Spesso la crescita personale viene intesa come una corsa solitaria. Gli esperti consigliano di lavorare sull’autocontrollo, sulla grinta e sull’intelligenza emotiva, ma spesso trascuriamo la dimensione sociale di questo percorso di crescita.
Le relazioni sociali, infatti, sono il motore nascosto della crescita. Facciamo due esempi: chi negli anni dell’adolescenza costruisce una rete sociale forte, sviluppa un grado di empatia maggiore, con benefici a lungo termine. Chi invece ha una famiglia fortemente coinvolta nello studio (il coinvolgimento è una cosa diversa dalla pressione) e nel mondo scolastico, tende ad ottenere risultati accademici migliori. Le relazioni sociali, siano esse legami famigliari o amicizie, producono benefici ad ampio spettro, in molti altri ambiti della vita.
Uno di questi è la crescita personale, intesa come sviluppo delle nostre potenzialità e come miglioramento del nostro benessere. Gli atleti hanno un allenatore; i manager hanno un mentore; gli studenti – nei gradi più alti della loro carriera accademica – hanno un tutore. Anche chi si impegna in un percorso di crescita ha bisogno di trovare le sue figure di riferimento.
Di seguito potete trovare cinque strategie per migliorare la qualità delle proprie relazioni sociali. Anche se a prima vista possono sembrare la classica “lista di gratitudine”, alla base di questi consigli c’è l’intenzione di mettere in azione il motore della crescita personale.
Trascorrete più tempo con le persone “giuste”; sarete voi a sceglierle, privilegiando gli affetti e le persone con le quali trascorrete dei bei momenti.
Siate grati a queste persone; la gratitudine è un fattore cruciale nella costruzione delle relazioni. Imparate ad esprimere la vostra gratitudine verso gli altri e coltivate una mentalità gentile. La qualità delle vostre relazioni migliorerà.
Cercate degli obiettivi condivisi: riuscire a porsi gli obiettivi giusti è importante; se questi obiettivi sono condivisi, le probabilità di successo si moltiplicano. Poche cose aiutano a crescere come una relazione all’interno della quale si condividono obiettivi sfidanti (può succedere sul lavoro, nel mondo accademico, ma anche all’interno di un gruppo con hobby e interessi comuni).
Date valore ai feedback: un aspetto interessante del coltivare le relazioni sociali è la possibilità di ricevere dei feedback rispetto alle proprie azioni. Che siano positivi o negativi, questi feedback sono estremamente preziosi.
Allargate la vostra rete sociale: una rete sociale più ampia ci offre ancora più occasioni per crescere. Investire del tempo e delle energie nella costruzione di una rete sociale è un’ottimo investimento, per sé e per gli altri.
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Oggi vogliamo rispolverare un classico della letteratura italiana. Stiamo parlando di “Pinocchio”, romanzo scritto da Carlo Collodi nel 1830 eppure attuale. Spesso scriviamo cercando di dare nuove forme a concetti che già sono dentro di noi e forse andrebbero solo fatti parlare. Abbiamo deciso di non prendere – metaforicamente – la penna in mano e di lasciar parlare chi, più e meglio di noi, lo ha fatto tanto tempo fa. Ci piacerebbe portare avanti questo percorso nel tempo, anche con il vostro aiuto: cercare brani, storie, letture, riscoprire il passato o ricercare nuovi significati nel presente.
Vi proponiamo il brano in cui Pinocchio scopre che la Fata Turchina è ancora viva. La fata sa benissimo che Pinocchio è monello, svogliato e che spesso racconta bugie. Ma crede nella sua intima bontà, crede in lui e gli dà fiducia. È un messaggio educativo fortissimo: se vogliamo gettare le basi per un mondo nuovo, dobbiamo credere nella capacità del buon cuore di trionfare su tutto il resto.
XXV Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo.
In sulle prime, la buona donnina cominciò col dire che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi oramai scoperta e non volendo mandare più in lungo la commedia, finì per farsi riconoscere, e disse a Pinocchio: — Birba d’un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io? — Gli è il gran bene che vi voglio, quello che me l’ha detto. — Ti ricordi, eh? Mi lasciasti bambina, e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma. — E io l’ho caro dimolto, perché così, invece di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!… Ma come avete fatto a crescere così presto? — È un segreto. — Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch’io. Non lo vedete? Sono sempre rimasto alto come un soldo di cacio. — Ma tu non puoi crescere — replicò la Fata. — Perché? — Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini. — Oh! sono stufo di far sempre il burattino! — gridò Pinocchio, dandosi uno scappellotto. — Sarebbe ora che diventassi anch’io un uomo… — E lo diventerai, se saprai meritarlo… — Davvero? E che posso fare per meritarmelo? — Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene. — O che forse non sono? — Tutt’altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece… — E io non ubbidisco mai. — I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu… — E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l’anno. — I ragazzi perbene dicono sempre la verità… — E io sempre le bugie. — I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola… — E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita. — Me lo prometti? — Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene, e voglio essere la consolazione del mio babbo… Dove sarà il mio povero babbo a quest’ora? — Non lo so. — Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare? — Credo di sì: anzi ne sono sicura. — A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi fuori di sé. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le domandò: — Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta? — Par di no — rispose sorridendo la Fata. — Se tu sapessi che dolore e che serratura alla gola che provai, quando lessi qui giace… — Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sincerità del tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po’ monelli e avvezzati male, c’è sempre da sperar qualcosa: ossia, c’è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco perché son venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma… — Oh! che bella cosa! — gridò Pinocchio saltando dall’allegrezza. — Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io. — Volentieri, volentieri, volentieri! — Fino da domani — soggiunse la Fata — tu comincerai coll’andare a scuola. — Pinocchio diventò subito un po’ meno allegro. — Poi sceglierai a tuo piacere un’arte o un mestiere… — Pinocchio diventò serio. — Che cosa brontoli fra i denti? — domandò la Fata con accento risentito. — Dicevo… — mugolò il burattino a mezza voce — che oramai per andare a scuola mi pare un po’ tardi… — Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai tardi. — Ma io non voglio fare né arti né mestieri… — Perché? — Perché a lavorare mi par fatica. — Ragazzo mio, — disse la Fata — quelli che dicono così, finiscono quasi sempre o in carcere o allo spedale. L’uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall’ozio! L’ozio è una bruttissima malattia e bisogna guarirla subito, fin da bambini: se no, quando siamo grandi, non si guarisce più. — Queste parole toccarono l’animo di Pinocchio, il quale rialzando vivacemente la testa, disse alla Fata: — Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perché, insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l’hai promesso, non è vero? — Te l’ho promesso, e ora dipende da te. —
NOTA: questo testo è tratto dall’edizione curata dalla Fondazione Carlo Collodi. Infatti, nel centenario della pubblicazione del libro, la fondazione lo ha pubblicato online, a disposizione dei lettori presenti e futuri. Potete leggerlo anche voi, cliccando qui.
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Perché dovremmo leggere poesia con i bambini? Perché si tratta di una forma espressiva dal potere straordinario. Per aprire una finestra su questo mondo – non troppo conosciuto dai giovani – abbiamo scelto le parole di Virginia Woolf:
“Vento dell’ovest, quando tornerai?
La pioggerella può cadere e cadere.
Oh se il mio amore fosse tra le mie braccia,
e io ancora nel mio letto!
L’effetto della poesia è così forte e diretto, che per un attimo non esiste altra sensazione che quella prodotta dalla poesia stessa. Che profondi abissi visitiamo allora, com’è improvvisa e totale la nostra immersione! Qui non ci possiamo aggrappare a nulla; non c’è niente che contenga il nostro volo. L’illusione del romanzo è graduale; i suoi effetti vengono preparati; ma quando si leggono queste quattro righe, chi si sofferma a pensare a chi le ha scritte, chi può pensare alla casa di Donne o alla segretaria di Sidney; chi prova a inserirle nell’intricatezza del passato, nel succedersi delle stagioni?
Il poeta è sempre nostro contemporaneo. Per un attimo il nostro essere viene centrato, rinchiuso; come sempre accade sotto il colpo violento dell’emozione personale. È vero che, dopo, la sensazione comincia a espandersi, in cerchi sempre più larghi, attraverso la nostra mente; raggiunge sensi più remoti; e questi cominciano a risuonare e a commentare, e prendiamo atto degli echi e dei riflessi. L’intensità della poesia copre un’immensa varietà di emozioni”.
La poesia è un tassello importante all’interno del puzzle della lettura/letteratura e sta aspettando che qualcuno la estragga dalla sua scatola.
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Damiano è un nome di origine greca.
L’origine di questo nome è incerta. Probabilmente deriva dal nome greco Damianos, che significa “consacrato a Damia”. Damia era un’antica divinità greca della fertilità.
Altri sostengono che Damiano derivi dal verbo greco damazo, “domare”. Il nome, quindi, avrebbe il significato di “domatore”.
L’onomastico del nome Damiano si festeggia il 26 settembre, in memoria di San Damiano.
Il colore legato al nome Damiano è il rosso.
La pietra portafortuna per Damiano è il rubino.
Clicca quiper stampare la scheda del nome Damiano.
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La temperatura in città è più elevata rispetto a quella dei parchi e delle aree rurali. Questo effetto viene chiamato isola di calore urbano ed è il motivo per cui, complice il cambiamento climatico, le nostre città sono davvero torride nel periodo estivo.
In questa scheda è possibile vedere come aumenta la temperatura in prossimità delle città: nei quartieri più urbanizzati, è possibile registrare fino a +4 C° rispetto alla temperatura delle aree rurali.
Perché le città sono così calde? Il motivo è semplice: quando i raggi del sole colpiscono un albero o un fiume, il loro calore viene assorbito dall’acqua (nel caso dell’albero viene assorbito dall’acqua contenuta nelle foglie e nel fusto). Una piccola parte dell’acqua riscaldata in questo modo si trasforma in vapore (vi ricordate gli stati dell’acqua?): in questo modo, la superficie degli alberi e dell’acqua si mantiene fresca.
Quando i raggi del sole colpiscono l’asfalto o il cemento, questi si riscaldano fino a diventare roventi; a causa dell’aumento della loro temperatura, scaldano anche l’aria circostante. Anche il colore della superficie è importante: i colori scuri assorbono una quantità maggiore di calore, mentre i colori chiari lo riflettono verso lo spazio. Ad esempio, le distese di ghiaccio dell’Antartide riflettono il 99% dei raggi solari. Invece, l’asfalto, che è quasi nero, assorbe la maggior parte dei raggi solari.
Anche le automobili e i condizionatori contribuiscono ad aumentare la temperatura in città: infatti, i motori che li azionano producono calore e lo liberano nell’aria circostante.
A partire da queste schede, è possibile stimolare una riflessione sulle azioni che potrebbero aiutarci a ridurre la temperatura nelle città.
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Comunicare in famiglia oggi è tutt’altro che semplice. In un mondo difficile, però, abbiamo bisogno di punti di riferimento. Ecco le nostre “stelle della buona comunicazione in famiglia”: pochi e semplici principi a partire dai quali tornare a parlarsi davvero.
Per approfondire ciascuno di questi s-punti, vi proponiamo un brano scelto dal testo “Parlarsi: la comunicazione perduta”, dello psichiatra Eugenio Borgna.
“Non ci si parla molto, oggi, in famiglia e in società: non si ha tempo, non si ha molto tempo, per parlare e per ascoltare le cose che ci stanno magari a cuore, e si sbriciola il tempo del parlare nel tempo della chiacchiera che nulla fa riemergere delle aspirazioni e delle nostalgie, delle solitudini e dei silenzi dell’anima. Ma le chiacchiere, le conversazioni mondane, non danno un senso alle giornate e alle stagioni della vita; scorrono veloci e inafferrabili, inconsistenti e intermittenti, liquide e acquatiche, mai in profondità e sempre in superficie; non lasciano tracce nella memoria vissuta che non ha nemmeno il tempo di trattenerle e di rielaborarle, di farle proprie e di archiviarle. Nelle famiglie e negli incontri sociali il parlarsi è intralciato dalla presenza ancora oggi dilagante della televisione, e dalla sua influenza egemonica sui modi di comunicare, e sui modi di dare un senso alla vita. Non è in gioco solo la modalità opaca e ghiacciata, unilaterale e uniforme, con cui le informazioni sono offerte a chi guarda la televisione, ma anche la selezione e la qualità delle informazioni che non tengono conto delle risonanze psicologiche ed emozionali alle quali esse danno luogo.
[…] La libertà di espressione è un bene giustamente intoccabile, ma nel comunicare qualcosa di doloroso, o di ambiguo, si dovrebbero tenere presenti le risonanze psicologiche ed emozionali che ne conseguono, e che possono trascinare con sé angoscia e disperazione, aggressività e distruttività. La febbrile insistenza nel rappresentare e nell’illustrare modelli di vita dolorosi, come sono quelli ancorati alle forme dolorose del suicidio, della morte volontaria, o crudeli, come sono quelli ancorati alle forme distruttive della vita, non può non essere considerata possibile sorgente di angoscia, ma anche di contagio, e di dipendenza psichica. Cose, che si ascoltano e si vedono nella vita delle famiglie, con le loro inquietanti risonanze emozionali, e che sottraggono tempo alla parola, al parlarsi, al dialogo, al colloquio, allo scambio di pensieri e di emozioni, di timori e di attese, di illusioni e di speranze, che hanno bisogno di essere portate alla luce della comunicazione, e della reciprocità della comunicazione. Cose sempre più difficili, cose talora addirittura impossibili, in molte famiglie nelle quali televisione e social network, isolamento e distrazione, si associano in cocktail impenetrabili all’ascolto e al dialogo: alle emozioni. Si finisce così nei deserti di una comunicazione che non crea né ascolto né condivisione”.
LETTURE SCELTE
“Le parole non sono incolori, non sono semplici, non sono insignificanti, e solo quando nascano dal silenzio lasciano una traccia profonda nel cuore di una paziente, o di un paziente, che le ascolta, e che è in dolorosa attesa della parola del medico; ma queste parole so di non trovarle nei testi di psichiatria, e di trovarle invece nelle lettere di madre Teresa di Calcutta. Non sapendo cosa dire, e come trovare le parole che curano, meglio, molto meglio, tacere, e assegnare la espressione del nostro dolore, e della nostra comprensione, alle parole del corpo vivente che sono quelle dei gesti, degli sguardi e del sorriso, o di una stretta di mano”. (E. Borgna)
Comunicare l’accettazione
Quando una persona è capace di provare e di comunicare a un’altra una sincera accettazione, essa può diventare di grande aiuto. La sua accettazione dell’altro così com’è è determinante per costruire una relazione in cui l’altro possa crescere, maturare, operare cambiamenti costruttivi, imparare a risolvere problemi, tendere a un equilibrio psicologico, diventare più produttivo e creativo, realizzare pienamente il proprio potenziale. È uno di quei paradossi semplici ma bellissimi della vita: quando una persona sente di essere sinceramente accettata per quella che è, si sente libera di prendere in considerazione un possibile cambiamento, di pensare a una possi bile crescita, a cosa vorrebbe diventare, a come realizzare maggiormente il proprio potenziale. L’accettazione è come il terreno fertile che permette a un seme minuscolo di trasformarsi nel bel fiore che può diventare. Il terreno si limita a facilitare lo sviluppo del seme. Sprigiona la sua capacità di crescere, ma tale capacità è interamente in seno al seme. Anche un figlio, come un seme, ha dentro di sé la capacità di crescere. L’accettazione è il terreno fertile, che semplicemente permette al figlio di realizzare il proprio potenziale. Perché l’accettazione genitoriale esercita tanta benefica influenza sui figli? È un punto che in genere non viene compreso. La maggior parte delle persone è stata indotta a credere che se si accetta un figlio così com’è, questi non cambierà mai; che il modo più valido per aiutarlo a migliorarsi è quello di dirgli quali aspetti di lui non sono accettabili. Di conseguenza, la maggior parte dei genitori ricorre a piene mani al linguaggio della non accettazione, pensando che sia il modo migliore per aiutare i figli. Il terreno che tanti genitori forniscono ai propri figli è intriso di valutazioni, giudizi, critiche, prediche, massime morali, ammonizioni, ordini e altri messaggi che trasmettono la non-accettazione del ragazzo per quello che è. Ricordo le parole di una tredicenne che aveva cominciato a ribellarsi ai valori e alle leggi dei propri genitori:
Mi ripetono talmente spesso che sono cattiva, che le mie idee sono stupide e che non possono fidarsi di me, che finisco col comportarmi sempre più spesso in un modo che a loro non piace. Se loro già pensano di me che sono cattiva e stupida, tanto vale che continui a fare quello che faccio.
Questa intelligente ragazza aveva capito il significato del vecchio proverbio: «Ripeti spesso a un ragazzo che è cattivo, e quasi certamente lo diventerà». Spesso i figli finiscono per diventare esattamente come i genitori li descrivono. A parte questo effetto, il linguaggio della nonaccettazione allontana i figli. Essi smettono di confidarsi con i genitori e imparano che è molto meglio tenere per sé i propri sentimenti e i propri problemi.
Il linguaggio dell’accettazione, al contrario, rende i figli più aperti e sereni; li fa sentire liberi di condividere sentimenti e problemi. Gli psicoterapeuti e i consulenti hanno dimostrato quanto può essere potente l’accettazione. I genitori che imparano a manifestare attraverso le parole una sincera accettazione del figlio, dispongono di uno strumento che può produrre risultati straordinari. Possono incoraggiare l’autoaccettazione e l’autostima del figlio. Possono promuovere il suo sviluppo e agevolare la realizzazione del potenziale di cui è geneticamente dotato. Possono accelerare il suo passaggio dalla dipendenza all’indipendenza e all’autocontrollo. Possono aiutarlo a imparare a risolvere autonomamente i problemi che inevitabilmente la vita gli presenterà, e dargli la forza per affrontare costruttivamente le delusioni e le sofferenze dell’infanzia e dell’adolescenza. Di tutte le conseguenze dell’accettazione, la più importante è che il figlio si sente amato. Accettare l’altro così com’è, è veramente un atto di amore; sentirsi accettati significa sentirsi amati. La psicologia sta solo adesso cominciando a prendere atto dell’immenso potere insito nel sentirsi amati: è un sentimento che promuove la crescita mentale e fisica, ed è forse l’agente terapeutico più efficace che si conosca per riparare danni psicologici o fisici.
L’accettazione va dimostrata chiaramente. Non basta provare accettazione per un figlio, occorre anche che il figlio si senta accettato. Se l’accettazione del genitore non è percepita dal figlio, è facile che non abbia alcun effetto su di lui. Il genitore deve imparare a manifestare la propria accettazione in modo che il figlio la percepisca. Per farlo, occorrono abilità specifiche. I genitori, per lo più, considerano l’accettazione come qualcosa di passivo: uno stato d’animo, un atteggiamento, un sentimento. È vero, l’accettazione ha origine da un moto interiore, ma per essere una forza effettivamente capace di influenzare l’altro dev’essere comunicata o dimostrata attivamente. Non posso essere sicuro che l’altro mi accetti finché non me lo dimostra attivamente.
Gli psicoterapeuti e i consulenti, la cui efficacia dipende in gran parte dalla capacità di dimostrare una reale accettazione del paziente, impiegano anni per perfezionare questo atteggiamento nel proprio stile di comunicazione. Attraverso un tirocinio specifico e una lunga esperienza, questi professionisti acquisiscono le abilità specifiche per comunicare accettazione. Imparano che essere o non essere d’aiuto dipende molto da ciò che dicono. La parola può guarire e indurre un cambiamento costruttivo. Ma dev’essere il giusto tipo di parola. La stessa cosa vale per i genitori. Il modo di rivolgersi ai figli determina l’efficacia o la distruttività
Pochi genitori possiedono queste doti terapeutiche per natura e sanno servirsene spontaneamente; la maggior parte deve innanzitutto disimparare le modalità disfunzionali, per poi imparare a comunicare in modo più costruttivo. Si tratta innanzitutto di prendere coscienza del proprio modo abituale di comunicare per coglierne gli aspetti distruttivi o non terapeutici. In seguito è necessario istruirli su nuovi modi di interagire con i figli.
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