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E se nessuno mi becca? Combattiamo l’analfabetismo etico, con “l’arte del fare la cosa giusta”

Parlare di etica non significa solo addentrarci nel terreno astratto della riflessione sulla giustizia e la legalità, ma ricordarci, ricordandolo anche ai bambini, che, con ogni piccolo gesto quotidiano, noi diamo valore a questo concetto.

Il nostro è un mondo buffo. Tutti pronti a vagliare le spese dei politici o a criticare le ingiustizie, tutti agguerritissimi contro i dipendenti comunali che timbrano il cartellino senza poi andare a lavorare. Quante volte ci fermiamo però a riflettere, chiedendoci se noi per primi abbiamo fatto la cosa giusta?
Ci siamo fermati a un semaforo rosso sebbene la strada fosse libera? Ci siamo ricordati di restituire un resto, se eccedente? Siamo tutti responsabili delle nostre azioni, cosa bellissima che tuttavia va coltivata con attenzione, visto che oggi, in parallelo all’analfabetismo culturale, sta dilagando una forma di analfabetismo etico altrettanto preoccupante. 

In uno scenario come questo, in cui, grazie anche all’amplificazione dei gesti dovuta ai media e ai social, tutto viene messo sotto accusa e sotto processo, spessa senza nemmeno avere un quadro completo degli elementi in gioco, riscoprire il concetto di etica e parlarne con i ragazzi e i bambini è fondamentale. Significa insegnare a fare la cosa giusta, evidenziando che la furbizia, la via più semplice, non ci rende migliori.


L’etica spiegata ai bambini
Ma cosa vuol dire esattamente spiegare l’etica ai bambini? Come insegnare loro che una cosa non va fatta solo perché “la fanno tutti”? Ci viene in aiuto a questo proposito Bruce Weinstein, autore del libro “E se nessuno mi becca?” edito da Il Castoro. Si tratta di una mini guida che ci aiuta a riflettere sul concetto di “giusto e sbagliato”.

Vediamo, volendo sintetizzare e semplificare, cinque spunti ispirati dal libro che ci possono aiutare a sostenere e motivare il “non si fa così, lo sai”, pronunciato da genitori spesso disorientati o incapaci di insegnare le regole.

1. Non fare male a nessuno
Le ferite non sono solo fisiche. Il cuore viene ferito da parole mal dette, o da gesti non ponderati. Riflettiamo senza agire di impulso, perché spesso è l’unico modo per evitare sofferenze.

2. Impegniamoci a rendere il mondo più bello di come l’abbiamo trovato
Ciascuno di noi è pieno di talenti che vanno tirati fuori, dando il meglio di noi. Perché non basta non ferire, occorre vivere. E nel farlo, dedicarsi agli altri arricchisce e ci arricchisce.

3. Rispettiamo chi ci sta vicino
Weinstein afferma che rispettare significa “trattare le persone come essere desiderano essere trattate”. Perché voler bene significa cercare di capire l’altro, senza imporre se stessi.

4. Cerchiamo di essere giusti e di ribellarci all’ingiustizia
Essere giusti significa non solo rispettare le regole, ma anche lottare per combattere le ingiustizie. Perché il rispetto per sé e per gli altri si coltiva non nascondendo la testa sotto la sabbia, ma cercando di ottenere uguaglianza.

5. Non smettiamo mai di voler bene e volerci bene
Sembra banale, ma voler bene significa coltivare il bene. Spesso con piccoli gesti o attenzioni, talvolta non richiesti. Scaldiamo il cuore di chi ci sta attorno!

Ovviamente si tratta di piccoli spunti che non pretendono di affrontare in maniera esaustiva la materia, ma di semplificarla per parlarne con i bambini.A questo proposito può essere interessante sviluppare un mini laboratorio sulla falsariga di quanto proposto da Echino, libro giornale consultabile su Internet e sull’omonima pagina facebook. Lo riprendiamo di seguito:

http://www.echino.it/laboratorio-sulletica

“Vi proponiamo un laboratorio sull’etica adatto ad essere realizzato nella scuola primaria. Quello che vedete nelle foto è stato realizzato con i bambini e le bambine di prima elementare. La prima parte del laboratorio si svolge leggendo alcuni brani tratti da NON LEGATECI LE ALI, selezionati in base all’età dei bambini, ai loro interessi, ai temi già trattati con loro. Fra gli altri vi suggeriamo Il giardino dell’etica di Elena Mastretta o Echino, Echinella e il diritto d’autore.
Alla lettura dei brano segue una chiacchierata su cosa vuol dire etica (fare la cosa giusta), alcun esempi, perchè è importante assumere comportamenti etici, in quali casi anche gli adulti non hanno comportamenti etici. Sicuramente anche i bambini e le bambine tireranno fuori idee e spunti. In ogni caso eccone alcuni:

– Etica vuol dire distinguere i comportamenti umani in buoni, giusti, leciti rispetto a quelli ingiusti, non leciti, cattivi
– Insomma etica ovvero fare la cosa giusta ovvero essere giusti/e

– Fare la cosa giusta perché crediamo sia giusto e non perché abbiamo paura che qualcuno ci scopra.

Come si può essere giusti?

  • aiutare gli altri, il compagno che ha bisogno d’aiuto (ma anche a casa, tenendo in ordine i giochi, aiutando ad apparecchiare)
  •  fare amicizia con chi non ha ancora amici
  • non copiare (ma chiedere aiuto)
  •  non appropriarsi del lavoro altrui
  •  non discriminare, ovvero non trattare le persone in modo diverso (si discrimina per tanti motivi)
  •  non fare del male agli altri in tutti i sensi
  •  far parlare e ascoltare tutti, rispettare gli altri
  • lasciare il mondo meglio di come lo si trova (ma anche un libro della biblioteca)
  • rispettare l’ambiente, la classe
  • comportarci con gli altri come vorremmo gli altri facessero con noi
  • mettersi nei panni degli altri

Dopodiché si inizia la parte pratica. I bambini e le bambine possono utilizzare dei foglietti colorati, come quelli che vedete nelle foto, per esprimere i loro pensieri etici, o disegnare i comportamenti etici. I foglietti possono essere raccolti in un cartellone o, come abbiamo fatto noi, attaccati su un ramo precedentemente recuperato o costruito, in modo da realizzare l’albero dell’etica”.

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Costruire un puzzle con gli stecchini del gelato

Oggi vi proponiamo una guida tutta illustrata per costruire dei fantastici puzzle con gli stecchini dei ghiaccioli! Stupitevi con questa galleria!Ringraziamo per questo laboratorio Chiara de I Piccoletti. Seguitela anche su Facebook.

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L’arte che fa star bene: Joan Mirò

L’arte astratta e i bambini

“Più del quadro in sé, quello che conta è ciò che esso emana e diffonde nell’aria. Non ha importanza se il quadro viene distrutto. L’arte può anche morire; quello che conta è che abbia sparso semi sulla terra.”
J. Mirò

Il bambino, nel corso del suo sviluppo, impara a raffigurare attraverso il disegno gli elementi della realtà; a partire dai 4 anni si avvia sulla strada del perfezionamento: dapprima disegna figure composte di semplici poligoni, via via questi blocchi diventano meno spigolosi fino ad arrivare a delineare i contorni. Si tratta di un percorso naturale, che non necessità di grandi attenzioni da parte dell’adulto.

E allora, vale la pena chiedersi: se i bambini raffigurano oggetti, paesaggi, personaggi e scene cercando di essere sempre più fedeli all’originale, qual è il senso dell’arte astratta? Perché i tratti dovrebbero farsi lirici, liberandosi dal vincolo di raffigurare la realtà? Perché dovrebbero interessarsi a Mirò, al surrealismo, a Kandinskij? Il processo di astrazione è l’opposto di quello che, naturalmente, fa il bambino. Quindi, la risposta non è scontata.

Secondo noi, astraendo il momento artistico da quello raffigurativo, si entra in una dimensione di benessere senza tempo e senza fine: dipingo perché mi va, spargo colori perché mi rilassa, faccio arte e sto bene. Senza la pressione di dover rappresentare bene un albero, una casa, un cane o una sedia; solo per sé. Nel preciso istante in cui il bambino comincia a sentirsi meglio nel prendere in mano le matite, il pennello o i pastelli, allora l’arte ha cambiato la sua vita, migliorandola.

Le suggestioni di Mirò

“L’inizio è qualcosa di immediato. E’ la materia a decidere.”
J. Mirò

La nostra società è così concentrata a pensare che ci dimentichiamo cosa siano la spontaneità, la meraviglia. Desideriamo il risultato al punto che trascuriamo il viaggio che ci porta a raggiungerlo. Ci dimentichiamo di vivere in un mondo affastellato di oggetti, situazioni, panorami, colori; ci dimentichiamo che la felicità non richiede obiettivi, che è nel qui ed ora, che l’animo gioisce di più ad osservare i fili d’erba scossi dal vento che non nel raggiungere l’ambito voto o una promozione.

Forse è per questo che l’arte astratta e non oggettiva ci turbano tanto. “Ma chi vuole impressionare questo qua?” “Che sgorbio!” “Avrei saputo meglio persino io, che non prendo in mano un pennello dalla scuola elementare” sono comuni esclamazioni di fronte ad opere astratte (che poi, notate bene, Mirò non si è mai definito né un artista astratto né un artista surrealista o non oggettivo!). Ecco l’insegnamento che ne possiamo ricavare:

Non giudicare, divertiti e basta. L’artista che ha creato quest’opera non ha pensato di dipingere un bel fiore, ha avuto una suggestione e l’ha seguita; tutto qui. Probabilmente non c’è nessun grande beneficio cognitivo nell’arte astratta, ma piuttosto una piccolo grande invito: ad essere più immediati, più irrazionali, più felici.

Qualche altro approfondimento

Se vi piace quest’idea di arte come espressione spontanea, se anche voi credete nell’educazione alla bellezza, forse abbiamo due libricini che fanno al caso vostro. Il primo è Felice come un FIORE, il nostro ebook. Quasi-libro, quasi-saggio e quasi-laboratorio, è una storia che aspetta di essere colorata, assemblata e rielaborata attraverso le lenti della vostra fantasia.

Il secondo è Mironins, un libro dedicato proprio all’arte di Juan Mirò, riletto con gli occhiali del gioco. Si tratta di un libro ludico per i più piccoli in cui le creazioni dell’artista prendono vita e guidano i bambini lungo un bel viaggio artistico.

a cura di Matteo Princivalle

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Fare musica sin da piccoli: un’esperienza bellissima da incoraggiare

Partiamo da una buona notizia: tutti noi possiamo imparare a cantare o suonare uno strumento! Non è mai troppo presto per imparare o troppo tardi per iniziare o riprendere gli studi abbandonati.

La musica è innanzitutto un linguaggio universale: se ci pensiamo, ovunque nel mondo, seppur con stili diversi, si canta, si balla e si suona. E’ un qualcosa di talmente connaturato nella natura umana che, sin da piccolissimi, i bambini mostrano piacere ad ascoltare brani musicali e a saltellare accompagnati dalle loro note. La predisposizione innata alla musica è sicuramente un dono che va coltivato, anche perché presenta indiscussi benefici per la crescita dei piccoli. Sicuramente suonare stimola le capacità percettive e aiuta le prime ricerche espressive. Aiuta inoltre a sviluppare l’emotività, toccando le corde dei sentimenti e favorendo il rilassamento e l’acquisizione linguistica. Se da un lato è stato sfatato il mito che fare musica aiuti a incrementare il quoziente intellettivo, dall’altro studi recenti condotti presso la Harvard University hanno  mostrato che studiare uno strumento sviluppa le capacità mentali dei bambini, rendendoli più “flessibili”. Tutti buoni motivi per provare sin dalla più tenera età.

Suonare deve essere un divertimento, non un obbligo!

Ogni anno con l’inizio della scuola ci si trova di fronte al dilemma su quali attività extra far seguire ai propri figli. Quasi sempre in poll position, dopo i vari sport, troviamo lo strumento musicale. E, puntualmente, si presentano una serie di interrogativi su quale sia la scelta migliore o l’età più adatta per iniziare.

Cercheremo di dare qualche breve risposta in merito, attingendo da fonti che si sono espresse in materia.

Il consiglio che ci sentiamo di dare e che vale un po’ per qualsiasi corso a cui vengono avvicinati i bambini è: non forzateli. Si può suonare senza essere Mozart, o si può danzare senza pretendere di diventare Nureyev. L’importante è che i bambini si divertano. Quest’affermazione è banale, ma è bene ribadirla: sono molti i genitori che caricano di aspettative i figli, immaginandoseli pianisti di fama o étoile.

Ecco, questo è un buon modo per mettere i bambini sotto pressione e farli disamorare di ciò che stanno facendo. Non esiste un’età minima per fare musica, ma l’importante è ricordarsi che deve essere un piacere, non certo un obbligo. Va da sé che ognuno di noi ha una sua musicalità, spesso legata all’ambiente circostante. Anzi è proprio l’ambiente, a partire dal nucleo familiare, ad influenzare i più piccoli che hanno bisogno di stimoli interessanti capaci di innescare il processo naturale di conoscenza della realtà.

Qualsiasi sia la strada intrapresa è indiscutibile che i bambini imparano la musica stando a contatto con la musica: per cui ascoltiamo insieme e proponiamo ciò che ci piace. Il resto verrà di conseguenza.

Solitamente i primi corsi sono accessibili a 4-5 anni, anche se vi sono percorsi propedeutici di gruppo già a partire da 3-4 anni. In quest’ultimo caso si tratta di un’introduzione alla musica, dove si lavora sulla voce e il ritmo, spesso utilizzando le mani per le percussioni. E’ anche un modo per avvicinare i più piccoli ai diversi aspetti della musica, scegliendo poi uno strumento specifico in modo spontaneo.

Sì, lo voglio: ecco l’età giusta per partire

Sono in molti a ritenere il pianoforte lo strumento ideale a fornire un approccio propedeutico dato che assicura un feedback pressoché immediato: premendo un tasto si ottiene il suono. In realtà, al netto di limitazioni fisiche (chiaramente il fagotto è un po’ ingombrante per un bambino alto sì e no un metro), non esiste uno strumento principe. Dipende dai desideri del piccolo. Anche l’età giusta la decide il bambino. Ci sono musicisti in erba che a 5 anni chiedono di poter provare a suonare il piano e altri che non se lo sognano nemmeno. La regola d’oro è di rispettare la volontà del bambino, senza fare pressioni e soprattutto, senza trasformare l’interesse in ambizione o forzatura da parte dei genitori, che devono essere in ogni caso preparati al fatto che un domani il figlio potrebbe scegliere di non continuare o perdere interesse per la materia.

La musica rappresenta un impegno, uno sforzo costante nel tempo. Per cui, se il bambino non è pronto, non facciamoci prendere dall’ansia. Scoprirà la sua strada più avanti, magari non nella musica.

In ogni caso se il bambino continua a mostrare interesse dopo due-tre anni di studio, sta rivelando una profonda inclinazione per la materia, che va in ogni caso coltivata. Con un bravo insegnante si ottengono buoni risultati anche a livello amatoriale. Non esiste, almeno sulla carta, un metodo migliore di un altro: è la sensibilità pedagogica dell’insegnante verso il bambino a fare la differenza.

La più grande lezione della musica: non c’è risultato senza sforzo

Imparare a suonare è molto simile a percorrere una salita su per le montagne: arrivati in cima il panorama è splendido, ma quanta fatica per arrivare lassù! E’ più o meno quello che succede con uno strumento musicale: ci saranno momenti di frustrazione ma, se con il giusto incoraggiamento riusciamo a superarli, proveremo la soddisfazione di aver imparato e scalato la nostra montagna.

Non si suona solo per talento: alle doti innate vanno abbinati gli studi e lo sforzo, quotidiano o meno.

Questo è l’insegnamento più grande che ci offre la musica, come altri ambiti dell’arte. Per riuscire bisogna applicarsi, studiare, cercare sempre nuovi stimoli. Ed è un lavoro sulla persona, un percorso educativo, un incoraggiamento a non mollare, anche quando ci prenderà lo sconforto.

La famiglia ha l’impegnativo compito di sostenere i bambini in queste esperienze, senza delegare la disciplina all’insegnante. La musica ha bisogno della collaborazione dei genitori: è un percorso di condivisione. All’inizio, solitamente le lezioni sono molto brevi e mono settimanali. Nel tempo il carico di lavoro aumenta, bilanciando il mix tra gioco e impegno: il programma è legato ai feedback del bambino, chiaramente molto soggettivi.

E se abbiamo Mozart in casa? Aiutiamolo a coltivare il sogno, ma non sogniamo al posto suo

E se il bambino ha davvero talento? Che fare? Sicuramente il consiglio di un valido insegnante è fondamentale ad orientarci nel proseguimento degli studi e a valutare il corretto sviluppo musicale.

Il compito dei genitori è invece di capire le vere inclinazioni dei figli ed incentivarle, senza false aspettative. Non sarà un calciatore perché noi avremmo voluto esserlo. Ma sarà un bambino felice prima, ed un adulto equilibrato poi, se saremo in grado di capire le sue vere passioni e valorizzarle, senza proiettare le nostre aspirazioni su di lui. Vladimir Nabokov diceva che “… Esiste una sola scuola: quella del talento”. Impariamo dunque ad ascoltare i piccoli, lasciandoli liberi di scoprire cosa amano davvero. E se hanno la fortuna di essere portati per la musica o la danza o la pittura, accettiamo la cosa senza caricarci e caricarli di aspettative: hanno bisogno di una famiglia che li sostenga nei momenti di difficoltà, ma che li aiuti a vivere serenamente l’infanzia.

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Liberarsi del superfluo: perché con pochi giochi si cresce meglio

Quante volte, entrando nella cameretta dei bambini, ci siamo detti: ma quanti giochi hanno?!? Tra un po’ non ci sarà spazio nemmeno per entrare!
Oggi partiamo da questa riflessione, che riteniamo abbastanza comune, per approfondire un argomento che ci sta a cuore: impariamo a fare ordine, partendo dalle cose materiali per arrivare alla mente.

E’ una pratica di vita che vale per adulti e bambini, perché spesso sono proprio i più piccoli ad essere riempiti di giochi che, puntualmente, dopo qualche giorno, giacciono abbandonati in una stanza. E, badate bene, non si tratta di moralismo sulla facciata consumista della società, ma semplicemente di una filosofia legata al miglioramento della qualità della nostra vita, che si snoda in una quotidianità “molto piena, molto ricca di dettagli e cose”. Ecco, noi vorremmo partire dal presupposto che a volte occorre fermarsi e fare tabula rasa o, almeno, iniziare a scegliere ciò a cui teniamo veramente.
decluttering 3

I vantaggi del “meno ma meglio”

Decluttering è una parola anglosassone che sintetizza un principio molto utile, ovvero l’arte di fare spazio. Non è semplice, immersi nella miriade di oggetti che fanno parte del nostro quotidiano, scegliere cosa è essenziale e cosa no. Eppure distaccarsi da ciò che non serve è un primo passo verso una miglior qualità della vita. Nel caso degli adulti, può significare separarsi da oggetti che evocano ricordi spiacevoli o che legano a un passato ormai superato. O anche, senza dare una connotazione negativa, intendendo una sorta di zavorra materiale legata alla sfera psichica, può voler dire purificarsi da tutto ciò che ingombra. Nel caso dei bambini, è un principio che può aiutare nel processo educativo, fondamentalmente per due ragioni: scegliere cosa tenere significa definire ciò che conta davvero, oltre che lasciar spazio alla fantasia, spesso oberata dal troppo.

Se tendiamo ad aggiungere oggetti si accumulano in maniera eccessiva, ne consegue che anche ciò che è realmente utile rischia di essere smarrito.
Questo nell’adulto, anche solo per un breve arco temporale, genera ansia e preoccupazione, specialmente se si è di fretta. Nel caso dei bambini significa insegnare a semplificare, un concetto chiave per imboccare la strada dell’autonomia. Lasciando ciò che serve a portata di mano, razionalizzando gli spazi, consente a tutto il nucleo familiare di vivere con maggiore serenità, nel bilanciamento tra spazi pieni e vuoti. Facendo un richiamo al feng-shui, questo significa vivere una casa con maggiore serenità. Creando un equilibrio tra spazi pieni e spazi vuoti, che permetta il corretto fluire delle energie.

Perchè avere meno giochi significa essere più felici

Saper scegliere e saper apprezzare sono due azioni che rendono più equilibrati e sereni. Sin da piccoli. E’ importante che i bambini sappiano che non possono avere tutto, cosa scontata, ma soprattutto capiscano che ciò che hanno è importante e prezioso, che magari li accompagnerà solo per un tratto della loro vita, ma che comunque sarà qualcosa da custodire con attenzione.

Non è l’ennesima riflessione sui no che fanno crescere o sul fatto che molti bambini oggi ricevono più giochi che attenzioni. E’ un pensiero su come uno spazio ben organizzato, davvero a misura di bambino, aiuto lo sviluppo intellettivo e psicomotorio del piccolo, oltre ad incentivarlo ad essere indipendente.

SPUNT-ESERCIZIO: quattro scatole per eliminare il superfluo

I nonni e i parenti hanno esagerato con i regali? Non importa, non demonizziamo nessuno. Anzi, troviamo l’occasione per fare un esperimento con i nostri figli, magari approfittando del tempo in più che ci concedono i week end.

Vi proponiamo il gioco delle quattro scatole, che è un buon metodo per insegnare ai bambini a fare ordine e a smaltire ciò che non serve più. Operazione spesso difficile perché i più piccoli spesso faticano a staccarsi dagli oggetti, anche da quelli che non gli interessano, se non momentaneamente. Recuperate 4 scatoloni, che vi serviranno per raccogliere oggetti da conservare, oggetti che possono essere messi in vendita, oggetti da regalare, imballaggi riciclabili che possono essere destinati alla raccolta differenziata.

Poi iniziate ad esaminare con i vostri figli i giocattoli e a porvi insieme delle domande, un po’ ingenue forse, ma assolutamente utili: l’oggetto in questione è mai stato usato? Serve ancora al suo scopo? Può essere davvero considerato un ricordo? Ricordatevi che, per quanto sia molto più semplice eliminare giocattoli inutilizzati quando i bambini non se ne accorgono, in realtà coinvolgerli nella scelta, per quanto più laborioso, li aiuta molto di più e trasmette loro la fiducia che abbiamo nella loro opinione. 

E’ chiaro che i cambiamenti sono graduali e che probabilmente la casa presto tornerà al suo splendido disordine. Basti solo pensare all’invasione della miriade di micro giochini acquistabili nelle edicole sulla base delle mode del momento.

Nessuno vuole trasformare i bambini in maniaci dell’ordine o i genitori in sergenti di ferro. Ma, una volta fatto il primo esperimento di decluttering, ricordiamoci di procedere periodicamente alla revisione di ciò che si accumula in casa, E’ peraltro un discorso valido anche per i capi di abbigliamento dei piccoli, le scarpe e gli accessori. In questo caso ben venga la primavera ed il cambio di stagione per liberarci di quanto non viene più indossato, regalandolo, scambiandolo o donandolo ad associazioni caritatevoli. Se il problema riguarda i libri, letti e poi abbandonati, impariamo a frequentare le biblioteche con i bambini e scopriamo su internet le diverse iniziative a proposito, quali ad esempio il book-crossing.

Più valore ai giocattoli, più valore alle persone

Spaventati da questo inno alla pulizia? Rilassatevi! Se non siete pronti a ribaltare casa, verranno momenti più propizi. Ma se avete bisogno di un piccoli incentivo ad iniziare, ricordate che attribuire un valore a una cosa che ci è stata donata, sentendola preziosa, spesso significa riscoprire il valore del rapporto con le persone.

Fare spazio è un motto applicabile a tutto: si parte dalle cose, ma alla fine è solo un modo per aprire il cuore alle persone.

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L’arte: medicina dell’anima

Oggi ci andava di scrivere un elogio all’arte, in tutte le sue forme. Sarebbe questa la miglior medicina per tutti i problemi, le tensioni, i conflitti che attanagliano i bimbi moderni. E’ un linguaggio ancestrale, uno dei migliori che l’uomo ha scovato nella sua storia.

Dedicare tempo all’arte, a casa e a scuola, porta alcuni vantaggi ai bambini. Tra questi, ne citiamo alcuni:

L’ARTE È LA PALESTRA DELLA CREATIVITÀ

La fantasia è un po’ come un muscolo: alcuni di noi sono più portati di altri ad usarla, ma per tutti vale la regola d’oro dell’allenamento.

Come? Imparando a meravigliarsi, ad ammirare, a pensare controcorrente. Pensate a quanto sarebbe buffo un pesce con un cappellino, a quel castello fatto di nuvole che si vede solo al tramonto. Giocate con l’immaginazione e ricordatevi che è un modo per crescere più forti, per superare le difficoltà.

Tutti sono bravi a vedere il bruco nel disegno di un bruco. Ma la fantasia è guardare oltre.

L’esercizio dell’arte, sia esso pittura, laboratorio o anche solo analisi di quadri e altre opere allena la fantasia. Ci permette di studiare cosa era creatività per i grandi artisti del passato e costruire il nostro senso dell’immaginazione.

L’ARTE È “L’INTERVALLO” DELL’ANIMA

Il corpo si svaga giocando a calcio, saltando una corda o costruendo una capanna; ma l’anima? Certo, la definizione di anima è vaga (sicuramente non accurata per gli standard della psicologia!), ma rende l’idea. Un bambino che dà forma ai suoi pensieri su tela sta mettendo a nudo se stesso; nel colore resteranno intrappolati i suoi conflitti, le sue tensioni. Non disdegnata l’action painting e le forme più “violente” di fare arte: il loro potere rasserenante è grande.

L’arte aiuta a mettere a posto i tasselli dell’anima.

L’ARTE INSEGNA LA COSTANZA

Per raggiungere il proprio obiettivo ci vuole impegno, esercizio, tempo e costanza; questo è tanto più vero nel campo dell’arte. Insegnate ai bambini il piacere di impegnarsi per ottenere risultati gratificanti. E’ un ottimo esercizio per lavorare sulla forza di volontà e per “diventare grandi” nel modo giusto

Per realizzare un buon lavoro occorre la capacità di imparare dai propri errori, fattore sempre più spesso sottovalutato nella scuola moderna, così come di collaborare. Il processo di apprendimento collaborativo e partecipato è uno dei grandi benefici dei laboratori artistici.

COSA VUOL DIRE FARE ARTE?

Vi sono molteplici arti, dalla pittura alla danza. Noi non ci sentiamo di suggerirne una piuttosto che un altra, è bene che ciascuno scopra le sue inclinazioni, i gesti e i rituali che lo fanno sentire libero e felice.

Lo stesso vale con i bambini: bisognerebbe dar loro gli strumenti per provare più discipline, sotto forma di gioco, da soli e in compagnia. Devono avere tempo per sperimentare se volete che trovino una propria strada. Non forzateli in un singolo campo, né chiedete che ci dedichino eccessivo impegno ed energie. La loro natura è esplosiva, in movimento. Insegnate invece a mettere i propri sentimenti in quel che si fa, ad usare l’arte e il gioco come mezzi espressivi.

Questo è uno dei più grandi svantaggi del nostro mondo e della nostra scuola: trascorriamo tutta l’infanzia e la giovinezza a studiare per il futuro, dimenticando chi siamo veramente. Ci giochiamo gli attimi d’oro della nostra vita, trascuriamo il gioco definendolo sciocchezza e l’arte diventa una “perdita di tempo”.

Così, ci si ritrova ad essere giovani adulti senza una meta, che dovranno ripercorrere a ritroso i loro passi, con grande sofferenza interiore, per ricordare il proprio nome e il proprio gioco preferito.

E questo sarebbe bello che un genitore non lo dimenticasse mai: crescere un figlio non significa crescere un ingegnere, un manager, un avvocato. Significa dare nutrimento affinché le ali della libertà spuntino forti e pronte a volare e possa diventare la persona che vorrà.

 

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