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I bambini hanno diritto alla lentezza

“A scuola a cinque anni. A sei anni corso di musica. A sette quello di tennis. E così via, verso una sfilza di obiettivi e traguardi che segneranno i primi passi della loro carriera. Eppure, a farne le spese è il benessere psicologico, con un numero sempre maggiore di bambini in terapia, o comunque sotto controllo”. (L’Adige, 2016).

NON DIMENTICHIAMO CHE IL VERO TRAGUARDO È LA VITA FELICE

Successo, potere, denaro non sono demoni da fuggire a prescindere. Ci sono persone che sono felici dei traguardi che raggiungono in ambito lavorativo, sportivo, politico. Non è un male! Il male è quando la smania di successo mette in ombra il diritto alla felicità.

Il pensiero strategico è sacrosanto! Ma cominciamo ad applicarlo insegnando ai bambini a raggiungere i propri obiettivi, non quelli che il mondo vorrebbe da loro. Lasciamo da parte quelle teorie che tentano di inculcare la competizione sfrenata, quegli atteggiamenti che, in modo sottile, fanno passare un messaggio simile. La prima vittima è sempre la lentezza. I bambini vivono in un mondo che scorre lento, fatto di giochi, di finzione, di piccoli interessi e passatempi. Ciascuno di questi è fondamentale per il bambino, è un tassello verso la sua crescita armonica.

IMPARIAMO AD ASPETTARE E A SORPRENDERCI

C’è un albo illustrato, dal titolo piuttosto eloquente: ASPETTA. Si può raccontare attraverso un’unica immagine secondo noi:

Un bambino, che vorrebbe ammirare il mondo, si trova costretto ai ritmi degli adulti, a non poter guardare gli ombrelli colorati sotto la pioggia, le papere al parco e tutte le altre curiosità del mondo. In omaggio a questo testo, abbiamo pubblicato qualche giorno fa il gioco della meraviglia (ecco le istruzioni). Sono pagine per riflettere, sulla fretta e sullo stupore, sulla lentezza e sulla bellezza. Potete trovare l’albo su Amazon, qui.

Ci pensano già la tv, il mondo digitale e frenetico in cui viviamo ad aumentare il ritmo. Sono uno strumento potente, ma rischiano di “deviare” l’immaginario dei bambini verso modelli che non gli appartengono. Evitiamo di aggiungere ulteriore pressione come genitori o insegnanti.

Che un bambino a cinque anni sia già in una classe di scuola è il primo segnale del mondo che corre. E non è un male il correre; a patto di fare attenzione a non slogarsi una caviglia. I bambini hanno un orologio interno molto preciso: sono dei vulcani, si appassionano a mille cose, studiano, giocano. Cerchiamo di non forzare questo ritmo. Lasciamo che perdano il loro tempo libero, che lo passino ad annoiarsi o a mettere in fila bastoncini: è segno che la fantasia sta lavorando.

SPUNT-ESERCIZIO: un po’ di lentezza ogni giorno

Come sempre facciamo, ci piace calare la teoria educativa nella vita quotidiana. Ecco qualche consiglio per rispettare il diritto alla lentezza:

  • la scuola impegna già tanto tempo, evitiamo di inserire altre attività strutturate (corsi sportivi e altre discipline)
  • se sono i bambini a chiederlo, nessun problema: possono sperimentare quello che vogliono, a patto che non diventi un’ossessione
  • occhio ai campanelli d’allarme: se un bambino cerca di saltare il corso di nuoto sta esprimendo un disagio; forse è il caso di tornare indietro e lasciargli i pomeriggi liberi
  • cercate di stimolare il gioco e la socializzazione; portiamoli al parchetto, il più possibile
  • se impiegano più tempo ad imparare qualcosa, cerchiamo di rispettarne il diritto alla lentezza
  • proviamo a misurare il tempo libero che hanno: 5 ore ogni giorno è l’ideale, 4 ore un buon compromesso, 3 un po’ poche

E per i genitori amanti dell’arte e della letteratura, se ancora non l’avete fatto, vi consigliamo un classico che potete leggere anche insieme ai bambini: “STORIA DI UNA LUMACA CHE SCOPRI’ L’IMPORTANZA DELLA LENTEZZA“.

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L’ascolto attivo

Ognuno di noi desidera che gli altri ascoltino col cuore ciò che ha da dire. Ecco perché l’ascolto attivo è una tra le metodologie più efficaci per costruire relazioni positive (coi bambini ma non solo; l’intera società ha bisogno di buoni ascoltatori).

Ma cosa vuol dire ascoltare attivamente? Ecco quattro caratteristiche fondamentli per poter parlare di ascolto attivo:

  • L’ascolto attivo è empatico. Per comprendere a fondo il messaggio dell’altro occorre comprendere anche le sue emozioni e i suoi sentimenti. Le emozioni sono parte integrante della comunicazione e giocano un ruolo cruciale nelle interazioni sociali.
  • L’ascolto attivo è non giudicante. Quando ascoltiamo attivamente non dobbiamo offrire giudizi, consigli e soluzioni, a meno che non sia il nostro interlocutore a chiederli.
  • L’ascolto attivo è sopra le parti. Quando ascoltiamo attivamente il nostro obiettivo non è stabilire se il nostro interlocutore sia dalla parte della ragione secondo il nostro punto di vista oppure no. Basta cambiare prospettiva per veder sfumare il torto e la ragione.
  • L’ascolto attivo richiede tempo. Solo chi non ha fretta può ascoltare attivamente.

L’ascolto attivo in famiglia

Quante volte ci capita di discutere? Quanto spesso pensiamo di non essere capiti o di non comprendere fino in fondo il nostro interlocutore? Sono sensazioni che proviamo dentro e fuori le pareti domestiche, ma non dobbiamo stupirci o preoccuparci.

Al posto di sentirci frustrati, dobbiamo imparare a mettere in atto strategie di comunicazione efficace, utilizzando un metodo da sperimentare nel quotidiano. Se ci facciamo caso, i problemi di comunicazione spesso nascono da un equivoco: parlare e comunicare sono due concetti completamente differenti. Finché non si percepisce questa diversità, è piuttosto complicato adottare strategie di comunicazione volte a raggiungere l’obiettivo prefissato.

Quanto gestiamo situazioni difficili, non possiamo improvvisare o metterci su un piedistallo: dobbiamo entrare in empatia con chi ci ascolta.
Non dimentichiamo mai una cosa importantissima: chi ci ascolta è diverso da noi, per cui è necessario capire il modo più valido per entrare in sintonia. Senza abbinare capacità di persuasione ed ascolto, non riusciremo a massimizzare il risultato ma, soprattutto, a valorizzare la ricchezza del confronto, a volte del disaccordo, per migliorare le idee, le proposte, le soluzioni.
Di seguito vi proponiamo due punti su cui lavorare e, in abbinamento, due semplicissimi esercizi per allenarvi a diventare comunicatori efficaci.

Parlare è essenziale, ma il punto fondamentale è come comunicare

Uno dei grandi ostacoli della comunicazione è , come dicevano, l’incapacità di entrare in sintonia con chi ci ascolta. Avete presenti quelle lunghe diatribe con i vostri figli? Ecco, si possono trasformare in un’occasione di confronto, superando i metodi classici di comunicazione e le credenze limitanti che producono conflitti in famiglia.

Il primo punto è: sono davvero sicuro di saper bilanciare “cosa dico”, ossia il contenuto del messaggio, e “come lo dico” cioè quali strumenti, oltre alle parole scelte, utilizzo per far capire dove voglio arrivare? Proviamo in primo luogo a riflettere sull’efficacia del nostro messaggio: siamo sicuri di essere lineari e di usare le tecniche verbali e non verbali in modo corretto? Facciamo un esempio: se dico no, ma il tono di voce non è fermo e la postura sicura, perdo parte del potenziale di comunicazione del mio messaggio. Altro punto: se sgrido, o più tranquillamente spiego la ragione di un no, faccio un discorso lineare e determinato o sbotto sull’onda emotiva?

ESERCIZIO N. 1 – PROVIAMO A FARE STORYTELLING

Per aiutarvi a capirlo e lavorare su voi stessi, vi proponiamo un esercizio di storytelling, cioè un racconto scritto, anche sotto forma di appunti, di un caso accaduto o di come vi comportereste in una determinata situazione. Munitevi di carta e penna e provate a buttare giù il racconto, immaginando ad esempio l’ultima volta che avete discusso. Cosa avete detto? Come lo avete detto? Siete riusciti a trasmettere le vostre emozioni, ma anche le vostre ragioni, al bambino che vi ascolta? A mente fredda, cambiereste qualcosa?

Rileggete il vostro scritto, e provate a immaginare lo stesso discorso in modo più lineare, cercando di ottenere il massimo coinvolgimento possibile oltre che il consenso. In poche parole, provate a rendere efficace la vostra comunicazione

La capacità di ascolto: perché è così potente per una buona comunicazione

Una valida strategia comunicativa efficace si basa sulla disponibilità di accettare e vivere positivamente i cambiamenti, costruendo un flusso di comunicazione che sia, contemporaneamente ascendente e discendente. Per realizzare con successo queste attività, occorre creare dal primo istante una buona immagine verso le persone con cui entriamo in contatto per raggiungere il nostro scopo, facendo sentire l’interlocutore a suo agio. Spesso lo dimentichiamo, ma uno dei modi migliori per essere percepiti positivamente è la focalizzarci sull’altro, prima ancora che su noi stessi.

ESERCIZIO 2 – L’ASCOLTO ATTIVO

Sappiamo davvero ascoltare? Mettiamoci alla prova con un esercizio di ascolto attivo. Per ascoltare ci vuole innanzitutto disponibilità verso l’altro, chiunque egli sia e di qualunque problema voglia parlarci (ovviamente nei limiti di una corretta relazione e di etica professionale), bisogna avere un’apertura mentale tale da comprendere, accettare e non valutare. Spesso proviamo un irrefrenabile bisogno di rispondere o di non ascoltare se l’argomento non è di nostro interesse.

Proviamo un esercizio banalissimo: regaliamo tre minuti di pura attenzione al nostro interlocutore, senza fare assolutamente nulla.
Se è il bambino a parlarci, non fingiamo attenzione, magari facendo altro o rispondendo a monosillabi, sediamoci vicino a lui o lei e ascoltiamo davvero. Solo così metteremo davvero in pratica tutto quello che la nostra intelligenza emotiva ci suggerisce.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

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10 modi autorevoli per dire di no

Si fa come dico io.
Perchè?
Perchè lo dico io.
Fine della discussione.

 Molto spesso la diplomazia familiare inizia e finisce con queste tre frasi. Troppo stanchi per gestire trattative e dirimere controversie, i genitori tagliano corto. Può sembrare una soluzione molto efficace, ma sul lungo periodo presenta delle pecche.
È difficile avere collaborazione se non c’è fiducia e, per ottenere quest’ultima, non c’è altra soluzione che il dialogo. Pensateci bene: ascoltereste qualcuno che vi dice: Devi fare così perché lo dico io? O vi sentireste prevaricati?

 Oggi affrontiamo un tema che spesso riscontriamo nelle nostre vite quotidiane: la negoziazione, la gestione del conflitto. Nella vita, in famiglia, sul lavoro, è tutto un negoziato, un tentativo, di raggiungere un accordo, spesso senza successo.

Una volta si pensava che l’eccesso di democrazia creasse confusione e che a scegliere dovessero essere i genitori. Oggi i genitori stabiliscono le regole, hanno il compito di insegnare a rispettarle, ma spesso si trovano a dover gestire anche il conflitto che deriva da una maggiore apertura al dialogo. Proviamo a trasformare una situazione spiacevole in momento di crescita per la famiglia: dove c’è litigio, dove la discussione diventa estenuante, impariamo l’arte di gestire le criticità. Come? Proprio attraverso la negoziazione, che significa reggere le fila del dialogo, della stima e della motivazione.

La tenacia è il segreto per la buona riuscita di una strategia familiare efficace. Non stancatevi di ascoltare e motivare, anche di fronte alle complicazioni create dai capricci e dalle fissazioni tipiche dei bambini. L’altra regola è: mai cedere sulle regole date. Se avete stabilito dei limiti per le questioni di rilievo, rispettateli e fateli rispettare. Cedere significa annullare automaticamente qualsiasi posizione di forza da cui negoziare. Non vi stiamo dicendo di essere dittatori, ma persone autorevoli. Da ascoltare. Da stimare. Da seguire come esempio.

Non c’è bisogno di una carriera diplomatica per capire che tutto questo ha bisogno di metodo: mentre le pubblicità esaltano il quality time, con stereotipi di famiglie allegre e sorridenti fin dal risveglio, la realtà è ben altra: nella miriade di attività quotidiane, spesso non si ha la pazienza, la forza, di sedersi a un tavolo e parlare. Nè con i bambini, nè con gli adulti. Proviamo a vivere la negoziazione come un momento per ricostruire la squadra, per arrivare a un accordo, aumentando la fiducia reciproca: se io collaboro, anche tu collabori.

 Di seguito vi proponiamo dieci consigli per allenarvi a diventare negoziatori e gestire le crisi diplomatiche in famiglia.

1) Partite da subito
Sin dalla più tenera età, è bene insegnare ai piccoli che non tutto è scontato. Per cui la trattativa si basa su una richiesta e un negoziato e non prevede automaticamente un feedback positivo.

2) Siate coerenti
L’educazione è un percorso basato sulla coerenza. Se cedete su alcune regole che avete dato, non potete poi pretendere di farle rispettare senza polemiche. Insomma, se è no, è no.
3) Dimostrate la vostra autorevolezza
La credibilità di un genitore è basata sulla capacità di gestire un negoziato con i figli. Fategli vedere che sapete mantenere la calma, ascoltare e trovare soluzioni.

4) Non temete il conflitto
La conflittualità, purché non si trasformi in rissa, può essere costruttiva. Senza litigare non si cresce. A volte si alzerà la voce o si scatenerà un pianto. Non fatevi venire sensi di colpa. Se c’è amore, le difficoltà si superano.

5) Imparate a dire i no e a crederci
Il sì è più semplice, ma è la morte del negoziato. Non cedete per evitare lo scontro: difendere le proprie idee, con educazione, è il modo migliore per insegnare ai figli a rispettare e far rispettare le idee proprie ed altrui.

6) Usate regole e sanzioni.

Ogni intesa prevede incentivi, regole e sanzioni. Se il dialogo non basta, se siete di fronte ad un episodio grave, non sentitevi cattivi genitori se sanzionate un comportamento negativo. Solo capendo il limite, si può amare la libertà e viverla concretamente nella propria vita 

7) Vivete le sfumature
Cercate, pur sentendovi dalla parte della ragione, di non arroccarvi su una posizione, anche con gli adulti. Solitamente una valida trattativa non prevede solo bianco e nero, ma una serie di colori intermedi. Non significa avere una posizione incerta, ma provare a vedere e capire le motivazioni altrui.

8) Prendete tempo
Se le posizioni sono troppo distanti o incompatibili, prendere tempo significa vedere le cose da una prospettiva diversa. Smussando gli spigoli, sarà più semplice riprendere il negoziato.

9) Capite dove volete arrivare
Stabilite il vostro obiettivo, cosa volete davvero e dove potete mediare. E’ importante capire cosa si è disposti a dare in cambio di ciò che ci viene chiesto e pesarlo rispetto a quanto siamo disposti a cedere.

10) Parlate in prima persona
Le generalizzazioni non servono, dire “io penso così” significa esporsi in prima persona e dare fiducia all’io del nostro interlocutore.

 Come avrete capito, raggiungere un punto di intesa non è mai semplice. Ma è importante farlo, per valorizzare, nel rispetto delle regole comuni, le diversità di ogni membro della famiglia, premiando gli sforzi reciproci. Senza mai dimenticarvi il sorriso.

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GENITORI: SIATE DISPONIBILI, NON A DISPOSIZIONE

Promuovere l’autonomia di un figlio, secondo il famoso motto montessoriano “aiutami a fare da solo”, non è semplice. Ci vuole pazienza, determinazione, ma anche una visione della vita e di noi stessi un po’ particolare. Per insegnare a un bambino a fare da solo, bisogna non rendersi sempre disponibili. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi.

Spesso sei tu a vestirlo, ad allacciargli le scarpe, ad imboccarlo se è stanco o svogliato. Da un lato c’è la mancanza di tempo, che ti spinge ad intervenire per risolvere il problema. Dall’altro il senso di colpa, che ti fa sentire inadeguato/a e ti porta ad intervenire più del dovuto.

Risultato? Bambini che non hanno voglia di fare e che, con una vita eccessivamente semplificata, non sono pronti ad affrontare gli ostacoli. Forse finché sono piccoli è un problema di rilevanza relativa: ma cosa accade quando poi ci si confronta con il mondo del lavoro o le relazioni sociali al di fuori della famiglia?

Vediamo allora perché è così difficile dire no, ma anche perché è importante imparare a farlo. Per te stesso/a, prima ancora che per i tuoi figli.

INTELLIGENZA EMOTIVA È SAPER DIRE NO!

Dire no a una situazione che non ti piace, a un comportamento che non condividi, è sinonimo di rispetto per te stesso/a, non solo per gli altri. Significa avere la forza di far capire che per te così non va bene.

Non è solo importante nella relazione genitore-figlio, ma anche nei rapporti tra adulti. Essere troppo disponibile, anche quando non puoi o non vuoi, ti porta ad esaurire le tue energie, a vivere scontento/a. Ecco perché bisogna selezionare attività, persone, eventi, sulla base di ciò che realmente ti fa stare bene.

EVITIAMO DI FARCI CONDIZIONARE DAL SENSO DI COLPA

Qualche no in più non ti renderà più cattivo/a, per cui non sentirti in colpa. I genitori di oggi vivono immersi in un flusso di informazioni che li mette continuamente in discussione o li paragona a modelli di perfezione estrema. Li si vorrebbe presenti ma non troppo, creativi ma precisi, educatori ma anche amici.

Si chiede troppo, almeno nella teoria, a questi “poveri” genitori che, nella pratica, devono far coesistere tante istanze, in un equilibrio molto precario. Dire no a troppe attività, a troppe richieste, significa semplificare e focalizzare l’attenzione sulle cose davvero importanti. Per farlo, occorre davvero fare un decluttering emotivo profondo, coinvolgendo tutta la famiglia.

L’altro punto fondamentale è il rispetto delle regole: “NO” in famiglia significa avere regole condivise che, nel bene o nel male, tutti seguono. Dire un no a un bambino che urla significa regalargli un futuro da adulto equilibrato. Costa fatica però: cedere è molto più semplice, anche solo per non sentire il pianto.

DISPONIBILI, NON A DISPOSIZIONE: COSÍ CRESCIAMO GLI ADULTI DI DOMANI

Ti stiamo dicendo di diventare un dittatore? Assolutamente no! Ti suggeriamo però di non fare quello che a volte viene definito “genitore spazzaneve”: non spianare la strada, perché i benefici magari ci saranno nell’immediato, ma non nel futuro. In un mondo di persone sempre più fragili, il miglior regalo che puoi fare ai tuoi figli è la regola, è l’essere presente, disponibile, ma non costantemente a disposizione.

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Combattiamo gli stereotipi con la Media Education

Spesso sui siti che affrontano temi legati all’educazione, come facciamo noi di Portale Bambini, parole come televisione, iphone, ipad sono connotate negativamente. Sappiamo tutti che è preferibile ridurre il numero di ore trascorse davanti ai media e che sicuramente giocare all’aperto è più salutare.

Non possiamo tuttavia nasconderci dietro un dito. I bambini che stiamo crescendo sono nativi digitali, piccoli esperti di tecnologie che a due anni sanno sbloccare uno smartphone e a sei navigare su Internet. Quando parliamo di Media Education, inteso come educazione ai media, lo facciamo sempre con l’intento di dare linee guida agli adulti su come veicolare la comunicazione ai più piccoli. Sappiamo da recenti ricerche che uno dei principali mali della società contemporanea è il fatto di non saper discernere la veridicità delle informazioni.

Allenati in maniera erronea dai social media, spesso tendiamo a farci influenzare da commenti o notizie soltanto parzialmente vere.
I genitori oggi hanno diverse sfide da affrontare: tra queste anche la capacità di insegnare ai bambini, gli adulti di domani, a porsi con senso critico di fronte ai flussi di comunicazione. Finché sono molto piccoli, potremo filtrare ciò che percepiscono. Ma cosa succede quanto crescono e diventano autonomi?

Oggi gli insegnanti e i genitori devono trasformarsi in edu-comuni-catori

La Media Education di matrice anglofona introduce un concetto di “alfabetizzazione mediale” che può tornarci utile a questo proposito. L’obiettivo è di insegnare sia l’autonomia critica, sia il concetto di partecipazione critica alla cultura (mediatica) del nostro tempo, intesa come esercizio della cittadinanza democratica.

Secondo Cary Bazalgette, esiste un nesso profondo tra educazione alla cittadinanza e media education: tutti dovrebbero essere in grado di usare tecniche di decodifica che permettano di comprendere cosa è vero e cosa non lo è; chi è rappresentato e chi non lo è. Genitori ed insegnanti dovrebbero trasformarsi in edu-comuni-catori, capaci di insegnare ai bambini ad avere uno sguardo esterno, a valutare l’informazione ed eventualmente approfondirla o prendere le distanze.

Questo è anche un modo per combattere il pregiudizio. I mass media hanno la capacità di modellare una determinata realtà sociale, influenzando gli spettatori, anche quelli passivi o meno attenti.In pratica spesso alcuni fenomeni sociali vengono sovrarappresentati o sottorappresentati operando una distorsione della realtà. Se si viene sistematicamente esposti a queste distorsioni, il rischio è di percepire in maniera non corretta un evento o un’informazione.

Non possiamo ridurre il potere dei media, ma possiamo allenare il nostro senso critico e quello dei bambini. Leggere insieme un quotidiano, commentare una notizia, confrontarsi, lasciare sempre aperto il dialogo: ecco i pilastri per trasformare la Media Education in uno strumento di crescita e confronto per la famiglia.

Facciamo un test: sappiamo come funzionano i media?

La prossima volta che leggiamo un articolo di giornale, una pagina web, quando guardiamo un video o la tv, proviamo a farci queste domande:

  • Chi è che controlla la produzione e la distribuzione di questo medium? Come guadagna da esso? 
  • Come questo medium raggiunge il suo pubblico? 
  • Che tecnologie utilizza il medium? Quali linguaggi? E’ uno strumento che da voce a tutti o solo a qualcuno?
  • Posso fidarmi di quello che leggo? Esiste una bibliografia? Conosco l’autore o posso discutere con lui dei contenuti pubblicati? 

Rispondere è il primo passo verso la consapevolezza dei media che utilizziamo. Purtroppo siamo noi adulti i primi ad essere scarsamente alfabetizzati ai media, ma una volta che cominceremo ad allenare il nostro pensiero critico-creativo diventeremo ottimi insegnanti per i più piccoli.
Quando vi sentirete pronti, provate a discutere di media con i bambini, insegnate loro come realizzare un piccolo giornalino (o delle dispense da regalare ad amici e parenti), a distinguere fonti attendibili e non, a capire cosa si nasconde dietro i media. Insegnerete loro a diventare persone consapevoli.

a cura di Alessia de Falco e Matteo Princivalle

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Educare alla bellezza: la salvezza del nostro mondo

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Queste parole furono scritte da un giornalista, Peppino Impastato, tanti anni fa. Ve le riproponiamo, per riflettere insieme durante questa settimana.

Che cos’è la bellezza?

È una domanda forse banale, ma vale la pena porsela ogni volta che parliamo di intelligenza emotiva. In una società dominata dal progresso tecnologico, dalle mode, dagli status symbol, parlare di educazione alla bellezza è importantissimo.

Chiediamoci che messaggi stiamo inviando ai bambini sulla bellezza: un gioco pubblicizzato in TV? Uno zainetto alla moda? Un cellulare di ultima generazione? Forse qualcosa non va. Spesso confondiamo nell’immaginario collettivo ciò che appare con ciò che è bello. Seguiamo i canoni sociali diffusi, i bisogni indotti da una cultura del conformismo, la competizione serrata. Così corriamo il rischio di scambiare ciò che è bello con ciò che piace a tutti, uniformando un concetto che in realtà è l’apoteosi della personalizzazione.

I bambini per fortuna ci aiutano a riflettere sul concetto di vera bellezza è a riportarlo nelle nostre vite. Impariamo o riscopriamo, prendendo spunto dai più piccoli, la meraviglia: guardare il cielo, cercare le costellazioni, correre in un prato prendendoci per mano, ma anche più banalmente giocare insieme.

Quando ci donano un fiorellino raccolto con cura per dimostrarci amore e riconoscenza, i bambini ci parlano della bellezza. Loro ancora sanno cos’è: proviamo ad ascoltarli. È necessario che siano proprio gli adulti a riprendere il tema dell’educazione alla bellezza, guardando la vita con occhi nuovi. È un percorso educativo e formativo profondo che coinvolge il pensiero, l’osservazione, la riflessione.

Bisogna imparare ad andare oltre lo sguardo, oltre ciò che appare. Non è semplice in un mondo pervaso dall’esteriorità e dalla frenesia, che impedisce l’introspezione. Per questo così spesso parliamo di intelligenza emotiva ed empatia: è arrivato il momento di dedicare tempo al tempo, di scoprire ciò che vale per davvero, di superare lo sguardo svagato e superficiale.

Occorre ascoltare, portare alla luce le emozioni e le vibrazioni di quanto ci sta intorno, della vita e quindi di noi stessi. La bellezza sta qui, più vicino di quanto si pensi: non servono stanze piene di giochi o vestiti all’ultima moda, ma un cuore aperto e ricettivo.

Ecco sette spunti per allenarci a riscoprire la bellezza, allenandoci quotidianamente. Uno al giorno, per una settimana.

Bellezza è stupore

Come quello che potete ammirare sul volto di un bambino quando vede una farfalla (o un giocattolo nuovo). Impariamo da quell’espressione, impariamo a fare nostre la meraviglia e lo stupore, applicandole nella vita quotidiana. E ai bambini, insegniamo che in quest’espressione è racchiusa la felicità di chi ammira la bellezza.

Bellezza è scoperta

Questa settimana, scegliete qualcosa da scoprire. Può essere un animale, un dinosauro, una nuova ricetta da preparare insieme ai bambini. Liberiamoci della routine e usciamo dagli schemi: vedrete che il risultato sarà molto bello. I bambini sono esempi incredibili di curiosità e scoperta: prendiamo esempio.

Bellezza è unicità

E’ bello scoprire che siamo speciali, che ciascuno di noi è unico. E allora, perché non proviamo insieme a fare il gioco dell’unicità: cerchiamo insieme qualcosa che ci rende diversi da tutti gli altri  membri della famiglia o della classe. Un modo particolare per imparare ad apprezzare l’unicità e la diversità, osservandole come le due facce di una stessa medaglia.

Bellezza è diversità

Alleniamoci a vedere la bellezza in qualcosa di diverso dal solito. Per imparare a vedere la bellezza della diversità possiamo fare in modo simile al gioco dell’unicità, ma con una differenza: invece che cercare cosa ci rende diversi dagli altri, cerchiamo una caratteristica che rende gli altri diversi da noi. Facciamo il gioco della diversità dopo quello dell’unicità: impareremo che anche gli altri sono speciali.

Bellezza è rispetto

Rispetto per la vita, rispetto per gli altri, rispetto per il mondo che ci circonda. Insegniamo ai bambini (e impariamo noi per primi) che rispettare è bello.

Bellezza è gratitudine

Quanto è bello dire grazie? O fare un piccolo dono? Secondo noi, bellissimo. Se tutti ringraziassimo il mondo sarebbe un posto migliore. Proviamoci: ringraziamo quando qualcuno fa qualcosa per noi e pensiamo a quanto è importante questo gesto.

Bellezza è libertà

Libertà di fare qualcosa di inaspettato, fuori dagli schemi. Magari, di farlo insieme ai bambini: un’eccezione alle regole. Senza dimenticarci del rispetto e della gratitudine per la libertà che ci stiamo prendendo.
È ancora possibile  parlare di educazione alla Bellezza? Peppino Impastato sognava una terra libera dall’abitudine e dalla rassegnazione, facendo leva proprio sull’educazione alla bellezza. E altri, prima e dopo di lui, hanno creduto nella possibilità che la Bellezza possa salvare il mondo, perché l’uomo ha bisogno di contemplare ciò che è bello, per essere elevato alla Verità e alla Bontà.

L’educazione alla Bellezza diventa, quindi, essenziale per la persona umana, perché essa stessa possa riconoscersi come “cosa bella” e, di conseguenza, come partecipe di bontà e di verità.

Chi è educato alla Bellezza, è capace di sviluppare capacità relazionali degne del suo essere personale, perché riconosce che l’oggetto possiede una bellezza intrinseca, che deriva dalla sua partecipazione alla Bellezza dell’Essere, e non dal gusto personale di chi guarda. Per questo, il gusto è facoltà da educare, al pari delle altre facoltà umane, perché l’uomo, unico essere al mondo che necessita di educazione e aspira alla Bellezza, possa essere ricondotto al grande albero dell’Essere, da cui, spesso inconsapevolmente, trae la sua linfa e il suo sostentamento.

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