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Diventiamo “genitori coach”: consigli utili per allenare i più piccoli alla felicità

Fare il genitore: dov’è il libretto delle istruzioni?

Ognuno di noi è autodidatta nel complesso ruolo del genitore. Spesso siamo ispirati da ciò che, a nostra volta, abbiamo visto fare dai nostri genitori (nel bene e nel male), o per emulazione o per reazione. Non esiste purtroppo un manuale del “buon genitore”, un compendio di suggerimenti e consigli per crescere i figli sani, nell’amore, educati, rispettosi, sicuri di sè, felici, ecc. ecc. A volte siamo convinti di fare loro del bene e invece gli stiamo solo complicando la vita.

Spesso infatti adottiamo dei comportamenti che non danno esiti positivi, magari senza accorgercene:

  •        Coinvolgiamo i bambini nelle nostre discussioni/decisioni pensando di introdurli nel mondo reale
  •        Gli chiediamo di decidere e scegliere fin da piccoli pensando di strutturare in loro un processo decisionale efficace
  •        Li mandiamo a scuola prima del dovuto pensando di dargli un vantaggio competitivo
  •        Li proteggiamo dalle esperienze potenzialmente dolorose pensando di aiutarli a non soffrire
  •        Diamo loro delle regole tendenzialmente dogmatiche pensando di dargli saggezza
  •        Li esponiamo a molteplici stimoli pensando di farne persone multitasking fin da subito
  •        Gli diamo in mano i nostri iPad a 6 anni pensando di farne persone più sveglie e “sgamate

Come fare a “gestire” i bambini? Impariamo a gestire noi stessi!

Per i figli, i genitori dovrebbero essere un esempio da seguire, un modello di coerenza, responsabilità, umanità e autenticità. Mamma e papà svolgono un ruolo fondamentale nella vita di un figlio: affermazione forse scontata, ma profondamente vera. Chi è genitore sa perfettamente che tra il “dire” e il “fare” c’è di mezzo … l’essere, il vissuto quotidiano. Spesso ci si sente dire: “quando avrai dei figli, capirai anche tu!”, perchè solo l’esperienza diretta fa capire la difficoltà del ruolo di genitore. Ecco perchè è importante e sfidante dire: tra “dire” e il “fare” c’è di mezzo la motivazione, il voler allenarci alla felicità come adulti, per trasferire questa positività ai più piccoli. Non vogliamo trasformare i genitori in coach professionisti, ma far riflettere su come talvolta un esempio motivante aiuti più di mille parole

Alleniamoci alla felicità: cresceremo bambini più felici grazie al nostro esempio!

I figli imparano a comunicare osservando i loro genitori mentre interagiscono con il nucleo familiare o con chiunque si approcci alla sfera materna e paterna. I figli si specchiano negli atteggiamenti dei genitori, li imitano, riproponendo all’esterno tratti del carattere, comportamenti, umori, modelli di interazione.

Mamma e papà sono il punto di riferimento per eccellenza (o almeno dovrebbero esserlo) e in quanto tale è necessario che siano consapevoli e responsabili del loro ruolo, ogni ora, di ogni giorno. Il segreto risiede nella capacità di riconoscersi e riconoscere il proprio ruolo genitoriale “solo” quando serve davvero, assumendo un atteggiamento volto ad accompagnare i figli nelle loro decisioni, rendendoli consapevoli e responsabili della loro vita.

Torna utile in questo contesto citare il  “maternage”, termine che indica “tutto l’insieme delle tecniche più o meno consapevoli che la mamma, e il papà nella versione più ampia, mettono in atto nel prendersi cura del proprio figlio”. L’azione di maternage è molto conosciuta in psicologia, e viene spesso associata in quel caso ad aspetti patologici. In realtà questo termine, se utilizzato nella giusta direzione, diventa una preziosa fonte di risorsa e chiave di lettura nel Coaching moderno, anche a livello familiare.

Una mamma e un papà “coach” che gestiscono in maniera consapevole e responsabile la propria azione di maternage, diventano dei genitori “quasi” perfetti. Va ribadito il “quasi”, poiché, parafrasando Donald Winnicott: la mamma e il papà (così come il Coach) non devono essere perfetti, ma “sufficientemente” buoni.

Diventiamo “genitori coach”: consigli in pillole

Per allenarsi ad essere validi motivatori, esempio positivo, occorre concentrarsi sulle potenzialità dei figli, non sulle problematicità. Accanirsi su ciò che non viene fatto o detto potrebbe amplificare il problema anziché risolverlo. Occorre responsabilizzare attraverso l’arte della domanda potente. Per essere un bravo genitore coach, è necessario imparare a sospendere il desiderio invadente ed invasivo di dare risposte! Aiutiamo i nostri figli a trovare le risposte più adatte alla loro personalità e alle loro attitudini, non alle nostre. Infine, bisogna imparare la consapevolezza di noi stessi.

Ciò che siamo è in buona parte ciò che i nostri figli riprodurranno nella loro vita. E’ importante per essere una brava mamma o un bravo papà “coach”, avere equilibrio (anche se dinamico) e dimostrare coerenza. Pensiamo di essere un esempio in ogni piccolo, grande gesto compiuto e muoviamoci di conseguenza, ricordandoci che conoscere a memoria ogni modalità di dipingere non può in alcuna maniera sostituire il saperlo fare davvero. Quindi bisogna mettersi in gioco ed essere disposti a cambiare e auto analizzarci, sempre.

a cura di Alessia de Falco

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LITIGARE BENE INSEGNA A CONFRONTARSI

I litigi, per bambini e bambine, sono un’esperienza assolutamente naturale. Ecco perché è importante che gli adulti insegnino la gestione del conflitto, senza allarmarsi e lasciando la giusta autonomia.

La convivenza ed il rispetto si imparano, spesso passando attraverso il litigio. La gestione dei conflitti rappresenta uno dei temi caldi dell’educazione. Spesso gli adulti si trovano disorientati di fronte a due bambini che litigano, attribuendo contenuti presunti ad episodi marginali e modificando così la percezione dell’evento. In realtà il litigio rappresenta un’esperienza fisiologica per i bambini.La letteratura in materia conferma che la litigiosità infantile è una parte inevitabile del giocare insieme, un modus vivendi con caratteristiche specifiche che di seguito andiamo ad esaminare.

Citiamo innanzitutto la pervasività: mediamente (vedi ad esempio gli studi di Catherine Garvey, 1985) nel corso della giornata si può arrivare fino a 11-12 episodi conflittuali orari nei gruppi di bambini della scuola dell’infanzia.Il dato più interessante e spesso meno evidente, è la base relazionale del conflitto: in pratica più i bambini sono amici, più è frequente il conflitto, anche di facile risoluzione. (Butovskaya e Kozintsev, 1999). Sempre la Butovskaya evidenzia come la riconciliazione, o comunque la conclusione di un litigio gestito autonomamente dai bambini, avviene mediamente entro un minuto dall’inizio del litigio stesso.

I litigi infantili durano molto poco e, solitamente non sono scatenati da impulsi aggressivi intenzionali come invece temono gli adulti.

La ricerca conferma che, per tutta l’infanzia, si hanno grandi capacità di autoregolarsi nei litigi. In questo caso è bene rassicurare gli adulti: fino al sesto anno di vita i bambini e le bambine non dispongono, anche in termini cognitivi, di un’intenzionalità consapevolmente lesiva; litigano ma non intendono fare del male. In molte osservazioni e racconti di litigi l’intenzionalità non è riscontrabile, se non in quei rari casi legati a difficoltà infantili nella maggior parte “diagnosticate” in modo grave. Chiaramente l’adulto ha il compito di insegnare a gestire il conflitto, perché a litigare si impara. Citiamo a questo proposito un articolo di Daniele Novara intitolato “Litigare Bene”, nel quali si indicano alcuni step che gli adulti dovrebbero seguire per insegnare ai più piccoli a gestire le discussioni, eliminando progressivamente l’intervento degli adulti.

L’approccio proposto consiste in “Due passi indietro e due passi avanti”. Vediamolo di seguito:

  • Il primo passo indietro: non cercate il colpevole perché non c’è. 
    “Chi è stato?”, “Chi ha iniziato?”, sono le domande che da sempre riecheggiano. Si accentua nei bambini l’idea di stare compiendo qualcosa di sgradevole e di rovinoso che senz’altro non piace agli adulti e, dato che i bambini vogliono per loro natura compiere azioni che gli adulti gradiscono, scatena un corto circuito: il bambino non riesce più ad agire secondo le sue componenti naturali auto regolative e comincia ad attivare le antenne su quello che l’adulto si attende da lui. Si instaura così una triangolazione: non sono più i bambini che litigano tra di loro, ma il loro litigio avviene in funzione dell’adulto giudice, colui che può restituire il giusto e lo sbagliato.In questo senso la ricerca del colpevole è un atto che interferisce profondamente perché falsa la naturalezza psicologica con cui i bambini affrontano i loro disaccordi e fornisce l’occasione, specialmente nei contesti intra familiari, di agire un certo esibizionismo, di attivare una sistematica ricerca di attenzione.
  • Il secondo passo indietro: non imponete la soluzione.
    Non esiste la risposta esatta, ma la capacità di gestire la situazione. La paura dell’adulto è che i bambini non siano in grado di agire da soli quando sono in una situazione di contrasto. Così si legittima un interventismo piuttosto coercitivo che implica la necessità di dire ai bambini ciò che devono fare. “Basta!”, “Smettetela!”, “Giocate senza litigare”, “Fate la pace”. L’inefficacia di questo tipo di intervento, per quanto animato da equità e parvenza di imparzialità, è data dal fatto che una soluzione imposta non rappresenta ovviamente un livello adeguato di compenetrazione relazionale tra i bambini. E per questo è destinata, già di per sé, al sostanziale fallimento.
  • Il primo passo avanti: fateli parlare fra loro del litigio.
    Quando c’è un litigio vi è sempre qualcosa che sfugge alla percezione dei litiganti: un’incomprensione, un irrigidimento eccessivo o una volontà dominante che prescinde dalle reali condizioni relazionali. Il parlarsi consente ai bambini di uscire da una dinamica stereotipata, da quelle modalità un po’ nevrotiche e ripetitive che possono aver assunto nel relazionarsi tra loro, per ascoltare la versione dell’altro. I bambini litigano soprattutto per mimesi (il desiderio infantile di avere o fare qualcosa che ha o fa l’altro), per esibizionismo, per conflitti di interesse, per il possesso e l’utilizzo di oggetti, per l’assunzione di ruoli all’interno di un gioco o (in particolare nella scuola primaria) per motivazioni procedurali. Ma anche per i rigidi ruoli attribuiti loro dagli adulti di riferimento.
  • Il secondo passo avanti: favorite l’accordo fra di loro.
    I litiganti hanno potuto esprimere le loro ragioni: è importante ora che l’adulto, mantenendo una posizione di neutralità, aiuti i bambini e le bambine a riconoscere che entrambe, o tutte quelle fornite, sono legittime. Non c’è una ragione più o meno prioritaria rispetto all’altra, non c’è una ragione che debba più o meno soccombere o risultare svalutata dalla discussione. Ecco che i litiganti sono pronti a individuare tra loro un atto di autoregolazione: il bambino che abbandona all’altro il giocattolo a cui ambiva; una qualche forma di accettazione dell’opinione altrui; l’assunzione di un atteggiamento conciliativo di fronte a una posizione più determinata.

 

Litigare come modo di attivare la funzione creativa divergente
Una vita senza conflitti sarebbe impossibile, poichè nel confronto emerge la diversità. L’importante è riuscire ad individuare, nelle situazioni che ci si presentano. la strategia più efficace, che a volte puà essere anche rinunciativa, per cercare nuove occasioni di gratificazione e scoperta. L’obiettivo è imparare a stare insieme interagendo nelle criticità, nella complessità delle relazioni, in particolar modo nei contesti più difficili, quando la contrarietà si pone come ostacolo alla concreta possibilità di lavorare con gli altri.

 

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E se nessuno mi becca? Combattiamo l’analfabetismo etico, con “l’arte del fare la cosa giusta”

Parlare di etica non significa solo addentrarci nel terreno astratto della riflessione sulla giustizia e la legalità, ma ricordarci, ricordandolo anche ai bambini, che, con ogni piccolo gesto quotidiano, noi diamo valore a questo concetto.

Il nostro è un mondo buffo. Tutti pronti a vagliare le spese dei politici o a criticare le ingiustizie, tutti agguerritissimi contro i dipendenti comunali che timbrano il cartellino senza poi andare a lavorare. Quante volte ci fermiamo però a riflettere, chiedendoci se noi per primi abbiamo fatto la cosa giusta?
Ci siamo fermati a un semaforo rosso sebbene la strada fosse libera? Ci siamo ricordati di restituire un resto, se eccedente? Siamo tutti responsabili delle nostre azioni, cosa bellissima che tuttavia va coltivata con attenzione, visto che oggi, in parallelo all’analfabetismo culturale, sta dilagando una forma di analfabetismo etico altrettanto preoccupante. 

In uno scenario come questo, in cui, grazie anche all’amplificazione dei gesti dovuta ai media e ai social, tutto viene messo sotto accusa e sotto processo, spessa senza nemmeno avere un quadro completo degli elementi in gioco, riscoprire il concetto di etica e parlarne con i ragazzi e i bambini è fondamentale. Significa insegnare a fare la cosa giusta, evidenziando che la furbizia, la via più semplice, non ci rende migliori.


L’etica spiegata ai bambini
Ma cosa vuol dire esattamente spiegare l’etica ai bambini? Come insegnare loro che una cosa non va fatta solo perché “la fanno tutti”? Ci viene in aiuto a questo proposito Bruce Weinstein, autore del libro “E se nessuno mi becca?” edito da Il Castoro. Si tratta di una mini guida che ci aiuta a riflettere sul concetto di “giusto e sbagliato”.

Vediamo, volendo sintetizzare e semplificare, cinque spunti ispirati dal libro che ci possono aiutare a sostenere e motivare il “non si fa così, lo sai”, pronunciato da genitori spesso disorientati o incapaci di insegnare le regole.

1. Non fare male a nessuno
Le ferite non sono solo fisiche. Il cuore viene ferito da parole mal dette, o da gesti non ponderati. Riflettiamo senza agire di impulso, perché spesso è l’unico modo per evitare sofferenze.

2. Impegniamoci a rendere il mondo più bello di come l’abbiamo trovato
Ciascuno di noi è pieno di talenti che vanno tirati fuori, dando il meglio di noi. Perché non basta non ferire, occorre vivere. E nel farlo, dedicarsi agli altri arricchisce e ci arricchisce.

3. Rispettiamo chi ci sta vicino
Weinstein afferma che rispettare significa “trattare le persone come essere desiderano essere trattate”. Perché voler bene significa cercare di capire l’altro, senza imporre se stessi.

4. Cerchiamo di essere giusti e di ribellarci all’ingiustizia
Essere giusti significa non solo rispettare le regole, ma anche lottare per combattere le ingiustizie. Perché il rispetto per sé e per gli altri si coltiva non nascondendo la testa sotto la sabbia, ma cercando di ottenere uguaglianza.

5. Non smettiamo mai di voler bene e volerci bene
Sembra banale, ma voler bene significa coltivare il bene. Spesso con piccoli gesti o attenzioni, talvolta non richiesti. Scaldiamo il cuore di chi ci sta attorno!

Ovviamente si tratta di piccoli spunti che non pretendono di affrontare in maniera esaustiva la materia, ma di semplificarla per parlarne con i bambini.A questo proposito può essere interessante sviluppare un mini laboratorio sulla falsariga di quanto proposto da Echino, libro giornale consultabile su Internet e sull’omonima pagina facebook. Lo riprendiamo di seguito:

http://www.echino.it/laboratorio-sulletica

“Vi proponiamo un laboratorio sull’etica adatto ad essere realizzato nella scuola primaria. Quello che vedete nelle foto è stato realizzato con i bambini e le bambine di prima elementare. La prima parte del laboratorio si svolge leggendo alcuni brani tratti da NON LEGATECI LE ALI, selezionati in base all’età dei bambini, ai loro interessi, ai temi già trattati con loro. Fra gli altri vi suggeriamo Il giardino dell’etica di Elena Mastretta o Echino, Echinella e il diritto d’autore.
Alla lettura dei brano segue una chiacchierata su cosa vuol dire etica (fare la cosa giusta), alcun esempi, perchè è importante assumere comportamenti etici, in quali casi anche gli adulti non hanno comportamenti etici. Sicuramente anche i bambini e le bambine tireranno fuori idee e spunti. In ogni caso eccone alcuni:

– Etica vuol dire distinguere i comportamenti umani in buoni, giusti, leciti rispetto a quelli ingiusti, non leciti, cattivi
– Insomma etica ovvero fare la cosa giusta ovvero essere giusti/e

– Fare la cosa giusta perché crediamo sia giusto e non perché abbiamo paura che qualcuno ci scopra.

Come si può essere giusti?

  • aiutare gli altri, il compagno che ha bisogno d’aiuto (ma anche a casa, tenendo in ordine i giochi, aiutando ad apparecchiare)
  •  fare amicizia con chi non ha ancora amici
  • non copiare (ma chiedere aiuto)
  •  non appropriarsi del lavoro altrui
  •  non discriminare, ovvero non trattare le persone in modo diverso (si discrimina per tanti motivi)
  •  non fare del male agli altri in tutti i sensi
  •  far parlare e ascoltare tutti, rispettare gli altri
  • lasciare il mondo meglio di come lo si trova (ma anche un libro della biblioteca)
  • rispettare l’ambiente, la classe
  • comportarci con gli altri come vorremmo gli altri facessero con noi
  • mettersi nei panni degli altri

Dopodiché si inizia la parte pratica. I bambini e le bambine possono utilizzare dei foglietti colorati, come quelli che vedete nelle foto, per esprimere i loro pensieri etici, o disegnare i comportamenti etici. I foglietti possono essere raccolti in un cartellone o, come abbiamo fatto noi, attaccati su un ramo precedentemente recuperato o costruito, in modo da realizzare l’albero dell’etica”.

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Costruire un puzzle con gli stecchini del gelato

Oggi vi proponiamo una guida tutta illustrata per costruire dei fantastici puzzle con gli stecchini dei ghiaccioli! Stupitevi con questa galleria!Ringraziamo per questo laboratorio Chiara de I Piccoletti. Seguitela anche su Facebook.

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L’arte che fa star bene: Joan Mirò

L’arte astratta e i bambini

“Più del quadro in sé, quello che conta è ciò che esso emana e diffonde nell’aria. Non ha importanza se il quadro viene distrutto. L’arte può anche morire; quello che conta è che abbia sparso semi sulla terra.”
J. Mirò

Il bambino, nel corso del suo sviluppo, impara a raffigurare attraverso il disegno gli elementi della realtà; a partire dai 4 anni si avvia sulla strada del perfezionamento: dapprima disegna figure composte di semplici poligoni, via via questi blocchi diventano meno spigolosi fino ad arrivare a delineare i contorni. Si tratta di un percorso naturale, che non necessità di grandi attenzioni da parte dell’adulto.

E allora, vale la pena chiedersi: se i bambini raffigurano oggetti, paesaggi, personaggi e scene cercando di essere sempre più fedeli all’originale, qual è il senso dell’arte astratta? Perché i tratti dovrebbero farsi lirici, liberandosi dal vincolo di raffigurare la realtà? Perché dovrebbero interessarsi a Mirò, al surrealismo, a Kandinskij? Il processo di astrazione è l’opposto di quello che, naturalmente, fa il bambino. Quindi, la risposta non è scontata.

Secondo noi, astraendo il momento artistico da quello raffigurativo, si entra in una dimensione di benessere senza tempo e senza fine: dipingo perché mi va, spargo colori perché mi rilassa, faccio arte e sto bene. Senza la pressione di dover rappresentare bene un albero, una casa, un cane o una sedia; solo per sé. Nel preciso istante in cui il bambino comincia a sentirsi meglio nel prendere in mano le matite, il pennello o i pastelli, allora l’arte ha cambiato la sua vita, migliorandola.

Le suggestioni di Mirò

“L’inizio è qualcosa di immediato. E’ la materia a decidere.”
J. Mirò

La nostra società è così concentrata a pensare che ci dimentichiamo cosa siano la spontaneità, la meraviglia. Desideriamo il risultato al punto che trascuriamo il viaggio che ci porta a raggiungerlo. Ci dimentichiamo di vivere in un mondo affastellato di oggetti, situazioni, panorami, colori; ci dimentichiamo che la felicità non richiede obiettivi, che è nel qui ed ora, che l’animo gioisce di più ad osservare i fili d’erba scossi dal vento che non nel raggiungere l’ambito voto o una promozione.

Forse è per questo che l’arte astratta e non oggettiva ci turbano tanto. “Ma chi vuole impressionare questo qua?” “Che sgorbio!” “Avrei saputo meglio persino io, che non prendo in mano un pennello dalla scuola elementare” sono comuni esclamazioni di fronte ad opere astratte (che poi, notate bene, Mirò non si è mai definito né un artista astratto né un artista surrealista o non oggettivo!). Ecco l’insegnamento che ne possiamo ricavare:

Non giudicare, divertiti e basta. L’artista che ha creato quest’opera non ha pensato di dipingere un bel fiore, ha avuto una suggestione e l’ha seguita; tutto qui. Probabilmente non c’è nessun grande beneficio cognitivo nell’arte astratta, ma piuttosto una piccolo grande invito: ad essere più immediati, più irrazionali, più felici.

Qualche altro approfondimento

Se vi piace quest’idea di arte come espressione spontanea, se anche voi credete nell’educazione alla bellezza, forse abbiamo due libricini che fanno al caso vostro. Il primo è Felice come un FIORE, il nostro ebook. Quasi-libro, quasi-saggio e quasi-laboratorio, è una storia che aspetta di essere colorata, assemblata e rielaborata attraverso le lenti della vostra fantasia.

Il secondo è Mironins, un libro dedicato proprio all’arte di Juan Mirò, riletto con gli occhiali del gioco. Si tratta di un libro ludico per i più piccoli in cui le creazioni dell’artista prendono vita e guidano i bambini lungo un bel viaggio artistico.

a cura di Matteo Princivalle

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Fare musica sin da piccoli: un’esperienza bellissima da incoraggiare

Partiamo da una buona notizia: tutti noi possiamo imparare a cantare o suonare uno strumento! Non è mai troppo presto per imparare o troppo tardi per iniziare o riprendere gli studi abbandonati.

La musica è innanzitutto un linguaggio universale: se ci pensiamo, ovunque nel mondo, seppur con stili diversi, si canta, si balla e si suona. E’ un qualcosa di talmente connaturato nella natura umana che, sin da piccolissimi, i bambini mostrano piacere ad ascoltare brani musicali e a saltellare accompagnati dalle loro note. La predisposizione innata alla musica è sicuramente un dono che va coltivato, anche perché presenta indiscussi benefici per la crescita dei piccoli. Sicuramente suonare stimola le capacità percettive e aiuta le prime ricerche espressive. Aiuta inoltre a sviluppare l’emotività, toccando le corde dei sentimenti e favorendo il rilassamento e l’acquisizione linguistica. Se da un lato è stato sfatato il mito che fare musica aiuti a incrementare il quoziente intellettivo, dall’altro studi recenti condotti presso la Harvard University hanno  mostrato che studiare uno strumento sviluppa le capacità mentali dei bambini, rendendoli più “flessibili”. Tutti buoni motivi per provare sin dalla più tenera età.

Suonare deve essere un divertimento, non un obbligo!

Ogni anno con l’inizio della scuola ci si trova di fronte al dilemma su quali attività extra far seguire ai propri figli. Quasi sempre in poll position, dopo i vari sport, troviamo lo strumento musicale. E, puntualmente, si presentano una serie di interrogativi su quale sia la scelta migliore o l’età più adatta per iniziare.

Cercheremo di dare qualche breve risposta in merito, attingendo da fonti che si sono espresse in materia.

Il consiglio che ci sentiamo di dare e che vale un po’ per qualsiasi corso a cui vengono avvicinati i bambini è: non forzateli. Si può suonare senza essere Mozart, o si può danzare senza pretendere di diventare Nureyev. L’importante è che i bambini si divertano. Quest’affermazione è banale, ma è bene ribadirla: sono molti i genitori che caricano di aspettative i figli, immaginandoseli pianisti di fama o étoile.

Ecco, questo è un buon modo per mettere i bambini sotto pressione e farli disamorare di ciò che stanno facendo. Non esiste un’età minima per fare musica, ma l’importante è ricordarsi che deve essere un piacere, non certo un obbligo. Va da sé che ognuno di noi ha una sua musicalità, spesso legata all’ambiente circostante. Anzi è proprio l’ambiente, a partire dal nucleo familiare, ad influenzare i più piccoli che hanno bisogno di stimoli interessanti capaci di innescare il processo naturale di conoscenza della realtà.

Qualsiasi sia la strada intrapresa è indiscutibile che i bambini imparano la musica stando a contatto con la musica: per cui ascoltiamo insieme e proponiamo ciò che ci piace. Il resto verrà di conseguenza.

Solitamente i primi corsi sono accessibili a 4-5 anni, anche se vi sono percorsi propedeutici di gruppo già a partire da 3-4 anni. In quest’ultimo caso si tratta di un’introduzione alla musica, dove si lavora sulla voce e il ritmo, spesso utilizzando le mani per le percussioni. E’ anche un modo per avvicinare i più piccoli ai diversi aspetti della musica, scegliendo poi uno strumento specifico in modo spontaneo.

Sì, lo voglio: ecco l’età giusta per partire

Sono in molti a ritenere il pianoforte lo strumento ideale a fornire un approccio propedeutico dato che assicura un feedback pressoché immediato: premendo un tasto si ottiene il suono. In realtà, al netto di limitazioni fisiche (chiaramente il fagotto è un po’ ingombrante per un bambino alto sì e no un metro), non esiste uno strumento principe. Dipende dai desideri del piccolo. Anche l’età giusta la decide il bambino. Ci sono musicisti in erba che a 5 anni chiedono di poter provare a suonare il piano e altri che non se lo sognano nemmeno. La regola d’oro è di rispettare la volontà del bambino, senza fare pressioni e soprattutto, senza trasformare l’interesse in ambizione o forzatura da parte dei genitori, che devono essere in ogni caso preparati al fatto che un domani il figlio potrebbe scegliere di non continuare o perdere interesse per la materia.

La musica rappresenta un impegno, uno sforzo costante nel tempo. Per cui, se il bambino non è pronto, non facciamoci prendere dall’ansia. Scoprirà la sua strada più avanti, magari non nella musica.

In ogni caso se il bambino continua a mostrare interesse dopo due-tre anni di studio, sta rivelando una profonda inclinazione per la materia, che va in ogni caso coltivata. Con un bravo insegnante si ottengono buoni risultati anche a livello amatoriale. Non esiste, almeno sulla carta, un metodo migliore di un altro: è la sensibilità pedagogica dell’insegnante verso il bambino a fare la differenza.

La più grande lezione della musica: non c’è risultato senza sforzo

Imparare a suonare è molto simile a percorrere una salita su per le montagne: arrivati in cima il panorama è splendido, ma quanta fatica per arrivare lassù! E’ più o meno quello che succede con uno strumento musicale: ci saranno momenti di frustrazione ma, se con il giusto incoraggiamento riusciamo a superarli, proveremo la soddisfazione di aver imparato e scalato la nostra montagna.

Non si suona solo per talento: alle doti innate vanno abbinati gli studi e lo sforzo, quotidiano o meno.

Questo è l’insegnamento più grande che ci offre la musica, come altri ambiti dell’arte. Per riuscire bisogna applicarsi, studiare, cercare sempre nuovi stimoli. Ed è un lavoro sulla persona, un percorso educativo, un incoraggiamento a non mollare, anche quando ci prenderà lo sconforto.

La famiglia ha l’impegnativo compito di sostenere i bambini in queste esperienze, senza delegare la disciplina all’insegnante. La musica ha bisogno della collaborazione dei genitori: è un percorso di condivisione. All’inizio, solitamente le lezioni sono molto brevi e mono settimanali. Nel tempo il carico di lavoro aumenta, bilanciando il mix tra gioco e impegno: il programma è legato ai feedback del bambino, chiaramente molto soggettivi.

E se abbiamo Mozart in casa? Aiutiamolo a coltivare il sogno, ma non sogniamo al posto suo

E se il bambino ha davvero talento? Che fare? Sicuramente il consiglio di un valido insegnante è fondamentale ad orientarci nel proseguimento degli studi e a valutare il corretto sviluppo musicale.

Il compito dei genitori è invece di capire le vere inclinazioni dei figli ed incentivarle, senza false aspettative. Non sarà un calciatore perché noi avremmo voluto esserlo. Ma sarà un bambino felice prima, ed un adulto equilibrato poi, se saremo in grado di capire le sue vere passioni e valorizzarle, senza proiettare le nostre aspirazioni su di lui. Vladimir Nabokov diceva che “… Esiste una sola scuola: quella del talento”. Impariamo dunque ad ascoltare i piccoli, lasciandoli liberi di scoprire cosa amano davvero. E se hanno la fortuna di essere portati per la musica o la danza o la pittura, accettiamo la cosa senza caricarci e caricarli di aspettative: hanno bisogno di una famiglia che li sostenga nei momenti di difficoltà, ma che li aiuti a vivere serenamente l’infanzia.

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