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Pensiamo positivo: daremo le ali ai nostri bambini

Di tante parole e teorie che ruotano intorno al bambino, forse questa frase del poeta Khalil Gibran rappresenta la miglior sintesi:

Due cose può dare un adulto ad un bambino: le radici e le ali.

 

Questa frase racchiude anche il nostro pensiero sul genitore e, più in generale, su tutte le figure di riferimento per il bambino: essi rappresentano dei comunicatori e mediatori, dei coach, dei pilastri nella vita del piccolo, da cui trarre il profondo convincimento che ogni essere umano può modificare strutturalmente il proprio modo di vivere, di comprendere, di apprendere.Si insegna ad imparare, educando in primo luogo noi stessi alla positività, alla fiducia, alla valorizzazione della nostra autostima.

E’ facile leggere, imparare poesie, pagine di storia, espressioni e logaritmi: ma il vero apprendimento è una strada verso l’autonomia, con una buona stima e un sano senso di appartenenza, con solidi affetti e abilità sociali da usare nel mondo circostante.

Prendiamo spunto, in questo senso, dalla Positive Discipline, una tendenza contemporanea che abbraccia molti metodi educativi.

Riteniamo regole e confini coesistano con attenzione e amorevolezza: il rispetto tra genitore e figli è reciproco e rappresenta la base per supportare un percorso di crescita condiviso. Per cambiare, occorre ammettere l’errore, negando sia le eccessive punizioni sia la permissività, cercando di lavorare con il bambino sugli atteggiamenti negativi e modificarli senza un eccessivo intervento.

Impariamo ad essere trasparenti. Capiremo le emozioni

Alla base di ogni comportamento, da adulto o da bambino, ci sono specifiche emozioni. La Positive Discipline si propone di intervenire su di esse, utilizzandole come chiave di lettura per prevenire azioni scorrette o comportamenti lesivi. Ma anche, più semplicemente, per riflettere su se stessi e raggiungere il proprio equilibrio. Sicuramente, nel ruolo di genitori, è importante imparare ad essere trasparenti: favorire l’autonomia e l’indipendenza del piccolo, come tante volte abbiamo ribadito, attraverso un comportamento equilibrato, contenendo eccessivi interventi correttivi.

Tra i consigli che sentiamo di dare per lavorare su questo concetto, segnaliamo i seguenti punti:

  • troviamo un bilanciamento tra dolcezza e fermezza: mostriamo contemporaneamente gentilezza verso il bambino e fermezza verso le decisioni prese. Troppa dolcezza induce la permissività, troppa fermezza porta alla perdita del controllo e alla mancanza di rispetto.
  • promuoviamo il senso di appartenenza e significato di sé: si tratta di due bisogni emotivi fondamentali al raggiungimento della serenità e dell’equilibrio. Se mancano, il rischio è di andare a cercare una compensazione in atti dannosi o lesivi. Usiamo il dialogo e l’apertura all’altro, sempre.
  • adottiamo strumenti a lungo termine: a nostro avviso, le punizioni e la violenza non sono strumenti validi. Così come non lo sono i ricatti, che spesso vengono poi riutilizzati dal bambino contro i genitori. Genitori e figli sono alleati, e l’alleanza è data dal confronto e dalla capacità di affrontare e risolvere insieme i problemi.
  • promuoviamo abilità sociali: aiutiamo i nostri figli a sviluppare abilità di problem solving e a pensare con la loro testa, a comunicare, a gestire le proprie emozioni.
  • incentiviamo l’autostima: la stima di sé e la stima delle proprie capacità aiutano a gestire i rapporti personali, nella vita privata e professionale e sono tra i cardini del benessere personale.

Insegniamo i valori … vivendo i valori

Insegnare i valori ai propri figli è una missione, un compito meraviglioso, realizzabile sono se gli adulti sono in grado di vivere per primi i valori che cercano di trasmettere.

Per fare questo, è necessario concedersi del tempo: troviamo un momento della giornata da condividere con i figli, giocando a imparare qualcosa. Mai dare nulla per scontato, solo con l’insegnamento, la pratica e l’esempio riusciranno a comprendere e vivere un certo valore.
In quest’ottica, utilizziamo le nostre passioni. Amiamo gli scacchi? Insegniamo ai nostri figli a giocare, usando il gioco per dare insegnamenti di vita.




Citiamo a questo proposito e a conclusione di questa riflessione, un esempio concreto:

Un padre guarda i suoi due figli giocare uno contro l’altro a scacchi. Uno dei due ottiene una superiorità schiacciante, ma inizia a mangiare solo le pedine meno importanti senza pensare nemmeno allo scacco matto. Così il padre lo fa riflettere, dicendogli che mangiando tutte quelle pedine stai ignorando la cosa più importante: nella vita, se ci si concentra troppo sulle cose minori, quelle importanti si allontanano. Occorre mantenere sempre l’obiettivo finale in mente, senza farsi distrarre dal resto!

Si tratta solo di un piccolo esempio e probabilmente, riflettendo sulla nostra quotidianità, ne ritroveremo molti altri, tratti dai momenti che abbiamo condiviso o stiamo condividendo con i bambini. Facciamone tesoro, ricordandoci sempre che il nostro compito è fornire ali e radici.
E, a volte, non avendo il libretto delle istruzioni pronto all’uso, il confronto ci può aiutare a riflettere su noi stessi e a migliorarci.

a cura di Alessia de Falco

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L’educazione è felicità, non perfezione: l’importanza degli errori

La maggior parte delle donne e degli uomini di successo non ha affatto cercato ad ogni costo di emergere. Sembrerà strano, ma molti scienziati, attori, politici, personaggi di spicco non hanno mai aspirato alla perfezione. Invece, un’altra caratteristica li rende simili: le persone di successo sanno sempre rialzarsi dopo un errore. Sbagliano, poi vanno avanti. L’essenza della felicità si potrebbe racchiudere in questi punti:

  • fare
  • sbagliare
  • rifare 

Il tutto senza mai perdere l’entusiasmo e la determinazione. Fare perfettamente è un’utopia. Il desiderio di fare perfettamente una sciocchezza: ci porterà nelle paludi dell’infelicità, in un mondo grigio di insoddisfazione perenne. E pensate che rabbia quando qualcun altro, senza badarci, raggiungerà e supererà i nostri risultati. La strada per il successo non passa per la perfezione, ma dal sentiero della felicità. Questo è un insegnamento importante per i bambini.

LA SINDROME DEI GENITORI ESIGENTI

Ogni genitore desidera il meglio per il proprio figlio. Implicitamente, desidera però anche il meglio per se stesso: un bambino bello, bravo, intelligente, talentuoso.

Da un lato è un’attitudine naturale, dall’altro rappresenta un pericolo: si rischia di orientare i piccoli verso il futuro dimenticando che la cosa più importante per loro è il “qui” ed “ora”, la felicità del momento. Bisogna che i bambini godano della propria infanzia, raggiungendo un equilibrio ideale dato dall’educazione del cuore e non da rigide regole o aspettative prefissate.

Ognuno di noi ha dei desideri e delle aspirazioni: lasciamoli coesistere con una sana accettazione di quello che la vita è, ossia imperfetta. Il perfezionismo nocivo viola i diritti dell’infanzia, porta sofferenza e non felicità. Come possiamo fare per non incappare in un perfezionismo estremo?

LASCIALI TRIONFARE, MA ANCHE FALLIRE

Il primo insegnamento che possiamo applicare alle nostre vite riguarda i fallimenti: come genitori e come figli si può sbagliare. Ecco, non è mai una catastrofe. Tolleranza, comprensione, autostima e fiducia sono le basi per affrontare gli errori che inevitabilmente si commettono nella vita. Si può cadere, occorre imparare a rialzarsi.

Occorre permettere ai bambini di realizzare i loro desideri, permettendo loro di sbagliarsi. Occorre insegnare ai bambini a fidarsi di noi, ad avere il privilegio di poter sbagliare sapendo di trovare un domani comprensione. Viviamo oggi in un’epoca di crisi sociale, di fragilità diffusa, dove l’aspirazione al meglio convive con un’altrettanta generalizzata incapacità di vivere i cambiamenti, le sfide, gli ostacoli.

Insegna ai bambini ad essere ben preparati al fatto che la vita non è sempre felicità, che spesso nasconde insidie, ma anche opportunità. Insegna loro che, rialzandosi dopo una caduta, la vita offre sempre una seconda chance, una nuova opportunità. Questo non significa accantonare il valore della felicità come fine ultimo, ma insegnare che non si può essere sempre felici. Anche se si può provare a farlo, realizzando i nostri sogni.

LA METAFORA DELL’ALBERO

Martin Seligman, il fondatore della psicologia positiva, parlando di felicità usa un concetto molto potente ed efficace, il flourishing. E’ facilmente assimilabile con l’immagine di un albero. Proviamo ad immaginarcelo: guardiamo il tronco, i rami, le foglie, le gemme. Ne riconosceremo la bellezza non soltanto durante la massima fioritura, ma anche nel corso delle diverse stagioni.

C’è un senso nel vivere l’autunno, con le foglie che iniziano a cadere, e persino l’inverno, quando i rami restano inevitabilmente spogli. Noi, i nostri figli, siamo quell’albero: magari senza foglie ci piacerà un po’ meno, ma questo non significa che non sia in salute, pronto a germogliare di nuovo.  

COACHING CREATIVO: LA FELICITÀ VALE PIÙ DELLA PERFEZIONE

Ormai avrai imparato a risolvere quasi tutti i piccoli problemi pratici con i tuoi figli. Ci riescono tutti i genitori, in un modo o nell’altro. E’ il momento di mettersi al lavoro con le emozioni. Come si fa? Può sembrare strano, ma il primo punto è imparare a godersi la vita come genitori:

  • impara ad apprezzare i piccoli momenti di felicità che la vita offre
  • aiuta gli altri ad apprezzare questi momenti
  • non criticare i bambini se commettono un errore, ma soprattutto, non sentirti in colpa se qualche volta sbagli: non esistono genitori perfetti, ma solo genitori felici (e purtroppo, troppi genitori infelici)

Cerca la felicità e, al tempo stesso, metti i tuoi figli su questa stessa strada: impareranno molto di più che non inseguendo un dieci in pagella o una medaglia.

Non che quel voto non sia fondamentale: insegnerà loro a far bene. Però, non bisogna vivere in funzione di esso, ma per inseguire le nostre passioni! 

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Smettiamo di focalizzarci sui metodi educativi. Il dialogo è ridere insieme

Sempre più spesso, sul web, in libreria, troviamo testi che ci spiegano i pro ed i contro dei diversi metodi educativi, fornendo linee guida su come crescere un figlio.Sicuramente confrontarsi con degli esperti è utili nel proprio percorso di genitore: sappiamo che nessuno di noi nasce “imparato” e pertanto è fisiologico che, di fronte a un figlio, sorgano dubbi e interrogativi ai quali magari da soli non sappiamo dare risposta.

Ricordiamoci tuttavia che non è il metodo educativo a fare il bravo genitore o il bravo insegnante: anzi, porre un eccessivo accento sulle regole, sui limiti da imporre e su come farlo può essere assolutamente controproducente.

Educare un figlio significa significa innanzitutto rendersi conto di cosa incide maggiormente sulla sua crescita. Attraverso il nostro comportamento noi trasmettiamo i principali messaggi che un figlio assimilerà e farà propri: qualsiasi cosa diciamo non ha lo stesso effetto di quello che facciamo e di come lo facciamo.

Il miglior metodo educativo: l’amore!


Spesso dimentichiamo che l’elemento fondamentale dell’educazione di un bambino è l’amore. Un sentimento che viene percepito, giorno dopo giorno, non solo nelle grandi cose, ma anche nei piccoli gesti quotidiani. Ci focalizziamo su cosa insegnare, convinti che la vita, che il divenire adulti, sia un susseguirsi di step predeterminati: studiare, trovare lavoro, fare una famiglia, invecchiare. Ma crescere non significa affatto questo: è molto, molto di più. E’ diventare a nostra volta esempi d’amore, di rispetto, così come qualcuno è stato prima per noi, nel susseguirsi degli anni che ci hanno portato alla maturità. Ecco perché è importante, come genitori, essere capaci di educare, nell’accezione di far diventare i nostri figli persone ricche d’amore, capaci di amare veramente e profondamente. Per riuscirci, dobbiamo imparare per primi ad osservare i bambini, a viverli come esseri eccezionali e non come persone incomplete. Non sono, né saranno mai, una copia del nostro essere, non potremo mai paragonare il loro modo di agire al nostro. Nell’accettazione della diversità, pur facendo da guide nel loro percorso, saremo in grado di aiutarli a tracciare la loro strada e percorrerla. Sono frasi molto banali, ma spesso ce ne dimentichiamo, troppo presi dall’assillo di aver fatto la cosa giusta, scelto il giusto metodo, adottato l’approccio più adeguato: noi siamo adulti imperfetti e i nostri figli lo saranno al pari nostro. Ma se le regole che diamo saranno accompagnate dall’amore, dalla fiducia, saranno empatici, forti, capaci di sostenere le prove della vita. 
Sto educando mio figlio ad essere libero?

Per crescere i figli è indispensabile saper concedere la libertà che serve per diventare autonomi. Siamo come piante: abbiamo radici, ma i rami vengono proiettati verso il cielo, lontani dalla base da cui siamo partiti. Solo valorizzando le potenzialità, non riducendo tutto a schemi, valorizzeremo risorse e potenzialità dei più piccoli. Le “nostre piantine” che germogliano e crescono avranno bisogno della luce data dalla libertà, dalla responsabilità, dall’amore.
Noi, come esempio pratico di persone libere, dobbiamo dimostrarci capaci di essere come vogliamo essere e non come gli altri ci impongono. Parallelamente, dobbiamo essere capaci di dare la stessa libertà a chi ci sta vicino.

Non possiamo educare alla libertà, come all’amore, se per primi non ci impegniamo per essere persone libere o capaci di amare. Il compito di genitori è di guidare il bambino nella crescita: non possiamo farlo, se ciò che stiamo insegnando è per noi un territorio sconosciuto. Educhiamo i bambini a scegliere, senza imporre la nostra visione, senza forzare verso i nostri desideri e le nostre pretese, senza pretendere rispetto, obbedienza, ma insegnando a pensare con la propria testa in qualsiasi situazione. Questo, solo questo, è amore. Dobbiamo insegnare ai nostri figli a essere liberi e indipendenti, a ragionare con la propria testa coinvolgendoli, ad esempio, nelle decisioni di casa, non scegliendo per loro come vestirsi ma spingendoli a valutare e aiutandoli a identificare i parametri su cui stabilire come agire. Dobbiamo aiutare i figli a comprendere le decisioni che prendiamo, il perchè agiamo in un dato modo: così permettiamo loro di partecipare attivamente alle scelte comuni.

La domanda, il compito per tutti noi, è: sto educando mio figlio ad essere libero?
Prima di tutto libertà … Poi gioia di vivere. Perchè il dialogo è ridere insieme.
La libertà è uno degli aspetti fondamentali dell’educazione: sono in molti a pensare che i bambini troppi liberi tendano ad essere irresponsabili o tirannici. In realtà è vero il contrario. La vita familiare non deve essere un’imposizione: ci si ribella a qualcosa che non si accetta o non si condivide. Vogliamo pensare a una famiglia come a una squadra, un team di persone che si confrontano. E’ ovvio che è compito dei genitori dare le linee guida, ma vanno spiegate e soprattutto esemplificate. Non si può dire a un figlio di non guardare la tv a cena mentre magari siamo a tavola con l’Iphone di fianco a chattare. E’ un paradosso, che però sempre più spesso accade. La regola viene accettata se chi la propone è un esempio valido: il compito del genitore è dimostrarsi parte attiva della regola che governa la famiglia, condividendo le motivazioni per cui si agisce in un determinato modo. Le regole non devono essere un peso, un sacrificio. Devono essere parte integrante di uno stile di vita: noi, mamme e papà, agiamo così perché pensiamo che sia il modo migliore per vivere insieme ed essere felici. Ricordiamoci sempre che la felicità è la leva fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi: un adulto sereno, positivo, sarà in grado di confrontarsi in maniera equilibrata con i figli. Non dimentichiamoci mai il sorriso: la vita sembra scorrere secondo schemi prefissati, ma la gioia di vivere è in grado di scardinare qualsiasi logica preconfezionata.Insegnamolo ai nostri figli, ricordiamoci quello che diceva Gianni Rodari:

Il bambino bisogna farlo ridere.
E’ più importante farlo ridere che rivelargli chissà quali misteri.

Il dialogo è ridere insieme.

Il riso è la cosa in più, il dono inatteso, l’al di là della protezione e della sicurezza.

Ridete con lui, è vostro per la vita.

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Impariamo a scrivere una fiaba con i nostri bambini: mini lab di scrittura creativa

Capita spesso, anche nei nostri articoli, di sottolineare quanto sia importante leggere fiabe ai più piccoli.
Le favole sono una vera e propria palestra emotiva: offrono la possibilità di esplorare il proprio mondo interiore, apprendendo schemi nuovi di comportamento e riflettendo su come affrontare situazioni difficili o di disagio.

Per i bambini, il mondo delle favole è il primo modo di riflettere su se stessi: identificarsi nei protagonisti, identificano le proprie emozioni ed imparano a dar loro un nome e ad esprimerle, senza rimanerne vinti. 
Leggere è sicuramente uno strumento che possiamo mettere a disposizione dei nostri figli per interpretare il mondo ed affrontare le sfide che li attendono.

Un adulto che legge ad alta voce ad un bambino compie un atto d’amore, agendo sullo sviluppo della personalità del piccolo sul piano relazionale, emotivo, cognitivo, linguistico, sociale e culturale. 

Dal punto di vista relazionale, nell’esperienza condivisa della lettura e dell’ascolto, adulto e bambino entrano in sintonia reciproca, rinsaldando il loro legame affettivo.
Dal punto di vista emotivo, leggere una storia ad un bambino gli consente di esplorare le sue emozioni più intime in compagnia degli adulti che possono contenerlo, rassicurarlo, fornirgli spiegazioni.
Dal punto di vista cognitivo, la lettura offre al bambino un canale alternativo di conoscenza, oltre all’esperienza diretta, favorendo come si è detto in precedenza la comprensione di sé e del mondo.
Creiamo un momento speciale per i bambini, inventando con loro

Farsi raccontare una storia, magari accoccolati tra le braccia di mamma e papà è sicuramente un momento speciale, molto importante per la relazione tra genitori e figli. 
Significa regalare e regalarsi tempo ricco di presenza, capace di parlare di generosità e del piacere del dare e del ricevere. È un tempo che manifesta affetto e pazienza. 

Perchè non proviamo ad arricchire ulterioremente questo momento, lasciando libera l’immaginazione ed inventando una fiaba con i nostri bambini?

Si tratta di un modo di stare insieme che può attingere dalle domande del quotidiano, dai racconti su come è andata la propria giornata, riflessioni, fantasie e immagini. 

Sicuramente, rappresenta uno spazio fecondo in cui possono crescere la fiducia verso se stessi, la capacità di superare piccole paure, insicurezze e conflitti.

Come fare ad inventare e, perchè no, scrivere una fiaba, anche se non si è scrittori per bambini di mestiere? E’ molto semplice: basta lasciare la parola ai più piccoli, cogliere gli spunti dai loro racconti. Paradossalmente, se ci pensiamo bene, siamo noi stessi talvolta ad improvvisare dei brevi racconti la sera, quando i più piccoli ci chiedono che fine ha fatto la lumaca nel parchetto o il cagnolino che hanno visto in mezzo alla strada. Ecco questo può essere un buon punto di partenza. Se poi volete compiere un passo aggiuntivo e fissare su carta le vostre storie, magari illustrate dai vostri piccoli artisti, leggete il laboratorio creativo che segue.

Diventiamo scrittori di favole: qualche suggerimento

Non tutti siamo scrittori di best seller, lo sappiamo, ma tutti possiamo inventare una fiaba. Anzi, probabilmente lo abbiamo già fatto. Di seguito vi diamo qualche spunto per razionalizzare le idee ed inventare una favola con i vostri bambini.Buttiamo giù delle idee per la storia. 


In questo i bambini ci vengono in aiuto, per cui è divertente ed interessante trarre spunto da loro chiedendo: “Cosa fareste se doveste mettere a letto il vostro gattino e lei non volesse? Cosa gli direste?” oppure, “Cosa farebbe un cane per non mangiare le sue verdure?”. Non stupitevi delle risposte: il bello dei bambini è che hanno una fantasia infinita!

Immagiamo i personaggi. 
Chi sono i protagonisti della storia? Come sono fatti? Ce n’è più di uno? I personaggi sono umani, animali o di fantasia o hanno elementi di tutti e tre i tipi? Fatevi raccontare dai bambini come si immaginano i loro beniamini.

Definiamo il livello di complessità
Una favola deve essere tarata sull’età dei piccoli, privilegiando trame e parole semplici o inesistenti. Il livello di complessità può essere gradualmente aumentato per i più grandicelli.

Imbastiamo la storia
E’ consigliabile pianificare la struttura della storia in anticipo, usando appunti, disegnando o scrivendo una traccia standard. E’ fondamentale avere un’idea generale dell’inizio, dello svolgimento e della fine della storia e di come i personaggi interagiranno ed evolveranno.

Troviamo il nostro stile narrativo
I bambini riconoscono lo stile di un racconto, specialmente se condito con umorismo o passaggi che li colpiscono. A questo proposito è utile usare parole inventate e rime semplici.

Illustriamo il nostro racconto
Non c’è nulla di più bello di coinvolgere i bambini nell’illustrare la storia. E’ un modo per personalizzarla ulteriormente e aumentare il livello di coinvolgimento nella creazione del racconto.

Chiaramente con questi consigli non pretendiamo di trasformare tutti in scrittori da Premio Andersen. Ma tentare di ritagliarsi uno spazio per lasciar libera l’immaginazione insieme ai bambini può avere riscontri positivi. Per noi e per loro.
Quindi … Buon lavoro scrittori! E aspettiamo le vostre storie!

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Diventiamo “genitori coach”: consigli utili per allenare i più piccoli alla felicità

Fare il genitore: dov’è il libretto delle istruzioni?

Ognuno di noi è autodidatta nel complesso ruolo del genitore. Spesso siamo ispirati da ciò che, a nostra volta, abbiamo visto fare dai nostri genitori (nel bene e nel male), o per emulazione o per reazione. Non esiste purtroppo un manuale del “buon genitore”, un compendio di suggerimenti e consigli per crescere i figli sani, nell’amore, educati, rispettosi, sicuri di sè, felici, ecc. ecc. A volte siamo convinti di fare loro del bene e invece gli stiamo solo complicando la vita.

Spesso infatti adottiamo dei comportamenti che non danno esiti positivi, magari senza accorgercene:

  •        Coinvolgiamo i bambini nelle nostre discussioni/decisioni pensando di introdurli nel mondo reale
  •        Gli chiediamo di decidere e scegliere fin da piccoli pensando di strutturare in loro un processo decisionale efficace
  •        Li mandiamo a scuola prima del dovuto pensando di dargli un vantaggio competitivo
  •        Li proteggiamo dalle esperienze potenzialmente dolorose pensando di aiutarli a non soffrire
  •        Diamo loro delle regole tendenzialmente dogmatiche pensando di dargli saggezza
  •        Li esponiamo a molteplici stimoli pensando di farne persone multitasking fin da subito
  •        Gli diamo in mano i nostri iPad a 6 anni pensando di farne persone più sveglie e “sgamate

Come fare a “gestire” i bambini? Impariamo a gestire noi stessi!

Per i figli, i genitori dovrebbero essere un esempio da seguire, un modello di coerenza, responsabilità, umanità e autenticità. Mamma e papà svolgono un ruolo fondamentale nella vita di un figlio: affermazione forse scontata, ma profondamente vera. Chi è genitore sa perfettamente che tra il “dire” e il “fare” c’è di mezzo … l’essere, il vissuto quotidiano. Spesso ci si sente dire: “quando avrai dei figli, capirai anche tu!”, perchè solo l’esperienza diretta fa capire la difficoltà del ruolo di genitore. Ecco perchè è importante e sfidante dire: tra “dire” e il “fare” c’è di mezzo la motivazione, il voler allenarci alla felicità come adulti, per trasferire questa positività ai più piccoli. Non vogliamo trasformare i genitori in coach professionisti, ma far riflettere su come talvolta un esempio motivante aiuti più di mille parole

Alleniamoci alla felicità: cresceremo bambini più felici grazie al nostro esempio!

I figli imparano a comunicare osservando i loro genitori mentre interagiscono con il nucleo familiare o con chiunque si approcci alla sfera materna e paterna. I figli si specchiano negli atteggiamenti dei genitori, li imitano, riproponendo all’esterno tratti del carattere, comportamenti, umori, modelli di interazione.

Mamma e papà sono il punto di riferimento per eccellenza (o almeno dovrebbero esserlo) e in quanto tale è necessario che siano consapevoli e responsabili del loro ruolo, ogni ora, di ogni giorno. Il segreto risiede nella capacità di riconoscersi e riconoscere il proprio ruolo genitoriale “solo” quando serve davvero, assumendo un atteggiamento volto ad accompagnare i figli nelle loro decisioni, rendendoli consapevoli e responsabili della loro vita.

Torna utile in questo contesto citare il  “maternage”, termine che indica “tutto l’insieme delle tecniche più o meno consapevoli che la mamma, e il papà nella versione più ampia, mettono in atto nel prendersi cura del proprio figlio”. L’azione di maternage è molto conosciuta in psicologia, e viene spesso associata in quel caso ad aspetti patologici. In realtà questo termine, se utilizzato nella giusta direzione, diventa una preziosa fonte di risorsa e chiave di lettura nel Coaching moderno, anche a livello familiare.

Una mamma e un papà “coach” che gestiscono in maniera consapevole e responsabile la propria azione di maternage, diventano dei genitori “quasi” perfetti. Va ribadito il “quasi”, poiché, parafrasando Donald Winnicott: la mamma e il papà (così come il Coach) non devono essere perfetti, ma “sufficientemente” buoni.

Diventiamo “genitori coach”: consigli in pillole

Per allenarsi ad essere validi motivatori, esempio positivo, occorre concentrarsi sulle potenzialità dei figli, non sulle problematicità. Accanirsi su ciò che non viene fatto o detto potrebbe amplificare il problema anziché risolverlo. Occorre responsabilizzare attraverso l’arte della domanda potente. Per essere un bravo genitore coach, è necessario imparare a sospendere il desiderio invadente ed invasivo di dare risposte! Aiutiamo i nostri figli a trovare le risposte più adatte alla loro personalità e alle loro attitudini, non alle nostre. Infine, bisogna imparare la consapevolezza di noi stessi.

Ciò che siamo è in buona parte ciò che i nostri figli riprodurranno nella loro vita. E’ importante per essere una brava mamma o un bravo papà “coach”, avere equilibrio (anche se dinamico) e dimostrare coerenza. Pensiamo di essere un esempio in ogni piccolo, grande gesto compiuto e muoviamoci di conseguenza, ricordandoci che conoscere a memoria ogni modalità di dipingere non può in alcuna maniera sostituire il saperlo fare davvero. Quindi bisogna mettersi in gioco ed essere disposti a cambiare e auto analizzarci, sempre.

a cura di Alessia de Falco

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LITIGARE BENE INSEGNA A CONFRONTARSI

I litigi, per bambini e bambine, sono un’esperienza assolutamente naturale. Ecco perché è importante che gli adulti insegnino la gestione del conflitto, senza allarmarsi e lasciando la giusta autonomia.

La convivenza ed il rispetto si imparano, spesso passando attraverso il litigio. La gestione dei conflitti rappresenta uno dei temi caldi dell’educazione. Spesso gli adulti si trovano disorientati di fronte a due bambini che litigano, attribuendo contenuti presunti ad episodi marginali e modificando così la percezione dell’evento. In realtà il litigio rappresenta un’esperienza fisiologica per i bambini.La letteratura in materia conferma che la litigiosità infantile è una parte inevitabile del giocare insieme, un modus vivendi con caratteristiche specifiche che di seguito andiamo ad esaminare.

Citiamo innanzitutto la pervasività: mediamente (vedi ad esempio gli studi di Catherine Garvey, 1985) nel corso della giornata si può arrivare fino a 11-12 episodi conflittuali orari nei gruppi di bambini della scuola dell’infanzia.Il dato più interessante e spesso meno evidente, è la base relazionale del conflitto: in pratica più i bambini sono amici, più è frequente il conflitto, anche di facile risoluzione. (Butovskaya e Kozintsev, 1999). Sempre la Butovskaya evidenzia come la riconciliazione, o comunque la conclusione di un litigio gestito autonomamente dai bambini, avviene mediamente entro un minuto dall’inizio del litigio stesso.

I litigi infantili durano molto poco e, solitamente non sono scatenati da impulsi aggressivi intenzionali come invece temono gli adulti.

La ricerca conferma che, per tutta l’infanzia, si hanno grandi capacità di autoregolarsi nei litigi. In questo caso è bene rassicurare gli adulti: fino al sesto anno di vita i bambini e le bambine non dispongono, anche in termini cognitivi, di un’intenzionalità consapevolmente lesiva; litigano ma non intendono fare del male. In molte osservazioni e racconti di litigi l’intenzionalità non è riscontrabile, se non in quei rari casi legati a difficoltà infantili nella maggior parte “diagnosticate” in modo grave. Chiaramente l’adulto ha il compito di insegnare a gestire il conflitto, perché a litigare si impara. Citiamo a questo proposito un articolo di Daniele Novara intitolato “Litigare Bene”, nel quali si indicano alcuni step che gli adulti dovrebbero seguire per insegnare ai più piccoli a gestire le discussioni, eliminando progressivamente l’intervento degli adulti.

L’approccio proposto consiste in “Due passi indietro e due passi avanti”. Vediamolo di seguito:

  • Il primo passo indietro: non cercate il colpevole perché non c’è. 
    “Chi è stato?”, “Chi ha iniziato?”, sono le domande che da sempre riecheggiano. Si accentua nei bambini l’idea di stare compiendo qualcosa di sgradevole e di rovinoso che senz’altro non piace agli adulti e, dato che i bambini vogliono per loro natura compiere azioni che gli adulti gradiscono, scatena un corto circuito: il bambino non riesce più ad agire secondo le sue componenti naturali auto regolative e comincia ad attivare le antenne su quello che l’adulto si attende da lui. Si instaura così una triangolazione: non sono più i bambini che litigano tra di loro, ma il loro litigio avviene in funzione dell’adulto giudice, colui che può restituire il giusto e lo sbagliato.In questo senso la ricerca del colpevole è un atto che interferisce profondamente perché falsa la naturalezza psicologica con cui i bambini affrontano i loro disaccordi e fornisce l’occasione, specialmente nei contesti intra familiari, di agire un certo esibizionismo, di attivare una sistematica ricerca di attenzione.
  • Il secondo passo indietro: non imponete la soluzione.
    Non esiste la risposta esatta, ma la capacità di gestire la situazione. La paura dell’adulto è che i bambini non siano in grado di agire da soli quando sono in una situazione di contrasto. Così si legittima un interventismo piuttosto coercitivo che implica la necessità di dire ai bambini ciò che devono fare. “Basta!”, “Smettetela!”, “Giocate senza litigare”, “Fate la pace”. L’inefficacia di questo tipo di intervento, per quanto animato da equità e parvenza di imparzialità, è data dal fatto che una soluzione imposta non rappresenta ovviamente un livello adeguato di compenetrazione relazionale tra i bambini. E per questo è destinata, già di per sé, al sostanziale fallimento.
  • Il primo passo avanti: fateli parlare fra loro del litigio.
    Quando c’è un litigio vi è sempre qualcosa che sfugge alla percezione dei litiganti: un’incomprensione, un irrigidimento eccessivo o una volontà dominante che prescinde dalle reali condizioni relazionali. Il parlarsi consente ai bambini di uscire da una dinamica stereotipata, da quelle modalità un po’ nevrotiche e ripetitive che possono aver assunto nel relazionarsi tra loro, per ascoltare la versione dell’altro. I bambini litigano soprattutto per mimesi (il desiderio infantile di avere o fare qualcosa che ha o fa l’altro), per esibizionismo, per conflitti di interesse, per il possesso e l’utilizzo di oggetti, per l’assunzione di ruoli all’interno di un gioco o (in particolare nella scuola primaria) per motivazioni procedurali. Ma anche per i rigidi ruoli attribuiti loro dagli adulti di riferimento.
  • Il secondo passo avanti: favorite l’accordo fra di loro.
    I litiganti hanno potuto esprimere le loro ragioni: è importante ora che l’adulto, mantenendo una posizione di neutralità, aiuti i bambini e le bambine a riconoscere che entrambe, o tutte quelle fornite, sono legittime. Non c’è una ragione più o meno prioritaria rispetto all’altra, non c’è una ragione che debba più o meno soccombere o risultare svalutata dalla discussione. Ecco che i litiganti sono pronti a individuare tra loro un atto di autoregolazione: il bambino che abbandona all’altro il giocattolo a cui ambiva; una qualche forma di accettazione dell’opinione altrui; l’assunzione di un atteggiamento conciliativo di fronte a una posizione più determinata.

 

Litigare come modo di attivare la funzione creativa divergente
Una vita senza conflitti sarebbe impossibile, poichè nel confronto emerge la diversità. L’importante è riuscire ad individuare, nelle situazioni che ci si presentano. la strategia più efficace, che a volte puà essere anche rinunciativa, per cercare nuove occasioni di gratificazione e scoperta. L’obiettivo è imparare a stare insieme interagendo nelle criticità, nella complessità delle relazioni, in particolar modo nei contesti più difficili, quando la contrarietà si pone come ostacolo alla concreta possibilità di lavorare con gli altri.

 

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