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La favola delle lenticchie

la favola delle lenticchie

La favola delle lenticchie

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta una famiglia di lenticchie; gli uomini le avevano seminate in un prato di montagna per raccogliere i loro semi, da mangiare durante il freddo inverno. Le lenticchie facevano del loro meglio per crescere, ma il loro compito era difficile: in primavera l’aria era gelida e quando venne l’estate l’acqua cominciò a scarseggiare. Giorno dopo giorno, la situazione peggiorava.
“Questo non è il prato giusto per noi lenticchie. Come faremo a dare frutti?” si chiedevano preoccupate.
Le lenticchie più piccole piangevano e si lamentavano.
“La montagna è troppo arida, moriremo di sete”.
Le piante si riunirono e decisero che avrebbero chiesto aiuto alla prima creatura che fosse passata.
Verso mezzogiorno, videro arrivare qualcuno, avvolto in un mantello di tela. Era il Bruco Mangianoia, che attraversava le montagne con un sacco pieno di semi sulle spalle.
“Buongiorno viaggiatore! Abbiamo un gran bisogno di aiuto” dissero le lenticchie.
“Cosa succede?” chiese il bruco, scoprendosi il cappuccio.
“Abbiamo sete. Ci hanno piantato nel posto sbagliato. Vogliamo andarcene da qui”.
Il Bruco Mangianoia depose il sacco che portava sulle spalle.
“Non esistono posti sbagliati, ma solo compagnie sbagliate! Il vostro problema non è l’acqua, ma la solitudine”.
Aprì il sacco e prese una manciata di semi, poi li sparse tra le radici delle lenticchie. Le piantine lo guardarono con sospetto.
“Perché pianti semi, viaggiatore? L’acqua non basta per noi, come faremo a dissetare le nuove piante?”
“Presto lo scoprirete”, rispose il bruco, poi si coprì di nuovo la testolina con il cappuccio e proseguì il suo viaggio.
Presto, dai semi che aveva gettato per terra nacquero i fiori di campo: senape, trifoglio, papavero, camomilla, fiordaliso e tanti altri.
“Ben arrivati” li accolsero le lenticchie, “ma come ci aiuterete? Non c’è più acqua”.
“Non occorre molta acqua a chi sa come non farsela scappare”, disse loro il papavero, sorridente.
Dopo qualche giorno il cielo si coprì di nuvole e scoppiò un temporale.
I fiori di campo si misero a cantare tutti insieme e mentre cantavano intrecciarono le loro radici insieme a quelle delle lenticchie, in modo da formare una rete impenetrabile.
Le gocce di pioggia rimasero intrappolate tra le radici e tutti nel campo riuscirono a dissetarsi: c’era acqua per tutta l’estate.
Fu organizzata una grande festa e il prato si riempì di fiori colorati. Ancora oggi, chi passa da lì all’inizio dell’estate può vedere le lenticchie e i fiori di campo che festeggiano insieme la loro amicizia, che ha sconfitto perfino la siccità.

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La favola dell’edera

come l'edera imparò ad arrampicarsi

Come l’edera imparò ad arrampicarsi

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta una casetta in montagna; era una baita in pietra, circondata da un grande giardino. D’inverno il giardino era una distesa bianca, sepolta sotto un candido manto di neve. A primavera, le piante si risvegliarono una ad una, colorando quel luogo silenzioso con le loro foglie e i loro fiori. Vicino a quello che i bambini chiamavano “cucciolo di abete”, un giovane alberello smanioso di crescere, fece capolino una piantina assai modesta: aveva due piccole foglie verdi scure attraversate da sottili venature bianche. Si chiamava edera e presto divenne nota a tutte le altre piante del giardino: infatti, non stava mai zitta. Chiedeva perché le nuvole si muovevano così velocemente in cielo, perché il la luna a volte era tonda e a volte a mezzzaluna, perché le farfalle volavano, perché le rane gracidavano e perché le rose erano così belle. La curiosità dell’edera era genuina: voleva sapere tutto del mondo! Le altre piante, però, non vedevano di buon occhio la sua curiosità: “Quanto parla quella pianticella, cosa avrà mai da scoprire”, si dicevano tra loro i gerani, osservandola con stizza. Un giorno arrivò nel giardino un grande vaso di terracotta.
Il padrone della casa lo posizionò in pieno sole, al centro del giardino, perché quella pianta, venuta da lontano, aveva bisogno di moltissima luce. Era un ulivo; un tempo gli ulivi non crescevano in montagna, ma ormai il clima era cambiato e sarebbe cresciuto bene anche lì. Gli occhi di tutte le piante si puntarono sui suoi rami nodosi e sulle sue foglie argentate.
“Quant’è bello!” esclamavano le rose vanitose.
“Ma è uno straniero venuto da lontano. Cosa sappiamo di lui?” intervennero gli iris sospettosi.
Ben presto il sentimento di diffidenza si diffuse in tutto il giardino. L’ulivo, già timido di suo, rimase silenzioso e guardingo.
Solo l’edera, animata come sempre dalla curiosità, attaccò, come si suol dire, bottone: “Ehi tu, è vero che hai visto il mare? È vero che è azzurro e immenso”.
L’ulivo rimase sorpreso: fino a quel momento nessuno gli aveva ancora rivolto la parola, poi le sorrise e iniziò a raccontare la sua storia. Parlò del mare e della sua acqua salata, del sole caldo che infiamma le coste, della brezza del mattino e dei fiori di arancio.
Quando terminò il suo racconto si sentì molto meglio: l’edera lo aveva messo a suo agio e continuava a ripetere che presto o tardi sarebbe andata anche lei a vedere il mare. Quella notte, la fata dei fiori scese nel giardino e svegliò la pianticella.
“Buonasera fata dei fiori, perché arrivi a quest’ora?”.
“Voglio ringraziarti: l’ulivo era così spaventato e tu hai saputo rincuorarlo”.
“Ma ci sarebbero riuscite anche le altre piante, se solo gli avessero parlato”.
“Cara edera, non è facile affrontare le novità con l’entusiasmo con cui hai fatto tu: spesso ciò che non conosciamo ci fa paura. Ma nel tuo cuore la paura è stata vinta dalla curiosità, e dal tuo amore per tutto ciò che non conosci; è per questo che ho deciso di farti un dono”.
La fata strofinò sull’edera un bastoncino coperto di polvere incantata.
“Da domani potrai arrampicarti ovunque e raggiungere anche i posti più lontani: finalmente viaggerai, come hai sempre desiderato, e scoprire il mondo. Ma ricorda: non farti mai piegare dalla diffidenza”.
Quella notte l’edera si trasformò in una pianta rampicante: le sue radici diventarono forti e capaci di attaccarsi ovunque, anche su un muro spoglio. Da allora, l’edera si arrampica dappertutto e continua a fare mille domande a tutti coloro che si fermano ad ascoltarla; e anche se è passato tanto tempo, la sua curiosità e il suo entusiasmo sono più vivi che mai.

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I bambini hanno bisogno di più natura e meno tecnologia

Nel 2005 lo studioso americano Richard Louv ha coniato il termine NDD, Nature Deficit Disorder, per indicare l’insieme dei sintomi associati alla mancanza di occasioni per immergersi nella natura. Negli ultimi decenni l’urbanizzazione e le crescenti paure per la sicurezza dei bambini ci hanno portato a trascorrere un numero di ore sempre crescente chiusi in casa, a scapito dei prati, dei boschi e dei parchi.
Numerosi studi hanno analizzato gli effetti negativi legati a questa perdita e hanno evidenziato i benefici del tempo speso nella natura. Gli studenti che vivono vicino alle aree verdi ottengono migliori risultati a scuola e sono più resilienti allo stress e all’ansia legati alla scuola.
Louv suggerisce un programma incentrato sulle attività a contatto con l’ambiente naturale (passeggiate, escursioni, bird-watching, campeggio, etc.) ed un programma scientifico volto a far riscoprire le piante, gli alberi e gli animali dell’ambiente naturale in cui vivono i bambini.

Tuttavia, questo problema si può analizzare anche assumendo un’altra prospettiva. Il “deficit di natura” (che, ci teniamo a sottolinearlo, è un termine giornalistico e non è riconosciuto come patologia dalle organizzazioni internazionali) però evidenzia un deficit più profondo, ed è quello legato alla nostra umanità. Lo ha evidenziato bene Elizabeth Dickinson, ricercatrice nel campo dell’ecopsicologia, La studiosa ha analizzato il deficit di natura e ha individuato numerose criticità, non tanto nel messaggio, ma nel modo in cui esso è stato sviluppato.
Infatti, per combattere il NDD non è sufficiente mandare i bambini in giardino: dobbiamo invece ripartire da noi stessi, dalle grandi domande interiori, dall’etica e dall’analisi critica del nostro stile di vita e delle pratiche che adottiamo. Soltanto una riflessione profonda ci permetterà di comprendere meglio i confini di questo problema, che non è la natura, bensì la nostra società. Essa riduce tutto ad oggetti, è antropocentrica, non-ecologica e tende a minimizzare e ignorare le emozioni. È la società, prima ancora del tempo speso nella natura, che dobbiamo rigenerare.
Tornare a camminare nei boschi, allora, non sarà più il punto di partenza, ma la conquista finale di un percorso interiore.

Beninteso: i nostri bambini hanno bisogno di più natura e meno tecnologia. Il tempo trascorso nel verde ha una grandissima valenza formativa, che colse già Maria Montessori. L’importante è conservare una visione critica sul fenomeno e non trascurare i fattori umani (individuali e sociali) che spesso, nell’argomentare intorno alla natura, passano in sordina.

BIBLIOGRAFIA
https://www.academia.edu/3603381/The_misdiagnosis_Rethinking_nature-deficit_disorder_2013_

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Curiosità

curiosità

Cos’è la curiosità?

Secondo l’approccio delle scienze del carattere, la curiosità è un tratto caratteriale e uno dei cinque punti di forza che compongono la virtù della sapienza. La curiosità, infatti, ci fa avvicinare a nuovi campi della conoscenza umana e ci predispone a fare nuove esperienze che arricchiranno il nostro bagaglio culturale.
Secondo i ricercatori la curiosità si compone di due elementi essenziali:

  1. Il desiderio di conoscere nuove idee e sperimentare nuove esperienze
  2. Il desiderio di ampliare la propria conoscenza

La curiosità è positiva?

Assolutamente sì. Le ricerche sulla curiosità hanno scoperto che è uno dei 5 tratti caratteriali maggiormente collegati alla soddisfazione per la vita. È associata anche alla felicità, alla longevità e alle relazioni sociali positive. Spesso la curiosità è il punto di partenza per scoprire grandi passioni, che dureranno per tutta la vita.

Come riconoscere una persona curiosa?

  1. Provano spesso nuovi cibi e ristoranti.
  2. Si divertono a provare strade diverse dal solito per tornare a casa, andare a scuola e al lavoro.
  3. Spesso fanno ricerche online su argomenti che ritengono interessanti.
  4. Si appassionano facilmente a cose nuove e diverse da quelle che hanno provato finora.

La curiosità è il vostro punto di forza? Ecco alcune domande per riflettere su di essa: 

  1. Cos’è che attira maggiormente la tua curiosità?
  2. Eri ugualmente curiosa/o da bambina/o?
  3. La tua curiosità è cambiata crescendo?
  4. Riesci a impiegare la tua curiosità nella vita?
  5. Ritieni che la curiosità sia utile per il tuo lavoro?

Esercizi per stimolare la curiosità

  1. Praticate la curiosità attiva: esplorate a fondo l’ambiente in cui vivete alla ricerca di qualcosa di bello che non avevate mai notato prima.
  2. Provate il gioco dei “perché”: la prossima volta che dovrete fare qualcosa che non vi piace, chiedetevi perché lo state facendo.
  3. Sfidate voi stessi ad imparare ogni giorno qualcosa di nuovo: può essere un nuovo vocabolo nella vostra lingua o nella seconda lingua che parlate, una curiosità scientifica, matematica, storica o di qualunque altro genere. Provate per un mese.

BIBLIOGRAFIA
https://www.viacharacter.org/

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Il fiore della gratitudine: laboratorio emotivo

Il fiore della gratitudine

Laboratorio emotivo, a cura di Alessia de Falco & Matteo Princivalle

Occorrente:

  1. Il libro “Favole Sagge: Le tre stelline & La leggenda della peonia“, che potete acquistare su AMAZON (cliccando qui).
  2. La scheda “Il fiore della gratitudine”, che trovate in fondo a questa pagina e che potete scaricare gratuitamente.
  3. Matite, pennarelli, pastelli o altri supporti per disegnare e colorare.

Obiettivi educativi: 

  1. Esercitare consapevolmente la gratitudine intesa come tratto caratteriale e sperimentare la gratitudine intesa come emozione.
  2.  Promuovere una buona pratica educativa ispirata alle tecniche dell’educazione positiva.

Come si fa: 

  1. Prima di cominciare, leggete ad alta voce e lentamente la favola “Le tre stelline” contenuta nel quinto volume delle Favole Sagge. Vi suggeriamo di fare pause tra una sequenza e l’altra, mostrando le illustrazioni e commentandole insieme ai bambini (15 minuti circa).
  2. A lettura conclusa, prendete la scheda “Il fiore della gratitudine” e osservatela insieme, con attenzione: rappresenta un vaso e lo stelo di una pianta. Saranno i bambini a farla fiorire, inserendo nel vaso un concime a base di gratitudine. Questa metafora è estremamente potente e potete utilizzarla per introdurre ai bambini il laboratorio.
  3. Prima fase del laboratorio (concimazione): chiedete ai bambini di chiudere gli occhi e pensare a qualcosa che è capitato loro in questa giornata e che ha reso migliore la loro giornata. Poi, chiedete loro di scriverla all’interno del vaso (se proporrete il laboratorio a bambini in età prescolare potete chiedere loro di disegnarla o raccontarvela e poi rappresentarla con un colore); sarà questo il concime che permetterà alla loro pianta di fiorire (10 minuti circa).
  4. Seconda fase del laboratorio (fioritura): chiedete ai bambini di chiudere gli occhi e pensare a quale fiore potrebbe sbocciare dal loro concime a base di gratitudine. Adesso dovranno disegnarlo e colorarlo (15 minuti circa).
  5. Conclusione: il potere della gratitudine è immenso; essa può letteralmente far fiorire la nostra vita e aiutarci a trovare un significato in quello che facciamo. Spiegate ai bambini che così come il loro pensiero di gratitudine ha fatto sbocciare un bel fiore, produce lo stesso effetto sulla loro vita, donando un tocco di colore e di profumo ad ogni giornata.

Scheda “Il fiore della gratitudine”

Cliccate sulla scheda qui sotto per scaricare il template in formato A4 da stampare e completare.
Se non potete stampare la scheda, realizzatene una ispirandovi al nostro modello.

il fiore della gratitudine laboratorio emotivo

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

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Leggere ad alta voce ogni giorno tra 0 e 3 anni ha dei grandi benefici sullo sviluppo del linguaggio

Leggere ad alta voce influisce significativamente sullo sviluppo dei bambini tra 0 e 3 anni. Questa pratica aiuta i bambini ad incrementare in modo significativo lo sviluppo del linguaggio, quello dell’attenzione e i tempi di lettura. Inoltre, i bambini che ascoltano frequentemente letture ad alta voce sviluppano un interesse maggiore verso i libri e la lettura.

A rivelarlo è uno studio recente condotto dall’Università di Perugia, diretto dal Professor Federico Batini, che ha analizzato gli effetti della lettura su 1600 bambini di 80 sezioni di asili nido toscani. Lo studio è parte dell’iniziativa “Leggere: forte! Ad alta voce fa crescere l’intelligenza”, progetto della Regione Toscana che si propone di introdurre la lettura ad alta voce nelle scuole di ogni ordine e grado. I ricercatori hanno letto ad alta voce ai bambini un’ora al giorno per 50 giorni, scegliendo testi di difficoltà e lunghezza crescente
Tra gli aspetti che hanno sorpreso maggiormente i ricercatori c’è l’accelerazione nello sviluppo del linguaggio: i bambini che hanno partecipato alla sperimentazione hanno mostrato una crescita più rapida del 15% rispetto agli altri, sia per quanto riguarda la comprensione che per l’espressione. Anche la capacità di prestare attenzione alla lettura ha mostrato un’impennata significativa, da 22 a 59 minuti.

Anche noi possiamo ripetere lo studio a casa: sarà sufficiente “ritagliare” uno spazio-lettura quotidiano, scegliere dei testi da proporre ai bambini e lasciare che questa buona pratica conquisti tutta la famiglia. I ricercatori hanno individuato i benefici dopo 50 giorni di lettura, ma possiamo abbondare: leggere non presenta controindicazioni!
Su portalebambini.it potete trovare un’ampia selezione di letture per bambini, nella nostra sezione dedicata alle favole e alle fiabe.

BIBLIOGRAFIA
https://www.regione.toscana.it/-/leggere-forte-

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