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Liberarsi del superfluo: perché con pochi giochi si cresce meglio

Quante volte, entrando nella cameretta dei bambini, ci siamo detti: ma quanti giochi hanno?!? Tra un po’ non ci sarà spazio nemmeno per entrare!
Oggi partiamo da questa riflessione, che riteniamo abbastanza comune, per approfondire un argomento che ci sta a cuore: impariamo a fare ordine, partendo dalle cose materiali per arrivare alla mente.

E’ una pratica di vita che vale per adulti e bambini, perché spesso sono proprio i più piccoli ad essere riempiti di giochi che, puntualmente, dopo qualche giorno, giacciono abbandonati in una stanza. E, badate bene, non si tratta di moralismo sulla facciata consumista della società, ma semplicemente di una filosofia legata al miglioramento della qualità della nostra vita, che si snoda in una quotidianità “molto piena, molto ricca di dettagli e cose”. Ecco, noi vorremmo partire dal presupposto che a volte occorre fermarsi e fare tabula rasa o, almeno, iniziare a scegliere ciò a cui teniamo veramente.
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I vantaggi del “meno ma meglio”

Decluttering è una parola anglosassone che sintetizza un principio molto utile, ovvero l’arte di fare spazio. Non è semplice, immersi nella miriade di oggetti che fanno parte del nostro quotidiano, scegliere cosa è essenziale e cosa no. Eppure distaccarsi da ciò che non serve è un primo passo verso una miglior qualità della vita. Nel caso degli adulti, può significare separarsi da oggetti che evocano ricordi spiacevoli o che legano a un passato ormai superato. O anche, senza dare una connotazione negativa, intendendo una sorta di zavorra materiale legata alla sfera psichica, può voler dire purificarsi da tutto ciò che ingombra. Nel caso dei bambini, è un principio che può aiutare nel processo educativo, fondamentalmente per due ragioni: scegliere cosa tenere significa definire ciò che conta davvero, oltre che lasciar spazio alla fantasia, spesso oberata dal troppo.

Se tendiamo ad aggiungere oggetti si accumulano in maniera eccessiva, ne consegue che anche ciò che è realmente utile rischia di essere smarrito.
Questo nell’adulto, anche solo per un breve arco temporale, genera ansia e preoccupazione, specialmente se si è di fretta. Nel caso dei bambini significa insegnare a semplificare, un concetto chiave per imboccare la strada dell’autonomia. Lasciando ciò che serve a portata di mano, razionalizzando gli spazi, consente a tutto il nucleo familiare di vivere con maggiore serenità, nel bilanciamento tra spazi pieni e vuoti. Facendo un richiamo al feng-shui, questo significa vivere una casa con maggiore serenità. Creando un equilibrio tra spazi pieni e spazi vuoti, che permetta il corretto fluire delle energie.

Perchè avere meno giochi significa essere più felici

Saper scegliere e saper apprezzare sono due azioni che rendono più equilibrati e sereni. Sin da piccoli. E’ importante che i bambini sappiano che non possono avere tutto, cosa scontata, ma soprattutto capiscano che ciò che hanno è importante e prezioso, che magari li accompagnerà solo per un tratto della loro vita, ma che comunque sarà qualcosa da custodire con attenzione.

Non è l’ennesima riflessione sui no che fanno crescere o sul fatto che molti bambini oggi ricevono più giochi che attenzioni. E’ un pensiero su come uno spazio ben organizzato, davvero a misura di bambino, aiuto lo sviluppo intellettivo e psicomotorio del piccolo, oltre ad incentivarlo ad essere indipendente.

SPUNT-ESERCIZIO: quattro scatole per eliminare il superfluo

I nonni e i parenti hanno esagerato con i regali? Non importa, non demonizziamo nessuno. Anzi, troviamo l’occasione per fare un esperimento con i nostri figli, magari approfittando del tempo in più che ci concedono i week end.

Vi proponiamo il gioco delle quattro scatole, che è un buon metodo per insegnare ai bambini a fare ordine e a smaltire ciò che non serve più. Operazione spesso difficile perché i più piccoli spesso faticano a staccarsi dagli oggetti, anche da quelli che non gli interessano, se non momentaneamente. Recuperate 4 scatoloni, che vi serviranno per raccogliere oggetti da conservare, oggetti che possono essere messi in vendita, oggetti da regalare, imballaggi riciclabili che possono essere destinati alla raccolta differenziata.

Poi iniziate ad esaminare con i vostri figli i giocattoli e a porvi insieme delle domande, un po’ ingenue forse, ma assolutamente utili: l’oggetto in questione è mai stato usato? Serve ancora al suo scopo? Può essere davvero considerato un ricordo? Ricordatevi che, per quanto sia molto più semplice eliminare giocattoli inutilizzati quando i bambini non se ne accorgono, in realtà coinvolgerli nella scelta, per quanto più laborioso, li aiuta molto di più e trasmette loro la fiducia che abbiamo nella loro opinione. 

E’ chiaro che i cambiamenti sono graduali e che probabilmente la casa presto tornerà al suo splendido disordine. Basti solo pensare all’invasione della miriade di micro giochini acquistabili nelle edicole sulla base delle mode del momento.

Nessuno vuole trasformare i bambini in maniaci dell’ordine o i genitori in sergenti di ferro. Ma, una volta fatto il primo esperimento di decluttering, ricordiamoci di procedere periodicamente alla revisione di ciò che si accumula in casa, E’ peraltro un discorso valido anche per i capi di abbigliamento dei piccoli, le scarpe e gli accessori. In questo caso ben venga la primavera ed il cambio di stagione per liberarci di quanto non viene più indossato, regalandolo, scambiandolo o donandolo ad associazioni caritatevoli. Se il problema riguarda i libri, letti e poi abbandonati, impariamo a frequentare le biblioteche con i bambini e scopriamo su internet le diverse iniziative a proposito, quali ad esempio il book-crossing.

Più valore ai giocattoli, più valore alle persone

Spaventati da questo inno alla pulizia? Rilassatevi! Se non siete pronti a ribaltare casa, verranno momenti più propizi. Ma se avete bisogno di un piccoli incentivo ad iniziare, ricordate che attribuire un valore a una cosa che ci è stata donata, sentendola preziosa, spesso significa riscoprire il valore del rapporto con le persone.

Fare spazio è un motto applicabile a tutto: si parte dalle cose, ma alla fine è solo un modo per aprire il cuore alle persone.

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L’arte: medicina dell’anima

Oggi ci andava di scrivere un elogio all’arte, in tutte le sue forme. Sarebbe questa la miglior medicina per tutti i problemi, le tensioni, i conflitti che attanagliano i bimbi moderni. E’ un linguaggio ancestrale, uno dei migliori che l’uomo ha scovato nella sua storia.

Dedicare tempo all’arte, a casa e a scuola, porta alcuni vantaggi ai bambini. Tra questi, ne citiamo alcuni:

L’ARTE È LA PALESTRA DELLA CREATIVITÀ

La fantasia è un po’ come un muscolo: alcuni di noi sono più portati di altri ad usarla, ma per tutti vale la regola d’oro dell’allenamento.

Come? Imparando a meravigliarsi, ad ammirare, a pensare controcorrente. Pensate a quanto sarebbe buffo un pesce con un cappellino, a quel castello fatto di nuvole che si vede solo al tramonto. Giocate con l’immaginazione e ricordatevi che è un modo per crescere più forti, per superare le difficoltà.

Tutti sono bravi a vedere il bruco nel disegno di un bruco. Ma la fantasia è guardare oltre.

L’esercizio dell’arte, sia esso pittura, laboratorio o anche solo analisi di quadri e altre opere allena la fantasia. Ci permette di studiare cosa era creatività per i grandi artisti del passato e costruire il nostro senso dell’immaginazione.

L’ARTE È “L’INTERVALLO” DELL’ANIMA

Il corpo si svaga giocando a calcio, saltando una corda o costruendo una capanna; ma l’anima? Certo, la definizione di anima è vaga (sicuramente non accurata per gli standard della psicologia!), ma rende l’idea. Un bambino che dà forma ai suoi pensieri su tela sta mettendo a nudo se stesso; nel colore resteranno intrappolati i suoi conflitti, le sue tensioni. Non disdegnata l’action painting e le forme più “violente” di fare arte: il loro potere rasserenante è grande.

L’arte aiuta a mettere a posto i tasselli dell’anima.

L’ARTE INSEGNA LA COSTANZA

Per raggiungere il proprio obiettivo ci vuole impegno, esercizio, tempo e costanza; questo è tanto più vero nel campo dell’arte. Insegnate ai bambini il piacere di impegnarsi per ottenere risultati gratificanti. E’ un ottimo esercizio per lavorare sulla forza di volontà e per “diventare grandi” nel modo giusto

Per realizzare un buon lavoro occorre la capacità di imparare dai propri errori, fattore sempre più spesso sottovalutato nella scuola moderna, così come di collaborare. Il processo di apprendimento collaborativo e partecipato è uno dei grandi benefici dei laboratori artistici.

COSA VUOL DIRE FARE ARTE?

Vi sono molteplici arti, dalla pittura alla danza. Noi non ci sentiamo di suggerirne una piuttosto che un altra, è bene che ciascuno scopra le sue inclinazioni, i gesti e i rituali che lo fanno sentire libero e felice.

Lo stesso vale con i bambini: bisognerebbe dar loro gli strumenti per provare più discipline, sotto forma di gioco, da soli e in compagnia. Devono avere tempo per sperimentare se volete che trovino una propria strada. Non forzateli in un singolo campo, né chiedete che ci dedichino eccessivo impegno ed energie. La loro natura è esplosiva, in movimento. Insegnate invece a mettere i propri sentimenti in quel che si fa, ad usare l’arte e il gioco come mezzi espressivi.

Questo è uno dei più grandi svantaggi del nostro mondo e della nostra scuola: trascorriamo tutta l’infanzia e la giovinezza a studiare per il futuro, dimenticando chi siamo veramente. Ci giochiamo gli attimi d’oro della nostra vita, trascuriamo il gioco definendolo sciocchezza e l’arte diventa una “perdita di tempo”.

Così, ci si ritrova ad essere giovani adulti senza una meta, che dovranno ripercorrere a ritroso i loro passi, con grande sofferenza interiore, per ricordare il proprio nome e il proprio gioco preferito.

E questo sarebbe bello che un genitore non lo dimenticasse mai: crescere un figlio non significa crescere un ingegnere, un manager, un avvocato. Significa dare nutrimento affinché le ali della libertà spuntino forti e pronte a volare e possa diventare la persona che vorrà.

 

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Orto di primavera con i bambini

La natura è un richiamo irresistibile per i bambini, ed anche un elemento necessario alla loro crescita. Ecco cosa possiamo fare per festeggiare anche noi in modo intelligente, educativo e green.Piantare qualcosa in casa

Curare un piccolo orto è un’esperienza incredibilmente rilassante e riserva grandi soddisfazioni. Soprattutto per i bambini, è un gioco fenomenale che li aiuta a responsabilizzarsi e a scoprire la biologia sul campo.Per tutti coloro che non hanno un giardino in cui seminare, preparare le aiuole fiorite e l’orto, nessun problema: ecco due soluzioni pratiche da sperimentare! Insomma, se la natura fa bene al cervello, noi faremo bene a portarcela direttamente a casa!

L’ORTO IN CASA

Costruiremo un minuscolo semenzaio domestico (una sorta di serra in miniatura in cui far germogliare i semi che poi verranno trapiantati nell’orto) utilizzando i contenitori di cartone delle uova. Per la loro forma, si prestano benissimo al nostro scopo.

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La prima cosa che dobbiamo fare è procurarci dei semi da piantare; però, stiamo attenti a scegliere ortaggi che possano crescere bene anche in vaso. In appartamento o in un piccolo balcone non sarà facile coltivare zucchine e zucca, che richiedono parecchio spazio! Noi vi consigliamo di provare con: insalata, ravanelli e radicchio (se ai bimbi piace il suo gusto amarognolo).

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Dove trovare i semi? Ormai tutti i supermercati hanno un angolo dedicato a fiori e ortaggi; potete comprare lì una busta di semi.

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Adesso è il momento di preparare la scatola delle uova per la semina. Ci servirà del terriccio da giardino (lo si trova in vendita in qualsiasi vivaio o negozio di bricolage, ma anche dai fiorai specializzati). Bisogna riempire tutti i 6 spazi vuoti, che fungeranno da “vasetti” di terra, in modo che siano ben colmi. Questo è uno dei compiti che i bambini apprezzano di più. 

E infine, è arrivato il momento della semina. Prendete dal sacchetto una piccola manciata di semini e mettetene 4-5 in ciascuno dei 6 “vasetti”. A questo punto, con un dito, affondateli di un centimetro nella terra e ricopriteli. Ultimo passo: bagnate il terriccio con un po’ d’acqua, in modo che sia ben umido ma senza esagerare (o finirete per disfare il cartone delle uova!).

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Trovate un posto luminoso per il vostro semenzaio e lasciatelo lì, mettendoci sotto un piatto che faccia da sottovaso, evitando di sporcare mensole e davanzali. Adesso non vi resta che aspettare: nel giro di qualche giorno cominceranno a spuntare i primi, verdissimi, germogli.

Quando si può cominciare? Marzo è il mese giusto per seminare in coltura protetta (come in questo caso): le piantine cominceranno ad essere vigorose al momento del trapianto.

Quando le piantine avranno messo 4-5 foglie e saranno cresciute fino a diventare delle mini-insalate vere e proprie, dovrete trapiantarle in un contenitore più grande. Consigliamo vasi di plastica profondi almeno 20cm, in modo che le piante abbiamo terreno e spazio sufficiente per mettere radici.

DIARIO DELL’ORTO

Un quadernino in cui il bambino potrà fare le sue annotazioni sull’agricoltura domestica; in cui potrà disegnare e anche collezionare aneddoti e informazioni utili.

Un consiglio? Una volta che i germogli spunteranno, aiutate i bambini a fare delle piccole ricerche in rete e fate appuntare le principali informazioni sull’orto. Quanto ci vorrà per raccogliere l’insalata? Di quanta acqua ha bisogno? E se ci trovassimo su un insetto? Questo è il modo giusto di insegnare, in quanto si tratta di nozioni estremamente importanti per il baby giardiniere.Anche il disegno è uno strumento importante: si passa dalla raffigurazione della piantina nei vari stadi della sua crescita, fino alla rappresentazione di sé intenti a lavorare la terra. E’ un modo di dare un senso alla propria esperienza.

L’ORTO A SCUOLA

Sono già molti i progetti di orto didattico attivati nelle varie scuole in Italia; l’utilità? Sfruttare il “gioco dell’orto” per insegnare il ciclo della natura, oltre all’importanza di un’alimentazione sana.

L’attività proposta con le scatole delle uova si può replicare facilmente a scuola, se non ci fosse un giardino o uno spazio allestito in modo adeguato: basterà preparare un contenitore per ciascun alunno, meglio se con un bel cartellino decorato, e metterli in fila sul davanzale!

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Il gufo e il pesciolino

Parliamo spesso di animali nelle nostre favole. Perché a volte ci aiutano a parlare di noi, a trovare le parole che vorremmo dire e che ci teniamo dentro. Questa è la storia di due amici un po’ strani. Perché a volte l’amicizia nasce per caso e diventa più forte, sempre per caso. Per cui …

Il gufo e il pesciolino

C’erano una volta un gufetto e un pesciolino. Vi immaginate cosa possono avere in comune un volatile appollaiato su un albero e un pesciolino che lo guarda dall’acqua del laghetto sottostante? Difficile indovinarlo. Eppure i due erano amici davvero: per qualche strana magia, quando il pesciolino faceva le bolle e il gufetto rispondeva in gufese, si capivano. Un giorno però il gufetto iniziò a farsi delle domande: “Perché quel pesciolino vuole sempre parlare con me? Vuole carpirmi qualche segreto? Vorrà mica imparare a volare? Se ne stia laggiù a nuotare, io non ho bisogno di seccature!”. E così, insospettito, si allontanò su un albero più lontano, senza però mai smettere di scrutare l’amico.12722764_1147719345269124_1649167004_o

A sua volta il pesciolino, rimasto solo, cominciò a chiedersi perché l’amico era andato via. E pian piano nella sua mente si insinuò il dubbio che il gufo gli avesse preferito qualcun altro, magari capace di volare come lui. Dispiaciuto, ma punto nell’orgoglio, l’animaletto si tuffò nel profondo del laghetto, sicuro che nascosto tra le alghe nessuno lo avrebbe più fatto soffrire. Passò il tempo e, pur lontani, il gufo e il pesciolino continuavano la loro vita: in fondo che bisogno c’è di un amico se c’è la natura intorno a tenerci compagnia, con la sua maestosa bellezza? Ma la natura è beffarda e in quel silenzio iniziò a parlare: tanto colore, tanta pace e tanta meraviglia, proprio come un caleidoscopio colorato, facevano venir voglia di essere felici. Ogni scoperta, ogni foglia, ogni filo d’erba, ogni conchiglia sprofondata nella sabbia sussurravano qualcosa al gufo e al pesciolino. Che voglia di condividere nuove avventure! I cuori dei due erano pieni di cose da raccontare, come due palloncini pronti ad esplodere. E’ vero, il cielo ascoltava, il vento pure, ma sarebbe stato bello dire all’amico le scoperte del giorno, come il funghetto rosso con i puntini che sembrano lentiggini o le uova dischiuse dei cigni nel canneto del lago. E così il pesciolino risalì in superficie, ma giusto per dare un’occhiata, non perché il suo amico gli mancava. Fu così che, senza troppa sorpresa, lo vide sul solito ramo: perché anche lui si era avvicinato, ma, beninteso, solo perché non aveva molto da fare, non perché voleva sapere come stava il pesciolino. Da allora, senza bisogno di troppe parole, i due ricominciarono la vita di tutti i giorni. Non c’era bisogno di dirsi proprio tutto, o di stare appiccicati. Ma sapere che, al momento del bisogno, qualcuno ci sarebbe stato, era bello. Era bello davvero.

 

Questa storia è “illustrata” da Silvia Logi, artista fiorentina che ci concede i suoi lavori. A lei va un sentito ringraziamento, per l’impegno profuso nel diffondere l’arte a grandi e bambini. Se volete scoprire altre sue opere, visitate il sito ufficiale Silvia Logi Artworks

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Gli incredibili benefici di giocare all’aria aperta

In uno studio innovativo realizzato di recente, un team di ricercatori finanziato dall’Unione europea ha dimostrato che un maggior numero di spazi verdi può migliorare lo sviluppo cognitivo degli alunni delle scuole elementari europee.

In base ai risultati di una nuova ricerca finanziata dall’Unione europea (UE), i genitori che insistono con i propri figli perché spengano la TV o il computer ed escano a prendere una boccata d’aria fresca potranno dire di non avere tutti i torti… I ricercatori hanno infatti scoperto un nesso evidente fra lo sviluppo cognitivo e l’ambiente verde circostante, conferendo alla saggezza popolare un fondo di verità scientifica.

Il progetto Breathe, finanziato nell’ambito del Settimo programma quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico della Commissione europea, ha esaminato il rapporto fra la qualità dell’aria e lo sviluppo cognitivo nei bambini: in media, sono stati rilevati un miglioramento del 5 % nella memoria di lavoro normale, un aumento del 6 % nella memoria di lavoro superiore e una riduzione dell’1 % nella mancanza di attenzione, tutti attribuibili al verde presente all’interno e nei pressi delle scuole.

Questi benefici cognitivi sembrano essere correlati a una riduzione degli inquinanti atmosferici dovuti al traffico in prossimità delle aree verdi. Fra le altre cause potrebbero figurare la minore esposizione a stress e rumore ambientale e la maggiore attività fisica, stimolata dalla vicinanza con gli spazi verdi.

Un respiro di sollievo

Durato un anno, il progetto Breathe (BRain dEvelopment and Air polluTion ultrafine particles in scHool childrEn) ha visto la partecipazione di 2 623 alunni (tra i 7 e i 10 anni) di 36 scuole elementari.




I ricercatori hanno determinato, per mezzo di test computerizzati, la memoria di lavoro e il grado di attenzione dei bambini, due fattori che aumentano regolarmente durante l’adolescenza. Inoltre, avvalendosi di immagini satellitari e di un’unità di misura del «verde» basata sulla luce riflessa, hanno quantificato le aree verdi presenti nelle vicinanze delle abitazioni di ciascun alunno, all’interno e in prossimità delle scuole nonché lungo il tragitto casa-scuola. I valori sono stati quindi combinati con una serie di variabili, quali il tempo passato a scuola o a casa, al fine di valutare l’esposizione complessiva di ogni bambino alla vegetazione.

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La ricerca indica che un incremento del numero di spazi verdi nei pressi delle scuole, soprattutto in ambienti urbani, potrebbe tradursi in un miglioramento, vita natural durante, della memoria di lavoro e delle abilità mentali dei bambini.

I ricercatori avvertono però che saranno necessarie ulteriori ricerche a sostegno della solidità di questi risultati: servono infatti maggiori informazioni sull’eventuale presenza di effetti simili durante altri periodi dello sviluppo cognitivo dei bambini (ad esempio, prenatale o prescolastico).

Approfondimenti 

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Articolo originale su: 

http://ec.europa.eu/environment/news/efe/articles/2016/1/article_20160126_01_it.htm

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Bimbi felici: i 3 segnali per capire se un bambino è felice

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Un bambino felice crescerà in modo armonico e diventerà un adulto soddisfatto. Ma si può rinchiudere la felicità in soli tre punti? Assolutamente no, anzi, essere felici è un lavoraccio! Però, se ogni bambino infelice è infelice a modo suo – parafrasando Tolstoj – tutti quelli sereni si assomigliano. Ecco tre caratteristiche che identificano un bambino felice.

Primo segnale: va alla ricerca di nuove sfide e attività

Tutti i bambini desiderano padroneggiare il mondo e le situazioni. Si tratta di una motivazione primaria, insita in tutti gli esseri umani. Un bambino che vive in cerca di sfide è appagato, si sente sicuro di sé al punto di mettersi alla prova. Questo significa che la sua autostima si sta sviluppando forte e che non avrà timore di mettersi in gioco.

L’autostima è sinonimo di felicità? Non è l’unica componente, ma sicuramente indica un approccio positivo alla vita, ingrediente fondamentale per poter essere sereni.

Al contrario, bambini scoraggiati, demotivati o timorosi eviteranno le novità, cercheranno di consolarsi con semplici attività, nella speranza di ricevere consenso e mostrare, a sé e agli altri, il loro valore. Il bambino con bassa autostima difficilmente è sereno, in quanto vive col timore di essere giudicato e con il peso di far riconoscere le proprie qualità.

In pratica: Il bambino sicuro segue gli amici nei nuovi sport e in nuove esperienze; è propositivo e sempre in movimento. Si impegna in una sana competizione, riconoscendo il valore dell’esercizio e dell’allenamento. E’ un vero e proprio “vulcano”!

Secondo segnale: racconta volentieri quello che fa

Il racconto è uno strumento che i bambini hanno per rivivere e rielaborare le proprie esperienze. Saranno particolarmente contenti di raccontarvi ciò che hanno fatto durante la giornata, se è stato appagante. Una narrazione sana e serena è piuttosto obiettiva (non del tutto: ciascuno di noi interpreta i fatti in modo soggettivo; l’importante è che il racconto sia aderente alla realtà), ricca di particolari, mette in evidenza la componente emotiva e non nasconde gli errori.

Anche a casa, un bambino felice sarà orgoglioso di mostrare i propri disegni, i lavoretti, i giochi: è sicuro di riceverne un giudizio positivo, ma anche preziosi suggerimenti per migliorare sempre di più.

Bambini reticenti: un bambino che si rifiuta di raccontare quello che ha fatto, probabilmente ne soffre; questo è particolarmente vero per la scuola, ma anche per l’attività sportiva. La reticenza indica il desiderio di nascondere qualcosa, spesso la percezione della propria incapacità. Questa difficoltà di esprimersi deve essere trattata con attenzione: non si tratta necessariamente di una tragedia, ma è un indicatore che c’è qualcosa che non va.

Terzo segnale: è curioso, come una scimmietta

La curiosità di un bambino è legata al suo senso di efficacia, un po’ come la ricerca di sfide. Ragazzi felici si sentono artefici del proprio destino e fanno del loro meglio per imparare quanto più possibile.

Curiosità o diligenza? Spesso la curiosità viene confusa con il buon profitto scolastico, con la capacità di studiare. La curiosità può essere incanalata in mille direzioni, che non necessariamente ricalcano fedelmente i programmi scolastici. Ci sono segnali più importanti: il bambino curioso legge molto, cerca immagini degli argomenti che ne suscitano l’interesse, si informa, visita volentieri posti nuovi, fa sempre mille domande.

Bambini felici

Se la risposta alle 3 domande sopra descritte è positiva, siamo sicuri di avere di fronte un bambino che crescerà libero e felice, che un giorno si metterà alla scoperta del mondo e uscirà vincitore dalla sfida della vita. Cercate di lavorare su tutti e tre i punti, in modo da rafforzare autostima, curiosità e piacere di raccontare: siate curiosi anche voi nei confronti della vita dei vostri bimbi, ricordandovi di non essere invadenti.

In caso di risposta negativa a una delle tre domande, nessun problema: il bambino è complessivamente sereno. L’importante è mantenersi positivi, educare alla felicità attraverso il buon esempio ed essere attenti osservatori; sarete voi stessi a scoprire e risolvere la causa del piccolo problema. Gli aspetti da affrontare nel corso dell’educazione sono moltissimi: riconoscere i propri limiti, imparare a non farsi condizionare dal giudizio esterno, vincere il timore degli altri. E’ normale che ciascuno abbia qualche chimera.

E se non fosse così? Non preoccupatevi: quello del genitore è il mestiere più difficile del mondo (alla pari con l’insegnante, probabilmente) e non ci si deve mai scoraggiare. L’insicurezza è un po’ come l’anemia: necessita di una robusta cura ricostituente; ma si può rimediare, questa è la bella notizia! Nello specifico, sarà bene mostrare tutto il nostro affetto, utilizzandolo per rassicurare e incentivare alla sfida e alla curiosità. Aiutate il bambino a fare da solo (seguendo la massima montessoriana), proponetegli attività in cui sicuramente riesce bene e incoraggiatelo; alzate l’asticella giorno dopo giorno ma senza mai dare giudizi: il bambino deve sentirsi libero di sbagliare, al sicuro dalla critica. Nel giro di poco tempo noterete risultati positivi. Provate anche con il Gio-Coaching: la metodologia di allenamento di Portale Bambini. Potete iniziare qui.

Se le cose dovessero andare diversamente, allora può darsi che ci sia un problema latente: in questo caso sarà bene rivolgersi a uno specialista, pedagogista o psicologo.

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