La difficoltà sta nel fatto che ogni gruppo deve operare in silenzio, senza che sia permesso neppure fare dei segni.
L’insegnante, Jo-An Varga, divide la classe in tre gruppi e a ognuno assegna un diverso tavolo. Tre osservatori, scelti fra i ragazzi che conoscono bene il gioco, tengono una tabella per valutare, ad esempio, chi in ogni gruppo dirige l’organizzazione, chi fa il buffone e chi disturba. Gli scolari mettono sul tavolo le tessere e cominciano a lavorare. Dopo un minuto circa risulta evidente che un gruppo funziona in modo sorprendentemente affiatato e finisce i puzzle in pochi minuti. In un secondo gruppo di quattro alunni, ciascuno è impegnato in sforzi solitari e paralleli e lavora al proprio puzzle, senza ottenere alcun risultato. Lentamente iniziano a lavorare insieme componendo il primo quadrato e continuano a operare congiuntamente finché tutti puzzle sono risolti.
Il terzo gruppo si affatica ancora; un solo puzzle è prossimo a essere completato e anche quello assomiglia più a un trapezio che a un quadrato. Sean, Fairlie e Rahman devono ancora trovare la scioltezza e la coordinazione alla quale sono arrivati gli altri due gruppi. I quattro bambini sono visibilmente frustrati, osservano freneticamente i pezzi sul tavolo, prendono le tessere che gli sembrano giuste e le inseriscono vicino ai quadrati parzialmente costruiti, ma solo per restare delusi dalla mancata coesione.
La tensione si spezza un po’ quando Rahman prende due pezzi e li mette davanti agli occhi come una maschera; i compagni si mettono a ridere. Questo si dimostrerà un momento cruciale nella lezione di quel giorno.
Jo-An Varga, l’insegnante, li incoraggia: “Quelli di voi che hanno finito possono dare un suggerimento preciso a chi sta ancora lavorando”.
Dagan si avvicina al gruppo ancora attivo, indica due tessere che sporgono dal quadrato e suggerisce: “Dovete girare questi due pezzi”. Subito Rahman, col suo faccione tutto concentrato, intuisce la nuova configurazione e il primo puzzle viene ben presto completato. A esso seguono gli altri. Scoppia un applauso spontaneo mentre l’ultima tessera combacia nell’ultimo puzzle del terzo gruppo“.

Qualche lettore potrebbe pensare: “sai che novità, il lavoro di gruppo si pratica, anche nelle scuole italiane, da quasi un secolo”. Chi penserà ciò, sappia che ha perfettamente ragione: anche nella nostra scuola ci sono migliaia di maestre e maestri eccellenti, capaci di innovare e promuovere le buone pratiche.
È importante, però, che sempre più persone si avvicinino alla dimensione globale dell’educazione. Ecco perché promuovere queste pratiche non è inutile.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
D. Goleman, Intelligenza emotiva, BUR, 2011

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La rana a due teste

la rana a due teste

Questa è una storia è una metafora dei danni prodotti dall’invidia e dall’incapacità di coltivare una visione d’insieme.

LA RANA A DUE TESTE

C’era una volta una rana con due teste e un corpo solo. La testa di destra era abilissima a procurarsi del cibo e riusciva sempre a sfamarsi; la testa di sinistra, invece, era pigra e maldestra e non riusciva mai a procurarsi del cibo. La testa di sinistra era invidiosa di quella di destra e pensava che fosse lei a portarle via il cibo.
Così escogitò un inganno: “Devi sapere” disse all’altra testa “che qui vicino cresce un’erba deliziosa, che ti piacerebbe tanto. Vieni con me, te la mostrerò e potrai assaggiarla”.
La testa di sinistra portò l’altra a un cespuglio: sapeva bene che quell’erba era velenosa, ma pensava che così sarebbe riuscita a sbarazzarsi dell’altra testa e avrebbe potuto mangiare a piacimento.
La testa di destra mangiò l’erba e il veleno uccise la rana a due teste.

Audiofiaba

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Il ranocchio sordo

Una bella favola a proposito del “rumore di fondo“: quell’insieme di chiacchiericcio, giudizi e pregiudizi che spesso intossicano la nostra mente. Leggila anche ai bambini; diventerà un breve spunto di riflessione.

IL RANOCCHIO SORDO

Un giorno si tenne una competizione per ranocchi: dovevano scalare una torre molto alta fino alla sua sommità. Per l’occasione, si era radunata una gran folla: rane, tritoni e perfino gli insetti dello stagno si erano ammassati ai piedi della torre per godersi lo spettacolo.

Cominciò la gara e la folla, che riteneva quella scalata impossibile, cominciò ad esclamare:
“Non ce la faranno mai”.
“È un’impresa impossibile per un ranocchio”.
“Dovrebbero ritirarsi”.
I ranocchi, sentendo questi commenti, si scoraggiarono: alcuni decisero di arrendersi ancor prima di cominciare. Gli altri ranocchi, intanto, stavano scalando le pareti della torre.
Nel frattempo, dalla folla, continuavano a levarsi delle voci che dicevano:
“Poveri ranocchi, che fatica immensa! Non riusciranno mai ad arrivare fino alla cima”.
“Quei poveretti moriranno per la fatica prima di completare la loro scalata”.
E così, uno dopo l’altro i ranocchi si diedero per vinti: saltavano giù dalla torre e tornavano a casa abbattuti. Solo un ranocchio proseguì la sua scalata ed arrivò fino alla sommità della torre, vincendo la competizione.
La folla volle sapere come avesse fatto quel piccolo ranocchio a compiere un’impresa tanto difficile. Lo circondarono e gli fecero mille domande, ma si accorsero che il ranocchio era sordo e non poteva sentire una parola di quello che dicevano.

Questo breve apologo ci ha fatto tornare alla mente una celebre frase di Albert Einstein: “Chi dice che è impossibile, non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo“. La storia del ranocchi ha tanto da insegnare, sia a chi potrebbe fare qualcosa di grande sia a chi potrebbe risparmiare al mondo i suoi giudizi.

Il ranocchio sordo è disponibile anche come audiofiaba illustrata:

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COLTIVARE IL POTENZIALE UMANO (SECONDO NEIL POSTMAN)

Neil Postman, grande filosofo e critico dell’educazione, in un’epoca in cui si parlava tanto di salute emotiva, propose un paradigma differente sul quale progettare la scuola. Chiamò questo paradigma “l’ascesa dell’uomo” (in termini non dissimili da quelli che aveva individuato, mezzo secolo prima, Maria Montessori).

Per fare il diagramma dell’ascesa dell’uomo, che qui chiamerò l’ascesa dell’umanità, dobbiamo unire arte e scienza. Ma dobbiamo unire anche il passato e il presente, perché l’ascesa dell’umanità è prima di tutto una storia di continuità…
È la storia della creatività dell’umanità nel tentativo di sconfiggere la solitudine, l’ignoranza e il disordine“.

Questo paradigma, secondo Neil Postman, avrebbe alcuni importanti benefici:

Prima di tutto, con qualche eccezione che farò notare, non richiede l’invenzione di nuove materie o l’eliminazione di vecchie. La struttura del corso, quale esiste attualmente nella maggior parte delle scuole, è perfettamente utilizzabile. In secondo luogo questo è un tema che può cominciare nelle prime classi e poi estendersi in tutte le altre assumendo dimensioni sempre più profonde ed ampie. Meglio ancora, esso fornisce agli studenti un punto di vista per capire il senso delle altre materie…

Ecco alcuni dei punti chiave che Postman delinea per la sua “ascesa dell’umanità”:

  • Istruirsi significa divenire coscienti delle origini e dello sviluppo del sapere e dei sistemi di sapere“;
  • la storia è il mezzo intellettuale più potente per realizzare una coscienza ben desta“;
  • ogni materia ha la sua storia, comprese la biologia, la fisica, la matematica, la letteratura, la musica e l’arte figurativa“;
  • ogni insegnante dovrebbe essere un insegnante di storia, perché insegnare, per esempio, quello che sappiamo sulla biologia oggi senza insegnare anche quello che sapevamo o credevamo di sapere una volta, equivale a ridurre la conoscenza a un semplice prodotto di consumo“;
  • accanto alla storia della scienza, è fondamentale insegnarne la filosofia: “propongo che ogni scuola – dalle elementari al college – offra e pretenda un corso di filosofia della scienza“.

FONTI

  • N. Postman, Technopoly, la resa della cultura alla tecnologia, Bollati Boringhieri, 1993 (ed. originale 1992)

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IL SILENZIO E MARIA MONTESSORI

In un’epoca in cui il silenzio si è smarrito, vogliamo recuperare mezza paginetta da “La mente del bambino” Maria Montessori, che al silenzio attribuisce il ruolo di metro per misurare la volontà.

Anche la mia esperienza, che mi portò a introdurre la lezione del silenzio, prova quest’attitudine all’ubbidienza, che in quel caso era un fenomeno di ubbidienza collettiva: prova una meravigliosa e inaspettata corrispondenza di un gruppo di bambini i quali si identificavano con me. 
Per ottenere il silenzio assoluto bisogna essere tutti d’accordo: se uno non lo è, il silenzio è rotto; perciò occorre avere la coscienza di agire insieme per arrivare a un risultato…
Da questo esercizio del silenzio si potrebbe misurare la forza di volontà di questi bambini; col ripetere questo esercizio, questa forza si faceva più grande e i periodi di silenzio si allungavano“.
Maria Montessori, La mente del bambino

Sì, il gioco del silenzio fu utilizzato da questa grande pedagogista come esercizio corale per costruire non solo la volontà, ma anche la coscienza sociale. Naturalmente, questo richiede di considerare il silenzio non come una condizione necessaria per fare lezione, ma come un maestro di vita:

Il silenzio, nelle scuole comuni, vuol dire la “cessazione del chiasso”, l’arresto di una reazione, la negazione della scompostezza e del disordine. Mentre il silenzio può intendersi in modo positivo come uno stato “superiore” al normale ordine delle cose. Come una inibizione istantanea che costa uno sforzo, una tensione della volontà e che distacca dai rumori della vita comune quasi isolando l’anima dalle voci esteriori“.
Maria Montessori, La scoperta del bambino

Vuoi provare anche tu?

FONTI

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