Il gioco è una palestra di vita, capace di aiutare i bambini a crescere sani e sereni. Un tempo i bambini giocavano di più e in modo più naturale; del resto anche il tempo da spendere insieme agli amici era molto di più. Oggi, può farci bene ricordare le quattro regole del gioco, premesse fondamentali per un gioco di qualità (le abbiamo tratte da“Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni”, ma sono sostenute da innumerevoli pedagogisti, educatori e psicologi in tutto il mondo):
spegnete tutto: spegnete la televisione e tutti gli apparecchi elettronici! L’immaginazione è un ingrediente fondamentale perché il gioco abbia i suoi effetti positivi;
create un ambiente stimolante: gli studi dimostrano che un ambiente ricco di stimoli, associato al gioco, aiuta la crescita della corteccia cerebrale. La presenza intorno al bambino di materiali che possano stimolare tutti i sensi la vista, l’udito, il tatto e così via favorisce lo sviluppo cerebrale durante il gioco;
usare l’arte: il cervello dei bambini cresce quando creano. Quindi, non mostrate loro come debbono fare tirate semplicemente fuori gli strumenti necessari e lasciateli creare spontaneamente;
lasciateli esplorare all’aria aperta: portateli fuori quanto più possibile per giocare in mezzo alla natura nei boschi, al parco, sulla spiaggia, ovunque. Cercate di trovare aree sicure dove non abbiate paura di lasciarli liberi di esplorare l’ambiente circostante. Sono questi i posti nei quali possono veramente usare la loro immaginazione e divertirsi.
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Il tema dei limiti è centrale quando si parla di genitorialità. Infatti, mamma e papà hanno il compito di mettere delle regole, prendere decisioni e stabilire dei limiti invalicabili. Ma come possono farlo senza ricadere nell’autoritarismo dei genitori del secolo scorso (durante il quale i limiti erano imposti a suon di percosse)?
La prima, importante linea guida è quella di distinguere tra i sentimenti, che sono sempre leciti, e i comportamenti, che in alcuni casi devono essere limitati. Il problema, infatti, non è nei sentimenti ma nei comportamenti. Ecco uno spunto tratto da “Intelligenza emotiva per un figlio“
“Un bambino si sente frustrato, e quindi esprime i suoi sentimenti in modo inadeguato, ad esempio picchiando un compagno, rompendo un giocattolo o dicendo parolacce. Dopo che il genitore ha riconosciuto l’emozione che sta dietro il comportamento riprovevole e lo aiuta a dargli un nome, è necessario che il bambino capisca che certi comportamenti sono inaccettabili e non verranno più tollerati. In seguito i genitori potranno guidare il bambino a pensare a modi più appropriati per padroneggiare i sentimenti negativi. «Ti fa infuriare il fatto che Danny ti abbia preso quel giocattolo,» potrebbe esordire il genitore. «Anch’io sarei infuriato. Ma non va bene che tu lo picchi. Che cosa potresti fare, invece?» Oppure: «Va bene sentirsi geloso nei confronti di tua sorella perché ti ha rubato il posto davanti in macchina, ma non va bene dirle quelle cose cattive. Non riesci a pensare a un altro modo di affrontare questi sentimenti?». Come insegna Ginott, è importante che i bambini capiscano che il problema non è nei sentimenti, ma nei comportamenti. Tutti i sentimenti e tutti i desideri sono accettabili, ma non tutti i comportamenti lo sono. Di conseguenza, è compito dei genitori porre dei limiti agli atti, ma non ai desideri“.
Educare, e specialmente educare un figlio significa trovare un compromesso accettabile tra valori e comportamento. Di questo era convinto Haim Ginott, maestro e psicologo che addirittura difendeva il valore della collera di mamma e papà: se questa collera non è rivolta a distruggere il bambino ma a comunicare con lui e a porgli dei limiti, non solo non fa male, ma è addirittura utile ai fini dell’educazione:
“Le dichiarazioni di comprensione dovrebbero precedere i consigli e gli ammonimenti. Ginott sconsigliava ai genitori di spiegare ai figli che cosa dovevano provare, perché ciò non avrebbe avuto altro effetto che far perdere loro la fiducia nei loro stessi sentimenti. Fece notare che i sentimenti dei figli non scomparivano per il semplice fatto che i genitori ordinavano: «Non sentirti così,» o perché spiegavano che non c’era alcuna giustificazione per quella particolare emozione. Ginott pensava che, mentre non tutti i comportamenti sono accettabili, tutti i sentimenti e i desideri lo sono. Di conseguenza, i genitori dovrebbero porre dei limiti agli atti dei figli, ma non alle loro emozioni o ai loro desideri. Diversamente da molti educatori, Ginott non disapprovava il fatto che i genitori potessero andare in collera con i figli. Anzi, era convinto che i genitori dovessero esprimere apertamente la loro collera, se questa era indirizzata verso un problema specifico e non attaccava direttamente la personalità o il carattere del bambino. Ginott credeva che, utilizzata con giudizio, la collera dei genitori poteva diventare parte integrante di un sistema efficace di disciplina.“
PER EDUCARE CON LE FAVOLE:
Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.
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Spesso ci soffermiamo sull’importanza delle regole e dei limiti: il bambino al quale si lascia licenza di comportarsi come gli pare non è un bambino libero, bensì un bambino abbandonato a se stesso e al mondo. Le conseguenze negative non tarderanno a manifestarsi. Ma come intervenire in modo corretto (cioè poco e solo quando è strettamente necessario)? Secondo noi è piuttosto utile utilizzare la tecnica delle “tre zone” di Ginott. Ce ne parla John Gottman in “Intelligenza emotiva per un figlio“:
“Ginott, inoltre, suggerisce ai genitori di pensare a un sistema di regole basato su tre «zone» di comportamento: una zona verde, una zona gialla e una zona rossa. La zona verde comprende i comportamenti autorizzati e desiderati. È il modo in cui vogliamo che i nostri figli si comportino, e su cui diamo loro una totale libertà. La zona gialla è un comportamento che non è autorizzato, ma viene tollerato soltanto per due ragioni. La prima, quando può essere considerato un «margine d’errore per i principianti». Tuo figlio di quattro anni non può stare seduto tranquillo per tutta la funzione religiosa, ma ti aspetti che con il tempo migliori. La seconda il «margine d’errore per i tempi difficili». Un bambino di cinque anni dà in escandescenze quando ha il raffreddore. Un adolescente sfida l’autorità materna mentre i genitori divorziano. Potreste non approvare questo tipo di comportamenti, e dovreste farlo capire. Ma potete tollerarli, avvertendo vostro figlio che lo state facendo solo per le circostanze eccezionali. La zona rossa sono i comportamenti che non possono essere tollerati, senza nessuna eccezione. Tra questi ci sono le attività pericolose alla salute propria e degli altri. I comportamenti illegali, o quelli che voi considerate immorali, non etici o socialmente inaccettabili.“
Nel definire le varie zone, bisogna tenere conto del fatto che alcuni comportamenti sgraditi sono però determinati dalla condizione infantile: non possiamo aspettarci che un bambino di cinque anni torni a casa col grembiule pulito. Dobbiamo pero aspettarci e chiedergli di non fare del male ai compagni e di non mancare di rispetto all’autorità dell’insegnante.
PER EDUCARE CON LE FAVOLE:
Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.
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Durissimo con i genitori Umberto Galimberti, che al Forum Monzani di Modena, presentando il suo ultimo libro, dice:
“Espellerei i genitori dalle scuole, a loro non interessa quasi mai della formazione dei loro figli, il loro scopo è la promozione del ragazzo a costo di fare un ricorso al Tar, altro istituto che andrebbe eliminato per legge. E alle superiori i ragazzi vanno lasciati andare a suola senza protezioni, lo scenario è diverso, devono imparare a vedere che cosa sanno fare senza protezione. Se la protezione è prolungata negli anni, come vedo, essa porta a quell’indolenza che vediamo in età adulta. E la si finisca con l’alternanza scuola lavoro, a scuola si deve diventare uomini, a scuola si deve riportare la letteratura, non portare il lavoro. La letteratura è il luogo in cui impari cose come l’amore, la disperazione, la tragedia, l’ironia, il suicidio. E noi riempiamo le scuole di tecnologia digitale invece che di letteratura? E’ folle. Guardiamo sui treni: mentre in altri Paesi i giovani leggono libri, noi giochiamo con il cellulare. Oggi i ragazzi conoscono duecento parole, ma come si può formulare un pensiero se ti mancano le parole? Non si pensa o si pensa poco se non si hanno le parole”.
Purtroppo, quando ci si schiera pro o contro, si dimentica un pilastro fondamentale dell’educazione: la corresponsabilità scuola famiglia. Galimberti ha ragione quando dice che le famiglie vanno messe nella condizione di non danneggiare la scuola; tuttavia, quelle famiglie che credono ancora nella sinergia scuola-famiglia devono avere la possibilità di partecipare.
Forse è su questi due punti che dovremmo ragionare seriamente.
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A scuola si legge ancora il giornale? Diremmo di sì, a giudicare da quello che ci raccontano i bambini e da quello che possiamo constatare. Eppure, si dovrebbe fare di più: ogni istituto, sin dalla scuola primaria, dovrebbe avere il suo “angolo sul mondo”, un piccolo laboratorio settimanale di lettura di giornali e quotidiani.
L’esercizio di lettura del giornale si presta a due funzioni, ugualmente importanti:
la prima è quella linguistica: la lettura di un articolo di giornale è a tutti gli effetti un esercizio di lettura ad alta voce e di analisi di un testo, calato però in un contesto reale; potremmo definirlo un compito autentico ante litteram;
la seconda è quella critica: la lettura dei fatti di attualità richiede ai bambini l’utilizzo del senso critico; capacità di contestualizzare, di mettere in relazione i fatti e di coltivare una visione globale; doti rare al giorno d’oggi, eppure fortemente necessarie.
La lettura in classe del giornale da un lato fornisce importanti competenze giornalistiche (utili non solo a chi un domani vorrà scrivere, ma a tutti coloro che dovranno leggere). Dall’altro insegna ad affrontare le idee e le opinioni, a discutere insieme. Leggiamo in un documento pubblicato dall’Istituto Superiore Bolisani: “Educare alla lettura significa stimolare il senso critico, imparare ad interrogarsi su qualsiasi argomento, porsi domande anche se non si trovano sempre tutte le risposte“. In questo senso la lettura del giornale diventa un esercizio di educazione emotiva cammuffata.
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Oggi ti proponiamo una riflessione sul concetto di studio organico. Oggi, infatti, si tende a privilegiare il piacere di studiare mettendo in secondo piano l’acquisizione di un bagaglio organico. Ecco cosa diceva Maria Montessori in “Come educare il potenziale umano“:
“Ai bambini piace cominciare lo studio sistemando delle figure preparate a parte su delle tavole vuote, che mostrano solo le varie epoche; in tal modo li si aiuta a capire, isolando le difficoltà e presentando loro una cosa per volta perché non facciano confusione. Il bambino non può interessarsi a un ammasso caotico di dati da studiare a memoria e da recitare in un dato ordine. Ma alcuni educatori moderni, per reazione, vorrebbero dargli la libertà di imparare solo quello che gli piace, senza fornirgli alcuna preparazione preliminare atta a richiamare il suo interesse. Il che equivale a progettare una casa senza pensare alle fondamenta, ed è un po’ ciò che succede oggi in politica, dove si offrono libertà di parola e di voto senza provvedere all’educazione dei cittadini…
I bambini, come la società, hanno bisogno che li si aiuti a sviluppare le loro facoltà mentali, prima fra tutte l’interesse, perché solo così vi può essere una crescita naturale e libera“.
A proposito, il primo suggerimento, quello delle tavole e delle figure, è lo stesso che ci ha ispirato nella realizzazione delle nostre schede da ritagliare sulla storia. Hai già dato un’occhiata ai nostri materiali?
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