Blog

Rispetto significa amare e insegnare a farsi amare

Rispettare partendo dai piccoli gesti quotidiani e dalla reciprocità.

Amare è il verbo alla base di una crescita sana ed equilibrata e anche il fondamento di relazioni costruttive in famiglia. La disponibilità affettiva aumenta la motivazione, la fiducia, la serenità.

Tuttavia, perché l’amore incondizionato si declini a sua volta in amore “sano”, occorre insegnare a rispondere con gratitudine e rispetto.
Non basta amare i figli, ma occorre che anche loro imparino a dare qualcosa di sé nell’amore verso l’altro. E’ questa la base per amare (e farsi amare) nel modo giusto.

Non servono grandi gesti o opere titaniche: il rispetto si manifesta nei piccoli gesti quotidiani. Non solo nel “Buongiorno”, “Grazie”, “Per favore”, ovvero quelle paroline magiche che spesso vengono dimenticate o trascurate e che invece rappresentano i pilastri dell’interazione umana.
Ci riferiamo anche al non lasciar correre, per stanchezza o pigrizia, di fronte ad atteggiamenti irrispettosi. Sia dei genitori nei confronti dei bambini, sia viceversa.

Facciamo un esempio semplicissimo, ma molto calzante: quante volte vi è capitato di essere interrotti da vostro figlio mentre stavate parlando con un adulto?

A volte siamo portati a giustificare comportamenti “assillanti” per il fatto che si tratta di bambini. Eppure chiedere costantemente attenzione ed essere accontentati è il primo modo per non insegnare il rispetto: non è dando tutta l’attenzione, ogni volta che ci viene chiesta, che ameremo di più un figlio.

Alcuni atteggiamenti del bimbo vanno infatti arginati sia per evitare di “perdere il controllo” su di lui/lei, che per cominciare a trasmettergli la fondamentale nozione di “rispetto dell’altro”. Il rispetto dell’altro parte proprio dalla quotidianità: non interrompere due adulti che parlano, aspettare il proprio turno quando gioca, restare in fila con i compagni, ascoltare tutte le opinioni ed accettare il fatto che potranno essere differenti dalla nostra.

Rispetto è reciprocità: dobbiamo insegnare a rispettare e a farci rispettare. L’amore che viene dato è un dono, impreziosito dall’uso coerente che sapremo farne, amando a nostra volta senza condizioni, ma chiedendo rispetto.

Quanto detto vale sia quando il bambino interrompe continuamente le vostre conversazioni telefoniche che quando chiede costantemente l’attenzione e la presenza dei genitori.  E’ importante non sentirsi in colpa se si mettono paletti: stiamo gettando le basi per una personalità adulta più autonoma ed equilibrata.

La pazienza è un dono prezioso che va coltivato. Il vostro bimbo non riesce ad aspettare? Provate con la mindfulness, di cui abbiamo parlato in alcuni recenti approfondimenti.
Ci sono esercizi molto semplici da provare per insegnare a prendersi tempo e a concederlo.

Va detto poi che gli adulti rappresentano il libro scolastico per eccellenza, il punto di riferimento. Ecco allora che un prezioso “Aspetta, sto finendo di parlare” può rivelarsi un buon esempio da seguire. Se insegno ad aspettare, insegno il rispetto. “So che come io mi fermo e aspetto, qualcuno lo farà con me”.

Scopriamo la clessidra

Insegnare a un bambino che aspettare può portare risultati estremamente positivi è un primo passo verso il rispetto dei tempi nella conversazioni e la civiltà verso il prossimo. Come fare?

Un passatempo che può insegnare il valore, ma anche la semplicità dell’attesa è l’utilizzo di una clessidra. I bambini restano affascinati dalla sabbia che scorre e che li aiuta a comprendere che il tempo va più in fretta di quel che pensiamo. Provate a giocare con loro, usando il periodo di attesa per fare qualcosa, ad esempio finire una conversazione, riporre i panni stirati. Capiranno che, mentre aspettavano, hanno rispettato i vostri tempi, che anche voi avete bisogno di ritagliarvi degli spazi per parlare o fare. Rispettando voi, rispetteranno se stessi.

a cura di Alessia de Falco

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Insegnare a mangiare, lavarsi e vestirsi è ben più difficile che imboccare, lavare e vestire

“La madre che imbocca il bambino senza compiere lo sforzo per insegnargli a tenere il cucchiaio, non lo sta educando, lo tratta come un fantoccio. Insegnare a mangiare, a lavarsi, a vestirsi è un lavoro ben più difficile che imboccarlo, lavarlo e vestirlo”.

Questa frase, attribuita a Maria Montessori, ci aiuta a riflettere sul concetto di autonomia e su come, spesso, preferiamo un piccolo sforzo fisico, come allacciare le scarpe a un bambino o vestirlo per evitare la fatica, molto più impegnativa, di educare all’autonomia.

L’autonomia non è un semplice fatto di orgoglio: i bambini che sperimentano l’autonomia diventano più sicuri di sé, più intraprendenti e spesso migliorano notevolmente il loro rapporto col mondo. Perché? Semplicemente, perché si affrancano dalla necessità di avere una persona che faccia per loro, cominciando a superare gli ostacoli da sé. E scoprendo, lungo la strada, quanto è bello scavalcare questi ostacoli, quanto sia bella la sensazione della libertà.

Ma se sono di corsa posso allacciargli le scarpe?

Però poi, nella pratica, quello che i genitori si chiedono è: l’eccezione alla regola è dannosa oppure no?

Dipende. Dipende se l’eccezione è un po’ troppo frequente, dipende da come si gestiscono le non-eccezioni, in  linea di massima dipende dal modello educativo.

  • Cercate mai occasioni perché i bambini sperimentino l’autonomia?
  • Incoraggiate i bambini a far da sé, a provare e sbagliare oppure preferite fare al posto loro?
  • Gli avete insegnato ad allacciarsi le scarpe? E a tagliare la cotoletta?

Chiaramente, tre domande sul web non cambiano la vita, però possono innescare una riflessione importante.  Sapevate che esistono dei giochi progettati proprio per imparare ad allacciarsi le scarpe:

GIOCO DEI LACCI: acquistalo online

Naturalmente è semplice costruirne uno utilizzando una vecchia scatola di cartone e qualche laccio. Il fai da te è sempre un’opzione valida! Ma lo spunto è prezioso, soprattutto, per farci entrare nello spirito del far da sé, dell’educare il bambino ad affrontare le sfide imparando ad uscire dalla sua comfort zone.

Il primo passo per educare all’autonomia è pensare a quelle che potrebbero essere occasioni di autonomia e realizzarle. Un bel modo di essere genitori consapevoli, partendo da uno spunto in apparenza banale come il gioco dei lacci.

Facciamo una prova. Nel nostro manuale teorico-pratico per imparare a far da soli abbiamo incluso un po’ di spunti per riscoprire l’autonomia, in casa, fuori e a scuola. Provate con le attività domestiche:

Dare al bambino piccoli compiti, dalla sistemazione del letto alla pulizia del tavolo. Questi devono partire come giochi, mai imposti, ed essere incoraggiati dai genitori. Svolgere insieme un’attività in casa è l’ottimo! E’ bene evitare le sfide eccessive, ma dare sempre compiti che mettano alla prova il bambino. Deve riuscire, non deve annoiarsi.

SULL’AUTONOMIA: manuale teorico-pratico per insegnare ai bambini a far da sé 

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

“Non piangere!” è davvero la risposta giusta?

Lasciale andare, Lucia- disse la nonna chissà da dove.

Chi?

Le lacrime! A volte sembrano talmente tante che ci sentiamo affogare, ma non è così.

Pensi che un giorno smetteranno di uscire?

Ma certo! –rispose la nonna con un sorriso dolce – Le lacrime non restano a lungo, svolgono il proprio compito e poi continuano lungo la loro strada.

E qual è il loro compito?

Sono acqua, Lucia! Lavano e schiariscono … Come la pioggia. Tutto appare diverso dopo la pioggia …

Questo è un brano tratto da “La pioggia sa perché” di María Fernanda Heredia.

Lo riprendiamo oggi dal web per introdurre una brevissima riflessione operativa sulle emozioni. Ne abbiamo parlato tanto, sempre più convinti che si debba ascoltare il cuore e usare il linguaggio dell’empatia.

Spesso però non ci accorgiamo che è nei piccoli gesti che tutto questo “parlare” trova la sua concretizzazione. Per cui oggi ci focalizziamo su un caso “di ordinaria amministrazione familiare”: quante volte, dopo una caduta o un capriccio, diciamo: “Non piangere”?

E’ il nostro tentativo di confortare, anche se, forse inconsapevolmente, stiamo mandando un altro messaggio. Senza volerlo, incentiviamo il bambino a dire no alle proprie emozioni, gli insegniamo a non esprimere ciò che prova realmente. Piangendo non si risolverà nulla, lo sappiamo, ma chi lo ha detto che non sia un bene esternare, esprimere, “buttare fuori”?

L’importante è che tutto questo non sfoci nell’estremo opposto, nella completa perdita dell’autocontrollo. Come fare dunque?

Aiutiamo i bambini ad identificare il motivo del pianto: è il primo modo per canalizzare le emozioni.


Noi adulti, per primi, siamo “umani” e possiamo essere tristi o piangere … Anche se ormai siamo diventati grandi!

A prescindere dai motivi del pianto, è utile incentivare il bambino ad analizzare le origini del suo malessere, dandogli un nome: in questo modo lo aiuteremo a migliorare la riflessività in un momento in cui i suoi pensieri sono caotici ed è difficile interpretarli. E’ amore anche questo ed è il modo per far sì che le paure pian piano svaniscano.

Un aiuto, per gli adulti, viene dalla comunicazione. Perché non basta l’affetto, a volte serve dire le cose in modo tale che arrivino al cuore.
Vi lasciamo con le parole della psichiatra infantile Susan Isaacs, invitandovi a provare, in questo week end e, più in generale, nella vita di tutti i giorni.

Non basta l’affetto:

  1. non dire semplicemente “non fare questo”, se puoi aggiungere “ma fai quest’altro”;
  2. non chiamarli “capricci” quando si tratta solo di cose che disturbano;
  3. non interrompere qualsiasi cosa faccia il bambino senza preavviso;
  4. non “portare” a passeggio il bambino, ma va a passeggio “con” lui;
  5. non esitare a fare eccezioni alle regole;
  6. non prendere in giro il bambino e non fare dei sarcasmi, ridi “con” lui e non “di” lui;
  7. non fare mostra del bambino agli altri e non farne un giocattolo;
  8. non credere che il bambino capisca ciò che gli dici sol per il fatto che tu lo capisci;
  9. mantieni le tue promesse e non farne se sai di non poterle mantenere;
  10. non mentire e non sfuggire alle domande.

a cura di Alessia de Falco

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Cyberbullismo: e se il problema fossero i genitori?

Approda alla Camera il disegno di legge per la prevenzione del cyberbullismo. Un fenomeno in crescita, che coinvolge il 58% degli adolescenti (Portale Bambini, 2017). Un fenomeno che causa suicidi, abbandoni scolastici, che rischia di segnare giovani vite a causa della scarsa attenzione che prestiamo alla nostra comunicazione. Titola Il Sole 24ore:

Cyberbullismo, il ministro Fedeli: «Linee guida alle scuole per prevenzione e aiuto»

Ebbene sì, è arrivato finalmente un intervento volto a porre freno al fenomeno del cyberbullismo, dilagante nelle scuole e nelle camerette di ragazzi (anche giovanissimi), di tutto il mondo. Tuttavia, non siamo convinti che il problema si risolva tra le mura delle scuole.

Ma se la responsabilità non fosse della scuola?





Purtroppo, in un mondo che vive di media e popolarità, dire qualcosa di scomodo ai/sui genitori è pericoloso. La scuola, spesso, diventa il nemico comune contro cui scagliarsi, su Facebook come al bar: è arretrata, gestita da incompetenti, rovina i nostri bellissimi bambini. Talvolta le critiche sono condivisibili, ma in altri casi proprio no. Come sul tema del cyberbullismo. In questo caso, la grande responsabilità è – secondo noi – dei genitori, che si disenteressano in modo massiccio all’argomento.

Ed ecco alcune evidenze: è da più di un anno che parliamo di cyberbullismo e di un argomento strettamente correlato, la media education. Perché, diciamolo: non si possono evitare le leggerezze sul web se non sappiamo usarlo consapevolmente. Le nostre riflessioni sono passate sotto silenzio, con numeri che ci hanno fatto riflettere. Perché a fronte di decine di migliaia di lettori per gli spunti sull’empatia e sulla felicità il cyberbullismo si è fermato a numeri nell’ordine delle decine? E’ assurdo. Abbiamo anche pensato che fosse nostro l’errore: un errore di comunicazione, un errore nei toni o nel taglio dato agli articoli.

Poi però, confrontandoci con associazioni e colleghi online, abbiamo capito che il male è comune: parlare di cyberbullismo è altamente impopolare, inutile nella misura in cui le famiglie non partecipano, non hanno il coraggio di esserci, di dire la loro. Non tutte: come sempre non vogliamo generalizzare; ci saranno qua e là iniziative lodevoli, circoli di genitori consapevoli. Noi, purtroppo, non li abbiamo incontrati.

Di più: sono gli stessi dirigenti scolastici a sostenere la difficoltà di informare i genitori: l’81% minimizza il fenomeno (Il Sole 24ore, 2017).

Quindi, il problema è la prospettiva

Non è un problema di leggi, di prevenzione. E’ un problema di prospettiva, di interesse e cultura. Finché non saranno i genitori i primi a comprendere il potenziale pericolo costituito da web, ad ammettere che il rischio c’è ed è molto concreto, finché il cyberbullismo rimarrà “roba da esperti, da pedagogisti che devono scaldare una sedia a qualche convegno” non potremo aspettarci grandi risultati.

Peraltro, come si può insegnare a bambini e ragazzi il “rispetto digitale” se siamo noi adulti i primi a scagliarci con violenza contro gli altri in rete? Basta visitare le pagine di qualche noto personaggio politico o televisivo per trovare le offese più pesanti, candidamente inviate alla luce del sole. Ecco il problema: se i genitori non rispettano, non possono pretendere il rispetto dai/dei piccoli.

Dobbiamo riuscire ad innescare un processo, a far sì che siano le famiglie a muoversi: la scuola, da sola, non ha speranza. Come? Lo chiediamo a voi! Noi, prossimamente, raccoglieremo tutte le buone pratiche e gli articoli già scritti all’interno di un dossier, con l’intenzione di offrire uno strumento completo e fruibile a chi cerca informazioni. Però, ci servono partecipazione e sostegno: ci serve che tutti i nostri lettori ci mettano la faccia, accanto alla nostra.



a cura di Matteo Princivalle

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Dobbiamo essere genitori, non amici dei nostri figli!

Molte volte si cade nell’errore di voler essere amici dei propri figli. Forse è una cosa che non notiamo così spesso quando sono piccoli, mentre è più evidente durante la crescita. Di per sé, cercare la confidenza, il dialogo con un figlio, è legittimo e doveroso. Per supportarli e renderli autonomi, è necessario il confronto.

La difficoltà nasce quando si confondono i ruoli: i genitori non devono trasformarsi in poliziotti, psicologi o tantomeno amici.

Ai figli servono argini, direzione e limiti: mancano spesso, questi elementi, al mondo d’oggi. E’ più semplice giustificare, non vedere, spesso non accettare il proprio ruolo. Ed è così che si finisce per ostacolare il figlio, che deve potersi aprire all’esterno, creando relazioni fuori della cerchia familiare e trovando aiuto e comprensione nel ‘gruppo’, ovvero tra i coetanei.

E’ un percorso che incomincia da bambini, per poi articolarsi durante l’adolescenza, dove si esasperano fisiologicamente atteggiamenti di opposizione, rifiuto e ribellione. E’ una tappa obbligata della crescita, cui però possiamo arrivare preparati.

Come? Insegnando a dire no e ad ascoltare chi ci dice no. Le regole e i limiti sono preziosi, nella misura in cui sono costruttivi. Il dialogo con un figlio serve a fargli capire che ci sono cose che può fare e cose che non può fare, a partire dalla più tenera età, per arrivare all’adolescenza.

Un bambino che ha capito che una squadra, la famiglia in questo caso, ha delle regole, basate sulla fiducia e il rispetto, sarà un giovane adulto più forte, più capace di reagire alle intemperie della vita. Di questo che hanno bisogno per crescere tutelati da situazioni pericolose.

Sono tragici i fatti che spesso leggiamo, protagonisti ragazzi fragili che si tolgono la vita perché incapaci di sopportare il peso delle difficoltà. Possiamo evitarlo, tutti noi. Non c’è un modo unico: se vivessimo in un mondo ideale e se ci fosse un segreto per educare i figli senza problemi, ci faremmo domande. Purtroppo non esistono manuali d’istruzione, anche perché ognuno di noi è diverso dagli altri: non ci sono figli sbagliati e neanche figli colpevoli, magari solo immaturi. E soprattutto il genitore perfetto non esiste.

Rendiamoci però conto che occorre recuperare dei ruoli all’interno della famiglia, per essere al fianco dei nostri figli. Non possiamo lasciarli soli, nè dobbiamo soffocarli. E’ un equilibrio precario, perché spesso i primi ad essere fragili sono le mamme e i papà. Bene, arrivati a questo punto, vi chiediamo di valorizzare quanto più possibile la comunicazione. Bastano tre frasi per cominciare e la voglia di ascoltare le risposte:

Come ti senti?

Che succede?

Cosa posso fare?

Potrà capitarvi il silenzio, ma non spaventatevi. In quel caso spesso la mano su una spalla, una carezza, fanno più di mille parole. E come sempre, un esercizio: stavolta di equilibrio!

In equilibrio

Per ricordarci che siamo in bilico tra il fare troppo e il fare troppo poco, così come tra il dire troppo ed il dire troppo poco, riscopriamo gli esercizi di equilibrio. Ovviamente stiamo pensando a bambini, ma è il modo migliore per approcciare l’argomento, con semplicità, nella speranza che crescendo lo ricordino. Allora, proviamo così.

Possiamo fare un semplice gioco di movimento, ideale per intrattenere un gruppo di bimbi (ma va bene anche per  un singolo bimbo, anche se meno divertente ed interattivo) all’aperto o in casa.Per prima cosa, invitate tutti a formare un cerchio, poi date ad alta voce una serie di indicazioni come camminare, correre piano o saltare. Improvvisamente, a sorpresa e, a ogni giro in modo più veloce, chiedete ai bimbi di cambiare senso di marcia o di fermarsi: al terzo errore, il giocatore viene eliminato, e vince chi resta per ultimo.

Le varianti sono numerose: si può aggiungere la musica impartendo, per esempio, i comandi a ritmo o creare un piccolo percorso a ostacoli al posto del cerchio. Perché fare questo? Per ricordarsi che la vita cambia, ma che, se si ascolta chi ci sta intorno, un equilibrio lo si trova, magari girando su se stessi, o capitombolando in terra, ma sempre senza perdere i punti di riferimento.

a cura di Alessia de Falco

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Caviardage: un processo di poesia creativa

caviardage tecnica

COS’È IL CAVIARDAGE?

Il caviardage è una processo creativo. Consiste nella realizzazione di una poesia a partire da una pagina scritta, annerendo le parole considerate “inutili” e decorando in vario modo la stessa pagina.

Caviardage viene etimologicamente dalla parola francese “caviar” (caviale), in pratica “annerire”. In origine, questa tecnica era utilizzata a fini di censura, annerendo le parole considerate “scomode”.
Il senso del caviardage è costruire un proprio componimento partendo dal testo di un libro o di un romanzo (ma anche un racconto o una filastrocca), si anneriscono le parti che non servono e si mettono in evidenza solo le parole che per noi o per i bambini costruiscono un senso.

CAVIARDAGE IN CLASSE

Il caviardage – sorpresa! – è un processo ideale per coinvolgere bambini e ragazzi in un laboratorio didattico. Si può usare per rilassarsi, per sperimentare colori e tecniche di pittura ma anche, per gli insegnanti più creativi, come strumento complementare delle lezioni.
Immaginate una lezione di storia, con compito a casa: realizzate una pagina di caviardage con un vostro pensiero sugli argomenti che abbiamo trattato. Sì, l’esempio è un tantino balengo ma la fantasia di ciascuno saprà interpretarlo.

Inoltre, è uno strumento squisitamente anarchico: permette di vedere la pagina stampata sotto una luce diversa dal solito e soprattutto, è alimentato da un non-metodo che lascia spazio alla fantasia e alla creatività più spontanea.

NON SOLO FOGLI PER FARE POESIA

Si tratta di un bell’esercizio di scrittura creativa con cui potete riempire un vero e proprio libro. Perché non recuperate un vecchio volumetto da buttare e, poco alla volta, non lavorate ciascuna delle sue pagine col caviardage? L’unico limite di questa tecnica creativa è la vostra fantasia.

  • Puoi fare caviardage unicamente con una pagina di testo e un pennarello nero
  • Puoi aggiungerci i colori
  • Perchè no, il collage
  • E poi le tempere
  • Ci sono tanti esempi bellissimi realizzati con perline, sabbia, glitter

In questo modo trasformerai la pagina scritta in una vera e propria cartolina tattile, che potrà essere esplorata utilizzando non solo la vista ma anche il tatto. Secondo numerosi pedagogisti le esperienze tattili sono fondamentali nello sviluppo del bambino. Tra i sostenitori delle attività di questo tipo troviamo Maria Montessori e Bruno Munari, tanto per citare due nomi “grossi”.

Perché allora non realizzi, in un angolo della classe, un cespuglio del caviardage, a cui appendere tutte le creazioni dei più piccoli?

IN CERCA DI EMOZIONI

caviardage illustrato con poesia sulla pace

Che sia un testo d’autore o un esercizio di immaginazione, l’arte è sempre uno strumento potente per far emergere le proprie emozioni ( e anche la poesia) e fissarle alle nostre esperienze. Puoi utilizzare questa tecnica, così come il resto della found poetry, per stimolare discussioni e riflessioni spontanee. Così, un momento di poesia si trasformerà magicamente in una lezione di educazione emotiva.

APPROFONDIMENTI

Una volta che si comincia a fare caviardage questo diventa più di un semplice passatempo: l’arte postale finisce per ritagliarsi uno spazio speciale nel cuore degli artisti.

Tina Festa, ideatrice e sviluppatrice del METODO CAVIARDAGE, ha scritto un libro completo sull’argomento, sulle altre tecniche di found poetry e sulla scrittura creativa. E’ un manuale per aprire il cuore alla bellezza e per approfondire le tecniche artistiche necessarie per dar vita a un piccolo capolavoro.

libro sul caviardage di tina festa

CAVIARDAGE. CERCA LA POESIA NASCOSTA: manuale di Tina Festa.

Lo consigliamo soprattutto agli insegnanti che desiderano portare il caviardage in classe: c’è tutto il necessario per imparare ad allestire un laboratorio coinvolgente.

Recentemente il METODO CAVIARDAGE è stato brevettato ed è possibile seguire appositi corsi di formazione. Questo significa che nessun artista potrà allestire laboratori proponendoli come “metodo caviardage” senza essere registrato nell’elenco apposito. Potete trovare tutte le informazioni utili sul sito: https://www.caviardage.it

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.