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Tre esercizi per gestire meglio le emozioni

Non vi è intelligenza senza emozione. Ci può essere emozione senza molta intelligenza, ma è cosa che non ci riguarda“.
Ezra Pound

Daniel Goleman in “Intelligenza emotiva” propone tre strategie operative per allenare la propria intelligenza emotiva e migliorare così le relazioni interpersonali:

  • Calmati: imparare a dominare il flusso delle emozioni, a mantenerti imperturbabile. La calma è elogiata sin dai tempi dei filosofi greci, permette di pensare al meglio e aiuta a non prendere decisioni emotive o d’impulso. Per un genitore si tratta di una grande dote;
  • Rendi i tuoi pensieri meno tossici: monitora i propri pensieri, evitando tutti quelli diretti a screditare gli altri, a partire dal momento in cui si formano nella propria mente. In questo senso, l’attitudine al pensiero positivo è un grande aiuto per imparare a rendere virtuoso il flusso dei  pensieri;
  • Ascolta: evita di travolgere gli altri con la tua piena emotiva; è questo il terzo cardine dell’allenamento emotivo. La capacità di ascoltare in modo attivo è forse la dote più importante per un genitore (e anche per tutti gli altri).

Ma come trasformare questi precetti in azione? Un esercizio molto efficace consiste nel tenere un piccolo diario emotivo, in cui ogni giorno analizzi la situazione. Bastano poche righe: puoi utilizzare anche lo smartphone o il tablet se questi strumenti ti semplificano la scrittura.
Prova ogni giorno a ricordare e scrivere:

  • un momento in cui hai mantenuto la calma o un momento in cui hai perso la calma;
  • un pensiero tossico che sei riuscita/o ad eliminare o un pensiero tossico che ti ha condizionata/o;
  • un momento in cui sei riuscita/o ad ascoltare davvero o un momento in cui non ce l’hai fatta.

Questi “ricordi nero su bianco” sono potentissimi organizzatori della mente, capaci di influenzare in modo positivo il comportamento.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
D. Goleman, Intelligenza emotiva, BUR, 2011

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PER NON DIMENTICARE

“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

FONTI

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Il 98% dei bambini è un genio creativo

Nel 1993 la NASA contattò il Dott. George Land e la Dott. sa Beth Jarman affinché sviluppassero un test per misurare la creatività dei propri ingegneri e degli scienziati che lavoravano nelle basi missilistiche.
Il test fu realizzato con grande precisione e si rivelò uno strumento efficace per analizzare il potenziale creativo delle persone. Tuttavia, gli scienziati, incuriositi dal concetto di creatività, provarono a sottoporre lo stesso test a un gruppo di bambini. Il risultato fu che il 98% di loro ottenne un risultato sufficiente per definirli dei veri e propri geni creativi.
Il test venne ripetuto all’età di 10 anni: la percentuale di “geni” era scesa al 30%. A quindici anni erano solo il 12%. Una volta diventati adulti, la percentuale raggiunse il minimo: solo il 2% dei bambini sottoposti al test risultava ancora creativo.

Com’è possibile questo calo repentino e drammatico? I fattori che Land e Jarman considerano come principali responsabili della morte della creatività sono il sistema scolastico e l’educazione. Entrambi, infatti, lavorano quasi esclusivamente sul pensiero logico razionale, il cosiddetto pensiero convergente. Non solo: il pensiero divergente viene soppresso, dal momento che viene ritenuto inutile ai fini del successo scolastico. In altre parole, i bambini nascono dotati di un forte pensiero creativo mentre il pensiero non-creativo è una forma di pensiero appreso.

La creatività, in ogni caso, non è un numero scritto nero su bianco: si può allenare. La potenzialità più straordinaria del nostro cervello è la plasticità. Tutti noi possiamo migliorare, giorno dopo giorno. Puoi cominciare subito, con un esercizio suggerito dai due scienziati che hanno realizzato il test di cui abbiamo parlato. Non devi fare altro che prendere una forchetta e pensare ad almeno 25-30 modi per migliorare questo semplice strumento. Prova a rispondere insieme ai tuoi bambini: ne verrà fuori una bella palestra creativa.

FONTI

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Apprendimento meccanico e apprendimento significativo

Vi è mai capitato di imparare a memoria qualche informazione (che sia una definizione, una ricetta o un articolo di giornale) e di dimenticarvela dopo pochi giorni? Purtroppo è quello che capita a migliaia di studenti in tutto il mondo ed è uno dei principali problemi con cui si scontrano i nostri sistemi di istruzione.

David Ausubel, uno psichiatra americano di fama internazionale, elaborò negli anni ’60 il modello dell’apprendimento significativo, modello in cui si contrapponevano l’apprendimento meccanico (quello studio a memoria di cui abbiamo parlato all’inizio dell’articolo) e l’apprendimento significativo, permanente e caratterizzato da una memorizzazione profonda e ricca di spirito critico. Compito di un bravo insegnante e di un buon ambiente di apprendimento era quello di stimolare l’apprendimento significativo.

Il modello di Ausubel è stato successivamente rielaborato dal Professor Joseph Novak e dal suo team, che lo hanno utilizzato come base per progettare il più avanzato (ed efficace) strumento che abbiamo ad oggi per studiare: le mappe concettuali. Alla base delle mappe concettuali c’è una vera e propria teoria dell’apprendimento, incentrata sull’apprendimento significativo.

L’apprendimento meccanico, in sintesi:

  • richiede uno sforzo minore per piccole quantità di informazioni;
  • lo sforzo aumenta con l’aumentare della mole di dati;
  • è veloce;
  • permette di ricordare un’informazione in modo molto accurato (una sorta di “fotografia mentale”);
  • ha una breve durata: dopo qualche settimana il cervello rimuove le informazioni memorizzate attraverso l’oblio.

L’apprendimento significativo invece:

  • richiede uno sforzo maggiore nella fase iniziale (quella in cui dobbiamo imparare ad imparare);
  • permette di assimilare un gran numero di informazioni;
  • è lento;
  • modifica il nostro sistema cognitivo collegando le nuove conoscenze con le altre;
  • non ha “durata”: grazie al processo di assimilazione, quello che si studia non verrà mai dimenticato.

Esiste un luogo comune secondo cui l’apprendimento meccanico è colpa di docenti incapaci e svogliati. In realtà le cose non stanno esattamente così: il nostro cervello, che è progettato per ottenere risultati col minimo sforzo, preferisce imparare a memoria, in modo meccanico.
L’apprendimento significativo costa fatica e non piace alla mente. Questo significa che dobbiamo educarci e educare i bambini ad imparare in modo significativo.

Ma come possiamo fare? Per fare un esempio, possiamo cominciare insegnando ai bambini a costruire le mappe concettuali, sin da piccoli (già a 6 anni possiedono le abilità necessarie per realizzare una mappa rudimentale). Le mappe permettono di rappresentare la conoscenza in termini di concetti e legami, creando una struttura reticolare ideale per l’apprendimento significativo.
Le mappe non devono sostituire le altre forme didattiche: sono complementari ad esse. Addirittura, Ausubel sosteneva l’importanza della lezione frontale, strumento prezioso che non doveva essere smantellato per far posto ai soli laboratori.

FONTI

  • D. Ausubel, The Psychology of Meaningful Verbal Learning, Grune & Stratton, 1963
  • J. Novak, Costruire mappe concettuali, Erickson, 2010

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VAMPING: LA NUOVA – E PERICOLOSA – MODA DEI RAGAZZI

Una buona norma è quella di lasciare ai ragazzi il massimo grado di libertà e autonomia possibile. Tuttavia, come sosteneva Alexander Neill (padre della pedagogia libertaria), ci sono alcuni casi in cui anche il più democratico degli educatori non deve chiedere il permesso di intervenire ai suoi ragazzi. Interviene e basta. Stiamo parlando dei casi in cui c’è un pericolo evidente e manifesto: in queste occasioni, abbiamo il dovere di salvare chi corre un pericolo esattamente come soccorreremmo qualcuno per strada.

Recentemente abbiamo letto un esempio che spiega in modo perfetto questa posizione. Stiamo parlando del vamping, che viene descritto bene da Maura Manca, psicologa e psicoterapeuta esperta delle tematiche dell’adolescenza, in un osservatorio del sito Adolescienza:

Il Vamping, ossia la moda degli adolescenti di trascorrere numerose ore notturne sui social media, sembra diventata una vera e propria abitudine, tanto che 6 adolescenti su 10 dichiarano di rimanere spesso svegli fino all’alba a chattare, parlare e giocare con gli amici o con la/il fidanzata/o, rispetto ai 4 su 10 nella fascia dei preadolescenti.
La tendenza, invece che accomuna tutti i ragazzi è di tenere a portata di mano il telefono quasi tutto il giorno, notte compresa, fino al 15% che si sveglia quasi tutte le notti per leggere le notifiche e i messaggi che gli arrivano per non essere tagliati fuori, altra patologia emergente legata all’abuso dello smartphone (FOMO – Fear of Missing Out). Questi comportamenti vanno ad influenzare negativamente la qualità e la quantità del sonno, con conseguenze nocive per l’organismo e vanno ad interferire sulle attività quotidiane dei ragazzi, fino a determinare importanti difficoltà di concentrazione e di attenzione che gravano sul rendimento scolastico, favoriscono l’insorgenza di stati ansiosi, intaccando  l’umore e gli impulsi“.

Un’abitudine del genere nuoce gravemente alla salute e richiede un intervento immediato. L’ideale sarebbe stabilire tempi e limiti precisi per l’uso delle tecnologie, abituando i bambini sin da piccoli a non abusarne. L’educazione è la forma di prevenzione più efficace.

FONTI

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LA STORIA DEL BAMBU’

LA STORIA DEL BAMBÙ

C’erano una volta due agricoltori che stavano passeggiando insieme tra le bancherelle di un mercato. I due si fermarono al banchetto di un venditore di semi, incuriositi da una cesta piena di una varietà di semi che non avevano mai visto prima.
“Che semi sono” chiesero al venditore.
“Si tratta di semi di bambù: vengono dalla Cina e semi speciali” rispose loro il venditore di semi.
“Speciali? E perché mai?” domandò uno dei contadini.
“Tu piantali e vedrai. Servono solo acqua e un po’ di concime”.

E così, i contadini, incuriositi, comprarono una manciata di semi ciascuno e tornarono ai loro campi, dove li seminarono e li concimarono per bene. Continuarono a concimare e innaffiare i semi per settimane, ma nessuno di loro germogliava. Uno dei due contadini disse all’altro: “Quel vecchio ci ha imbrogliato. Da questi semi non nascerà nulla”.
Dopo qualche tempo il contadino smise di prendersi cura dei semi di bambù e tornò ai suoi lavori.
L’altro, invece, tenne duro: ogni mattina innaffiava i semi. Ci vollero mesi prima che i semi germogliassero, ma alla fine spuntarono le prime piantine di bambù. Immaginate la sorpresa del contadino quando si accorse che il bambù, che aveva impiegato tanto tempo a fare capolino dalla terra, adesso cresceva di uno o due metri ogni giorno. In capo a una settimana le piante raggiunsero l’altezza di dieci metri e presto l’uomo poté tagliarle per vendere la legna.

I grandi risultati si ottengono grazie alla pazienza, alla costanza e al duro lavoro.

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