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Poesie e filastrocche sullo sport

Scoprite tante poesie e filastrocche sullo sport.

poesie sullo sport

Poesie sullo sport

Fare sport

Fare sport è divertente
fa un gran bene a corpo e mente.
Fare sport è salutare
anche se non vuoi gareggiare.
Fare sport in compagnia
è la cosa più bella che ci sia.

Noi giochiamo a palla

Testo di: Silvia Buda

Noi giochiamo a palla,
Marta, invece, balla.
Tommy va in piscina,
Carlotta indossa la tutina.
Gimmy gioca a pallacorda,
Luisa salta allegra la corda.
Gigi va in bicicletta,
Sammy usa la racchetta.
Loro fanno sport felici,
sia da soli che con gli amici.
Movimento ed esercizio…
son di salute un buon indizio.
Forza, corriamo al Palasport:
Oggi è la giornata dello sport!

W lo sport

Testo di: Antonella Berti

Io ogni giorno mi diverto
gioco a casa ed all’ aperto.
Io, invece, ho già più impegni
devo leggere e studiare
ché mi devo diplomare.
Io, adulto, ho un lavoro
che m’impegna assai davvero.
Io son mamma d’ un piccino
io non timbro un cartellino
ma durante la giornata
sono sempre indaffarata.
“Ma non c’è solo la testa”
disse il corpo un po’ arrabbiato,
“c’è bisogno d’equilibrio,
di relax, di movimento
i miei muscoli son tesi,
gambe e braccia solo pesi,
ecco, allora, mi prometti
che a fare sport ti metti?
In piscina, una nuotata,
una bella camminata,
una corsa, là in campagna
la salute ci guadagna”.

Quando facciamo squadra

Testo di: Margherita Bufi

Quando facciamo squadra
tutto quanto quadra.
Dopo la merenda
ci aiutiamo a vicenda.
La palla ci passiamo
corriamo a perdifiato.
Negli occhi ci guardiamo
dritto e non di lato!
Siamo un bel gruppo
anche se non vinciamo tutto.
Lo sport fatto insieme
uniti ci tiene.
Lealtà e rispetto
ma anche tanto affetto.

Se tu non sei sportivo

Testo di: Margherita Bufi

Se tu non sei
sportivo
non dir “Me la vedo io”.
Se rimani sempre fermo
al PC oppure a letto
stai a poltrire sul
divano
telefonino in mano
niente giochi niente sport
camminate neanche un po’,
la noia ti pervade.

Non muoverti fa male!
Aumenti di peso
e stai molto spesso teso.
Ti consiglio amico mio
passeggiata e saltellio.
Alla siesta di’ addio.
Via..in giro, senza rinvio.

Solo oppure in compagnia
fai sport in armonia.
Con la palla e con gli attrezzi
con il corpo e senza mezzi
tu diventerai sportivo
se sarai un po’ più attivo.

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Tag: poesie sport, poesie sullo sport, poesie sullo sport per bambini

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Storia di due grembiuli che abbandonarono la biancheria e fuggirono a cavallo

Questo racconto fa parte della raccolta “Storie brevi per bambini”.

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Storia di due grembiuli che abbandonarono la biancheria e fuggirono a cavallo

Testo di: Alessia de Falco e Matteo Princivalle

Era una calda mattina di maggio ed il profumo del sapone di Marsiglia si disperdeva nell’aria, confondendosi con quello dei glicini. I panni erano stati stesi da poco al sole ed ondeggiavano, spinti dal vento che si divertiva a danzare con loro.

“Ehi, lasciami stare” protestò un grembiulino tutto rosa.
“Che c’è, non si balla più nelle giornate di primavera?” incalzò il venticello, baldanzoso come sempre.
“Balli con me perché sono rosa, come una principessina”, sibilò il grembiule, attirando su di sé l’attenzione di un paio di federe e di una camicia a quadretti. Il vento rimase un po’ interdetto, non si aspettava di certo una risposta così piccata.
“Io…Io…”. Non sapeva che cosa dire.

“È sempre la solita storia” proseguí sconsolato il grembiule rosa “Il mio è un colore da femmina; guarda quello lì, disse additando il grembiule azzurro steso poco più in là, da lui non ci vai mai”.
“Ma, veramente” balbettò il vento, pentendosi quasi subito delle sue parole “Con lui parlo di calcio”. Il grembiule rosa stava per diventare rosso di rabbia quando l’altro, quello azzurro, intervenne spiazzando tutti con un “E pensa che a me nemmeno piace il calcio, io sono appassionato di equitazione!”.
“Anche io!” esclamò gioiosa il grembiule rosa “Come vorrei scappare di qui e galoppare su un cavallo”.
“A me lo dici? Sogno ostacoli e paddock ogni volta che siamo in classe ad ascoltare la maestra di scienze”.

Il vento li ascoltò e capì: “Sapete che si fa?!? Qui si fa la rivolta dei grembiuli! Che ci importa del rosa e dell’azzurro, qui c’è gente, pardon, ci sono grembiuli, che vogliono montare in sella ad un bell’appaloosa. E io, Messer Ponentino, vi ci porterò”.
Fu così che il vento iniziò a soffiare fino a far saltare le mollette, il grembiule azzurro e quello rosa rotearono nel vento e si allontanarono verso il maneggio, felici. Nessuno seppe mai quanti continenti attraversarono insieme al loro fidato destriero, ma siamo certi che, azzurro o rosa che fossero, in fondo, il colore contava poco.

la rivolta dei grembiuli

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L’indovinello del pastore

Questo racconto fa parte della raccolta “Storie brevi per bambini”.

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L’indovinello del pastore

Testo di: Alessia de Falco e Matteo Princivalle

Un pastore vestito di stracci stava attraversando il bosco seguito dal suo agnellino; quei due erano molto affezionati e camminavano uno accanto all’altro dal mattino alla sera. All’improvviso, da una grossa quercia saltarono fuori quattro briganti con le pistole spianate: avevano scambiato il pastore per un principe e l’agnellino per il suo destriero.

“Fermati e consegnaci tutto quello che hai: soldi, oro, gioielli e lettere firmate”” gli ordinarono. L’agnellino cominciò a tremare come una foglia.
“Sono solo un povero pastore, non ho niente con me. Se volete, controllate le tasche del mio mantello; troverete soltanto qualche attrezzo arrugginito”.

I briganti perquisirono il pastore e frugarono per bene anche tra i ricci della sua barba e nella lana dell’agnellino, convinti che potessero nascondere qualche pepita d’oro o un grosso diamante. Dopo un’ora di lavoro, si accorsero che non c’era proprio niente da rubare. Che delusione!

“Visto che non hai niente da darci ci prenderemo il tuo agnellino e lo cucineremo per cena” disse il più grosso dei briganti.
“Beee!” protestò l’agnellino, mentre due dei briganti lo afferravano per le zampe.

“Aspettate” li interruppe il pastore. “Io sono un pover’uomo, ma questo agnellino è  il più intelligente tra tutti gli animali. Se lo lascerete andare,  in cambio vi aiuterà a trovare un grande tesoro”.
“Questa è una bugia bella e buona” disse il capo dei briganti e ordinò agli altri di preparare la brace e lo spiedo.

“Ve lo dimostrerò. Mettetevi tutti in fila, qui davanti a me”. I quattro briganti obbedirono e fecero accomodare l’agnellino in mezzo a loro.
“Adesso provate a rispondere a questo indovinello: chi è che se ne va appena fate il suo nome?”

I briganti cominciarono a pensare e più pensavano, più si grattavano il capo. Uno dei quattro svenne per la fatica. Alla fine, il loro capo si arrese: “Ci arrendiamo. Non riusciamo a risolvere il tuo indovinello, ma nemmeno lui” disse puntando il dito contro l’agnello.

Il vecchi pastore fece segno di no con il dito. “Lui ha risposto correttamente: è rimasto in silenzio. Era proprio il silenzio la soluzione al mio indovinello: appena dite “silenzio”, ecco che il silenzio se n’è andato. L’agnellino l’ha capito ed è rimasto muto”.

I briganti, sbalorditi dall’intelligenza dell’agnello, lo lasciarono andare e gli fecero dei grandi inchini mentre si allontanava.
“Torneremo presto col vostro tesoro” disse il pastore strizzando l’occhiolino all’agnello.

Saranno tornati davvero con un forziere d’oro? La storia non lo dice, ma l’ha scritta l’agnellino e magari voleva farci uno scherzo.

l'indovinello del pastore

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L’incredibile storia della colomba pasquale

Questo racconto fa parte della raccolta “Storie di Pasqua per bambini

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La storia della colomba pasquale

Testo (a cura di): Alessia de Falco e Matteo Princivalle

Era la vigilia di Pasqua dell’anno 572. Alboino, il re dei longobardi aveva invaso l’Italia, conquistando Bergamo, Milano e Brescia. Alla vista del suo terribile esercito, le città sventolavano bandiera bianca e si arrendevano senza opporre resistenza. Solo Pavia si era opposta al terribile sovrano; quando i longobardi erano arrivati alle porte della città, avevano trovato frecce e sassi ad accoglierli.
“Osate resistermi?” gridò Alboino ai pavesi. “Vi conquisterò e poi darò alle fiamme questa città. Non resterà nemmeno una stalla, cancellerò Pavia dalle mappe”.

La storia, però, era andata diversamente diversamente. Per tre lunghissimi anni, i pavesi avevano respinto tutti gli assalti grazie al loro coraggio. Ma alla fine, i longobardi ebbero la meglio: un manipolo di guerrieri, proteggendosi dalle frecce con gli scudi di legno, arrivò fino alla porta della città e la sfondò con un grosso tronco di legno.

“All’attacco!” disse il re, galoppando dentro le mura. Aveva appena attraversato le porta della città quando il suo cavallo stramazzò al suolo per la stanchezza. Alboino saltò giù dalla sella, mise la spada nel fodero e si inginocchiò accanto al cavallo. Era un guerriero spietato, ma amava profondamente il suo destriero, che lo aveva accompagnato fin lì da lontano, combattendo mille battaglie e affrontando ogni pericolo con coraggio e fedeltà. Il re provò a rialzarlo con tutte le sue forze, ma non ci fu niente da fare.

“Alzati Flagello, rimettiti in piedi mio caro. Abbiamo fatto tanta strada insieme, non puoi lasciarmi qui da solo”.
Che strano spettacolo: mentre i soldati longobardi, armati fino ai denti, combattevano all’ultimo sangue contro gli uomini di Pavia, il loro re piangeva come un bambino accanto al suo cavallo.

Fu allora, nel mezzo della battaglia, che un fornaio si fece largo tra i soldati e raggiunse il re longobardo. Poiché era coperto di farina dal capo ai piedi, i soldati pensarono che volesse arrendersi e lo lasciarono passare. Il fornaio teneva tra le mani un dolce a forma di colomba, che offrì ad Alboino.

“Questa colomba è un dono per voi. Simboleggia la pace, la grazia e il perdono. Domani sarà un giorno di festa per noi, sarà Pasqua. Non distruggete la nostra città. Non troverete oro e ricchezze dentro le nostre case, non ci è rimasto nemmeno il pane, ma se faremo la pace, allora otterrete il tesoro più grande di tutti. Mentre il fornaio diceva queste parole, l’odore fragrante della colomba raggiunse le narici del cavallo di Alboino. Come per miracolo, l’animale si alzò, mangiò un boccone di quel dolce e si rimise in forze.

Commosso, il re dei longobardi ordinò ai suoi uomini di fermarsi, liberò la città dall’assedio e concesse la grazia ai suoi avversari. Il giorno dopo, tutti i fornai di Pavia prepararono dei dolci a forma di colomba, come quella che li aveva salvati.

Da allora in Italia si festeggia la Pasqua gustando la colomba pasquale, un dolce della tradizione fatto di pasta lievitata e frutta candita.

storia della colomba pasquale

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La rivolta delle parole

La rivolta delle parole

Testo di: Alessia de Falco e Matteo Princivalle

C’era una volta un vocabolario. Era robusto, ingiallito, con una spessa copertina blu. Le sue pagine erano ricamate di parole scritte fitte fitte. Chi lo consultava sentiva nell’aria il profumo dei luoghi sicuri. Tutto andava bene, troppo bene per poter raccontare una storia degna di nota. Fu allora che accadde l’imponderabile: le parole del vocabolario, una mattina, sparirono. Tutte, dalla prima, all’ultima.

“Ma dov’é finito Alambicco? Dove si é cacciata Forchetta?”. Era sparita pure Tracotanza, di cui tuttavia si faceva volentieri a meno. Un bel pasticcio perché, si sa, un vocabolario senza parole serve a ben poco. “Vabbè, non fare così” gli dicevano gli altri libri vicino a lui “Potrai sempre diventare un block notes: pensa che bello, servirai per la lista della spesa”. Insomma, la faccenda era grave, ma come ci hanno insegnato, non seria: le parole avevano litigato.

Sí, li-ti-ga-to, avete capito bene. La tenzone aveva avuto inizio perché i vocaboli di genere maschile avevano affermato che loro erano superiori; quelli di genere femminile avevano risposto che avevano lottato troppi anni per avere un loro spazio tra le pagine del vocabolario e che erano pronti alla guerra per difendere la loro posizione. Sicché, dopo ore in cui Insulto ed Offesa avevano dato il meglio di sé in un duello, si erano stancati tutti e se n’erano andati. Le parole, rigorosamente divise tra vocaboli maschili e femminili, avevano trovato rifugio tra le pagine degli altri libri sullo scaffale (combinando non pochi guai tra i racconti). “Che disastro …” disse sconsolato il vocabolario, parlando con Vuoto, l’unico vocabolo rimasto e che per giunta non aveva mai molto da dire.

Fu allora che si accese la protesta: questa volta non erano le parole, ma i libri, che si erano scocciati di tutti quei capricci. “Non vi vogliamo, uscite dalle nostre pagine: se non siete in grado di fare gioco di squadra, non potrete mai comporre un capolavoro. Siete parole inutili, vuote, prive di senso, prive di cuore”. Fu allora che Cuore e Senso spuntarono da un grosso volume rilegato in pelle e tornarono dentro il vocabolario tenendosi a braccetto, portandosi appresso anche Scusa, già che c’erano. Poi fu la volta di Perdono ed Amicizia, che si intendevano abbastanza quando volevano. E così tutti gli altri: Noia, Emozioni, Rabbia, Lacrima, Rimorso, Gioia, Allegria e, lentamente, insieme a Dolore, pure Tristezza. C’erano proprio tutti e, a poco a poco, le pagine del vocabolario tornarono a essere ricamate di righe fitte fitte.

Per ultimi, arrivarono Amore e Vita: “Scusaci se ti abbiamo fatto aspettare” dissero al vocabolario “Abbiamo capito la lezione. Nessuno di noi può fare a meno degli altri. Ci sono parole femminili e maschili, questo è vero, ma se vivono accanto rispettandosi e volendosi bene, saranno sempre una grande squadra”. Fu allora che arrivò trafelato Insieme che si era perso tra i libri di avventura. “Scusate il ritardo” disse e fu così che il vocabolario, felice, si richiuse.

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Entra nella mia bolla

Entra nella mia bolla

Testo di: Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una vecchia casa, con una vecchia porta ed un vecchio camino. Dentro vi abitava un vecchio signore, chiuso nel suo salotto come in una bolla. Leggeva, studiava, ancora leggeva. “Voglio sapere tutto”, si diceva, “Tutto quello che non ho studiato da piccolo, quando c’era la guerra e non si poteva andare a scuola”.

Un giorno la vecchia porta d’ingresso scricchiolò, era entrato un bambino.
Andò in salotto e vide il vecchio: “Ciao” disse, “come ti chiami?”.
“Che ti importa, bambino, del mio nome?”.
“I nomi sono importanti. E poi qui ci sono 247,8 piastrelle per terra. È un numero che mi piace. Se abiti qui, devi avere un bel nome”.

Il vecchio non aveva mai contato le piastrelle del pavimento e non aveva mai pensato a quanto fosse bello il suo nome. Chissà se era bello davvero…
“Devi andartene, non puoi stare qui”.
Il bambino lo guardò e poi si congedò: “Vivi come in una bolla”. Poi, uscì. Quanto silenzio cadde sopra il vecchio, subito dopo.
“La bolla…” pensò. Si guardò intorno, prese in mano un libro che parlava di insetti. Cercò in giro per casa emozioni. Non ce n’erano, erano uscite insieme al bambino. Passò un giorno, nulla accadde nella vecchia casa, con la vecchia porta ed il vecchio camino. Il vecchio sedeva in salotto e contava le piastrelle. “243 … 244 … 245 …”.

La porta scricchiolò di nuovo, un suono ormai familiare. Era il bambino: “Sono venuto per dirti che ho sbagliato a contare, le piastrelle sono 24…”. “Sono 248,7” lo interruppe il vecchio. “Non avevi guardato bene l’angolo in fondo alla stanza, perché era un po’ buio”. Poi, sorrise, per la prima volta nella sua vita. Anche il bambino sorrise, forse per la prima volta nella sua vita.
“Entra nella mia bolla, se vuoi”, disse commosso il vecchio.
“Se io entro nella tua, tu puoi entrare nella mia”.
Il vecchio ed il bambino si sedettero vicini, a 4,52 piastrelle di distanza. Le due bolle però erano un po’ più vicine.

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