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COME CAMBIA LA LETTURA DIGITALE

lettura digitale

Leggere sui dispositivi digitali ha completamente rivoluzionato il modo in cui leggiamo. Tuttavia, è un errore pensare che le persone leggano meno: in termini assoluti, invece, leggiamo perfino di più. Tra news e feed dei vari social network, se contiamo le singole parole che leggiamo (o scorriamo) suoi nostri dispositivi ogni giorno, otteniamo lo stesso numero di parole contenute in un romanzo breve.

Il problema è che la lettura digitale è diversa da quella del caro, vecchio libro. La nostra mente salta come una cavalletta impazzita di qua e di là; le parole scorrono sullo schermo, ma la nostra mente non riesce ad assimilarle in modo profondo. Maryanne Wolf, autorevole studiosa della lettura e degli effetti che produce sul cervello parla di “lettura profonda” indicando il grado di assimilazione delle informazioni che otteniamo quando leggiamo un buon romanzo cartaceo, oppure un saggio appassionante.

Leggendo partiamo da ciò che sappiamo. Ma il detective nel nostro cervello, come Sherlock Holmes, deduce qualcosa che va oltre quanto è detto. Leggere in profondità significa elaborare l’informazione, per costituire conoscenza” ha rivelato la studiosa a Il Sole 24 Ore. Questo non avviene quando leggiamo dal nostro smartphone: l’ipertestualità e la natura frammentaria del web impediscono di attivare i processi cognitivi della lettura profonda.

La lettura profonda ha la capacità di rilassare e di attivare connessioni tra i vari domini della conoscenza. La lettura digitale, paradossalmente (poiché nata per essere ipertestuale), rende più faticose le connessioni e si rivela invece efficace per trovare informazioni da elaborare, più tardi, in modo separato.

Questo dovrebbe spingerci a rivalutare la lettura tradizionale, ma soprattutto a trovare un equilibrio tra tecnologia e tradizione: i libri, per come li abbiamo conosciuti finora, non erano solo volumi polverosi, ma supporti capaci di modificare i nostri processi mentali in modo profondo. Anche la tecnologia è in grado di ottenere effetti similari, ma in una direzione opposta. Sapremo equilibrare queste due forze?

FONTI

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La cassetta delle lettere emotive

L’educazione emotiva è una disciplina affascinante e al tempo stesso complessa: come possiamo strutturare un percorso che educhi alle emozioni e alla soluzione dei problemi emotivi senza cadere nella banalità o nello stereotipo?
Un’idea pratica è quella di realizzare una cassetta delle lettere in cui i bambini possano scrivere e depositare in modo  anonimo dei biglietti di segnalazione dei propri problemi emotivi e sociali.

Ce ne parla Daniel Goleman in “Intelligenza emotiva“:

“Le mie amiche Alice e Lynn non giocheranno con me”. Questo lamento struggente viene da una bambina di terza della scuola elementare John Muir di Seattle. È espresso in un biglietto anonimo imbucato in una “cassetta delle lettere” posta in classe – in pratica una scatola di cartone colorata – nella quale gli alunni sono invitati a depositare per iscritto le loro lamentele e le segnalazioni dei propri problemi, in maniera che l’intera classe possa discuterne e pensare ai modi di affrontarli. Nella discussione non saranno fatti i nomi degli interessati; al contrario l’insegnante sottolineerà che tutti i bambini condividono simili problemi prima o poi e che tutti hanno bisogno di imparare ad affrontarli. Mentre parlano di come ci si sente a essere esclusi o di che cosa si possa fare per essere accettati, i bambini hanno la possibilità di elaborare nuove soluzioni per questi disagi: ciò rappresenta un correttivo all’idea fissa che il conflitto sia la sola strada per risolvere i contrasti. La cassetta delle lettere è un modo che consente di tematizzare di volta in volta le crisi e le questioni di attualità nella classe, visto che un programma troppo rigido può risultare inadeguato alla fluida realtà dell’infanzia. Con la crescita e il mutamento dei bambini, le preoccupazioni del momento cambiano di conseguenza. Per risultare più efficaci, gli insegnamenti emozionali devono essere legati allo sviluppo del bambino e vanno ripetuti in diverse età in modi adatti alle mutevoli capacità di comprensione del ragazzo e alle nuove sfide che deve affrontare”.

Periodicamente, bisognerà raccogliere le segnalazioni e utilizzarle come spunto per aprire uno spazio di discussione e riflessione; per farlo, potresti usare la tecnica del circle time.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
D. Goleman, Intelligenza emotiva, BUR, 2011

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Le tre domande del re

Ecco un racconto popolare a proposito di aiuto e di domande filosofiche (e anche di qui ed ora, che nelle favole sagge è sempre presente).

LE TRE DOMANDE DEL RE

C’era una volta un re filosofo, che da sempre si interrogava su tre domande fondamentali: qual è l’uomo più importante in questo mondo? Qual è la cosa più importante? Qual è il momento più opportuno per agire?
Il re rivolse queste domande ai suoi ministri, poi ai suoi filosofi e a tutti gli uomini del regno ritenuti saggi. Tuttavia, nessuno seppe dare una risposta convincente e il re rimase assai deluso. Tormentato da queste tre domande, il re nominò un reggente e partì per un lungo viaggio, travestito da uomo comune. Una notte chiese ospitalità a un anziano, che abitava in una piccola casetta al margine della strada. Lì, a notte fonda, fu svegliato da un rumore: un uomo, con il mantello coperto di sangue, aveva fatto irruzione nella casa.
L’uomo si rivolse al vecchio e al re: “Aiutatemi, per favore. Mi stanno inseguendo”. L’anziano padrone di casa lo fece nascondere sotto il suo letto. Poco dopo arrivarono alla casa due guardie armate, che domandarono: “Avete visto un uomo fuggire da questa parte?”
E l’anziano rispose: “Non saprei, da casa mia non è fuggito nessuno”. Le guardie uscirono e continuarono la loro ricerca lungo la strada.
Poco dopo, l’uomo uscì dal suo nascondiglio e se ne andò, ringraziando l’anziano per avergli salvato la vita.
Il giorno dopo il re domandò: “Perché avete accolto quell’uomo in casa vostra? Poteva essere pericoloso. E soprattutto, perché non gli avete domandato chi fosse prima di lasciarlo andare?”
Il vecchio rispose: “In questo mondo, la persona più importante è quella che ti sta di fronte, bisognosa d’aiuto. La cosa più importante è agire immediatamente e il tempo più importante è il presente: bisogna agire ora, senza aspettare nemmeno un minuto”.
Il re comprese che quell’uomo era stato capace di rispondere alle tre domande che inseguiva da una vita.

AUDIOMITO

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Il gioco dei quadrati

Come possiamo implementare l’intelligenza emotiva in classe? Per cominciare, potremmo insegnare ai ragazzi a lavorare collaborando come una squadra: il lavoro di squadra e l’affiatamento, infatti, si costruiscono sin dalla scuola primaria. Ecco un esempio tratto da “Intelligenza emotiva“.

IL GIOCO DEI QUADRATI IN COLLABORAZIONE

Gli studenti si mettono insieme in diversi gruppi per comporre una serie di puzzle di forma quadrata. La difficoltà sta nel fatto che ogni gruppo deve operare in silenzio, senza che sia permesso neppure fare dei segni.
L’insegnante, Jo-An Varga, divide la classe in tre gruppi e a ognuno assegna un diverso tavolo. Tre osservatori, scelti fra i ragazzi che conoscono bene il gioco, tengono una tabella per valutare, ad esempio, chi in ogni gruppo dirige l’organizzazione, chi fa il buffone e chi disturba. Gli scolari mettono sul tavolo le tessere e cominciano a lavorare. Dopo un minuto circa risulta evidente che un gruppo funziona in modo sorprendentemente affiatato e finisce i puzzle in pochi minuti. In un secondo gruppo di quattro alunni, ciascuno è impegnato in sforzi solitari e paralleli e lavora al proprio puzzle, senza ottenere alcun risultato. Lentamente iniziano a lavorare insieme componendo il primo quadrato e continuano a operare congiuntamente finché tutti puzzle sono risolti.
Il terzo gruppo si affatica ancora; un solo puzzle è prossimo a essere completato e anche quello assomiglia più a un trapezio che a un quadrato. Sean, Fairlie e Rahman devono ancora trovare la scioltezza e la coordinazione alla quale sono arrivati gli altri due gruppi. I quattro bambini sono visibilmente frustrati, osservano freneticamente i pezzi sul tavolo, prendono le tessere che gli sembrano giuste e le inseriscono vicino ai quadrati parzialmente costruiti, ma solo per restare delusi dalla mancata coesione.
La tensione si spezza un po’ quando Rahman prende due pezzi e li mette davanti agli occhi come una maschera; i compagni si mettono a ridere. Questo si dimostrerà un momento cruciale nella lezione di quel giorno.
Jo-An Varga, l’insegnante, li incoraggia: “Quelli di voi che hanno finito possono dare un suggerimento preciso a chi sta ancora lavorando”.
Dagan si avvicina al gruppo ancora attivo, indica due tessere che sporgono dal quadrato e suggerisce: “Dovete girare questi due pezzi”. Subito Rahman, col suo faccione tutto concentrato, intuisce la nuova configurazione e il primo puzzle viene ben presto completato. A esso seguono gli altri. Scoppia un applauso spontaneo mentre l’ultima tessera combacia nell’ultimo puzzle del terzo gruppo“.

Qualche lettore potrebbe pensare: “sai che novità, il lavoro di gruppo si pratica, anche nelle scuole italiane, da quasi un secolo”. Chi penserà ciò, sappia che ha perfettamente ragione: anche nella nostra scuola ci sono migliaia di maestre e maestri eccellenti, capaci di innovare e promuovere le buone pratiche.
È importante, però, che sempre più persone si avvicinino alla dimensione globale dell’educazione. Ecco perché promuovere queste pratiche non è inutile.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
D. Goleman, Intelligenza emotiva, BUR, 2011

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La rana a due teste

la rana a due teste

Questa è una storia è una metafora dei danni prodotti dall’invidia e dall’incapacità di coltivare una visione d’insieme.

LA RANA A DUE TESTE

C’era una volta una rana con due teste e un corpo solo. La testa di destra era abilissima a procurarsi del cibo e riusciva sempre a sfamarsi; la testa di sinistra, invece, era pigra e maldestra e non riusciva mai a procurarsi del cibo. La testa di sinistra era invidiosa di quella di destra e pensava che fosse lei a portarle via il cibo.
Così escogitò un inganno: “Devi sapere” disse all’altra testa “che qui vicino cresce un’erba deliziosa, che ti piacerebbe tanto. Vieni con me, te la mostrerò e potrai assaggiarla”.
La testa di sinistra portò l’altra a un cespuglio: sapeva bene che quell’erba era velenosa, ma pensava che così sarebbe riuscita a sbarazzarsi dell’altra testa e avrebbe potuto mangiare a piacimento.
La testa di destra mangiò l’erba e il veleno uccise la rana a due teste.

Audiofiaba

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Il ranocchio sordo

Una bella favola a proposito del “rumore di fondo“: quell’insieme di chiacchiericcio, giudizi e pregiudizi che spesso intossicano la nostra mente. Leggila anche ai bambini; diventerà un breve spunto di riflessione.

IL RANOCCHIO SORDO

Un giorno si tenne una competizione per ranocchi: dovevano scalare una torre molto alta fino alla sua sommità. Per l’occasione, si era radunata una gran folla: rane, tritoni e perfino gli insetti dello stagno si erano ammassati ai piedi della torre per godersi lo spettacolo.

Cominciò la gara e la folla, che riteneva quella scalata impossibile, cominciò ad esclamare:
“Non ce la faranno mai”.
“È un’impresa impossibile per un ranocchio”.
“Dovrebbero ritirarsi”.
I ranocchi, sentendo questi commenti, si scoraggiarono: alcuni decisero di arrendersi ancor prima di cominciare. Gli altri ranocchi, intanto, stavano scalando le pareti della torre.
Nel frattempo, dalla folla, continuavano a levarsi delle voci che dicevano:
“Poveri ranocchi, che fatica immensa! Non riusciranno mai ad arrivare fino alla cima”.
“Quei poveretti moriranno per la fatica prima di completare la loro scalata”.
E così, uno dopo l’altro i ranocchi si diedero per vinti: saltavano giù dalla torre e tornavano a casa abbattuti. Solo un ranocchio proseguì la sua scalata ed arrivò fino alla sommità della torre, vincendo la competizione.
La folla volle sapere come avesse fatto quel piccolo ranocchio a compiere un’impresa tanto difficile. Lo circondarono e gli fecero mille domande, ma si accorsero che il ranocchio era sordo e non poteva sentire una parola di quello che dicevano.

Questo breve apologo ci ha fatto tornare alla mente una celebre frase di Albert Einstein: “Chi dice che è impossibile, non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo“. La storia del ranocchi ha tanto da insegnare, sia a chi potrebbe fare qualcosa di grande sia a chi potrebbe risparmiare al mondo i suoi giudizi.

Il ranocchio sordo è disponibile anche come audiofiaba illustrata:

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