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Comunicazione efficace: la doppia P

Quando parliamo di comunicazione verbale, è abbastanza intuitivo capire a cosa ci riferiamo: parole, discorsi, informazioni. Il modo in cui diciamo le cose racconta molto di noi. Di questo ad esempio abbiamo parlato nella seconda lezione dedicata al “Non basta dire bravo/brava, ma …”.
La comunicazione non verbale comprende tutti i messaggi comunicativi che non esprimiamo attraverso le parole: gesti, espressioni, tono di voce. Se volete approfondire il tema della comunicazione non verbale, abbiamo scritto un saggio ad hoc che trovate a questo link. Si tratta di una componente fondamentale della comunicazione: per comunicare efficacemente, serve coerenza tra comunicazione verbale e non verbale. Non serve a nulla dire “Ti ascolto”, se poi continuo a leggere il giornale. Nell’ambito della psicologia positiva, è interessante a questo proposito esaminare il modello Active-Constructive Responding. Analizzando le risposte alle buone notizie, i ricercatori hanno evidenziato quattro schemi di risposta:

  • Attiva e costruttiva
    È il caso in cui si risponde con entusiasmo all’interlocutore, facendo trasparire il nostro supporto.
  • Attiva e distruttiva
    In questo caso, di fronte alla notizia, cerchiamo di monopolizzare la comunicazione, sottolineando i problemi e gli aspetti negativi derivanti dalla buona notizia.
  • Passiva e costruttiva
    Si tratta di una risposta priva di energia, in cui il nostro supporto verso l’interlocutore è minimo.
  • Passiva e distruttiva
    È il caso in cui ignoriamo il nostro interlocutore, facendogli capire che non siamo interessati a quello che ha da dire.

Perché prendere in esame la reazione ad una buona notizia? Pensateci: è la più grande palestra di allenamento del linguaggio positivo. È psicologicamente più facile reagire con entusiasmo a una buona notizia; ma, se ciò non accade, e la nostra comunicazione ricade in una tipologia diversa da “attiva e costruttiva”, forse dovremmo fermarci e chiederci:

  • perché lo sto facendo?
  • ho voglia di cambiare?
  • come posso cambiare?
  • cosa può succedere se cambio tipologia di risposta?

Rispondere a queste domande è il primo esercizio di oggi. Il secondo è provare individuare quante situazioni analoghe a quella analizzata dai ricercatori ci si presentano nel corso della settimana e rispondere alle seguenti domande:

  • Quante volte ho ricevuto una buona notizia questa settimana?ù
  • Quante volte ho usato una risposta “attiva e costruttiva”?
  • Che tono di voce ho usato? Che postura ho assunto? Guardavo in faccia il mio interlocutore? Sorridevo?

Provate a ripetere questo esercizio per una/due settimane ed analizzare cosa è successo. Sicuramente vi siete focalizzati sul vostro modo di comunicare verbalmente (che cosa ho detto) e non verbalmente (che cosa ho fatto).

In questo articolo affronteremo una tecnica che potete utilizzare per comunicare in modo efficace. Con Doppia P intendiamo il pre e il post di un intervento educativo, ovvero quello che nelle precedenti lezioni abbiamo denominato, seguendo lo schema di Alan Kazdin, Prompt (istruzione) e Praise (lode). Ciò che abbiamo detto sull’allineamento della comunicazione verbale e non verbale è fondamentale per spiegare chiaramente ciò che vogliamo e dare rinforzi positivi efficaci se accade ciò che desideriamo. Torniamo all’esempio del disordine che ormai ci perseguita dall’inizio del corso: dobbiamo convincere il nostro bambino a riordinare la sua stanza.

Come possiamo fare per instaurare una comunicazione efficace:

  • Prompt: “Per favore, raccogli i giochi dal pavimento della camera e mettili nella cassapanca prima di cena”. Abbiamo usato il “per favore”, abbiamo specificato l’obiettivo e abbiamo dato una deadline. Può funzionare, ma … Com’è stata la nostra comunicazione non verbale? Se eravamo motivati e sereni, probabilmente abbiamo usato un tono di voce calmo e guardato il bambino. Se eravamo esasperati, magari abbiamo usato il “Per favore”, ma con una voce stridula e spazientita. In quale dei due casi la comunicazione è allineata ed efficace?
  • La stessa cosa vale per il “Praise”, il nostro “Bravo/a!”: lo avete detto con entusiasmo, magari dando una carezza o battendo il cinque al bambino o eravate impegnati a fare altro e avete liquidato la faccenda come una cosa in meno a cui pensare?

Sembra banale, ma ciò che fate ha ripercussioni incredibili sul modo in cui viene inteso ciò che dite. Non stiamo criticando nessuno, non vogliamo mandare in crisi i lettori, ma iniziare a pensare alla combinazione di dire e fare è il primo passo per indirizzare il bambino creando intorno a lui un ambiente positivo.

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I genitori sono lasciati soli: ecco perché l’educazione fallisce

Il ruolo dei genitori è fondamentale per quanto riguarda la prevenzione e ancor più per predire il successo scolastico dei figli. Elementi come lo stile educativo della madre e del padre, l’ambiente socio-culturale di provenienza, il livello di coesione familiare e gli atteggiamenti educativi permettono di predire il livello di apprendimento di un bambino nel 70% dei casi (lo hanno rivelato i ricercatori Pourtois e Desmet in un noto studio del 1994). Oggi imputiamo i risultati scadenti nelle prove standardizzate alla scuola, ma si trascura un dato fondamentale: la famiglia influenza il grado di apprendimento dei figli in misura maggiore della scuola. L’educazione famigliare costituisce le uniche fondamenta sulle quali l’istruzione scolastica può prosperare.

Eppure, i genitori vengono lasciati soli. Nel nostro paese i genitori non sono aiutati ad acquisire consapevolezza e a formarsi. Non hanno nessun professionista con cui confrontarsi nel momento del bisogno e la manchevolezza delle istituzioni è notevole. Alle famiglie rimangono solo tre strade da percorrere: rivolgersi agli istituti religiosi, chiedere aiuto ai nonni e agli altri parenti o intraprendere percorsi di consulenza pedagogica e educativa a pagamento (il cui costo, solitamente, è insostenibile per una famiglia media).
Interventi precoci e continuativi nel campo dell’educazione familiare, potrebbero rispondere in modo particolarmente efficace ai bisogni della nostra società: dalla qualità dell’apprendimento alle relazioni tra i membri della famiglia, fino a limitare l’esposizione alle tecnologie digitali e a costruire reti che permettano ai bambini di interagire con i propri coetanei.  Quest’educazione familiare dovrebbe partire dall’analisi di ciascun genitore, dei suoi bisogni e delle sue aspettative, della sua personalità e dei suoi obiettivi. Offrendo alcuni spunti operativi per la gestione dei bambini, supervisionando le pratiche educative e valorizzando il genitore, il professionista dell’educazione potrebbe rivoluzionare la vita in famiglia.
L’obiettivo non è quello di costruire un “genitore perfetto”, ma un genitore riflessivo, un “adulto che, partendo dalla propria operatività, quindi dalle interazioni concrete con gli altri membri della famiglia, dall’esperienza quotidiana di eventi e conversazioni che producono effetti, elabora un pensiero sul proprio ruolo di educatore, sui desideri e sui bisogni che lo fondono, sui vincoli e le possibilità che (in quella specifica famiglia) incontra” (Laura Formenti, 2001).

Negli ultimi anni, internet ha offerto alle famiglie un numero impressionante di risorse educative “fai da te”, indicazioni, linee guida e proposte pedagogiche; la qualità non è sempre elevata, ma è possibile reperire un gran numero di risorse sufficientemente autorevoli, che però necessitano di una cornice organica. Quella cornice è l’educazione famigliare, che ad oggi è la grande assente nella nostra società.
Se vogliamo aiutare davvero i genitori – risolvendo le loro difficoltà, quelle dei bambini e quelle della scuola – dobbiamo impegnarci in un percorso di costruzione di questo campo, dobbiamo elaborare un modello che possa aiutare davvero i genitori e renderlo accessibile a tutti.

FONTI

  • F. Cambi et al., Le professionalità educative. Tipologia, interpretazione e modello, Carocci, 2003

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Diagnosi DSA? Aspettate la seconda

Gli screening precoci possono prevenire i Disturbi Specifici dell’Apprendimento? Ha senso sottoporre i bambini a test fin dalla scuola dell’infanzia per prevenire e trattare i potenziali DSA in modo precoce? Secondo noi no. Questo parere, naturalmente, non si basa sulla nostra pratica educativa, ma sulle direttive emanate dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi.
Esiste un documento, recepito dal Consiglio Nazionale nella seduta del 26 Febbraio 2016, con deliberazione n° 10/16 (qui è possibile leggere il documento integrale, 72 pagine), che individua le buone pratiche professionali per l’individuazione e il trattamento dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Ecco tre quesiti ed altrettante risposte particolarmente significative:

Quando può essere effettuata una diagnosi di DSA?
Per la Dislessia, Disgrafia e Disortografia è possibile effettuare una diagnosi di DSA (e quindi rilasciare la relativa certificazione) dalla fine della classe seconda della scuola primaria. Per la Discalculia è necessario attendere la fine della classe terza, come già suggeriva la CC-2007 e conferma il PARCC-2011 (quesito A5.C), soprattutto per evitare l’individuazione di falsi positivi.

Può essere anticipata la diagnosi di DSA?
Prima della fine della classe seconda primaria l’elevata variabilità interindividuale nei tempi di acquisizione non consente una applicazione dei valori normativi di riferimento che abbia le stesse caratteristiche di attendibilità
riscontrate ad età superiori (CC-2007). Per quanto riguarda Dislessia e Disortografia il PARCC scoraggia l’anticipazione della diagnosi, a causa della mancanza di prove diagnostiche e/o di screening sufficientemente predittive (PARCC-2011, Quesito A5.A).

È corretto parlare di prevenzione nell’ambito dei DSA?
Essendo i DSA disturbi di origine neurobiologica, parlare di prevenzione non è corretto e può costituire una forzatura. È possibile però, attraverso un’individuazione precoce del disturbo, intervenire tempestivamente e
migliorare non solo la prognosi, ma anche prevenire gli effetti del disturbo sulle variabili psicologiche (emotive, motivazionali, ecc.), riducendo il rischio di psicopatologia associata nonché di drop-out scolastico.

Alla luce di queste righe, l’unica “medicina” valida sin dalla prima infanzia è l’educazione, impartita con amore e ferma credenza nei propri valori familiari e scolastici. L’educazione, grande assente nel contesto famigliare – ad oggi i genitori nel nostro paese non godono di alcun supporto educativo al di là della scuola – potrebbe rivelarsi un fattore determinante per supportare bambini e genitori nella crescita.

FONTI

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Contare con le dita? Altro che “roba da somari”: si attiva il cervello

Contare aiutandosi con le dita è indice di una cattiva comprensione dei calcoli? È una brutta abitudine da eliminare? Assolutamente no: secondo i ricercatori, si tratta di una pratica che stimola le abilità matematiche.

Secondo i ricercatori della Northwestern University niente affatto: al contrario, gli studenti che hanno una percezione migliore delle proprie dita, sono quelli che comprendono la matematica più a fondo e che riescono ad eccellere. Analizzando quello che accade nel cervello dei bambini quando si trovano a svolgere i calcoli, i ricercatori si sono accorti che i bambini che, durante le operazioni, mostravano un’attivazione della corteccia somatosensoriale (quella legata alla percezione tattile e alla percezione del proprio corpo) erano i più bravi.
La corteccia somatosensoriale è la stessa che si attiva, per intenderci, quando si eseguono dei calcoli con le dita. I ricercatori hanno scoperto che l’attivazione non era legata al gesto di toccarsi le dita, ma alla visualizzazione mentale delle stesse: infatti, dopo un certo numero di esercitazioni, i bambini imparano a “contare con le dita” nella propria mente, senza più alcun bisogno di ricorrere alle mani. Tuttavia, nel cervello, questo richiamo attiva un numero maggiore di connessioni in quell’area, potenziando le abilità di calcolo.

Questo esempio si riflette anche nel mondo della musica: i pianisti, che per suonare il proprio strumento devono sviluppare una rappresentazione delle dita particolarmente accurata, sono soliti eccellere nelle discipline matematiche. E allo stesso tempo, si è scoperto che l’agnosia digitale (la cattiva rappresentazione delle proprie dita) predice in modo sufficientemente accurato la discalculia, ovvero il Disturbo Specifico dell’Apprendimento correlato all’incapacità di svolgere i calcoli in modo efficace.
In Italia, al momento, si stanno svolgendo alcune sperimentazioni, per comprendere se l’uso delle dita e il potenziamento delle abilità legate alla percezione e alla visualizzazione delle proprie dita possa influenzare positivamente le abilità matematiche dei bambini.

APPROFONDIMENTI: Impariamo a contare con la tavoletta delle dita

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La strategia ABC di Alan Kazdin

In questo articolo vi presenteremo la strategia ABC di Alan Kazdin, Professore di Psicologia Psichiatria Infantile presso l’Università di Yale. Con le lettere A, B e C, il Professor Kadzin indica le tre fasi del processo educativo: in inglese, Antecedents, Behaviour, Consequences. In italiano traduciamo questi termini con Antecedenti, Comportamento, Conseguenze, ma per comodità useremo le iniziali in inglese.
Il punto di partenza di questo approccio è che, per cambiare un comportamento nel bambino (ma, volendo, anche in noi stessi), è necessario focalizzarsi non soltanto sul momento in cui l’azione si verifica, ma anche su ciò che precede e segue l’azione.
Facciamo un esempio: se l’azione su cui intervenire è un capriccio, per evitare che ricapiti, bisogna lavorare su ciò che anticipa il capriccio e su ciò che lo segue. La strategia ABC è di evidente matrice comportamentista ma, al netto dell’ispirazione iniziale, non si limita a creare un nesso causa-effetto tra le sequenze temporali. Con questo approccio il Professor Kazdin vuole farci lavorare sulla comunicazione, verbale e non, con interventi mirati nel “prima-durante e dopo” del comportamento.
Di seguito approfondiamo, sequenza per sequenza, come intervenire su un comportamento e modificarlo. Partiamo dagli Antecedenti, ovvero azioni e frasi che precedono il comportamento da correggere e hanno l’obiettivo di guidare il bambino nel cambiamento.

A (Gli Antecedenti)

Come dicevamo, la strategia ABC è composta da tre componenti fondamentali. Gli Antecedents o Antecedenti, fanno riferimento alle azioni da compiere prima del comportamento specifico del bambino. Essi sono molto importanti perché pongono le basi per il cambiamento. Esistono due principali tipologie di Antecedenti:

  • Istruzioni o Prompt
  • Contesto o Settings Events

Possiamo avere diversi tipologie di Antecendenti, verbali e non verbali. Gli Antecendenti verbali sono le “istruzioni” (in inglese Prompt) che forniamo affinché un’azione avvenga e possono essere accompagnate da azioni o dalla comunicazione non verbale.
Facciamo un esempio: vogliamo che il nostro bambino si lavi i denti. Ovviamente glielo chiediamo, ma possiamo anche scegliere di rinforzare la richiesta accompagnandolo verso il bagno e sorridendogli. Un ulteriore Antecedente da non sottovalutare è l’esempio: una volta arrivati in bagno, si può mostrare al bambino come si usa correttamente lo spazzolino, utilizzando in questo caso una strategia di Modeling su cui torneremo in seguito. Questi Antecedenti sono diretti, poiché veicoliamo il comportamento attraverso le nostre parole o azioni. Volendo creare un collegamento con l’Esercizio degli Opposti Positivi della precedente lezione, essi sono l’opposto positivo della frase “Fai questo perché lo dico io”.
La seconda tipologia di Antecedenti riguarda il contesto: molti studi evidenziano come, in un ambiente positivo, sia più facile imparare e cambiare. In questo caso, il nostro modo di dire le cose, il tono di voce, il linguaggio del nostro corpo, giocano un ruolo fondamentale. Quindi, oltre alla comunicazione verbale, bisogna considerare la comunicazione non verbale, ossia tutti i segnali che lanciamo, anche inconsapevolmente. Su questo tema abbiamo scritto un mini saggio specifico, che vi invitiamo a leggere.
Ora, proviamo a combinare le due tipologie di che abbiamo preso in considerazione e creiamo il nostro Antecedente, dato dalla somma di Istruzioni e Contesto. Possiamo dire che l’efficacia del nostro intervento educativo è direttamente proporzionale alla somma di Istruzioni e Contesto: più siamo in grado di dare istruzioni chiare ed efficaci e trasmettere positività con i nostri gesti, maggiore sarà la probabilità di riuscire a intervenire su ciò che vogliamo cambiare, nel nostro bambino e negli adulti.

Come possiamo lavorare sugli Antecedenti? Kazdin individua sei ingredienti chiave:

  1. Essere chiari e specifici
  2. Usare Un tono di voce gentile
  3. Offrire scelte
  4. Chiedere “Per favore”
  5. Offrire aiuto
  6. Usate l’elemento ludico per creare una “sfida”

Vediamo un po’ più in dettaglio ciascun «ingrediente».
Abbiamo già visto nelle precedenti lezioni, parlando di cambiamento ed obiettivi, quanto sia importante avere le idee chiare e formulare una richiesta specifica: un generico “sii più ordinato” otterrà molti meno effetti di un più dettagliato “Per favore, raccogli i giochi che sono per terra e mettili nel cesto dei giochi”.
Al primo ingrediente si collega molto direttamente il secondo: la gentilezza crea una risposta più positiva di toni bruschi ed imperativi: attenzione, non stiamo mettendo in gioco l’autorevolezza, ma solo il modo in cui essa viene manifestata.
Sul terzo ingrediente vale la pena soffermarsi qualche minuto. Offrire scelte non è in concetto antitetico alla chiarezza e alla coerenza. Si tratta piuttosto di creare un Positive Setting, un contesto positivo. Facciamo un esempio: dobbiamo uscire con il nostro bambino, che però si dimostra reticente. Possiamo provare a formulare un Prompt di questo tipo: “Dobbiamo uscire, per favore indossa il tuo giubbotto verde o, se preferisci, quello rosso”. In questo modo non viene messo in discussione il fatto di dover uscire, ma si lascia aperta la possibilità su come farlo. Sembra banale, ma questa piccola apertura è un modo per creare un contesto positivo.
Veniamo ora al “Per favore”: sicuramente rafforza la richiesta, ma deve essere motivante. Dire per favore e sbuffare o mostrarsi infastiditi non provoca alcun effetto: perché la nostra
richiesta sia efficace, la comunicazione verbale e quella non verbale devono essere in linea.
Anche offrire aiuto costituisce un valido Antecedente: attenzione, non stiamo dicendo che dovete sostituirvi al bambino o bloccarne l’autonomia. Semplicemente, creare un ambiente collaborativo può incentivare lo sviluppo di un comportamento. Anche qui, un esempio può essere d’aiuto: dobbiamo chiedere a nostro figlio di riordinare la cameretta. Possiamo dirgli, come abbiamo visto in precedenza, “Per favore raccogli i giochi da terra e mettili nel cesto dei giochi”. Se c’è bisogno di un ulteriore incentivo, possiamo offrire aiuto dicendo: “Per favore raccogli i giochi da terra e mettili nel cesto dei giochi; se non ci stanno tutti nel cesto sul pavimento, chiamami che ti prendo la scatola in alto nell’armadio”. In questo modo, la richiesta resta “Metti in ordine”, ma ci sono due elementi positivi: si tratta di un’azione circoscritta che richiede autonomia, ma è coadiuvata dal nostro supporto, SE e SOLO SE necessario.
Infine l’elemento ludico, forse l’ingrediente più inusuale. Kazdin propone di creare una sorta di sfida per incentivare il bambino a fare ciò che chiediamo. Se ad esempio ci sono molti giochi da raccogliere per terra, possiamo dire: “Per favore raccogli i giochi e mettili nel cesto. Scommettiamo che riesci a farlo in dieci minuti, più veloce di Superman?”. Anche questa frase può apparentemente sembrare una sciocchezza o un futile excamotage. In realtà l’obiettivo è di creare un ambiente positivo, basato anche sul sorriso, o appunto sull’elemento ludico.

B (Il comportamento)

Come si fa a modificare un comportamento? Ad esempio, ricollegandoci a quanto dicevamo ieri, come faccio ad insegnare a riordinare la camera, senza urlare, innervosirmi o altro? Il Professor Kazdin suggerisce a questo proposito alcune tecniche, che di seguito andremo ad analizzare: Shaping, Modeling, Simulation.

La tecnica della biciclietta

Nella visione di Kazdin, lo shaping prevedere di lavorare su un comportamento e modificarlo attraverso dei piccoli progressi sequenziali. Noi abbiamo scelto di utilizzare la metafora della bicicletta per spiegare meglio il concetto: quando impariamo ad andare in bicicletta, solitamente utilizziamo prima le rotelline supplementari, poi le togliamo e utilizziamo le gambe per trovare l’equilibrio ed infine impariamo ad andare senza supporti.
Per imparare ad andare in bicletta abbiamo dunque bisogno di passare attraverso alcune fasi. Magari c’è chi impara più velocemente e chi meno, ma in linea generale non si inforca una bici e si parte in discesa. La stessa cosa accade quando lavoriamo su un comportamento da modificare: può essere necessario fare alcuni aggiustamenti successivi o suddividere l’obiettivo finale in obiettivi più piccoli.

Lo Shaping consiste proprio nell’individuare gli step che compongono l’obiettivo finale e raggiungerli progressivamente. Torniamo all’esempio del disordine: Shaping significa che, anziché aspettarmi che il bambino riordini tutta la camera, possa farlo in due o tre passaggi: oggi la scatola dei giochi, domani la scrivania, dopodomani i libri. L’esempio forse più emblematico è la musica: per imparare a suonare il piano, prima dovrò saper leggere lo spartito e riconoscere le note, poi esercitarmi sulle scale ed infine lavorare sui brani musicali.
Ovviamente, nello Shaping, così come nelle altre tecniche che abbiamo visto, è fondamentale l’ambiente positivo: parole di incoraggiamento, rinforzo positivo, gratificazione. Su questi aspetti specifici vi invitiamo a leggere la lezione dedicata alle lodi e a come farle in modo efficace (Non basta dire bravo per creare una Mentalità di crescita).

Lo Shaping è composto da sei elementi, che trovate illustrati nella nostra scheda per il Quaderno della Crescita e che possono essere utilizzati anche per le altre due tecniche che prenderemo in esame. In estrema sintesi:

  1. Selezionare un comportamento su cui lavorare
  2. Scomporre il comportamento in una serie di obiettivi su cui lavorare
  3. Incoraggiare il bambino a concetrarsi su ciascun «micro-obiettivo»
  4. Ipotizzare un «premio» o un incentivo al conseguimento dell’obiettivo
  5. Lodare l’impegno e lo sforzo per conseguire il risultato
  6. Aumentare progressivamente la difficoltà dell’obiettivo da raggiungere

La tecnica del palcoscenico

La Simulation è una sorta di role playing: in pratica, immaginiamo in condizioni «artificiali» ciò che potrebbe accadere a seguito di un determinato comportamento. Noi la chiamiamo tecnica del teatro, perché prevede l’interazione tra gli attori, dato che genitore e bambino lavorano insieme, attraverso il dialogo, per costruire lo scenario. Facciamo il solito esempio del disordine. Attuando la Simulation, un genitore potrebbe chiedere al suo bambino: “Ti immagini quanto spazio per giocare ci sarebbe in camera se per terra non ci fossero tutti quei giochi? Pensa, potremmo addirittura fare una merenda con gli amici, mettendo un tavolino in mezzo alla stanza”. Si tratta di un esempio molto intuitivo, ma possiamo anche ipotizzare altri contesti di applicazione. Ad esempio, vogliamo evitare che il nostro bambino esploda in un capriccio isterico. Per farlo, possiamo lavorare con lui quando è calmo, immaginandoci la situazione critica ed ipotizzando delle soluzioni che anticipino e mitighino il capriccio.

La tecnica del camaleonte

Il Modeling è l’ultima tecnica che prendiamo in esame in questa lezione. In questo caso è il genitore a dare l’esempio diretto, guidando il comportamento in modo esplicito. Abbiamo ribattezzato questo esercizio Tecnica del Camaleonte perché, proprio come il camaleonte si adatta all’ambiente cambiando colore, così il bambino dovrebbe adattarsi all’ambiente positivo, seguendo l’esempio che gli viene dato. Riprendiamo l’esempio dell’ordine: se noi adulti siamo disordinati, difficilmente nostro figlio potrà trovare stimoli per sistemare la cameretta. Ma se gli diciamo “Ehi, oggi devo dedicare un po’ di tempo a mettere a posto la camera, è un po’ che non lo faccio e c’è tanta roba da buttare”, è più semplice che anche il bambino provi il desiderio di riordinare. Idem per il lavaggio dei denti o le famigerate verdure: se siamo noi i primi a seguire una scrupolosa igiene orale o assaggiare le melanzane anche se non ci piacciono, ma motivando queste cose con ragionevolezza, è probabile creare un coinvolgimento positivo, uno stimolo a provare.

C: le conseguenze

Oggi andremo ad esaminare l’ultima parte del processo, ossia le conseguenze del comportamento. Come potete immaginare, avremo davanti a noi due scenari:

  • il bambino si impegna ad ascoltare le nostre richieste e si comporta come desideriamo;
  • il bambino non ascolta le nostre richieste e continua a comportarsi in modo non corretto.

Che cosa possiamo fare nel primo caso, per incentivare il bambino a continuare sulla strada intrapresa? Che misure è opportuno adottare, se invece il bambino si rifiuta di ascoltarci? Approfondiremo i due differenti scenari in due paragrafi a se stanti, con esempi specifici che possono essere d’aiuto in ciascun caso.

I RINFORZI POSITIVI: COME IMPOSTARE UN POINT PROGRAM EFFICACE

Partiamo dal caso più auspicabile: abbiamo chiesto qualcosa al nostro bambino e lui ha ascoltato. In questo caso, per incentivarlo a proseguire, possiamo adottare la strategia dei rinforzi positivi. Abbiamo già parlato nella seconda lezione del corso dell’importanza delle lodi e di come, usando un linguaggio positivo, si possa dare un grande impulso al cambiamento.
Oltre agli elogi – impostati proprio come abbiamo suggerito nella scorsa lezione – può essere d’aiuto un sistema di rinforzi. Il professor Kazdin è molto chiaro a questo proposito: il sistema di rinforzo non si basa su premi come regalini o caramelle, giusto per intenderci, ma sull’acquisizione progressiva della consapevolezza dei propri progressi.

Molti studiosi, nell’ambito della letteratura pedagogica, hanno criticato i sistemi premi-punizioni. Kazdin sceglie nel suoi approccio di adottarli, introducendo alcuni correttivi. Nell’ambito dei rinforzi positivi, Kazdin suggerisce di utilizzare un Point Program, una tabella a punti ispirata alla token economy. Nello specifico Kazdin propone di utilizzare i programmi a punti solo laddove serve un intervento di medio-lungo periodo per cambiare un determinato comportamento. Facciamo un esempio pratico: il vostro bambino non vuole dormire da solo. Potete impostare la vostra “strategia di allenamento”, suddividendola in alcune fasi:

  1. individuate chiaramente qual è l’obiettivo: se, ad esempio, volete che il vostro bambino dorma da solo, chiedetevi entro quanto tempo desiderate che ciò avvenga e se siete disposti ad accettare alcuni progressi graduali (tenere la luce accesa, avere la mamma accanto almeno all’inizio), o piuttosto volete che lo faccia subito. Sembrano domande ovvie, ma sono fondamentali per capire cosa siete disposti ad accettare e cosa no, evitando frustrazioni inutili.
  2. se decidete di fare alcuni passaggi successivi, come auspicabile, scomponete l’obiettivo finale in più fasi: ad esempio, la prima settimana proponetevi di far addormentare il bambino stando seduti accanto a lui in cameretta, la seconda lasciate la luce accesa e provare a lasciarlo solo per qualche minuto, per poi aumentare il tempo fino alla completa autonomia.
  3. stabilite i correttivi che siete disposti ad introdurre: se il bambino vi chiede di stare con lui oltre la prima settimana, se la luce non basta, etc
  4. stabilite la gratificazione positiva per ogni punto conseguito, fino ad arrivare all’obiettivo finale.

Come dicevamo all’inizio, quando si parla di premi nel programma a punti suggerito dal professor Kazdin, non si fa riferimento a regali o dolciumi. Il programma è un lavoro di squadra vero e proprio; il premio, dunque, dovrebbe essere un’attività o un momento condiviso. L’obiettivo finale è quello di creare maggior coinvolgimento di tutti i membri della famiglia nel perseguire un obiettivo.

Noi abbiamo rielaborato tutti questi spunti, lavorando sul concetto di caccia al tesoro. In pratica, il tesoro da trovare è il nostro obiettivo e le varie fasi del percorso da sbloccare rappresentano i passaggi intermedi per raggiungerlo. Ovviamente, ognuno è libero di creare una mappa personalizzata, ma ci sembrava bello avere un piano d’azione da appendere in un luogo accessibile a tutta la famiglia. Come strategia alternativa è possibile usare un riadattamento del “barattolo porta-capricci”, di cui vi abbiamo parlato in un approfondimento dedicato. Nello specifico, si tratta di un esercizio di autocontrollo legato appunto ai capricci: il bambino mette un sassolino nel barattolo ogni volta che riesce a trattenere la sua esplosione emotiva. Questo esercizio si può chiaramente adattare per altri obiettivi: si può ad esempio usare un sassolino ogni volta che si riordina la stanza, ogni volta che ci si prepara in autonomia, ogni volta che si va a letto presto. Al raggiungimento di un numero stabilito di sassolini, si ottiene un premio.

CHE FARE SE NON VENGO ASCOLTATO? PROVA IL TERMOMETRO DELLE EMOZIONI

Arriviamo ora al nodo cruciale della lezione. Può capitare che tutto fili liscio e il bambino ascolti la vostra richiesta, adottando il comportamento auspicabile. Ma può anche capitare, cosa non infrequente, che non fili tutto liscio ed il bambino, nonostante i rinforzi positivi, gli elogi ed il point program, continui a non comportarsi come desiderate: tira i capelli alla sorellina, non spegne la TV quando lo chiedete, non riordina la cameretta, scoppia in capricci incontrollabili quando siete al supermercato.
Che fare? In più approfondimenti abbiamo affrontato il tema delle punizioni corporali e delle urla: siamo esseri umani e a tutti, per stanchezza o frustrazione, può capitare di perdere il controllo. Tuttavia gli studi pedagogici, ma anche il buon senso, suggeriscono che castighi e urla non ci aiutano ad educare. Il bambino magari, per paura o per accondiscendenza, interrompe il comportamento sbagliato; ma, se non ha interiorizzato il perché la sua famiglia desidera un determinato cambiamento, probabilmente ricomincerà nel tempo ad utilizzarlo di nuovo.

Per far sì che il bambino capisca dove sta sbagliando, occorre usare quella che noi abbiamo chiamato “tecnica del raffreddamento”. Quando la temperatura è troppo alta, cosa si fa normalmente? Si cerca l’ombra, si accende un ventilatore, si beve un po’ di acqua fredda. Lo stesso accade con le emozioni: quando si perde il controllo, da adulti o da bambini, si aumenta la nostra “temperatura emotiva”, surriscaldandosi. A quel punto è necessario riequilibrarsi, raffreddandosi. In questa fase è possibile introdurre il lavoro sul comportamento da modificare. Il professor Kazdin parla di due possibili correttivi, probabilmente noti anche a voi:

  • time out (una pausa per rifocalizzarsi);
  • attending and ignoring (traducibile con “e ignoro”).

Il time out è una prassi che prevede di interrompere il bambino che si sta comportando male, cercando di lavorare sul riequilibrio della sua temperatura emotiva. Si può scegliere di farlo sedere, di mandarlo in un’altra stanza o di attuare alcune tecniche di rilassamento (ad esempio il lavoro sul respiro libero). L’obiettivo è di far rilassare il bambino, diminuendo progressivamente la sua energia negativa, per poi riprendere a dialogare e lavorare insieme sul comportamento sbagliato.
La tecnica “ascolto e ignoro”, al contrario, agisce sulla nostra temperatura emotiva. Quando stiamo per perdere il controllo di fronte ad un comportamento che ci infastidisce, è utile ignorare. Non significa certamente infilare la testa sotto la sabbia, ma lanciare un segnale al bambino e, contemporaneamente, lavorare sul nostro autocontrollo, dando il buon esempio. Molti comportamenti “fastidiosi” dei bambini vengono messi in atto con l’obiettivo specifico di generare frustrazione nel genitore e farlo cedere: se ignoriamo, è molto probabile che il bambino smetta. Anche in questo caso si lavora progressivamente sul cambiamento. Poiché anche gli adulti vengono coinvolti emotivamente, all’inizio sarà difficile ignorare. Occorre lavorare sulla propria temperatura emotiva, pensando a piccoli progressi successi: la prima volta si può attuare la strategia “Ascolto e Ignoro” per qualche minuto, per poi aumentare. Ovviamente, perché questo approccio sia efficace, è necessario che il bambino abbia ben chiara la contrapposizione tra ascoltare ed ignorare. Per cui, quando si comporta bene, dovete mostrarvi presenti e disponibili a comunicare ed ascoltare.
A volte, si può prendere tempo semplicemente interrompendosi per qualche minuto e provando una tecnica di rilassamento. Con noi funziona molto bene l’ascolto di musica rilassante, ma potrebbe essere un valido ausilio una breve passeggiata o anche solo il silenzio.

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Esperimenti scientifici per bambini

I bambini adorano gli esperimenti scientifici: il loro spirito curioso e l’interesse verso la ricerca (anche se il metodo scientifico è ancora lontano) non andrebbero trascurati, a casa come a scuola.

ESPERIMENTI SCIENTIFICI PER BAMBINI

Di seguito abbiamo raccolto un elenco di semplici esperimenti da realizzare con un costo contenuto, a casa oppure a scuola. Si tratta di bizzarre reazioni chimiche e fisiche (assolutamente non pericolose) che si possono ricreare con materiali di uso comune.

L’UOVO CHE GALLEGGIA

Materiali: due uova, due bicchieri, acqua, sale, un cucchiaio, un pentolino

Istruzioni: riempite d’acqua un bicchiere e immergete delicatamente un uovo. Cosa succede all’uovo? Galleggia o affonda?. Adesso, scaldate dell’acqua in un pentolino e sciogliete cinque o sei cucchiaini di sale. Quando l’acqua si sarà raffreddata, versatela nell’altro bicchiere e immergete il secondo uovo. Cosa succede?

Spiegazione: nel primo caso, la densità dell’uovo è maggiore di quella delle molecole d’acqua; è per questa ragione che l’uovo affonda. Nel secondo caso, la densità della soluzione di acqua e sale è maggiore di quella dell’uovo: ecco perché galleggia. La stessa cosa accade a noi: rimanere a galla nell’acqua del mare è meno faticoso che farlo in piscina o in un lago.

MAGICO AMIDO DI MAIS

Materiali: acqua, maizena (amido di mais), una ciotola capiente

Istruzioni: sciogliete in acqua la maizena in rapporto 3:1 (una parte di maizena e tre d’acqua, possiamo usare un bicchiere di plastica come unità di misura). Provate a giocare con il fluido che avete ottenuto: è solido o liquido? Cosa succede se ne prendete in mano una piccola quantità e provate a modellarla?

Spiegazione: il fluido che si ottiene sciogliendo in acqua l’amido di mais è un fluido non newtoniano. Questo genere di fluidi hanno una particolare proprietà: se vengono sottoposti ad una forza, divengono solidi, tanto più solidi quanto più è intensa la forza.

L’OMBRA DEL FUOCO

Materiali: una scatola di fiammiferi, una torcia, una stanza buia

Istruzioni: in una stanza buia o in penombra, accendete un fiammifero e posizionatevi a 10/15 cm da un muro. Chiedete ai bambini di accendere la torcia e di posizionarsi a 30/50 cm da voi, puntando la torcia verso il muro (la mano con il fiammifero dovrà trovarsi tra la torcia e il muro. Guardando sulla parete vedrete l’ombra della mano e del fiammifero. E l’ombra del fuoco?

Spiegazione: il fuoco non ha un’ombra. Infatti, il fuoco non è un corpo opaco, ma una fonte di luce. L’ombra si genera solo quando un corpo opaco si frappone tra una fonte di luce e uno schermo (quello su cui l’ombra viene proiettata, ad esempio, il muro).

IL SACCHETTO MAGICO

Materiali: un sacchetto in polietilene (come quelli per congelare gli alimenti nel freezer), acqua, matite colorate

Istruzioni: riempite d’acqua il sacchetto e sigillatelo. Adesso, prendete una matita e bucate il sacchetto, facendola entrare da un lato e uscire dall’altro. Cosa succede? L’acqua esce dal foro praticato dalla matita? Provate ad infilzare il sacchetto con più matite. Cosa succede?

Spiegazione: quando il sacchetto viene bucato, le molecole di polietilene si separano e si “appiccicano” sulla matita, in prossimità del buco. In questo modo, sigillano l’apertura evitando che l’acqua possa uscire.

L’UOVO DI GOMMA

 Materiali: un uovo, aceto di vino, un barattolo di vetro con il coperchio

Istruzioni: facendo attenzione a non romperlo, mettete l’uovo dentro il barattolo e poi versate su di esso abbondante aceto di vino; sarà necessario coprirlo completamente. Dopo aver sigillato il barattolo con il suo coperchio, lasciatelo riposare per 48 ore. Adesso, tornate a controllare il vostro uovo ed estraetelo dal barattolo. Cosa è successo?

Spiegazione: l’aceto ha sciolto il calcio presente nel guscio dell’uovo, trasformandolo in anidride carbonica. Al di sotto del guscio, l’uovo è rivestito da una pellicola semitrasparente; è proprio questa pellicola che impedisce che l’uovo, ormai senza guscio, si rompa.

I PALLONCINI E IL FUOCO

Materiali: due palloncini, acqua, fiammiferi

Istruzioni: gonfiate un palloncino, poi accendete un fiammifero e posizionatelo sotto il palloncino, in modo tale che la fiamma lo sfiori. Cosa succede? Adesso riempite d’acqua il secondo palloncino, come se doveste realizzare un gavettone. Accendete un fiammifero e posizionatelo sotto il palloncino. Cosa succede in questo caso?

Spiegazione: nel caso del palloncino pieno d’aria, la fiamma lo fa scoppiare. Infatti, la temperatura del fuoco è sufficiente a bruciare la gomma, che scoppia.  Nel caso del palloncino pieno d’acqua, il fuoco scalda la gomma, ma questa disperde il calore a contatto con l’acqua; in altre parole, il fuoco non scalda esclusivamente la gomma, ma anche l’acqua. In questo modo, la gomma non raggiunge una temperatura così elevata da bruciare.

BOMBA A BASE DI ACETO

Materiali: aceto di vino, bicarbonato di sodio, un fazzoletto di carta, un piccolo sacchetto di plastica che si possa sigillare

Istruzioni: versate due cucchiaini di bicarbonato al centro del fazzoletto, poi richiudetelo per bene, in modo che il bicarbonato non esca. Sul fondo del sacchetto di plastica, versate mezzo bicchiere di aceto. Poi, inserite nel sacchetto il fazzoletto con il bicarbonato, tenendolo in modo che non tocchi l’aceto. Chiudete il sacchetto e posizionatelo in un luogo sicuro (una bacinella, il lavandino o in giardino); scuotetelo per pochi secondi, in modo da mescolare gli ingredienti, poi posatelo e fate un passo indietro. Cosa succede?

Spiegazione: l’aceto, a contatto con il bicarbonato, produce anidride carbonica. L’anidride carbonica gonfia il sacchetto fino a farlo scoppiare. Aumentando le dosi di aceto e bicarbonato, si aumenta l’intensità dell’esplosione.

*Avvertenze: non utilizzate mai barattoli rigidi di vetro o plastica; l’esplosione potrebbe scagliare in aria qualche frammento e ferire i partecipanti. Inoltre, dopo aver scosso il sacchetto, vi raccomandiamo di mantenere una distanza di sicurezza. 

L’INSALATA COLORATA

Materiali: foglie d’insalata chiara; bicchieri, acqua, coloranti alimentari

Istruzioni: riempite i bicchieri a metà con l’acqua e utilizzate i coloranti per colorarla a piacere; potete utilizzare colori diversi per bicchieri diversi. Lasciate le foglie d’insalata su un foglio di carta assorbente per qualche ora; in questo modo perderanno parte della loro acqua. Poi, immergete le foglie d’insalata nei bicchieri, in modo tale che il gambo sia immerso completamente nell’acqua colorata e che la foglia emerga dal bicchiere. Lasciate riposare l’insalata per una notte; il giorno seguente, guardate cos’è successo.

Spiegazione: le foglie d’insalata assorbono l’acqua colorata presente nei bicchieri, prendendo colore; questo è possibile grazie ad una rete di minuscoli canali che attraversano le foglie e che, grazie al fenomeno della capillarità, permettono all’acqua di riempirli e di risalire fino alla punta della foglia.

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