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RISCOPRIAMO L’AMICIZIA

Amicizia e condivisione: riscopriamo l’importanza dei piccoli gesti a tavola e nel gioco. Per ricordarci che non siamo mai soli.

La felicità è reale solo quando è condivisa. Ci avevate mai pensato? Gioire in compagnia degli altri è diverso e meno soddisfacente che restare soltanto in compagnia di noi stessi. Oggi parliamo di amicizia e di condivisione. E’ abbastanza implicito in quello che scriviamo l’idea che si cresca insieme. Ci crediamo fortemente, da sempre.

L’amicizia resta uno dei valori fondamentali da sviluppare nell’educazione dei bambini, soprattutto in un mondo dove spesso la compagnia di un fratellino è ormai un privilegio di pochi. Lo dicono le favole e lo ribadiamo anche noi: chi trova un amico, trova un tesoro.

Affianchiamo i bambini nella scoperta di questa magia, insegniamogli a capire che un buon amico può esserlo per sempre e che è importante coltivare l’amicizia, giorno dopo giorno, al parco, a scuola, a casa, ma anche da lontano.

I GENITORI, CON LE LORO AMICIZIE, SONO UN ESEMPIO

Oggi i trasferimenti di lavoro, gli impegni quotidiani sempre più intensi, rendono meno facili i rapporti duraturi nel tempo: a volte non conosciamo nemmeno i bimbi che vivono al piano di sopra!

Non sarebbe bello riscoprire la quotidianità, oltre alla convivenza a scuola? Aprirsi all’altro significa rendere il proprio universo più ricco, perché nel confronto, in positivo o negativo, si scopre sempre qualcosa di nuovo.

Condividere significa “andare con”, conoscere la vicinanza e l’empatia, perdonare, riprendere l’amicizia anche nella distanza. In una società in cui spesso ci ritroviamo a camminare da soli, chiudendoci in noi stessi, è importante coltivare questa rete preziosa.

I genitori come sempre possono essere d’esempio, stimolando i piccoli ad aprirsi all’altro, senza focalizzarsi esclusivamente su se stessi.

COACHING CREATIVO E SPUNTI DI RIFLESSIONE

Non è difficile, se proviamo a lasciarci ispirare dal buon senso. Innanzitutto, non forziamo alla condivisione, ricordando che ognuno di noi è diverso dagli altri e ha i suoi tempi. Se il vostro bambino è un po’ timido, incoraggiatelo a partecipare a giochi di gruppo, ma non criticatelo se non dovesse aver voglia. La collaborazione e le abilità sociali si costruiscono nel tempo.

Lodate il bimbo che presta i suoi giochi senza ritrosia e create degli spazi di condivisione a casa. Una merenda in compagnia è un ottimo momento per allenarci, così come il porsi in modo empatico verso gli altri, adulti o bambini che siano: un “Perché sei triste?” è un dono prezioso, la base di un rapporto duraturo.

Ecco due idee per riscoprire amicizia e condivisione:

  • Un buon momento per riflettere sull’importanza della condivisione, portandola dalla famiglia nei rapporti di amicizia, è la tavola. Pensate, mentre mangiamo tutti insieme abbiamo la più grande palestra di empatia a portata di mano, spesso senza accorgercene. E’ rimasto solo un pezzo di torta? Non resta altro che condividerla. Chiedete al bambino se ha voglia di farlo, ne sarà sicuramente stimolato e si sentirà importante, passando un pezzettino a ognuno di voi.
  • Anche giocando insieme si può riflettere sul dono dell’amicizia. Quello che proponiamo di seguito è un esempio, realizzabile con un gruppo di bambini e si chiama “Il gioco della ragnatela”. Chiediamo ai piccoli di sedersi in cerchio per terra. Diamo un gomitolo di lana o cotone colorato a uno di loro e chiediamo di passarlo ad un altro bimbo che, tenendo il filo ben teso, dovrà fare lo stesso con gli amici seduti. Pian piano si formerà una grande ragnatela che mostra concretamente il filo dell’affetto che ci lega. E’ bello anche progettare prima la trama del disegno, magari disegnando i punti del cerchio su carta e gli incroci del filo. Per fissare nella memoria l’esercizio, può essere utile scrivere su un foglio il nome dei bimbi, così come sono disposti nel cerchio, collegandoli graficamente a seconda del percorso della ragnatela. Al termine si può fotocopiare il disegno, consegnandone una copia ad ogni bambino ed invitandolo a decorarlo secondo la sua fantasia.

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Mindfulness e pensiero positivo

I sogni sono una cosa seria. Che significa? Vuol dire che non dobbiamo mai perdere la speranza e credere in ciò che facciamo. Fa bene a noi, ma anche ai bimbi che ci vedono come un esempio.

Certo, non è così semplice: la vita è fatta di alti e bassi e non sempre va come dovrebbe. Mai abbattersi di fronte a una difficoltà, mai dirsi “non ce la farò”. E’ un atteggiamento controproducente, che ci porta ad affrontare con meno energia le sfide e, anche, con minore consapevolezza dei nostri talenti.

Così facendo, rischiamo, a causa di scarsa autostima o automotivazione, di perdere l’opportunità di crescere e di cogliere gli stimoli dell’ambiente circostante. Abbiamo parlato di recente del pensiero positivo e anche della mindfulness. Ma, forse, non abbiamo sottolineato quanto questi due ambiti siano collegati.

Ricordiamoci sempre che pensieri ed emozioni interagiscono, in un rapporto bidirezionale di reciproca influenza. Allo stesso tempo, pensieri ed emozioni non possono essere mai controllati completamente anzi, farlo in maniera rigida comporterebbe un danno.

Portare positività nella propria vita significa anche focalizzare l’attenzione sul presente, proprio come ci insegna la mindfulness, Rimuginare sul passato o angustiarsi per il futuro è estremamente controproducente, anche in azienda.  Per essere positivi occorre acquisire consapevolezza dei propri pensieri, qualsiasi essi siano.

Nella frenesia del quotidiano, la nostra mente si comporta come nella metafora della scimmia: i pensieri si spostano di qua e di là, in modo distratto, come se balzassero di ramo in ramo. L’ideale è rifocalizzarsi su ciò che accade nel qui ed ora. Non andremo a spiegarvi in dettaglio le tecniche per aumentare la consapevolezza, come ad esempio la meditazione o il lavoro sul respiro.

Vi offriremo piuttosto alcune indicazioni molto semplici, basate sul buon senso, per “rifocalizzarvi”, nella speranza di aiutarvi a trovsare quel pizzico di pensiero positivo in più che serve nelle difficoltà e che aiuta ad essere un esempio di energia ed ottimismo anche davanti ai bimbi.

Imparate a volervi bene, curando corpo e mente





Curare il corpo, oltre che la mente, aiuta tanto. Evitiamo di trascurarci, per fretta o pigrizia. Riscopriamo un pranzo con calma, magari la domenica e due chiacchiere senza fretta.

Focalizzatevi sul bicchiere mezzo pieno

Di fronte alle difficoltà, ricordiamo sempre che ciascuno di noi è speciale.

In India dicono “Se vedi tutto grigio, sposta l’elefante”.  Proviamo a fare lo sforzo di pensare alle cose belle che abbiamo: ve lo assicuriamo, sono moltissime!

Cercate la compagnia di persone positive

Le chiamano persone tossiche: ecco, quelli che si lamentano sempre, che ci usano come “pattumiera personale”, vanno evitati o, quantomeno, “presi a piccole dosi”.
Se siete circondati da persone apatiche, scontente, svogliate, non lasciatevi influenzare. E’ difficile da credere, ma esistono sempre degli elementi positivi su cui focalizzare la nostra attenzione.

Siate sempre curiosi della vita

Pensare di sapere ormai tutto è un errore comune ma deleterio. Cediamo, anche da adulti, al potere della fantasia, lasciandoci affascinare dal nuovo, da ciò che non conosciamo. I bambini sono un ottimo esempio; imitiamoli nell’entusiamo della scoperta, del chiedersi perché, del sorridere. Manteniamo la curiosità e portiamo le nostre passioni nella vita di tutti i giorni, anche quando ci appaiono sciocche ed infantili.

DOVE APPROFONDIRE? Provate a leggere Crescere con la mindfulness. Guida per bambini (e adulti) sotto pressione.

Infine, non dimentichiamo la cosa più importante: restiamo sempre noi stessi, senza cercare di compiacere gli altri a tutti i costi. E’ la prima regola del pensiero positivo e la più importante da trasmettere ai bambini. Manifestando con rispetto le proprie idee senza mai abbandonare il senso critico e l’obiettività, riusciremo ad infondere equilibrio e serenità a noi, ma anche ai più piccoli.



a cura di Alessia de Falco

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Rispetto significa amare e insegnare a farsi amare

Rispettare partendo dai piccoli gesti quotidiani e dalla reciprocità.

Amare è il verbo alla base di una crescita sana ed equilibrata e anche il fondamento di relazioni costruttive in famiglia. La disponibilità affettiva aumenta la motivazione, la fiducia, la serenità.

Tuttavia, perché l’amore incondizionato si declini a sua volta in amore “sano”, occorre insegnare a rispondere con gratitudine e rispetto.
Non basta amare i figli, ma occorre che anche loro imparino a dare qualcosa di sé nell’amore verso l’altro. E’ questa la base per amare (e farsi amare) nel modo giusto.

Non servono grandi gesti o opere titaniche: il rispetto si manifesta nei piccoli gesti quotidiani. Non solo nel “Buongiorno”, “Grazie”, “Per favore”, ovvero quelle paroline magiche che spesso vengono dimenticate o trascurate e che invece rappresentano i pilastri dell’interazione umana.
Ci riferiamo anche al non lasciar correre, per stanchezza o pigrizia, di fronte ad atteggiamenti irrispettosi. Sia dei genitori nei confronti dei bambini, sia viceversa.

Facciamo un esempio semplicissimo, ma molto calzante: quante volte vi è capitato di essere interrotti da vostro figlio mentre stavate parlando con un adulto?

A volte siamo portati a giustificare comportamenti “assillanti” per il fatto che si tratta di bambini. Eppure chiedere costantemente attenzione ed essere accontentati è il primo modo per non insegnare il rispetto: non è dando tutta l’attenzione, ogni volta che ci viene chiesta, che ameremo di più un figlio.

Alcuni atteggiamenti del bimbo vanno infatti arginati sia per evitare di “perdere il controllo” su di lui/lei, che per cominciare a trasmettergli la fondamentale nozione di “rispetto dell’altro”. Il rispetto dell’altro parte proprio dalla quotidianità: non interrompere due adulti che parlano, aspettare il proprio turno quando gioca, restare in fila con i compagni, ascoltare tutte le opinioni ed accettare il fatto che potranno essere differenti dalla nostra.

Rispetto è reciprocità: dobbiamo insegnare a rispettare e a farci rispettare. L’amore che viene dato è un dono, impreziosito dall’uso coerente che sapremo farne, amando a nostra volta senza condizioni, ma chiedendo rispetto.

Quanto detto vale sia quando il bambino interrompe continuamente le vostre conversazioni telefoniche che quando chiede costantemente l’attenzione e la presenza dei genitori.  E’ importante non sentirsi in colpa se si mettono paletti: stiamo gettando le basi per una personalità adulta più autonoma ed equilibrata.

La pazienza è un dono prezioso che va coltivato. Il vostro bimbo non riesce ad aspettare? Provate con la mindfulness, di cui abbiamo parlato in alcuni recenti approfondimenti.
Ci sono esercizi molto semplici da provare per insegnare a prendersi tempo e a concederlo.

Va detto poi che gli adulti rappresentano il libro scolastico per eccellenza, il punto di riferimento. Ecco allora che un prezioso “Aspetta, sto finendo di parlare” può rivelarsi un buon esempio da seguire. Se insegno ad aspettare, insegno il rispetto. “So che come io mi fermo e aspetto, qualcuno lo farà con me”.

Scopriamo la clessidra

Insegnare a un bambino che aspettare può portare risultati estremamente positivi è un primo passo verso il rispetto dei tempi nella conversazioni e la civiltà verso il prossimo. Come fare?

Un passatempo che può insegnare il valore, ma anche la semplicità dell’attesa è l’utilizzo di una clessidra. I bambini restano affascinati dalla sabbia che scorre e che li aiuta a comprendere che il tempo va più in fretta di quel che pensiamo. Provate a giocare con loro, usando il periodo di attesa per fare qualcosa, ad esempio finire una conversazione, riporre i panni stirati. Capiranno che, mentre aspettavano, hanno rispettato i vostri tempi, che anche voi avete bisogno di ritagliarvi degli spazi per parlare o fare. Rispettando voi, rispetteranno se stessi.

a cura di Alessia de Falco

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Insegnare a mangiare, lavarsi e vestirsi è ben più difficile che imboccare, lavare e vestire

“La madre che imbocca il bambino senza compiere lo sforzo per insegnargli a tenere il cucchiaio, non lo sta educando, lo tratta come un fantoccio. Insegnare a mangiare, a lavarsi, a vestirsi è un lavoro ben più difficile che imboccarlo, lavarlo e vestirlo”.

Questa frase, attribuita a Maria Montessori, ci aiuta a riflettere sul concetto di autonomia e su come, spesso, preferiamo un piccolo sforzo fisico, come allacciare le scarpe a un bambino o vestirlo per evitare la fatica, molto più impegnativa, di educare all’autonomia.

L’autonomia non è un semplice fatto di orgoglio: i bambini che sperimentano l’autonomia diventano più sicuri di sé, più intraprendenti e spesso migliorano notevolmente il loro rapporto col mondo. Perché? Semplicemente, perché si affrancano dalla necessità di avere una persona che faccia per loro, cominciando a superare gli ostacoli da sé. E scoprendo, lungo la strada, quanto è bello scavalcare questi ostacoli, quanto sia bella la sensazione della libertà.

Ma se sono di corsa posso allacciargli le scarpe?

Però poi, nella pratica, quello che i genitori si chiedono è: l’eccezione alla regola è dannosa oppure no?

Dipende. Dipende se l’eccezione è un po’ troppo frequente, dipende da come si gestiscono le non-eccezioni, in  linea di massima dipende dal modello educativo.

  • Cercate mai occasioni perché i bambini sperimentino l’autonomia?
  • Incoraggiate i bambini a far da sé, a provare e sbagliare oppure preferite fare al posto loro?
  • Gli avete insegnato ad allacciarsi le scarpe? E a tagliare la cotoletta?

Chiaramente, tre domande sul web non cambiano la vita, però possono innescare una riflessione importante.  Sapevate che esistono dei giochi progettati proprio per imparare ad allacciarsi le scarpe:

GIOCO DEI LACCI: acquistalo online

Naturalmente è semplice costruirne uno utilizzando una vecchia scatola di cartone e qualche laccio. Il fai da te è sempre un’opzione valida! Ma lo spunto è prezioso, soprattutto, per farci entrare nello spirito del far da sé, dell’educare il bambino ad affrontare le sfide imparando ad uscire dalla sua comfort zone.

Il primo passo per educare all’autonomia è pensare a quelle che potrebbero essere occasioni di autonomia e realizzarle. Un bel modo di essere genitori consapevoli, partendo da uno spunto in apparenza banale come il gioco dei lacci.

Facciamo una prova. Nel nostro manuale teorico-pratico per imparare a far da soli abbiamo incluso un po’ di spunti per riscoprire l’autonomia, in casa, fuori e a scuola. Provate con le attività domestiche:

Dare al bambino piccoli compiti, dalla sistemazione del letto alla pulizia del tavolo. Questi devono partire come giochi, mai imposti, ed essere incoraggiati dai genitori. Svolgere insieme un’attività in casa è l’ottimo! E’ bene evitare le sfide eccessive, ma dare sempre compiti che mettano alla prova il bambino. Deve riuscire, non deve annoiarsi.

SULL’AUTONOMIA: manuale teorico-pratico per insegnare ai bambini a far da sé 

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“Non piangere!” è davvero la risposta giusta?

Lasciale andare, Lucia- disse la nonna chissà da dove.

Chi?

Le lacrime! A volte sembrano talmente tante che ci sentiamo affogare, ma non è così.

Pensi che un giorno smetteranno di uscire?

Ma certo! –rispose la nonna con un sorriso dolce – Le lacrime non restano a lungo, svolgono il proprio compito e poi continuano lungo la loro strada.

E qual è il loro compito?

Sono acqua, Lucia! Lavano e schiariscono … Come la pioggia. Tutto appare diverso dopo la pioggia …

Questo è un brano tratto da “La pioggia sa perché” di María Fernanda Heredia.

Lo riprendiamo oggi dal web per introdurre una brevissima riflessione operativa sulle emozioni. Ne abbiamo parlato tanto, sempre più convinti che si debba ascoltare il cuore e usare il linguaggio dell’empatia.

Spesso però non ci accorgiamo che è nei piccoli gesti che tutto questo “parlare” trova la sua concretizzazione. Per cui oggi ci focalizziamo su un caso “di ordinaria amministrazione familiare”: quante volte, dopo una caduta o un capriccio, diciamo: “Non piangere”?

E’ il nostro tentativo di confortare, anche se, forse inconsapevolmente, stiamo mandando un altro messaggio. Senza volerlo, incentiviamo il bambino a dire no alle proprie emozioni, gli insegniamo a non esprimere ciò che prova realmente. Piangendo non si risolverà nulla, lo sappiamo, ma chi lo ha detto che non sia un bene esternare, esprimere, “buttare fuori”?

L’importante è che tutto questo non sfoci nell’estremo opposto, nella completa perdita dell’autocontrollo. Come fare dunque?

Aiutiamo i bambini ad identificare il motivo del pianto: è il primo modo per canalizzare le emozioni.


Noi adulti, per primi, siamo “umani” e possiamo essere tristi o piangere … Anche se ormai siamo diventati grandi!

A prescindere dai motivi del pianto, è utile incentivare il bambino ad analizzare le origini del suo malessere, dandogli un nome: in questo modo lo aiuteremo a migliorare la riflessività in un momento in cui i suoi pensieri sono caotici ed è difficile interpretarli. E’ amore anche questo ed è il modo per far sì che le paure pian piano svaniscano.

Un aiuto, per gli adulti, viene dalla comunicazione. Perché non basta l’affetto, a volte serve dire le cose in modo tale che arrivino al cuore.
Vi lasciamo con le parole della psichiatra infantile Susan Isaacs, invitandovi a provare, in questo week end e, più in generale, nella vita di tutti i giorni.

Non basta l’affetto:

  1. non dire semplicemente “non fare questo”, se puoi aggiungere “ma fai quest’altro”;
  2. non chiamarli “capricci” quando si tratta solo di cose che disturbano;
  3. non interrompere qualsiasi cosa faccia il bambino senza preavviso;
  4. non “portare” a passeggio il bambino, ma va a passeggio “con” lui;
  5. non esitare a fare eccezioni alle regole;
  6. non prendere in giro il bambino e non fare dei sarcasmi, ridi “con” lui e non “di” lui;
  7. non fare mostra del bambino agli altri e non farne un giocattolo;
  8. non credere che il bambino capisca ciò che gli dici sol per il fatto che tu lo capisci;
  9. mantieni le tue promesse e non farne se sai di non poterle mantenere;
  10. non mentire e non sfuggire alle domande.

a cura di Alessia de Falco

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Cyberbullismo: e se il problema fossero i genitori?

Approda alla Camera il disegno di legge per la prevenzione del cyberbullismo. Un fenomeno in crescita, che coinvolge il 58% degli adolescenti (Portale Bambini, 2017). Un fenomeno che causa suicidi, abbandoni scolastici, che rischia di segnare giovani vite a causa della scarsa attenzione che prestiamo alla nostra comunicazione. Titola Il Sole 24ore:

Cyberbullismo, il ministro Fedeli: «Linee guida alle scuole per prevenzione e aiuto»

Ebbene sì, è arrivato finalmente un intervento volto a porre freno al fenomeno del cyberbullismo, dilagante nelle scuole e nelle camerette di ragazzi (anche giovanissimi), di tutto il mondo. Tuttavia, non siamo convinti che il problema si risolva tra le mura delle scuole.

Ma se la responsabilità non fosse della scuola?





Purtroppo, in un mondo che vive di media e popolarità, dire qualcosa di scomodo ai/sui genitori è pericoloso. La scuola, spesso, diventa il nemico comune contro cui scagliarsi, su Facebook come al bar: è arretrata, gestita da incompetenti, rovina i nostri bellissimi bambini. Talvolta le critiche sono condivisibili, ma in altri casi proprio no. Come sul tema del cyberbullismo. In questo caso, la grande responsabilità è – secondo noi – dei genitori, che si disenteressano in modo massiccio all’argomento.

Ed ecco alcune evidenze: è da più di un anno che parliamo di cyberbullismo e di un argomento strettamente correlato, la media education. Perché, diciamolo: non si possono evitare le leggerezze sul web se non sappiamo usarlo consapevolmente. Le nostre riflessioni sono passate sotto silenzio, con numeri che ci hanno fatto riflettere. Perché a fronte di decine di migliaia di lettori per gli spunti sull’empatia e sulla felicità il cyberbullismo si è fermato a numeri nell’ordine delle decine? E’ assurdo. Abbiamo anche pensato che fosse nostro l’errore: un errore di comunicazione, un errore nei toni o nel taglio dato agli articoli.

Poi però, confrontandoci con associazioni e colleghi online, abbiamo capito che il male è comune: parlare di cyberbullismo è altamente impopolare, inutile nella misura in cui le famiglie non partecipano, non hanno il coraggio di esserci, di dire la loro. Non tutte: come sempre non vogliamo generalizzare; ci saranno qua e là iniziative lodevoli, circoli di genitori consapevoli. Noi, purtroppo, non li abbiamo incontrati.

Di più: sono gli stessi dirigenti scolastici a sostenere la difficoltà di informare i genitori: l’81% minimizza il fenomeno (Il Sole 24ore, 2017).

Quindi, il problema è la prospettiva

Non è un problema di leggi, di prevenzione. E’ un problema di prospettiva, di interesse e cultura. Finché non saranno i genitori i primi a comprendere il potenziale pericolo costituito da web, ad ammettere che il rischio c’è ed è molto concreto, finché il cyberbullismo rimarrà “roba da esperti, da pedagogisti che devono scaldare una sedia a qualche convegno” non potremo aspettarci grandi risultati.

Peraltro, come si può insegnare a bambini e ragazzi il “rispetto digitale” se siamo noi adulti i primi a scagliarci con violenza contro gli altri in rete? Basta visitare le pagine di qualche noto personaggio politico o televisivo per trovare le offese più pesanti, candidamente inviate alla luce del sole. Ecco il problema: se i genitori non rispettano, non possono pretendere il rispetto dai/dei piccoli.

Dobbiamo riuscire ad innescare un processo, a far sì che siano le famiglie a muoversi: la scuola, da sola, non ha speranza. Come? Lo chiediamo a voi! Noi, prossimamente, raccoglieremo tutte le buone pratiche e gli articoli già scritti all’interno di un dossier, con l’intenzione di offrire uno strumento completo e fruibile a chi cerca informazioni. Però, ci servono partecipazione e sostegno: ci serve che tutti i nostri lettori ci mettano la faccia, accanto alla nostra.



a cura di Matteo Princivalle

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