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Il Trentino-Alto Adige

Di seguito potete trovare i nostri materiali per la scuola primaria sul Trentino-Alto Adige. Troverete: 1) uno schema riassuntivo stampabile, 2) le schede di esercitazione stampabili, 3) un breve ripasso con le informazioni principali.

1. Schema riassuntivo

Ecco uno schema riassuntivo sulla regione Trentino-Alto Adige. Potete utilizzare questo schema per studiare, o come punto di partenza per costruire una mappa concettuale (trovate più informazioni nella nostra guida alle mappe concettuali). Cliccate sull’immagine qui sotto per scaricare il file stampabile.

il trentino alto adige mappa concettuale scuola primaria

2. Schede didattiche

Qui sotto potete trovare alcune schede di esercitazione sulla regione Trentino-Alto Adige per i bambini della scuola primaria (potete usarle anche come verifiche). Cliccate su ciascuna scheda per stamparla.

3. Ripasso per la scuola primaria

Il Trentino-Alto Adige è una regione italiana situata a Nord-Est, sull’arco alpino. Più del 75% del territorio è montuoso. Il paesaggio è quello tipico alpino, con lunghe catene montuose inframezzate da valli e laghi. Tra le catene montuose la più importante è quella delle Dolomiti, conosciute in tutto il mondo per la loro bellezza. I laghi più estesi sono: il Lago di Garda (che tocca anche Lombardia e Veneto), il Lago di Levico, il Lago di Caldonazzo, il Lago di Santa Giustina e il Lago di Molveno. Quasi tutti i laghi sono di origine glaciale. I fiumi più importanti sono: l’Adige, il Brenta, il Sarco e l’Isarco. Gli insediamenti umani si sono concentrati prevalentemente nelle valli. La popolazione complessiva della regione è di poco superiore a 1 milione di abitanti. Il Trentino-Alto Adige è una Regione Autonoma a Statuto Speciale ed è suddiviso in due provincie: la Provincia Autonoma di Trento (capoluogo Trento) e la Provincia Autonoma di Bolzano (capoluogo Bolzano). Le città più importanti sono: Trento, Bolzano, Merano, Rovereto, Bressanone. Nonostante l’ambiente difficile, l’agricoltura intensiva specializzata è molto sviluppata in Trentino-Alto Adige. Si producono mele, pere e uva. È praticato anche l’allevamento di mucche (bovini) e maiali (ovini), da cui si ricavano latte, formaggi e salumi. Dalle foreste si ricava legname, prevalentemente di conifere (pini, abeti, larici). La presenza di laghi e corsi d’acqua ha permesso inoltre di costruire numerose centrali idroelettriche per la produzione di energia. L’artigianato tipico (specialmente l’artigianato del legno) è praticato su tutto il territorio e sono presenti anche alcune attività industriali. Il turismo (sia invernale, legato agli sport sulla neve, che estivo) è tra le attività economiche più importanti della regione. Anche il commercio è ben sviluppato, grazie alla posizione strategica del Trentino-Alto Adige, situato lungo la via di comunicazione che porta dall’Italia all’Europa centrale. L’Alto Adige è una regione germanofona: la lingua più diffusa è il tedesco, nella variante locale del dialetto sudtirolese. Il Trentino invece è una regione italofona: la lingua prevalente è l’italiano, anche se sono molto diffusi i vari dialetti trentini.

Cartine mute da stampare e completare

Link per stampare la cartina:

  1. Cartina con Province
  2. Cartina Muta

Approfondimenti

Schede di geografia:
🔴 Geografia – Classe prima
🟠 Geografia – Classe seconda
🟡 Geografia – Classe terza
🟢 Geografia – Classe quarta
🔵 Geografia – Classe quinta
↩️ Geografia – Tutte le schede

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Educhiamo i figli a essere onesti, non furbi

Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi“.
Tiziano Terzani

Il nostro regalo per la Festa del Papà è questo brano tratto dall’Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti, articolo di Italo Calvino pubblicato nel marzo 1980 sulle pagine della Repubblica. Ci piace pensare ai papà (e anche alle mamme, naturalmente,, ma è pur sempre il 19 marzo) come a dei campioni di onestà, pronti a trasmettere i loro valori ai propri bimbi. Nelle parole di Calvino – con tutta l’amarezza di un intellettuale che ha assistito a una delle pagine più tristi della storia socio-politica italiana – si ritrova il senso profondo dell’onestà: l’abito mentale di chi vive serenamente al di là della ricchezza.

APOLOGO SULL’ONESTÀ NEL PAESE DEI CORROTTI

“Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese (l’Italia, ndr), non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è”.

Un libro per voi: Almanacco del Cuore

Se siete genitori o educatori che amano mettersi in gioco, vi raccomandiamo il nostro Almanacco del Cuore.
Si tratta di un percorso di crescita della durata di 90 giorni: attraverso 90 pensieri illustrati da colorare (accompagnati da un manuale di istruzioni e vari modi d’uso) potrete focalizzarvi su ciò che conta davvero. Questo libro è un vero e proprio eserciziario di coaching creativo per riscoprire la semplicità del benessere.
Per acquistarlo, cliccate sulla copertina qui sotto:

FONTI
http://temi.repubblica.it/micromega-online/italo-calvino-racconta-la-controsocieta-degli-onesti/

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Educare non significa accontentare

Tutti i genitori e gli educatori sono costantemente alle prese con richieste e piccoli capricci. A volte più contenuti, a volte difficili da gestire, specie se siamo in pubblico. Ciascuno gestisce questi momenti a modo suo, ma c’è un motivo di fondo, un principio che dovremmo sempre ricordare:

Educare non significa accontentare.

Non sempre, non a qualsiasi costo, non se si tratta di cedere a un capriccio. Vale la pena ricordare che non si smette mai di imparare. Un bambino che, di fronte ai capricci, viene accontentato, imparerà che quella è la strada migliore per soddisfare un suo bisogno.

Imparare ad accettare un no, un rifiuto è essenziale per poter vivere felici: non sarà sempre tutto rose e fiori da grandi! La resilienza è indispensabile per una crescita equilibrata.

Non siamo per un’educazione integralista, è giusto che l’eccezione alla regola ci sia, però non bisogna mantenere il controllo sulla situazione. Accontentare si può, ed è giusto, a patto che la richiesta sia ragionevole. O che, se si sta cedendo a un piccolo capriccio, non diventi la routine.

Invece, è bene chiedersi sempre quale sia il bisogno che porta ad una richiesta. Perché se da un lato è importante far valere i propri no, dall’altro bisogna riflettere, mettersi nei panni del bambino e interpretare i suoi bisogni. Abbiamo scelto questo tema per il gioco-esercizio di oggi.

La domanda magica

La prossima volta che i vostri figli vi chiederanno qualcosa (qualcosa per cui valga la pena fermarsi a riflettere un attimo, non certo se si tratta di un fazzoletto o un bicchier d’acqua) provate a porre questa magica domanda:

“Se ti accontento, cosa cambierà in te? Cosa imparerai?”

Rispondete insieme. Fatelo con leggerezza (che non vuol dire senza serietà, ma unicamente senza melodrammi), onestà e schiettezza. E ricordate: siete genitori. Avete il compito di educare, anche quando questo significa scontentare i bambini. Se manca una risposta convincente alla magica domanda, è meglio evitare. Se dietro la richiesta c’è un bisogno reale, con questo gioco-esercizio la porteremo alla luce.

Dopo le prime volte, la riflessione diverrà immediata e non sarà necessario fermarsi a discutere. Non è necessario che diventi un’ossessione per voi né per i bambini. Serve però a ricordarsi l’importanza della riflessione nel proprio compito educativo. Soprattutto, serve ad argomentare insieme ai bambini i motivi di un rifiuto, in modo tale che sappiano, quando si sentiranno dire di no, il perché di quella scelta.

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La dipendenza digitale è un problema molto serio

Daniela Lucangeli non ha dubbi e nell’articolo a sua firma pubblicato su “Agenda Digitale” mette in guardia dalla dipendenza digitale sempre più diffusa (e sempre più dannosa): “alla luce degli effetti positivi e negativi dei device digitali c’è da considerare che in Italia il 71% dei bambini preferisce trascorrere il proprio tempo libero utilizzando uno strumento digitale. Questo rappresenta un enorme campanello d’allarme non solo per i fattori di rischio sopraelencati, ma anche perché ci mostra che i bambini preferiscono uno strumento digitale, piuttosto che giocare all’aria aperta, incontrare amici e stare con le figure significative“.

La docente e studiosa ritiene che in questo quadro allarmante, caratterizzato soprattutto dall’assenza – colpevole o incolpevole – dei genitori, tocchi alla scuola cercare un rimedio: “da qui emerge il ruolo decisivo della Scuola. La dipendenza dal sistema digitale nasce quando il processo non è sufficientemente guidato e supportato. C’è una situazione di rischio e di pericolo e bisogna combatterlo e prevenirlo con la piena consapevolezza. In questo la scuola ha una potenzialità immensa“.

La verità è che c’è digitale e digitale: da un lato, un universo costellato di opportunità di lavoro e di innovazione; dall’altro, il mondo oscuro della dipendenza, dei social network utilizzati al peggio (social network che, riporta la Royal Society for Public Health britannica, rischiano di indurre ansia, depressione e di rovinare il sonno) e della ludopatia. Purtroppo, cadiamo spesso nel lato oscuro del digitale.

Il compito del mondo educativo, e non solo della scuola, dovrebbe essere quello di esporre in modo chiaro questi pericoli e di offrire linee guida ragionevoli. Ad esempio, quella di fissare un limite tassativo all’uso dei dispositivi digitali da parte dei bambini.

FONTI

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L’omino di neve

L’omino di neve è un breve racconto invernale per bambini da 4 anni in su.

L’omino di neve

Testo di: Alessia de Falco e Matteo Princivalle

Quell’inverno era caduta così tanta neve che i bambini del quartiere costruirono un grosso omino di neve lungo un marciapiede. I ragazzi lo vestirono a festa: aveva un cappello a cilindro, un foulard elegante, un panciotto di ghiaccio coi bottoni luccicanti e mezza carota al posto del naso. Terminato il piccolo capolavoro, i bambini tornarono a casa e si dimenticarono del loro omino di neve.

Dall’altra parte del marciapiede c’era una piccola aiuola riparata dalle intemperie: i suoi proprietari avevano piantato viole ed ellebori rosa, perché sfidassero l’inverno con i loro colori. L’omino di neve rimase incantato da quei fiori. Desiderava attraversare la strada, raggiungere l’aiuola, conoscerli e diventare amico di quelle creature così straordinarie.

Provò a spostarsi, ma i ragazzi non gli avevano fabbricato le gambe! Che terribile errore modellare un pupazzo di neve senza gambe: lo si condanna a rimanere immobile per tutta la vita. I suoi sforzi furono inutili e una volta, rischio perfino di staccarsi la testa, mentre tentava a rotolare fino all’aiuola fiorita.

L’omino di neve rinunciò al suo desiderio e fu colto da una grande tristezza. Ogni mattina gettava un’occhiata malinconica ai fiori, per non dimenticarsi di loro, poi cominciava a sognare a occhi aperti, rimuginando sulla propria sfortuna. Alla fine si convinse che la cosa migliore da fare fosse aspettare che il futuro gli portasse qualcosa di buono.

Il tempo passò e arrivò il sole di marzo; la primavera era vicina. In un pomeriggio particolarmente soleggiato, la neve cominciò a sciogliersi.
Ci vollero tre giorni perché l’omino di neve diventasse acqua: impiegò un po’ ad accorgersene, ma adesso poteva andare dove voleva. L’acqua, infatti, scivola ovunque con grande facilità. Che gioia! Finalmente avrebbe potuto conoscere i fiori dall’altra parte del marciapiede.

L’omino di neve non perse tempo e cominciò a scivolare, facendo attenzione a non perdere gocce qua e là. Attraversò l’asfalto e risalì a fatica sul marciapiede opposto: l’aiuola era lì, davanti a lui. Dopo tanta attesa, incontrò gli ultimi fiori: la stagione delle viole e degli ellebori era quasi conclusa. Quando sentirono la sua storia, le piante lo accolsero come un fratello e lo invitarono a vivere per sempre insieme a loro.

LEGGETE ANCHE:

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Chi scarabocchia impara di più

Gli scarabocchi non sono nemici dell’attenzione: studi scientifici rivelano che essi hanno la funzione importante di mantenere l’attenzione sul presente e che sono utili per memorizzare meglio le informazioni che ascoltiamo o leggiamo.

Lo scarabocchio (o “ghirigoro”, per utilizzare un’espressione più ricercata, alternativa all’inglese doodle) è da sempre malvisto all’interno della nostra società: a scuola molti insegnanti proibiscono di scarabocchiare su un foglio bianco durante le loro lezioni, derubricandoli a inutile distrazione. La scienza, tuttavia, è di un altro parere: gli scarabocchi sono tutt’altro che inutili o irrispettosi; si tratta di una strategia elaborata dalla mente per mantenere l’attenzione in contesti poco stimolanti.

Gli scarabocchi? Aiutano la memoria

In uno studio del 2009, lo psicologo Jackie Andrade ha chiesto a 40 persone di ascoltare un messaggio vocale della durata di 2 minuti e mezzo, senza trascriverlo e senza prendere appunti. Tra i partecipanti, 20 persone hanno disegnato degli scarabocchi mentre ascoltavano il messaggio mentre le altre 20 no.
In un secondo momento, ha chiesto a tutti i partecipanti allo studio di ripetere tutto ciò che ricordavano del messaggio: sorprendentemente, le 20 persone che avevano disegnato degli scarabocchi sul loro blocco delle note ricordavano molti più dettagli del messaggio. Analizzando i dati è emerso che ricordavano il 29% di informazioni.

Non sappiamo con precisione perché gli scarabocchi producano questo effetto positivo. Gli psicologi ritengono che lo scarabocchio aiuti il cervello a mantenere l’attenzione, evitando di “disconnetterci”.
Quando ascoltiamo una lezione noiosa o un elenco di informazioni scarsamente interessanti, scarabocchiare aiuta il cervello a rimanere vigile: in questo modo tratteniamo più informazioni rispetto a chi si assopisce o a chi sogna ad occhi aperti (vagabondaggio mentale).

A proposito di scarabocchi, una curiosità: su 46 presidenti degli Stati Uniti d’America, ben sono stati “scarabocchiatori”: Theodore Roosevelt disegnava piccoli animali, Ronald Reagan cowboy e giocatori di football mentre John F. Kennedy schizzava puzzle e labirinti.

La professoressa Shaaron Ainsworth dell’Università di Nottingham, autrice di un ulteriore studio che è giunto alle stesse conclusioni di Andrade, mette in guardia gli insegnanti a non impedire tout court lo scarabocchio in classe: esso non si associa necessariamente a una cattiva qualità dell’ascolto. Anzi, solitamente avviene proprio il contrario.

Per approfondire

  1. The “thinking” benefits of doodling, su: www.health.harvard.edu

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