Prima di cominciare, prova a rispondere a questa domanda: in due parole o meno, cosa vorresti per i tuoi figli?
La maggior parte dei genitori a cui è stato proposto questo quiz hanno risposto “felicità”, “stima di sé“, “gentilezza”, “salute”, “soddisfazione”, “altruismo”.
Adesso, una seconda domanda: in due parole o meno, cosa insegna la scuola ai tuoi figli?
La maggior parte dei genitori risponde “disciplina”, “problem solving“, “lettura e scrittura”, “matematica”.

Tra la risposta alla prima e alla seconda domanda c’è una certa discrepanza. Infatti, ciò che desideriamo per i nostri figli è prevalentemente il benessere. Questo, non è un valore chiave della scuola: per un secolo, la scuola è stata un’istituzione incentrata sul successo: verifiche da sostenere, esami da superare, buoni voti per entrare al meglio nel mondo del lavoro. In altre parole, la scuola è incentrata sulla realizzazione e sul raggiungimento di determinati obiettivi. E se fosse possibile un’altra scuola, in cui la realizzazione viene promossa accanto al benessere?
Allo stato attuale, il 20% degli studenti americani manifesta sintomi depressivi in età scolare: una percentuale dieci volte più alta di quello che accadeva cinquant’anni fa. In Italia la situazione non è dissimile: nonostante il benessere economico e i programmi scolastici molto ambiziosi, non siamo in grado di garantire il benessere alle nuove generazioni. Il motivo di questa situazione critica è ad oggi causa di dibattito: le ragioni non sono genetiche né ambientali; infatti, le popolazioni Amish, che abitano a pochi chilometri da Philadelphia(e respirano la stessa aria, calcano lo stesso suolo e mangiano gli stessi alimenti degli abitanti della Pennsylvania), mostrano un tasso di depressione dieci volte inferiore alla media americana. Quasi sicuramente, la ragione è legata alla modernità, alla tecnologia e al benessere.

La scuola, però, non può ignorare quest’emergenza: infatti, il benessere influenza in modo profondo l’apprendimento. Gli studenti che sperimentano emozioni positive prestano attenzione più a lungo e in modo più intenso; allo stesso modo, il benessere produce pensiero critico e pensiero creativo.
La soluzione, secondo noi, è l’educazione positiva: una disciplina recente che si fonda su alcuni punti chiave:

  • insegnare ai bambini e ai ragazzi a identificare i propri punti di forza;
  • insegnare a sfruttare quei punti di forza;
  • educare alla resilienza;
  • aiutare bambini e ragazzi a trovare un significato, uno scopo e degli obiettivi da perseguire.

Integrare l’educazione positiva nel curricolo tradizionale non è impossibile, ma soprattutto non significa rinunciare ai saperi – preziosi – della scuola. Trasmettere i saperi della nostra cultura è il punto di partenza: la felicità non può fondarsi sull’ignoranza.
Tuttavia, gli esperimenti di educazione positiva condotti in tutto il mondo, possono rassicurare: negli istituti che hanno adottato programmi di educazione positiva, accanto al morale degli studenti, anche le performance accademiche sono cresciute (staccando nettamente quelle delle scuole di controllo, che invece utilizzavano programmi tradizionali).

FONTI

  • Martin E. P. Seligman, Randal M. Ernstb, Jane Gillhamc, Karen Reivicha and Mark Linkins, Positive education: positive psychology and classroom interventions , Oxford Review of Education Vol. 35, No. 3, June 2009, pp. 293–311

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