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I due scalpellini e l’anello del re

i due scalpellini e l'anello del re

I DUE SCALPELLINI E L’ANELLO DEL RE

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’erano una volta due scalpellini che stavano tornando a casa dopo una lunga giornata di lavoro, percorrendo il sentiero lastricato di marmo che dal palazzo reale conduceva fuori dalle mura, nel
villaggio in cui abitavano. Il primo dei due, guardando le guglie del palazzo, sospirava: “Ah, se solo fossi nato in una famiglia nobile di questa città. E invece devo spaccare pietre tutti i giorni”. Il secondo, invece, stava
ammirando le venature dei blocchi di marmo lungo il sentiero.
“Guarda che meraviglia, amico mio! Questo marmo è così perfetto. E guarda come riflette la luce del Sole. Siamo davvero fortunati a vivere in questo mondo: ci sono tante meraviglie!”
“Contento tu” ribatté l’altro. “A me questo marmo fa solo venire un gran male ai piedi”.
E mentre il primo continuava a lamentarsi guardando con invidia il palazzo reale e le ricchezze dei nobili, l’altro continuava ad ammirare il sentiero.
Ad un tratto si fermò: “Cos’è questo” disse, chinandosi a raccogliere qualcosa lungo il sentiero. Era un piccolo anello d’oro, lavorato con grande abilità.
“Qualcuno deve averlo perso” disse il ragazzo al compagno.
“Dovremmo trovare il suo proprietario e restituirlo”.
“Cosa dici? Sei forse impazzito? Vai a venderlo al gioielliere: ricaverai tante monete da viverci per un anno, e potrai anche offrirmi da bere”.
Il ragazzo, però, non seguì il consiglio dell’amico: era certo che la cosa giusta fosse restituirlo al proprietario. E poi, probabilmente, restituendolo avrebbe ricevuto una giusta ricompensa. Il giorno seguente chiese alle guardie del palazzo se qualcuno avesse perso quell’anello e scoprì che apparteneva a una delle principesse. Fu ricevuto dal re in persona, che si inginocchiò ai suoi piedi e lo ringraziò.
“Era l’anello di mia moglie: la  regina lo donò alla nostra primogenita poco prima di morire. La principessa era sconvolta per la sua perdita. L’ho fatto cercare in ogni angolo del palazzo e finalmente lo abbiamo ritrovato.
Grazie figliolo. È una vera fortuna che sia stato tu a trovare l’anello: chiunque altro l’avrebbe tenuto per sé o l’avrebbe venduto. Tu invece l’hai restituito”.
“Era la cosa giusta da fare” rispose il giovane.
“Posso chiederti una cosa?” continuò il re. “Perché lo hai portato qui? Voglio dire, tu sei un umile scalpellino; quell’anello ti avrebbe reso ricco”.
“Maestà, ho trovato questo anello mentre ammiravo i riflessi del tramonto sul marmo dorato. Ho pensato che mentre io godevo di tanta bellezza qualcuno fosse disperato al pensiero di aver perso quel tesoro. Sarebbe stata una bella ingiustizia abbandonarlo alla sua angoscia; in fondo io sono già molto fortunato: a casa non manca mai nulla da mangiare e ogni giorno mi imbatto in qualcosa di meraviglioso. Ecco perché lo ho restituito”.
Il re comprese di avere davanti a se un saggio e lo ricompensò adeguatamente: gli diede in dono un palazzo nel quartiere dei nobili e  tre bauli pieni d’oro e di gemme preziose. Il ragazzo uscì dal palazzo, andò al cantiere, cercò il suo amico e gli disse: “Ieri mi hai detto che saresti voluto nascere in una famiglia nobile, non è così?”
“Sì, ma perché?” rispose l’altro.
“Perché sei fortunato. Ti ricordi l’anello che ho trovato ieri? Era del re, e mi ha donato un palazzo e tre bauli colmi di ricchezze. Se vuoi, ti lascerò tutto. Terrò soltanto un baule: per me è più che sufficiente. Il ragazzo accettò e lo scambio fu fatto. Si licenziò dai cantieri reali e cominciò a vivere come un nobile della città. Qualche tempo dopo, i due si incontrarono nuovamente.
“Allora” disse il primo, che aveva continuato a lavorare come scalpellino. “Sei felice della tua nuova vita?”
“Vorrei tanto esserlo” rispose l’altro, seccato. “Ma i nobili a corte non contano nulla. Ah, se solo fossi nato re: allora sì che sarei stato una persona importante”. Poi se ne andò. Lo scalpellino scosse la testa e tornò a casa, ammirando il tramonto che si rifletteva sul sentiero di marmo, gettando delle bellissime luci rosate sulle mura del palazzo.

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La leggenda dell’orchidea selvatica

la leggenda dell'orchidea selvatica

LA LEGGENDA DELL’ORCHIDEA SELVATICA

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta un’orchidea selvatica, nata e cresciuta tra le distese di muschio di un acquitrino in montagna. Conduceva una vita tranquilla, circondata dall’affetto dei suoi amici e dai racconti curiosi delle libellule di passaggio. Un giorno, l’orchidea selvatica fiorì. Lo fece in punta di piedi, senza clamore; ma tutti nell’acquitrino la guardarono con ammirazione.
“Come sei bella!” le ripetevano i muschi con i quali era cresciuta.
“E che fiore variopinto. Sembri una regina” aggiungevano gli sfagni, agitando le loro foglie filamentose.
L’orchidea era così felice di sentire l’affetto dei suoi amici e la loro ammirazione, che non avrebbe saputo desiderare di meglio. Faceva bella mostra del suo fiore dall’alba al tramonto, e aiutava come poteva tutti gli amici che avevano bisogno di lei.
Un giorno, arrivò all’acquitrino uno straniero: era un botanico. Tutti, dai muschi alle libellule, lo squadrarono con attenzione: aveva una lunga barba rossastra e indossava un gilet elegante e un paio di stivaloni impermeabili. Era giunto fin lì alla ricerca di nuove specie preziose, da condurre nella sua serra e da esporre al circolo degli scienziati.
Il botanico si accorse subito dell’orchidea selvatica ed esclamò: “Che rarità! Quale bellezza rara! Quest’orchidea è unica nel suo genere, non ne ho mai vista una simile sui libri. Perfino il re verrà nel mio giardino ad ammirarla. Mi nomineranno professore, ma che dico, cavaliere”. Purtroppo non aveva un contenitore adatto a trasportarla e tornò a casa di corsa per procurarsene uno, prima che qualcun altro passasse di lì.
Le piante dell’acquitrino avevano ascoltato le sue parole con attenzione e quando l’uomo si fu allontanato dissero all’orchidea: “Come sei fortunata! Presto entrerai nella serra di un botanico; perfino il re verrà a farti visita. Goditi la tua fortuna e non dimenticarti di noi”.
Ma l’orchidea non la pensava come loro e rispose, con il suo bel fiore rigato di lacrime: “Pensate che sia una fortuna trascorrere i propri giorni sotto una serra di vetro? Non capite molto della fortuna; la mia fortuna è vivere qui, nell’acquitrino, circondata da voi, che siete miei cari amici sin da quando siamo nati e che mi volete bene. Voi siete la mia famiglia, e non c’è re al mondo che possieda una fortuna simile”.
I muschi e gli sfagni ammutolirono.
Fu un sassolino, che non aveva mai parlato prima di quel giorno, a rompere il silenzio: “Davvero preferisci noi ad essere famosa?”
“Ma certo” rispose l’orchidea, con tono asciutto ma accorato.
“Possiamo aiutarti” bisbigliò il sassolino, poi chiamò a raccolta i muschi, le libellule e tutti gli altri abitanti dell’acquitrino e insieme misero a punto un piano.
Quando il botanico tornò col suo contenitore di vetro, l’orchidea era circondata da api, libellule, tafani, coleotteri e da migliaia di altri insetti che abitavano nei dintorni.
Non fece in tempo a tirar fuori dalla tasca un coltello per estrarre l’orchidea dal terreno che il sassolino gridò: “Avanti, amici dell’acquitrino! Salviamo la nostra amica”.
Le libellule dietro di lui balzarono avanti, seguite dalle api e dagli altri insetti: si gettarono sullo straniero e a suon di morsi e punture lo fecero fuggire a gambe levate. Non sarebbe mai più tornato.
L’orchidea, invece, poté continuare la sua bella vita insieme agli amici di sempre e anche se nessuno l’ha più vista, si dice che amore e amicizia l’abbiano resa sempre più bella.

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La favola delle ciliegie

la favola delle ciliegie

LA FAVOLA DELLE CILIEGIE

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’erano una volta due piccole ciliegie sorelle. Come tutte le ciliegie, vivevano attaccate allo stesso picciolo e non si erano mai separate una dall’altra.
A maggio, quando erano ancora piccole e verdi, scoppiò un temporale: la più piccola delle due ciliegie esclamò: “Che bel temporale! E quanta acqua: avremo da bere a sufficienza e diventeremo grandissime”.
La più grande delle due, invece, si lamentò dicendo: “Che orribile pioggia; fa freddo e siamo fradice come i panni bagnati. Ci ammaleremo di sicuro”.
Chi delle due aveva ragione?
A giugno, il tempo si rasserenò e cominciò a splendere il caldo Sole d’estate. La più piccola delle due ciliegie esclamò: “Che bel Sole! E che calduccio; con questo tempo diventeremo rosse come rubini”.
La più grande, invece, si lamentò dicendo: “Ci mancava soltanto questo Sole rovente. Se continua così matureremo al punto di marcire, e poi con quest’aria calda arriveranno nugoli di mosche e di vespe”.
Chi delle due aveva ragione?
Sempre a giugno, un merlo afferrò il picciolo col becco e portò via le ciliegie, nel suo nido. La più piccola delle due esclamò: “Guarda che panorama qui sotto! Grazie a questo merlo potremo vedere il mondo, e poi potremo sfamare i suoi uccellini con la nostra polpa dolce. È bello essere ciliegie”.
La più grande delle due, invece, si lamentò dicendo: “Questo lo dici tu; quel furfante ci porterà nel suo nido e ci mangerà. È questo il destino di noi ciliegie”.
Chi delle due aveva ragione?
Il merlo diede le ciliegie ai suoi uccellini e lanciò i due semi nel prato che si trovava sotto il suo nido. La più piccola delle due esclamò: “Che fortuna! Tra poco metteremo foglie e radici e ci trasformeremo in due magnifici alberi, così anche gli abitanti di queste terre potranno gustare le nostre ciliegie”.
La più grande delle due, invece, si lamentò dicendo: “Cresceremo lontane dalla nostra casa, e poi chissà se diventeremo mai alberi. Io penso invece che qualche animale ci mangerà”.
Il tempo passò e i due semi crebbero e diventarono due magnifici ciliegi. Un giorno, l’albero nato dalla ciliegia più piccola disse all’altro: “È bello essere degli alberi, gli uccellini fanno il nido tra i nostri rami e gli uomini si prendono cura di noi, in cambio di qualche ciliegia. Mi sento così importante”. Ma l’albero nato dalla ciliegia più grande si lamentò dicendo: “Che fatica essere alberi; e poi, presto o tardi qualcuno ci taglierà a pezzi e ci butterà in una stufa. Era meglio quando eravamo soltanto ciliegie”.
Queste ciliegie ci insegnano una lezione importante: c’è chi trova qualcosa di buono anche nella sfortuna e chi vede il male anche nella più grande delle fortune.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

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La leggenda del cactus

la leggenda del cactus

LA LEGGENDA DEL CACTUS

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

Tanto tempo fa, in un deserto lontano, ci fu una guerra tra i fiori che crescevano in un’oasi e le rose del deserto che abitavano tra le dune. Dopo molte battaglie, i fiori decisero di stipulare la pace con le rose del deserto: per suggellare la loro alleanza, il re dei fiori avrebbe concesso sua figlia in moglie al generale delle rose del deserto. La figlia del re dei fiori era combattuta: il generale delle rose del deserto era nobile, gentile e valoroso, però… lei nell’oasi aveva acqua fresca e tante amiche, ma tra le dune sarebbe stata sola. E sotto il Sole, perdipiù!
Quando il suo futuro marito venne in visita all’oasi, per organizzare le nozze, la giovane principessa gli domandò: “Dove troverete l’acqua per nutrirmi e le palme per ripararmi dai raggi roventi del Sole?”
“Non preoccuparti”, rispose lui, ti ripareremo sotto una grande roccia e verremo a prendere l’acqua tutti i giorni.
La giovane pianticella scosse il capo: vivere nascosti sotto un sasso e bere l’acqua calda dopo un lungo viaggio era fuori discussione. Così si rinchiuse nelle sue stanze a studiare, alla ricerca di una soluzione: non avrebbe abbandonato l’oasi senza un piano. In un vecchio libro scoprì l’esistenza di alcune piante capaci di allungare le proprie radici per decine di metri sotto la sabbia, fino a raggiungere l’acqua dell’oasi.
La notte prima delle nozze, la pianticella si recò dalla palma maga, l’incantatrice dell’oasi e le chiese una pozione per far crescere le sue radici così in profondità da raggiungere l’acqua dell’oasi. La palma le fece bere un certo intruglio ma la mise in guardia: “Otterrai ciò che chiedi, ma in cambio dovrai offrire qualcosa”.
Il giorno seguente la carovana delle rose del deserto partì, diretta verso le dune aride, portando con sé la principessa dei fiori. Dopo un lungo viaggio raggiunsero la duna imperiale, e lì conficcarono la pianticella nella sabbia.
“Domani ti porteremo nella tua nuova casa” le disse il generale.
Quella notte, la pozione che aveva bevuto fece effetto: le radici della pianticella si allungarono così tanto che arrivò a bere l’acqua fresca della sua vecchia oasi ma le sue foglie, tenere e verdi, si trasformarono in spine dure come l’acciaio.
La mattina seguente, le rose del deserto, al posto della pianticella trovarono un cactus grande, verde e irto di spine.
“E tu chi saresti?” domandò il generale.
“Sono la tua sposa, ma ho cambiato la mia forma; adesso posso sopravvivere anche alle dune più aride. Così non dovrai nascondermi sotto un sasso e potremo vivere insieme”.
“L’hai fatto per me?” domandò la rosa del deserto, sciogliendosi in lacrime; “Grazie. Spero di poter ricambiare il tuo amore un giorno”.
La rosa del deserto rimase accanto al cactus, ma si scrollò le lacrime di dosso in fretta e furia, prima che si portassero via il suo bel corpo (le rocce paiono indistruttibili, ma sono molto più fragili di quel che sembra: basta un temporale a sciogliere le rose del deserto); le sue lacrime caddero sulla sabbia intorno al cactus, che le raccolse con le sue radici, perché la gratitudine è un nettare prezioso. Magicamente, sul capo della principessa, sbocciò un fiore bianco, rosa e arancione, il fiore più bello di tutto il deserto.
Da allora, i due sposi non si sono più separati: quando piove, la principessa cactus ripara la rosa del deserto sotto il suo corpo e durante le notti d’estate, nel deserto, si odono le loro voci cantare all’unisono sotto le stelle.

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La leggenda del tallone del frate

la leggenda del tallone di frate

LA LEGGENDA DEL TALLONE DEL FRATE

Tanto tempo fa, una ricca signora abitava nella piovosa Irlanda. Questa Signora possedeva tanti oggetti. Ormai la sua casa strabuzzava di cose ma lei continuava a comprarne di nuove e più ne comprava più ne avrebbe comprate.
Figuratevi cari bambini, riuscì anche a comprare delle pietra alte 3 metri. Che se ne faceva chiederete voi, nulla, ma lei amava comprare.
Un giorno un affascinante gentiluomo venne a bussarle alla porta, era una persona dai modi garbati e decisi.
La signora lo aprì facendole accomodare in casa.
“Signora ho fatto un lungo viaggio solo per venire fin qui. Lei possiede qualcosa che a me interessa molto. Non uscirò da questa casa con un no come risposta”.
“Giovanotto, io non do nulla per nulla. Annuso i buoni affari, non mi trufferà” disse la signora
Il gentiluomo incalzò: “Signora, sono un semplice collezionista di pietre. Vorrei comprare tutte le pietre che lei possiede”.
La signora non si disfaceva mai di qualcosa di suo, era attaccata ai suoi oggetti, e soprattutto a quelle vecchie pietre. Rifiutò l’offerta del gentiluomo e tornò in casa a contare i suoi oggetti. Qualche giorno dopo il gentiluomo tornò e bussò nuovamente alla sua porta. Questa volta il gentiluomo era ancora più determinato a comprare le pietre e le offrì una somma di denaro ancora più alta della precedente. Ma la signora non si lasciò convincere e rifiutò. I giorni passarono e il gentiluomo tornava sempre con la sua offerta e la donna senza scomporsi rifiutava.
Un giorno il gentiluomo arrivò alla sua porta con una grossa borsa piena di monete d’oro, promettendole questa volta di darle tutte le monete che sarebbe riuscita a contare, nel periodo di tempo in cui lui stesso avrebbe impiegato per trasportare le pietre dall’Irlanda all’Inghilterra.
A quel punto la donna, vedendo la borsa luccicante e piena di monete accettò. Ma ciò che non poteva sapere la povera vecchina era che quel giovane gentiluomo era il Diavolo in persona. E naturalmente il Diavolo riuscì a trasportare tutte le pietre prima che la donna potesse contare anche una sola moneta in quella borsa. E così alla donna non toccò neanche una moneta d’oro.
Dopo aver sistemato le pietre, il diavolo iniziò a vantarsi che nessuno riuscisse a contarne esattamente il numero. Un frate di passaggio, però, una volta esclamò: “Ce ne sono più di quante se ne possano contare”. Dopo aver udito la risposta giusta, il Diavolo si arrabbiò così tanto che lanciò una pietra addosso al frate, colpendo il tallone dello sventurato e piantandosi nel terreno, nella posizione esatta in cui è possibile ammirarla tuttora.

AUDIOFIABA

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