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Spieghiamo ai bambini la libertà: solo così la storia continua ad aver valore nel tempo

Oggi, 25 aprile, è un giorno speciale per l’Italia, che ricorda con la Festa della Liberazione la fine della dittatura e l’inizio di un nuovo periodo di democrazia per il nostro Paese. Insegnare ai bambini la storia è fondamentale, per conoscere le nostre radici e comprendere il presente. Si tratta di una materia dal potenziale immenso, dato che permette di capire l’immenso potere del passato, per costruire il presente e gettare responsabilmente le basi per il futuro.

Ciascuno di noi è parte di un percorso, fatto di decisioni e valori che vengono trasmessi nel tempo e che portiamo dentro di noi attraverso la cultura e le idee che nel tempo maturiamo. Oggi non vogliamo parlare della storia del nostro Paese, anche se forse ora servirebbe davvero ricordare il passato. Ci teniamo però ad affrontare un tema che rappresenta uno dei pilastri della storia: la lotta per la libertà. E, declinata per i nostri bambini, l’amore ed il rispetto per la libertà. Nostra ed altrui.
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La storia ci insegna che libertà significa rispetto e fiducia nell’altro

Non è facile parlare di libertà, perché essa rappresenta un atto destabilizzante e rivoluzionario. Se ci pensiamo, essere liberi significa poter dire no, esprimere con convinzione ciò che pensiamo, essere fedeli a se stessa prima che agli altri. Si tratta di azioni che implicano un grande equilibrio ed un’altrettanto grande sicurezza, alla base del benessere e della crescita del bambino.

Insegniamo dunque, attraverso la storia e anche con il nostro esempio quotidiano, il rispetto verso se stessi e gli altri. Ci sono no che fanno male, a noi e agli altri, ma che ci rendono intrinsecamente liberi. Così come ci sono sì, spesso altrettanto sofferti, che ci portano avanti nel mondo.
Purtroppo spesso il detto popolare “attira più un cucchiaio di miele che un barile d’aceto” contiene la profonda essenza del nostro essere e dei nostri atti.

Spesso è più facile adattarsi, non esprimere un parere contrario, assuefarsi alla massa che pagare il prezzo di idee contrastanti. Questo è un punto cruciale: libertà significa saper accettare la diversità dei pensieri e delle azioni, nel rispetto reciproco. Libertà significa anche credere nelle regole, nei principi e nei valori che insegniamo, ispirando i nostri figli, dando valide motivazioni per crederci, trasmettendo fiducia e ricordando che prima di tutto vengono l’ascolto ed il rispetto.



Il gioco come strumento per insegnare ad essere liberi

Come possiamo insegnare la libertà ai bambini? Come possiamo spiegare che va a braccetto con il rispetto delle regole? Qualche anno fa Gherardo Colombo, ex-magistrato, e Elena Passerini, formatrice, hanno scritto un saggio su questo tema, intitolato Imparare la libertà. Il potere dei genitori come leva di democrazia.

Un focus particolare è stato posto sulle regole, spesso associate a restrizioni e punizioni. Ciò che invece è importante sottolineare è che esistono regole istitutive, che non limitano l’azione ma creano dei diritti. Sono queste le regole che, secondo gli autori, definiscono la nostra libertà, e permettono di immaginare una transizione dalla società “verticale”, organizzata gerarchicamente, alla società “orizzontale”, basata sull’assunzione individuale di responsabilità.

Al genitore spetta l’interiorizzazione delle regole, insegnando il senso del loro ruolo liberatorio. Spesso scuola e famiglia, implicitamente o esplicitamente, trasmettono un messaggio “verticale”, che di default costituisce il linguaggio dei divieti e delle restrizioni.

Occorre insegnare che il divieto fa parte di un mosaico più ampio che prevede il rispetto dell’altro, sancendo il confine della nostra libertà.In questo contesto, vogliamo evidenziare come il gioco possa essere considerato il luogo d’elezione per l’educazione alla libertà. Se ci pensiamo, i bambini oggi giocano in modo molto meno libero delle precedenti generazioni: trascorrono un tempo limitato all’aperto, giocano poco con oggetti “non prescrittivi” come sassi, biglie o un fazzoletto, usano in modo massiccio i videogiochi.

Insegnare la libertà significa invece non tracciare una mappa di leggi scritte a governare il gioco, ma incentivare i bambino a inventarne di nuove, a negoziarle con gli altri. Solo così si impara il valore delle regole che producono libertà.

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La libertà spiegata ai bambini … con la storia di una matita

Concludiamo questa riflessione citando un paragrafo di un saggio di Leonard E. Read, economista, intitolato Io, la matita:

Sono una matita da scrittura, la matita di legno ordinario familiare a tutti i ragazzi e le ragazze e gli adulti che sanno leggere e scrivere. Scrivere è sia la mia vocazione e il mio hobby, è tutto quello che faccio. Vi chiederete perché dovrei scrivere la mia genealogia. Beh, per cominciare, la mia storia è interessante. E, poi, io sono un mistero, forse più di un albero o un tramonto o anche un lampo di luce. Ma, purtroppo, chi mi usa mi da per scontata, come se fossi un mero incidente senza storia. Questo atteggiamento arrogante mi relega al livello di luogo comune. Si tratta di una specie di grave errore in cui l’umanità non può persistere troppo a lungo senza pericolo. (…) Stiamo morendo per mancanza di meraviglia, non per mancanza di meraviglie.

E’ il nostro modo per dire che, nella nostra piccolezza di esseri umani, minuscole matite per disegnare la storia, è importante ricordarsi dei tratti lasciati da chi è arrivato prima. Nella speranza di provare orrore per gli scarabocchi scuri, meraviglia per le pagine piene di colore.

Vi consigliamo di leggere:

Imparare la libertà. Un libro per genitori coraggiosi, per tutti coloro che ci siano ideali per i quali vale la pena combattere.



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I fattori che influenzano l’autostima

“Educare un bambino non significa fargli imparare qualcosa che non sapeva, ma fare di lui qualcuno che prima non esisteva”.
John Ruskin

Le parole del sociologo britannico ben sintetizzano uno dei compiti più difficili per una mamma o un papà: aiutare il proprio bambino a credere in se stesso. Migliorare l’autostima è una bella sfida: si tratta di costruire il passaporto di equilibrio e sicurezza per entrare nel mondo degli adulti.

Un bimbo che riceve fiducia e motivazione nel contesto familiare, più facilmente si integrerà a scuola e nella vita.  Secondo gli studi, esistono differenti fattori che influenzano l’autostima nei bambini, tra cui: 

  • fattore familiare: attraverso la famiglia il bambino inizia a vedere se stesso e il mondo.
  • fattore sociale: attraverso il contesto amicale il bambino si relaziona con i pari.
  • fattore scolastico: il bambino valuta se stesso in rapporto alla scuola e agli insegnanti.

Qualche consiglio per una robusta autostima

Coinvolgere i bambini nelle decisioni e nelle dinamiche familiari è il primo passo per aiutarlo a credere in se stesso. Banalmente, se andate a fare la spesa, chiedete a vostro figlio cosa manca nelle credenza. Se decidete di cambiare gli arredi della cameretta, fate scegliere a lui o a lei il colore.

Invitate sempre i bambini a “fare la loro parte”, sparecchiando, mettendo in ordine i giochi, senza invadere i loro spazi. E, mai dimenticarlo, visto che non tutte le ciambelle riescono col buco, incoraggiatelo sempre con frasi motivanti, come ad esempio “niente male ma sicuramente puoi farlo meglio … Vediamo insieme cosa si può migliorare“. 

Ecco la nostra palestra settimanale di compiti, gesti ed arte per lavorare sull’autostima. Senza impegno, ma con ingegno!

Amate in modo incondizionato
“Ti voglio bene” è il miglior incoraggiamento. Se il bambino capisce che l’amore non è filtrato dal giudizio e dall’approvazione, sarà più forte davanti alle difficoltà. E reagirà in modo costruttivo agli errori.

Siate sempre modello positivo
I bambini imparano in buona parte per imitazione. Per cui … Credete in voi stessi, altrimenti sarà difficile motivare gli altri.

Correggete il comportamento senza ferire la persona
Tutti sbagliamo, solo che a volte ci dimentichiamo che noi per primi siamo imperfetti. Che fare? Concentratevi sul comportamento, non date giudizi di valore sulla persona. Ricordatevi che è importante valorizzare lo sforzo fatto dal vostro bambino, anche se non è stato in grado di completare. Ammirate la determinazione, non la perfezione.

Incentivate l’assunzione di rischi sani
Fare gli “spazzaneve”, prevenire ogni difficoltà, danneggia l’autostima perché impedisce al bambino non riesce a testare le sue capacità. Se non si scopre fin dove ci si può spingere, ci si riempirà di ansia e paura. Non preoccupatevi: un bambino amato e cresciuto nella fiducia difficilmente supererà il limite e si metterà nei guai.

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I bambini non hanno bisogno di giocattoli, ma di avventure

Siamo bombardati ogni giorno da pubblicità di nuovi giocattoli, videogiochi, attrazioni. Le camerette dei bambini traboccano di oggetti, dai peluches alle costruzioni, passando per la play station. Ma siamo sicuri che i bambini abbiano bisogno di nuovi giochi e nuove tecnologie?

Troppo giochi, ma si è perso lo spirito dell’avventura

Un giocattolo in sé non è sbagliato, non fa male. Anzi, può essere uno spunto per fantasticare, per vivere un’avventura. I bambini vivono di queste piccole avventure, sono l’elemento cruciale per favorire lo sviluppo della creatività e quindi una crescita armonica.

Il problema è che i bambini devono avere occasioni per poter creare, vivere avventure: ci devono essere delle condizioni che una camera piena di giocattoli o un videogioco non offrono. Non serve passare da un’attrazione all’altra, dai pony ai cavalieri in modo distratto, superficiale, a volte persino nevrastenico.

I bambini davanti alla tv si innervosiscono, non si rilassano. Questo perché non possono esercitare quella forza creativa che hanno e che dovrebbero usare. Paradossalmente, un campo di fieno è molto più utile. E’ uno spazio per creare, uno spazio da modellare.

I videogiochi costringono la creatività dentro uno schema: la fantasia deve piegarsi alle loro regole e diventano presto un gioco di abilità, di riflessi. Lo spazio aperto, la natura, un gruppo di bambini, al contrario, sono un ambiente noioso, che vuole essere trasformato in qualcosa di più divertente.

Come riportare l’avventura nella vita quotidiana?

Non è semplice, viviamo in un mondo complesso e quando si tenta di generalizzare inevitabilmente si commettono degli errori. Però, secondo noi ci sono due spunti su cui vale la pena lavorare:

1 – Annoiarsi: la noia è l’elemento che mette in moto la creatività; è la condizione da cui nasce, il concime per la fantasia. Avere troppi giocattoli non aiuta a divertirsi; al contrario: ci si trova immersi in un caleidoscopio di stimoli che alla fine disorientano. Meglio una camera essenziale, in cui l’arredamento è lasciato alla creatività dei piccoli. Meglio pochi giocattoli, meglio un ambiente che induca un po’ di noia: servirà ai bambini per fantasticare, socializzare, ritrovare lo spirito dell’avventura.

Di noia, ultimamente, stanno parlando tutti: stiamo cominciando ad accorgerci che una vita troppo piena non è sempre un bene. Anzi, non lo è quasi mai.

2 – Socializzare, crearsi delle amicizie e trascorrere il tempo con loro: vedere i bambini che trascorrono le loro giornate a guardare la tv, in branco, è desolante. E’ uno strumento, utile per giunta, ma inadeguato a un piccolo uomo in crescita, che ha bisogno di fare esperienze

Diceva un pedagogista che una generazione che cresce guardando la tv resterà eternamente bambina, nel senso deteriore del termine, perennemente imbambolata in un mondo fasullo. La creatività, al contrario, nasce dalla finzione ma diventa energia (e l’energia creativa può cambiare il mondo, è facile dimostrarlo).

Rimediare? Sì può: dopo aver ridotto giocattoli e cianfrusaglie all’essenziale, stimoliamo la socializzazione. Facciamo in modo che i bambini passino con i loro amici più tempo possibile. Due menti sono meglio di una e spesso si finisce per riscoprire l’avventura nel suo senso più profondo, da una corsa nel prato a un bel gioco di finzione.

Quelli che abbiamo dato sono solo due spunti, non una ricetta magica. Si potrebbe parlare dell’arte, dei rompicapo e degli indovinelli, dell’inventar storie. Secondo noi, e questa è un po’ una ricetta, di fronte a un problema (dobbiamo recuperare lo spirito dell’avventura) ciascuno deve sentirsi libero di risolverlo in modo creativo.

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Insegnare vuol dire far emergere la creatività

In questi giorni ci è capitato di vedere il video “A cloudy lesson“, un video di Yezi Xue del 2010 (chissà perché non lo avevamo mai visto prima!). Un cortometraggio di appena 2 minuti, che racconta, in modo speciale, di un nonno col suo nipotino.

La metafora, però, vale per qualsiasi insegnante; si potrebbe dire che è un cortometraggio che racconta cosa significa insegnare. C’è di più: sintetizza, con un tocco di magia, l’importanza del pensiero laterale.

Vi consigliamo davvero di prendervi due minuti. Sotto il video, le nostre riflessioni e un gioco-riflessione da fare in famiglia:

 

L’ERRORE NON È LA FINE: È UN NUOVO INIZIO

Siamo abituati a pensare negativamente al fallimento, eppure dagli errori sono nate tante grandi scoperte. Il panettone, la tarte tatin, forse anche la pizza margherita. E scusate se è poco. Il bravo insegnante non deve rinnegare il metodo, ma non lo deve nemmeno imporre come una verità di fede. Si impara anche, e soprattutto, dai propri errori, si innova uscendo dal seminato e guardando le cose da una differente angolazione (per questo vi consigliamo di approfondire il pensiero laterale).

Soprattutto, dovremmo insegnare, di fronte a un errore, a farci forza e guardare con più attenzione; spesso, con un po’ di fantasia, possiamo rimediare in modo magnifico.

SUPPORTARE È MEGLIO CHE SOPPORTARE

Quante volte capita di innervosirsi di fronte a un errore, di cominciare a sbuffare ed agitarsi? Il più delle volte vero? Questo tuttavia finirà per far agitare anche chi ci sta vicino. Vi ricordate quando, durante il corso di scuola guida, l’istruttore vi faceva una scenata? Ecco, è il modo migliore per mettere a disagio chi vi sta intorno; e per inciso, se la gente guida come guida, probabilmente è perché manca un po’ di sana didattica nell’insegnare tale disciplina.

L’atteggiamento positivo, non giudicante, aperto è il migliore. Supportate sempre chi sta imparando, anche quando sbaglia. Incentivatelo a fare meglio, a rimediare. Anche il silenzio è fondamentale: attraverso uno sguardo si può esprimere tanto comprensione quanto disapprovazione (e qui, ci rifacciamo ai nostri consigli per comunicare efficacemente).

PENSIAMO LATERALE

Il video è un inno al pensiero laterale. Tuttavia, tale schema mentale non è apprezzato dalla scuola e dal mondo dell’insegnamento. Paradossalmente, il mondo del lavoro lo richiede ma ci insegnano, da piccoli, a uniformarci e a pensare razionale.

Compito di chi educa e di chi insegna è tenere conto delle attitudini individuali, riuscire ad incanalare il pensiero laterale in modo virtuoso: non servirà ad imparare le tabelline, ma potrebbe inventare il modo per viaggiare nello spazio o di salvare la Terra dall’inquinamento. Anzi, secondo molti esperti l’evoluzione procede per soluzioni creative.

APPROFONDIMENTO: Creatività e pensiero laterale

GIOCHIAMO CON IL VIDEO

Siete pronti a mettervi alla prova? Ad imparare giocando? A sostenere una sfida creativa? Bene, guardate il video insieme ai bambini.

  • Quali sono le vostre impressioni?
  • Cosa ne pensano i piccoli?
  • Provate a pensare insieme all’ultima volta che avete combinato un pasticcio. Vi viene in mente una soluzione creativa come quella del bimbo di “A cloudy lesson“?
  • La prossima volta che qualcosa andrà storto, ripensate a questo video ed applicate la lezione!

 

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La mindfulness del ranocchio, per grandi e bambini

Vivere il presente, per essere più consapevoli. Conoscete la Mindfulness?

Sapete cos’è la Mindfulness? Probabilmente ne avete sentito parlare in uno dei molti blog tematici che popolano il web. Oggi ne parliamo brevemente, per ricollegarci al tema dell’attenzione e della concentrazione. Spesso notiamo come i bambini siano bombardati di stimoli: televisione, corsi, videogiochi, comunicazioni sempre più veloci.

In questo contesto così iper dinamico, diventa sempre più difficile non solo trovare il tempo per annoiarsi, ma anche la capacità di concentrarsi.
Facciamo fatica anche noi adulti a ritagliarci degli spazi per pensare, senza distrazioni. Perché allora non ispirarsi a questa metodologia, magari rivista in maniera più ludica, per riscoprire il valore del presente, il qui ed ora? Non vi stiamo svelando ricette magiche, ma qualche idea su cui riflettere, da applicare giocando. Anche perché, come ricordiamo sempre, il modo migliore per avere bambini sereni e concentrati è essere emotivamente presenti.

Mindfulness in pillole

Il termine Mindfulness viene dall’inglese e significa consapevolezza. Una descrizione classica ce la fornisce Jon Kabat-Zinn, tra i pionieri di questo approccio:

Mindfulness significa prestare attenzione, ma in un modo particolare:
– con intenzione
– al momento presente
– in modo non giudicante.

E’ un po’ quel che dicevamo all’inizio: si tratta di un modo per riscoprire la piena esperienza del momento. Grazie ad alcune tecniche, ci si può allenare a governare il flusso di pensieri e preoccupazioni, provando a vivere e a guardare il mondo con entusiasmo e soddisfazione.

Il motivo per cui oggi ne parliamo è che siamo profondamente convinti che, per educare alla  felicità, non serva solo il sorriso come raccontavamo ieri, ma anche la capacità di restare in contatto con le proprie sensazioni e ed sentimenti, anche quando sono spiacevoli, senza criticarsi perché si provano emozioni irrazionali o inappropriate.

Jon Kabat Zinn e la moglie hanno scritto un libro, tradotto in italiano “Il Genitore consapevole”, proprio per condividere la loro esperienza di genitori mindful. Lungi da voler fare un trattato su come diventarlo, vi proponiamo di seguito qualche semplice idea da provare in famiglia.

Non complichiamoci la vita

Rendere semplici le cose è una delle sfide più grandi. Lo diceva anche Bruno Munari (“Complicare è semplice, semplificare difficile”): siamo immersi in molteplici attività e pensieri. Per provare a dipanare la matassa e imparare a dare priorità alle cose importanti, proviamo a sentire le emozioni. Facciamoci aiutare dalla musica che ci piace, a volte vengono suggerite le campane tibetane, ma basta davvero un buon cd per rilassarsi e distaccarsi. Sarà più semplice dare linearità al pensiero.

Scopriamoci supereroi

Sviluppiamo i nostri super poteri, le abilità sensoriali che non conosciamo.

Un ottima palestra è la tavola: spesso mangiamo di fretta, senza gustare il cibo. Non diamo valore al momento conviviale. Proviamo a fare un esercizio: chiediamo ai bambini di concentrarsi e scoprire gli ingredienti della pappa che stanno mangiando, è un modo per focalizzare l’attenzione sui colori e sapori.

Il tempo della settimana: siamo sole o nuvola?

Durante la quotidianità proviamo emozioni molto diverse, quasi come il tempo che varia. Questo paragone può aiutare i bambini a pensare alle loro emozioni, senza identificarsi troppo con esse. Può anche diventare un gioco da fare in famiglia: realizzate un cartellone in cui tutti disegnano “L’umore del giorno”. 

Facciamo una camminata “consapevole”

A volte siamo talmente di fretta da non accorgerci dei particolari intorno a noi. Proviamo ad uscire con i bambini, quanto abbiamo un po’ di tempo: facciamo una “passeggiata mindful”, trasformandola in un gioco. Invitiamo i piccoli a focalizzare l’attenzione sull’ambiente (suoni, odori, colori …).
Poi dopo qualche minuto chiediamogli di provare a sentire cosa dice il loro corpo (“Sei tranquillo? Riesci a sentire il tuo cuoricino che batte?”).
Alterniamo la concentrazione su sensazioni esterne ed interne per prendere consapevolezza di sensazioni interne ed esterne.

Siete pronti? Sedetevi come il ranocchio

Grandi e piccini, per stare bene, hanno bisogno di più silenzio, e di meno stimoli. Un buon modo per sperimentare la meditazione è … sedersi come dei ranocchi. Ce lo racconta l’olandese Eline Snell, autrice del libro: “Siediti come un ranocchio: esercizi di mindfuness per bambini (e per i loro genitori)”.

Se volete provare, dimenticatevi per qualche minuto di televisione, Ipad, computer e trovate un luogo abbastanza tranquillo. Bene, ora fate i ranocchi per un minuto. Pensate all’animaletto che se ne sta lì, quasi immobile, respira e nota tutto.  Ma invece di farsi distrarre dalla prima cosa che gli viene in mente, conserva la sua energia per quando arriva qualcosa di davvero interessante.

Ecco, diventando un po’ ranocchio ogni giorno, impareremo la bellezza del presente.

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Il pensiero laterale

La creatività è una delle risorse che ciascuno di noi possiede per affrontare la vita. Non si tratta solo di saper disegnare, dipingere o suonare. Essere creativi significa superare la visione tradizionale del processo di risoluzione di un problema, aprendosi a nuove forme di ragionamento e prassi operative. Sembra paradossale, ma le buone scoperte, le vere intuizioni, non sono quasi mai figlie di schemi precostituiti, metodo, rigidità e precisione.

Lo osserviamo nella vita di tutti i giorni, dove capita di apprendere cose nuove in modo totalmente casuale oppure non voluto, mentre stiamo lavorando su altro. E’ molto importante non sottovalutare o banalizzare questo aspetto: la creatività è innata in ognuno di noi, ma spesso ci dimentichiamo di ascoltarla o la releghiamo nell’angolo degli hobby.

In realtà riscoprire il proprio essere creativi e trasmetterlo ai bambini sin dalla più tenera età serve a fare affiorare nuovi pattern di pensiero e a trovare strategie di problem solving davvero efficaci. Serve però allenare l’attitudine all’ascolto, l’osservazione, lo stupore: solo così, dal caos, emergerà una nuova prospettiva.

COS’È IL PENSIERO LATERALE

pensiero laterale

L’autore che, primo fra tutti, ha affrontato questo argomento si chiama Edward De Bono ed è uno psicologo maltese. Ne parla principalmente nella sua opera più nota, “Sei cappelli per pensare”, dove spiega che di fronte a un problema o una decisione, si è portati a usare contemporaneamente vari atteggiamenti di pensiero: quello logico, quello emotivo, quello creativo, ecc.

Nelle ricerca naturale di alternative si cerca il miglior approccio possibile, nella ricerca laterale si tenta di produrre il maggior numero possibile di alternative. Non si è alla ricerca del miglior approccio ma del maggior numero possibile di approcci differenti“.

Spesso però si genera solo una grande confusione, perché tendenzialmente un approccio prevale sugli altri, a seconda della personalità di ciascuno. L’originalità del pensiero di De Bono sta nel vedere i diversi modi di pensare come complementari e l’utilizzo del pensiero laterale come un plus creativo nella risoluzione dei problemi.

L’autore, per spiegare cosa intende, usa una metafora: quando pensiamo in modo verticale, è come se attaccassimo, una dietro l’altra, un certo numero di graffette, per realizzare una catena.

Pensare in modo laterale, al contrario, vuol dire aprire leggermente ognuna di quelle graffette, metterle in una bacinella e scuoterla fino a che, dal caos, non emergano nuove forme di legame. Non stiamo dicendo che bisogna lasciare tutto al caso: semplicemente, più il problema è complesso, più la soluzione innovativa si raggiunge guardando l’insieme da un’angolazione diversa, con l’obiettivo di superare l’empasse e trovare nuove prospettive.

Le modalità non convenzionali, creative, di affrontare un determinato problema si basano su un pensiero pre-logico che procede non in modo sequenziale, ma effettuando scarti laterali e balzi in avanti. Difficile da mettere in pratica? Meno di quanto sembri!

TECNICHE DI PENSIERO LATERALE

Spesso usiamo forme precostituite per inquadrare una criticità, basandoci su idee dominanti pre assimilate. Per sviluppare familiarità con il pensiero laterale, occorre isolare e combattere le ricorrenze e le idee forti, che rischiano di farci perdere preziose occasioni creative.

Se sei convinta/o di procedere bene seguendo un metodo, tipo studiare dieci pagine al giorno, prova a introdurre degli elementi di rottura, aprendo magari il libro a caso e dando un’occhiata. Accedere al pensiero laterale richiede passività e attenzione insieme.

Un aiuto grandissimo ci viene dalla noia, che ci permette di mantenere un occhio vigile, ma di permanere nel vuoto in attesa che qualcosa accasa. Di fronte a un problema per il quale non troviamo soluzione, mettiamoci nella forma mentis del pescatore: di fronte all’acqua, ad aspettare.

Prova anche tu: se sarai fortunata/o, non appena smetterai di pensare secondo i tuoi schemi, otterrai all’improvviso nuovi spunti di riflessione, che consentiranno alla mente di vedere la stessa cosa con occhio differente (come accade con l’umorismo, quando una stessa scena viene improvvisamente illuminata da una luce diversa).

IL GIOCO DEI SEI CAPPELLI

Nel libro di De Bono, ciascun cappello ha un colore differente e connotativo:

  • Cappello bianco: assenza di colore, indica neutralità. Con questo cappello ci si concentra sui dati di fatto.
  • Cappello rosso: il rosso suggerisce sentimenti, emozioni: si è autorizzati a dare libero sfogo alla emotività.
  • Cappello nero: il colore nero indica malinconia, pessimismo, quindi indica ciò che non si è fatto e che si sarebbe potuto fare.
  • Cappello giallo: è il colore della luce e dell’ottimismo, serve a individuare i benefici, i punti di forza di un’idea.
  • Cappello verde: il verde è il colore del prato, della fertilità, indica quindi la creatività. Si mette quando si vogliono cercare idee nuove e abbandonare il pensiero logico-razionale. Si usa il pensiero laterale.
  • Cappello blu: il colore del cielo e della calma. Serve a trarre conclusioni, definisce gli argomenti su cui indirizzare la conclusione.

Prova a giocare in questo modo: poniti di fronte a un problema; ad esempio una strada dissestata in cui è impossibile, a causa di un fosso, procedere. Ora immagina di essere un vigile, un automobilista, un ciclista, un gatto, un soldato, un mago (sono solo esempi, inventa ciò che preferisci).

La premessa è che un gruppo o un individuo contribuisce a risolvere un problema, solo se in grado di produrre idee nuove. Ora, immagina di impersonare via via i diversi personaggi e chiediti: “cosa farei se fossi …?”.

Questo è il primo passo per capire che a seconda di attitudini e vissuto, cambiano i punti di vista. Il secondo consiste nel chiedersi: in questi panni, come potrei risolvere al meglio la situazione? Il terzo: come posso convincere gli altri a seguirmi?

Ricapitolando:

0. Poniti un problema. Inventatelo.
1. Mettiti nei panni di un personaggio che ti ispira. Chiediti cosa faresti al suo posto.
2. Sempre nei panni del tuo personaggio, chiediti come risolveresti al meglio il problema.
3. Infine, come potresti convincere gli altri a seguirti e collaborare con te?

Nel porti la seconda domanda e la terza domanda, ricorda ciò che dice sempre Bill Gates: “Se si ha solo un martello, tutte le soluzioni avranno la forma di un chiodo”. Buon lavoro!

FONTI

  • E. De Bono, Creatività e pensiero laterale: Manuale di pratica della fantasia,

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