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Le due figlie del contadino

Esopo, a cura di: Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta un contadino che aveva due figlie. Quando furono grandi abbastanza, le diede in mogli a un ortolano e ad un vasaio del paese. Trascorse del tempo e un giorno il contadino decise di andare a trovare le due figlie, per sapere come stavano coi nuovi mariti.

La più piccola delle due, quella che era andata in sposa all’ortolano, era in ottima forma.
“Papà”, disse, “sto benissimo. Mio marito è dolce e premuroso e il cibo non manca mai dalla tavola. Però, se posso, ti chiederò un piccolo favore”.
“Qualsiasi cosa”, la accontentò il padre.
“Chiedi agli che facciano piovere”.
“Un acquazzone? E perché mai?” domandò il contadino incuriosito.
“Guarda quei campi: li abbiamo appena seminati. Con un po’ di pioggia le piantine crescerebbero a meraviglia; ma se arrivasse la siccità, morirebbero tutte”.

Il padre salutò la figlia e le promise che avrebbe chiesto agli dei di mandare un acquazzone, poi proseguì lungo la strada che portava dalla più grande, quella che era andata in sposa al vasaio.

“Papà”, gli disse la figlia maggiore, “sto benissimo. Mio marito è un vero galantuomo e facciamo ottimi affari vendendo vasi. Però, se posso, ti chiederò un piccolo favore”.
“Qualsiasi cosa” la accontentò il padre.
“Chiedi agli dei di far splendere il Sole”.
“Il Sole? E perché mai?” domandò il contadino preoccupato.
“Guarda quei vasi in giardino: mio marito li ha appena terminati e l’argilla è ancora fresca. Se il Sole splenderà, seccheranno e li venderemo, ma se scoppiasse il temporale, la pioggia li deformerà e sarà un bel guaio per noi due”.

“Perbacco” sospirò il contadino, tornando a casa. “Una vuole il Sole e l’altra la pioggia. Cosa dovrei chiedere agli dei?”
E così chiese un po’ di Sole e un po’ di pioggia, per non scontentare nessuna delle due.

Questa favola insegna che non si possono svolgere due compiti allo stesso tempo se sono uno l’opposto dell’altro. 

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Mary Poppins: le frasi e le canzoni più belle

Mary Poppins è il primo romanzo della serie di libri per ragazzi scritti da Pamela Lyndon Travers e illustrati da Mary Shepard. Considerato un classico, è divenuto il soggetto per il film e il musical Mary Poppins.

Trama di Mary Poppins

Siamo a Londra, nei primi del ‘900. Giovanna e Michele hanno avuto parecchie bambinaie, ma tutte si sono dimesse dato che due bimbi molto vivaci e pestiferi. I genitori sono molto indaffarati e non riescono ad occuparsi di loro: la madre Winnifred è impegnata nelle lotte delle suffragette, e il signor Banks, il padre, è un severo impiegato di banca.

Tutto cambia quando una strana donna scende inaspettatamente dal cielo e plana con un ombrello nel Viale dei Ciliegi, il posto dove i fratelli abitano. Dice di chiamarsi Mary Poppins: apparentemente ha un’aria severa, ma sa anche essere coinvolgente e simpatica. Presto i bambini si accorgono che Mary è una sorta di maga, capace di parlare con gli uccelli e far animare gli oggetti; benché severa ha degli ottimi metodi di educazione, e ama raccontare delle storie con una morale.

Dopo tante peripezie, accompagnati anche dal vagabondo Bert, i due bambini tornano ad essere bambini modello e, soprattutto, i loro genitori comprendono il vero valore dell’amore, tornando ad essere una famiglia. Così Mary Poppins può prendere il volo per nuove avventure, lasciando tutti felici e contenti.

 

Frasi e canzoni dal film “Mary Poppins”

“Le persone praticamente perfette non si lasciano confondere da sentimenti”.

“Non giudicare mai le cose dal loro aspetto”.

“Lo sai quale differenza c’è fra un serpente a sonagli e una coscia di pollo?”
“Che differenza c’è? No, non lo so”.
“Dovresti stare più attento a quello che mangi”.

“Sai io conosco un tipo con una gamba di legno di nome Smith”.
“E come si chiama quell’altra gamba?”

Un poco di zucchero

In tutto ciò che devi far
il lato bello puoi trovar.
Lo troverai e. Hop!
Il gioco vien!
Ed ogni compito divien
più semplice e seren
dovrai capir
che il trucco è tutto qui!

Con un poco di zucchero la pillola va giù,
la pillola va giù, pillola va giù.
Basta un poco di zucchero e la pillola va giù.
Tutto brillerà di più.

Se il pettirosso il nido fa
un po’ di sosta mai non ha.
Che compito scappar di qua e di là.
Ma nonostante il suo daffar non cessa mai di cinguettar
Lui sa, che allor, più lieve è il suo lavor.

Con un poco di zucchero la pillola va giù,
la pillola va giù, pillola va giù.
Basta un poco di zucchero e la pillola va giù.
Tutto brillerà di più.

Allorchè vola avanti e indietro un’ape intenta al suo lavor
non si stanca mai né smette di ronzar.
Poiché ogni tanto può sostar
Un po’ di miele ad assaggiar
E ancor
[specchio:] “E ancor”
Trovar
[specchio:] “Trovar”
[Insieme:] Che dolce è lavorar!

Con un poco di zucchero al pillola va giù,
la pillola va giù, pillola va giù.
Basta un poco di zucchero e la pillola va giù.
Tutto brillerà di più.

SUPERCALIFRAGILISTICHESPIRALIDOSO

[Coro]

Am delelelelelam de lelà
e am delelelelelam de lelà.
E am delelelelelam de lelà
e am delelelelelam de lelà.

[Bert]

Ricordo che a tre anni per convincermi a parlar
mio padre mi tirava il naso ed io giù a lacrimar
Finché un bel giorno dissi quel che in mente mi passò,
rimase così male che mai più ci riprovò!

[Coro]

Ooh! Supercalifragilistichespiralidoso
Anche se ti sembra che abbia un suono spaventoso
Se lo dici forte avrai un successo strepitoso
Supercalifragilistichespiralidoso

Am delelelelelam de lelà
e am delelelelelam de lelà.
E am delelelelelam de lelà
e am delelelelelam de lelà.

[Mary Poppins]

Lui gira in lungo e in largo il mondo
e sempre, ovunque va,
la sua parola magica gli dà notorietà.

[Bert]

Coi duchi e i marajà, coi mandarini e i vicerè,
mi basta appena dirla che mi invitan per il tè.

[Coro]

Ooh! Supercalifragilistichespiralidoso
Anche se ti sembra che abbia un suono spaventoso
Se lo dici forte avrai un successo strepitoso
Supercalifragilistichespiralidoso

Am delelelelelam de lelà
e am delelelelelam de lelà.

[Mary Poppins, parlato]

Sai si può dire anche all’inverso: dosoraliespilistifagicalirepus,
ma sarebbe un po’ esagerato, non credi?
Senza dubbio!

[Mary Poppins]

Se tu non sai che dire non ti devi scoraggiar,
ti basta una parola e per un’ora puoi parlar.
Ma attento a usarla bene o la tua vita può cambiar!

[Vecchietto, parlato]

Per esempio..

[Mary Poppins, parlato]

Si?

[Vecchietto]

L’ho detto un giorno a una ragazza e quella mi ha sposato.
Ed è veramente deliziosa!

[Coro]

Eeeh, supercalifragilistichespiralidoso,
supercalifragilistichespiralidoso,
supercalifragilistichespiralidoso,
supercalifragilistichespiralidoso.

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Educare significa far riscoprire la vita

Due riflessioni che prendono le mosse dal pensiero di Vittorino Andreoli, noto psichiatra e scrittore italiano sul senso dell’educazione. Perché, al di là dei metodi (che sono tutti, ugualmente limitanti, pur avendo svariati pregi) rimane il dilemma di capire cosa significhi educare.

EDUCAZIONE COME SCOPERTA DELLA VITA

“Il primo requisito per rendere possibile l’educazione è far scoprire la vita e la sua bellezza”.
Vittorino Andreoli

Questo passaggio è il più difficile: la vita e la bellezza, infatti, sono straordinariamente complesse. L’educazione moderna, spesso, semplifica fino all’eccesso. Prendiamo un esempio: quando parliamo di sviluppo sensoriale, pur toccando un tema nodale all’interno dello sviluppo psicologico, non possiamo dimenticare che ci sono infinite altre sfere della persona e della sua crescita bisognose di attenzione. Il rischio dell’educazione moderna è quello di risultare sbilanciata, a favore di alcuni elementi quali sensorialità, socialità, logica. Sono elementi essenziali, è vero, ma lo sono anche tutti gli altri.

Il Prof. Andreoli si sofferma spesso sul tema dell’unicità dell’uomo, che va considerato nel suo insieme, in termini olistici: non possiamo ridurlo ad una sequenza di sintomi (per quanto attiene alla psichiatria), comportamenti o linee di sviluppo.

Dunque, nello sforzo di educare, dovremmo innanzitutto trasmettere il nostro amore per la vita, la nostra ricerca per la bellezza. Inevitabilmente chi farà propri questi elementi li modificherà; alle volte saranno stravolti rispetto a come noi li intendevamo. Eppure, se saremo riusciti a trasmettere la passione, il nostro sforzo sarà produttivo.

EDUCAZIONE COME RELAZIONE

“L’educazione è una relazione tra due persone di generazioni diverse. Un buon educatore deve essere fragile. La fragilità è la forza della relazione”.
Vittorino Andreoli

Questo passaggio è particolarmente significativo per comprendere come l’educazione non si possa limitare ad una staffetta di valori. Educare significa accettare il rischio di mescolare i propri valori con quelli dell’altro, di contaminarsi. Non possiamo in alcun modo educare se rinunciamo a comprendere il mondo dell’altro; questo è specialmente valido quando si parla di adolescenza, oppure di relazioni difficili.

Prima di Andreoli, un altro grande (tra i tanti) aveva trattato il tema della relazione nei termini della fragilità: Antoine de Saint-Exupéry; ne “Il Piccolo Principe”, infatti, il dialogo con la Volpe, mette proprio in evidenza come le relazioni siano qualcosa che ha a che fare con la fragilità della nostra natura, capaci anche di fare soffrire; le relazioni si costruiscono giorno dopo giorno, un mattoncino sopra l’altro. E ogni tanto, inevitabilmente, qualcuno di essi cede.
Proprio la lettura (e rilettura) di questo testo può aiutarci a capire meglio l’importanza della fragilità, intesa non come debolezza ma come consapevolezza.

NOTA: le citazioni contenute in questo passo sono “riadattate” mettendo insieme alcuni stralci dell’intervista che Andreoli ha rilasciato a febbraio 2017 al SIR (Servizio Informazione Religiosa) e che potete leggere integralmente qui.

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Perché i bambini dovrebbero aiutarci nelle faccende domestiche

Da: Il Metodo Danese per giocare con tuo figlio in modo sano e intelligente, Newton Compton Editori, 2020
(Jessica Joelle Alexander con Camilla Semlov Andersson)

Molti genitori saranno felici di sapeere che, secondo una recente scoperta, esiste un segreto per avere successo da grandi. Le faccende domestiche! In uno studio di Harvard Grant, che è uno dei più grandi studi longitudinali della storia (copre un arco di 75 anni, dal 1930 ad oggi), i ricercatori hanno scoperto che esistono due cose di cui abbiamo bisogno per avere successo. La prima è l’amore e la seconda è l’etica del lavoro. Analizzando le esperienze di 724 persone affermate, partecipanti allo studio, sono giunti alla conclusione che una mentalità collaborativa è alla base del successo. Lo studio ha rilevato che il successo professionale deriva anche dall’aver sbrigato le faccende domestiche da piccoli.

Secondo il Center for Parenting Education, i bambini che aiutano nelle faccende sono più capaci di gestire la frustrazione e di rimandare la gratificazione; hanno livelli di autostima più alti e sono più responsabili di quelli che non sbrigano le faccende domestiche.

Se c’è sempre un adulto che se ne occupa al posto loro, sono dispensati non solo dal lavoro, ma anche privati della possibilità d’imparare che il lavoro va fatto e che ciascuno di noi deve fare la sua parte per il bene generale. I lavori domestici non solo rafforzano i legami famigliari ma offrono ai ragazzi la possibilità di restituire qualcosa ai genitori, e così si sentono utili alla famiglia. È proprio questa linea di demarcazione del fællesskab (senso di comunità), di cui abbiamo già parlato. E prima si comincia, meglio è! Il 99% dei genitori danesi pensa che i figli debbano partecipare alla cura della casa.

È importante precisare che non sempre i bambini faranno le cose per bene e che, talvolta, il lavoro potrà sembrare più faticoso della volta precedente: pertanto, anche noi dobbiamo mostrarci flessibili. Magari ci saranno ancora dei segni sulle finestre e il pavimento non sarà spazzato a dovere, o i piatti in lavastoviglie saranno sbeccati, ma è solo così che imparano. Anche se siete in grado di svolgere il lavoro in maniera impeccabile, dovete tollerare che lo facciano in maniera accettabile se volete che continuino a provarci.

Per approfondire

  1. Benefits of chores. Su: centerforparentingeducation.org

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Il Metodo Danese per giocare con tuo figlio in modo sano e intelligente

il metodo danese per giocare con tuo figlio

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La regina dell’inverno e i tre fratelli

Testo di: Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta un vecchio mercante che aveva tre figli: i maggiori erano egoisti e crudeli: non lavoravano e spendevano i soldi del padre per cacciare; il figlio minore, invece, era un ragazzo dal cuore gentile che si prendeva cura dei suoi genitori, della casa e degli animali.
Suo padre gli voleva bene, ma i suoi fratelli lo facevano lavorare senza sosta, come un servo.
“Pulisci i nostri stivali. Striglia i cavalli. Lucida i fucili. Prepara i viveri per la battuta di caccia”.

Quando arrivò l’inverno, il ragazzo chiese ai fratelli di fermarsi: “C’è tanta neve, gli animali sono indifesi e non hanno dove ripararsi. Lasciateli in pace: tornerete a cacciare in primavera”.
Ma i fratelli gli dissero di non immischiarsi.

Il figlio minore decise di fermarli; aspettò il giorno della battuta di caccia e uscì di casa all’alba, portando con sé due grandi padelle di rame: voleva fare così tanto rumore da far scappare tutti gli animali prima che arrivassero i suoi fratelli.

Lungo il sentiero incontrò una donna avvolta in un velo blu, che camminava appoggiandosi a un bastone di ghiaccio.
“Dove vai?” gli chiese la donna, che era la regina dell’inverno.
“A spaventare gli animali” ripose il ragazzo.
“E perché vuoi spaventarli?”
“Perché i miei fratelli sono due cacciatori crudeli: se non li faccio scappare, li uccideranno tutti”.
“E se i tuoi fratelli ti scoprissero, cosa direbbero?”
“Andrebbero su tutte le furie, ma non m’interessa: io voglio salvare gli animali” disse il ragazzo, proseguendo lungo la sua strada.

La dea dell’inverno capì che il ragazzo aveva buone intenzioni e lo aiutò: disse alla neve di avvertire gli animali e di portarli in un posto sicuro. Poi donò al ragazzo un forziere di ghiaccio pieno d’oro e di pietre preziose, come premio per il suo coraggio.

Quando i fratelli maggiori lo videro rientrare col forziere, glielo rubarono, poi uscirono per cacciare. Lungo la strada incontrarono una donna che indossava un mantello blu, che camminava appoggiandosi a un bastone di ghiaccio.

“Dove andate?” chiese la donna, che era la regina dell’inverno.
“A cacciare, vecchia impicciona” rispose il fratello maggiore.
“Dovreste tornare a casa: d’inverno gli animali sono indifesi e voi avete già molto con cui sfamarvi”.
“Anche tu dovresti tornare a casa, invece di tormentarci con questi discorsi” le dissero bruscamente i ragazzi, poi accelerarono il passo.

La dea dell’inverno capì che quei due avevano cattive intenzioni e li fermò: disse alla neve di nascondere i sentieri, per farli perdere nel bosco. Poi trasformò il suo bastone in un lupo di ghiaccio, che inseguì i cacciatori.
Il lupo li inseguì così a lungo che i due non fecero ritorno al villaggio, ma vissero tutti ugualmente felici.

FINE

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Fiabe d’inverno

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Mai schernire i propri figli: evitate le critiche umilianti, eccessive ed il sarcasmo

Da: Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori, BUR, 2015
(John Gottman)

“Evitate le critiche eccessive, i commenti umilianti o sarcastici nei confronti di vostro figlio: la nostra ricerca dimostra chiaramente che un simile atteggiamento di disprezzo ha un effetto distruttivo per la comunicazione tra genitori e figli e per l’autostima dei figli.

Negli esperimenti di laboratorio che abbiamo condotto con le famiglie, abbiamo visto i genitori assumere questo comportamento in diversi modi, uno dei quali è quello di ripetere alla lettera, in tono di scherno, i commenti dei figli. (Ad esempio il bambino potrebbe dire: «Non ricordo questa storia». «Non te la ricordi?» era la risposta dei genitori in tono di scherno.) Durante l’esercizio con i videogiochi, alcuni genitori erano troppo ansiosi per gli errori dei propri bambini, facevano notare loro ogni sbaglio e li soffocavano con una sequela ininterrotta di critiche. Altri si sostituivano ai figli nel gioco, dimostrando così di considerarli incapaci.

Nelle interviste sulle emozioni dei propri figli, molti genitori ci dicevano di reagire ai capricci dei bambini in età prescolare con l’irrisione e lo sbeffeggiamento. Quando tre anni dopo verificammo la situazione di queste famiglie, trovammo che i figli, che erano stati trattati dai genitori in maniera irriguardosa e sprezzante, erano gli stessi ragazzi che sperimentavano le maggiori difficoltà nell’apprendimento scolastico e nelle amicizie. Questi ragazzi avevano i livelli più alti di ormoni collegati allo stress. Inoltre avevano maggiori problemi comportamentali, secondo quanto riferivano i loro insegnanti e, secondo le loro mamme, si ammalavano frequentemente.

L’atteggiamento di scherno da parte dei genitori può essere osservato sia nella vita reale sia nelle esperienze di laboratorio. In ogni istante, genitori bene intenzionati sgretolano la fiducia in se stessi dei propri ragazzi, correggendo continuamente il loro modo di fare, deridendo i loro sbagli e immischiandosi senza bisogno anche quando i figli cercano di eseguire i compiti più semplici”.

Acquisti consigliati:

Intelligenza emotiva per un figlio: una guida per i genitori

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