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IL PESCATORE E LA SIRENA

il pescatore e la sirena

IL PESCATORE E LA SIRENA

Portale Bambini

C’era una volta un povero pescatore, che una mattina uscì in mare con la sua piccola barchetta, per procurare qualcosa da mangiare ai suoi figlioli. Giunto al largo, gettò le reti e si mise ad aspettare; presto, sentì uno scossone e si affrettò a recuperare le reti, per paura che qualche grosso pesce potesse strapparle. Immaginate la sorpresa del pescatore quando si accorse che nella sua rete era rimasta impigliata una bellissima fanciulla dai capelli dorati. Si affrettò a liberarla e a controllare che non si fosse ferita.

“In verità, sono caduta di proposito nella tua rete” gli disse la fanciulla; “Devi sapere che sono una sirena e che da tempo ti osservo mentre peschi; il tuo cuore è nobile e gentile e ho deciso di farti un regalo”.

La sirena si passò una mano tra i capelli e raccolse un mazzetto dei suoi bellissimi riccioli biondi, poi li offrì al pescatore: “I riccioli di una sirena hanno il potere di esaudire qualsiasi desiderio. Ti basterà dire: Sirenina Sirenetta, e poi quel che vorresti ricevere”. La sirena non aveva finito di parlare che cominciò a sciogliersi in una schiuma rosa e profumatissima: in men che non si dica, della ragazza non rimase più nulla: al suo posto, ecco una piccola medusa violetta. C’è perfino chi dice che tutte le meduse un tempo siano state sirene. Due lacrimucce scesero dagli occhi del pescatore: in tutta la sua vita, mai nessuno gli aveva fatto un dono così grande.

Poiché amava il mare più di qualsiasi altra cosa, il pescatore si strofinò tra le mani il primo dei riccioli biondi, chiedendo: “Sirenina Sirenetta, vorrei tanto che la mia barchetta diventasse un po’ più grossa, con una bella vela rossa”. E d’improvviso, la sua barchetta malconcia si trasformò in una graziosa barca a vela. Il pescatore prese il timone e condusse la barca verso il porto, a casa. Ma ecco che il cielo divenne nero e si scatenò una tempesta: un fulmine centrò in pieno l’albero maestro della barca, che prese fuoco e si inabissò. Così, il pescatore dovette nuotare tra le onde alte più di due metri, rischiando la vita ad ogni cavallone che si infrangeva contro di lui. Per fortuna, non è facile tenere testa ad un lupo di mare e il pescatore riuscì a raggiungere la spiaggia.

L’uomo entrò in casa e appese il cappotto infradiciato alla porta; poi, infilò una mano nella tasca per prendere i riccioli della sirena, da mostrare a sua moglie Pinuccia. Ma ne trovò solo uno! Mentre nuotava nella tempesta, le onde gli avevano portato via gli altri. Il pescatore strofinò tra le mani il ricciolo e disse: “Sirenina Sirenetta, vorrei tanto che tutti i riccioli che ho perduto tornassero qui in un solo minuto”. Ed ecco che i due riccioli uscirono saltellando dal mare ed entrarono in casa del pescatore.
Quando Pinuccia venne a sapere di quei due riccioli magici, si attaccò alla camicia del marito chiedendogli un gran tesoro. “Chiedi a quella sirenetta di portarci quattro forzieri pieni d’oro e di gemme!”

Il pescatore non sapeva cosa farsene dell’oro e delle gemme, ma Pinuccia fu così insistente che non ebbe altra scelta; si mise sull’uscio di casa e disse: “Sirenina Sirenetta, so che chiedo sciocchezze, ma vorrei quattro bauli, colmi d’ogni ricchezze”. E subito, quattro grossi bauli uscirono dal mare e strisciarono fin sulla soglia di casa del pescatore. Sfortunatamente, però, un brigante aveva sentito tutto e si era nascosto nel sottoscala: appena i forzieri si fermarono sulla soglia, saltò fuori e colpì il pescatore con una bastonata così forte che il poveretto stramazzò a terra. Al suo risveglio, non era rimasta nemmeno una monetina.
“Che ingenuo che sei stato” gli disse Pinuccia, “Avremmo dovuto chiedere a quella sirenetta di far sposare la nostra figliola con il figlio del re: in questo modo, oltre alle ricchezze avremmo avuto anche un esercito pronto a difenderci”. Pinuccia insisteva perché il marito utilizzasse un altro ricciolo per esaudire questo desiderio. Ma il pescatore non ne volle sapere: uscì di casa e si mise in mare, su una vecchia barchetta a remi. Prese il largo e tornò nel punto in cui, il giorno prima, aveva gettato le reti.

Prese uno dei riccioli rimasti e chiese: “Sirenina Sirenetta, alla tua forma torna in fretta!”. La medusa violetta si avvicinò e, in una nuvola di schiuma, tornò ad essere la bellissima sirena che il giorno prima era caduta nella rete del pescatore. Il pescatore prese da parte la sirena e le disse: “Mi hai fatto un meraviglioso regalo; purtroppo, pare che i tuoi riccioli abbiano due grandi poteri: quello di esaudire i desideri e quello di portare una tremenda sfortuna; per cui tienili tutti per te!”. Poi, sollevò la sirena e la buttò nel mare, così che potesse tornare a nuotare in libertà.

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Chi è l’educatore socio-pedagogico

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Spesso confusi con baby-sitter, animatori di feste e perfino con i catechisti, gli educatori grazie alla Legge di Bilancio n. 205 del 2017 sono stati riconosciuti dalla legislazione come professionisti dell’educazione.

Alla luce di ciò, l’educatore socio-pedagogico è un professionista che opera nell’ambito educativo, formativo e pedagogico, in rapporto a qualsiasi attività svolta in modo formale, non formale e informale, in prospettiva di life long learning, in una ottica di crescita personale e sociale (secondo le definizioni contenute nell’articolo 2 del decreto legislativo 16 gennaio 2013, n. 13, perseguendo gli obiettivi della Strategia europea deliberata dal Consiglio europeo di Lisbona del 23 e 24 marzo 2000).

L’Educatore socio-pedagogico è abilitato dalla LEGGE 27 DICEMBRE 2017, N. 205, comma 594, pubblicata in GAZZETTA UFFICIALE ( n.302 del 29.12.2017). Può esercitare il suo operato in libera professione in base alla legge n.4 del 2013 (Disposizioni in materia di professioni non organizzate” o alle dipendenze di P.A., Enti, cooperative, consorzi, comuni), in Enti pubblici o privati, in cooperative sociali, associazioni, consorzi.

IL PERCORSO DI STUDI PER DIVENTARE EDUCATORE SOCIO-PEDAGOGICO

Il titolo professionale di educatore socio- pedagogico secondo la legislazione vigente ( legge di bilancio 205/2017) è attribuito a chi ha conseguito :

  • Laurea Quadriennale in Scienze dell’Educazione V.O.
  • Laurea triennale in Scienze dell’Educazione ( L19 o Classe 18 che sono equiparate dalla legge)

L’Articolo 1 della legge di bilancio n. 205 del 2017, commi da 594 a 601 che disciplina delle professioni di educatore professionale socio-pedagogico, di educatore professionale socio-sanitario e di pedagogista della legge di bilancio n. 205 del 2017) I dispone, innanzitutto, che la qualifica di educatore professionale socio-pedagogico è attribuita “ai sensi delle disposizioni di cui al decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 65”. Al riguardo, si ricorda che la norma citata, nell’istituire il Sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni (in attuazione dell’art. 1, co. 180 e 181, lett. e), della L. 107/2015), ha disposto, per quanto qui maggiormente interessa, che, a decorrere dall’a.s. 2019/2020, l’accesso ai posti di educatore di servizi educativi per l’infanzia è consentito esclusivamente a coloro che sono in possesso di un diploma di laurea nella classe L-19, Scienze dell’educazione e della formazione, ad indirizzo specifico per educatori dei servizi educativi per l’infanzia, o del diploma di laurea magistrale a ciclo unico nella classe LM-85-bis in Scienze della formazione primaria integrata da un corso di specializzazione per complessivi 60 crediti formativi universitari.

IL LAVORO DELL’EDUCATORE SOCIO-PEDAGOGICO

Gli ambiti operativi dell’Educatore socio-pedagogico sono:

  • servizi dalla prima infanzia;
  • minori;
  • adolescenti;
  • adulti;
  • anziani;
  • diversamente abili;
  • servizi per tossicodipendenti da sostanze psicotrope o alcol;
  • ludopatie;
  • centri diurni;
  • centri socio-educativi;
  • centri residenziali;
  • servizi di salute mentale;
  • Giudice Onorario presso il Tribunale Minorile;
  • Può essere collocato anche nei servizi di reclusione, case famiglia, rsa, servizi per gli immigrati, centri antiviolenza ( Cav), servizi educativi domiciliari e scolastici.

Non esistono, poiché non previsti dalla legge vigente, albi professionali di categoria per l’educatore socio-pedagogico.

Come può essere inserito nella scuola l’Educatore socio-pedagogico?

  • Negli istituti scolastici l’educatore socio-pedagogico non è un insegnante curricolare, ma realizza progetti specifici, finalizzati all’autonomia divenendo un’ assistente all’Autonomia e alla Comunicazione affiancando l’insegnate di sostegno curricolare che si occupa della didattica.
  • Inserimento in graduatoria triennale di Istituto per Personale Educativo PP
  • Avvisi pubblici per progetti Pon, di inclusione, sportelli di ascolto.

LA DIFFERENZA CON L’EDUCATORE SOCIO-SANITARIO

Il comma 596 della legge 205/2017 stabilisce che la qualifica di educatore professionale socio-sanitario è attribuita a chi consegue un diploma di laurea abilitante nella classe di laurea L/SNT/2, Professioni sanitarie della riabilitazione, fermo restando – evidentemente per gli aspetti non disciplinati con i commi in esame – quanto disposto dal DM 8 ottobre 1998, n. 520, con il quale è stato riconosciuto il profilo dell’educatore professionale.

Per approfondimenti legge di bilancio 205/2017, commi 594 a 601 che disciplinano l’esercizio delle professioni di educatore professionale socio-pedagogico (che subentra all’attuale educatore), di pedagogista, nonché, per alcuni aspetti, di educatore professionale socio-sanitario (nuova denominazione dell’attuale educatore professionale).

a cura della dott.ssa Antonia Ragone
pedagogista e docente

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Chi è il pedagogista

il pedagogista

Il pedagogista è un professionista esperto dei processi educativi e formativi dell’intero ciclo vitale dell’uomo del cosiddetto life long learning, ovvero dalla vita prenatale al fine vita.

La Legge di Bilancio n. 205 del 2017 commi 594 a 601 stabilisce che il pedagogista opera nell’ambito educativo, formativo e pedagogico, in rapporto a qualsiasi attività svolta in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, in una prospettiva di crescita personale e sociale, secondo le definizioni contenute nell’articolo 2 del decreto legislativo 16 gennaio 2013, n. 13, perseguendo gli obiettivi della Strategia europea deliberata dal Consiglio europeo di Lisbona del 23 e 24 marzo 2000.

Opera nei servizi e nei presìdi socio-educativi e socio-assistenziali, nei confronti di persone di ogni età, prioritariamente nei seguenti ambiti: educativo e formativo; scolastico; socio-assistenziale, limitatamente agli aspetti socio-educativi; della genitorialità e della famiglia; culturale; giudiziario; ambientale; sportivo e motorio; dell’integrazione e della cooperazione internazionale. Ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n. 4, le professioni di pedagogista è compresa nell’ambito delle professioni non organizzate in ordini o collegi.

Il pedagogista esercita la sua attività professionale in agenzie educative e formative, in strutture pubbliche e private, cooperative sociali, oppure come libero professionista (Ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n. 4)

Può essere coordinatore di servizi educativi, di informazione e di orientamento. Si occupa del potenziamento delle risorse, del benessere e dell’empowerment della persona e del suo ambiente e della consulenza pedagogica.

La consulenza pedagogica è una forma di sostegno, accompagnamento e promozione della persona, coppia, gruppo, istituzione, avente per scopo una piena e autonoma integrazione di questi ultimi nel proprio sistema socio-culturale di riferimento. Nella pratica professionale la consulenza pedagogica è un analisi di processo (Schein) volta ad elicitare la lettura dei fenomeni in ottica emergenziale: individuando spazi, problematiche, risorse, strumenti, tempi e modi entro i quali l’agire educativo acquista senso e direzione per il soggetto favorendone la crescita e l’autonomia personale, professionale e di gruppo.

Il pedagogista è promotore di progetti di educazione della salute, intesa secondo la Carta di Ottawa come stato di benessere fisico-psichico e sociale.

Il pedagogista è formatore e progettista della formazione, può svolgere attività di orientamento scolastico e professionale (per la formazione professionale, l’aggiornamento, la qualificazione, la riqualificazione e la selezione del personale) nell’ambito delle risorse umane.

Il pedagogista opera anche in attività di sperimentazione e di ricerca negli ambiti accademici, della didattica, delle nuove tecnologie per l’educazione ( ad es. gamification), della P4C ( filosofia coi bambini) e delle neuroscienze.

Ha una formazione multidisciplinare, che comprende la filosofia e le scienze umane, discipline giuridiche, discipline umanistiche, conoscenze dei settori disciplinari che fanno riferimento a igiene, tecniche di valutazione.

COME SI DIVENTA PEDAGOGISTA

Per diventare pedagogista abilitato all’esercizio della professione secondo la legge 205/2017, commi 594-601 occorre essere in possesso di uno dei seguenti titoli di studio:

  • Laurea vecchio ordinamento quadriennale ( DM39/1998) in Pedagogia o in Scienze dell’Educazione;
  • Laurea Specialistica LS65 in Educatori Professionali
  • Laurea Magistrale in una delle seguenti classi: LM-50 Programmazione e gestione dei servizi educativi, LM-57 Scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua, LM-85 Scienze pedagogiche, LM-93 Teorie e metodologie dell’e-learning e della media education.

L’esercizio della professione di pedagogista comprende l’uso degli strumenti conoscitivi, metodologici e d’intervento per la prevenzione, la valutazione, le attività di assistenza, di consulenza e di trattamento abilitativo e riabilitativo in ambito educativo, culturale e pedagogico rivolte alla persona, alla coppia, alla famiglia, al gruppo e alla comunità.

DOMANDE FREQUENTI SULLA FIGURA DEL PEDAGOGISTA

Il pedagogista può insegnare? 

Il pedagogista è anche docente esclusivamente negli istituti superiori, per la classe di concorso A-18 ( filosofia e scienze umane) e per la A-18 ( storia e filosofia) qualora sia in possesso dei CFU che permettono l’accesso a tali classi di concorso. (Decreto Ministeriale D.M. 259 del 9 maggio 2017)

Il pedagogista può lavorare a scuola?

Il pedagogista può lavorare a scuola secondo la normativa italiana vigente mediante le seguenti modalità di inserimento:

  • Il pedagogista, ovvero il laureato V.O., laurea specialistica o magistrale è anche docente nelle scuole statali e paritarie per le classi di concorso A-18 Filosofia e Scienze Umane e A-19 Storia e Filosofia se in possesso di tutti i CFU richiesti dal Decreto Ministeriale D.M. 259 del 9 maggio 2017. Può partecipare al concorso per non abilitati ( di prossima uscita) se in possesso dei 24 Cfu richiesti ( D.M. 616 del 10 agosto 2017) per il FIT oppure con l’inserimento in graduatoria di Istituto ( terza fascia) oppure con istanze di messa a disposizione ( Mad) per supplenze temporanee;
  • Il pedagogista non può insegnare alla scuola dell’infanzia, alla scuola primaria e alla scuola secondaria di primo grado;
  • Il pedagogista è inserito nella scuola attraverso la modalità dell’Assistente all’autonomia e alla comunicazione, chiamata comunemente ASSISTENZA SPECIALISTICA. Tale figura viene regolamentata nella legislazione vigente dall’articolo 13, comma 3 della Legge 104/92: “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”. La normativa di ” chiamata” è diversa da regione a regione, ma di solito il servizio viene affidato dal Comune a una cooperativa sociale che recluta le figure professionali partecipando a un bando. L’attività di assistente per l’autonomia e la comunicazione ha delle funzioni specifiche che si differenziano da quelle dell’insegnante di sostegno, con cui deve cooperare secondo gli obiettivi del PEI (Piano Educativo Individualizzato). Il pedagogista progetta un proprio piano di lavoro nelle diverse aree dello sviluppo evolutivo in relazione ai bisogni educativi del singolo soggetto che emergono dalla valutazione del Profilo Dinamico Funzionale ( PDF);
  • Il pedagogista può lavorare nelle scuole attraverso progetti, PON, istituzione dello sportello pedagogico. Può partecipare ad avvisi pubblici banditi dalle scuole oppure proporsi come professionisti.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Legge di Bilancio n. 205 del 2017 commi 594 a 601
  • Decreto Ministeriale D.M. 259 del 9 maggio 2017
  • Disposizioni in materia di professioni non organizzate legge 14 gennaio 2013, n. 4

 

a cura della dott.ssa Antonia Ragone,
pedagogista e docente

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LE CINQUE REGOLE PER NON CRESCERE UN FIGLIO TIRANNO

daniele novara figli tiranni

Sempre più spesso ci troviamo di fronte a veri e propri bimbi tiranni; bambini che, inconsapevolmente, Daniele Novara ce ne parla all’interno del suo saggio Urlare non serve a nulla – Gestire i conflitti con i figli per farsi ascoltare e guidarli nella crescita.In particolare, il pedagogista evidenzia cinque “comportamenti problema”, responsabili della crescita di un piccolo tiranno.  Scopriamo insieme quali sono:

  • Il primo comportamento da bandire è la servizievolezza; ovvero, il “servire” il bambino, facendo per lui cose che potrebbe benissimo fare da solo; mangiare con le posate, vestirsi e lavarsi: mamma e papà non devono sostituirsi al bambino;
  • Il secondo errore è anticipare i bisogni dei bambini; è giusto che imparino ad avere dei propri desideri, piuttosto che essere bombardati di proposte, regali e attività; non bisogna avere paura che i propri figli crescano “svantaggiati” rispetto agli altri;
  • Il terzo comportamento da evitare è la “continua assistenza“; un bambino i cui bisogni vengono costantemente anticipati dai suoi genitori perde la capacità di comunicarli, diventa via via più povero nella sua espressione e nella sua capacità di sentire;
  • Il quarto comportamento da evitare è il discussionismo; con i bambini è necessario comunicare in modo chiaro e univoco. Discutere, trattandoli come adulti, servirà solo a confonder loro le idee e a generare stress;
  • Infine, troviamo la delega decisionale: un bambino non è in grado di compiere scelte importanti; siamo noi adulti a dover decidere per lui (un’operazione di grandissima responsabilità, tutt’altro che semplice).

Daniele Novara conclude: un bambino tiranno vorrebbe solo che i suoi genitori facessero il suo lavoro: vorrebbe genitori capaci di dire di no, ma anche capaci di compiere responsabilmente delle scelte che avranno impatto su tutta la famiglia. Un bambino tirannico ha bisogno di conflitto! Oggi tendiamo ad evitare il conflitto in tutte le sue forme, senza considerare che proprio il conflitto, se viene gestito in modo costruttivo, è una grande occasione di crescita per i bambini come per i genitori.

Riflettiamo bene su questi punti e su questi spunti: a prima vista potremmo pensare che le linee guida di Daniele Novara richiedano ai genitori certa dose di professionismo. In verità non è così: richiedono solo un po’ di coraggio e una piccola dose di “sano egoismo“. Del resto, la moda di annientarsi per i propri figli è una condizione tipica della modernità.

 

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Abbracciamo i bambini per renderli forti

Tenere il proprio bambino tra le braccia è una delle azioni più naturali per una mamma o un papà. Almeno fino a quando non si insinua nella propria mente un dubbio, che magari scaturisce da affermazioni di parenti e amiche, o altre mamme: “Non lo starò viziando?”,”Non lo sto rendendo un insicuro?”.

La paura che un bambino a cui non venga insegnato da subito ad addormentarsi da solo, a non usare il ciuccio, a non stare sempre in braccio, diventi un domani un giovane incapace di camminare sulle proprie gambe nasce spesso da pregiudizi che la nostra società ci impone. Oggi, nella frenesia quotidiana, ci viene chiesto sempre più spesso di razionalizzare il tempo dedicato all’affettività. Più controllati, più produttivi, sempre più autonomi, sin da bambini: casualmente, o forse no, nella nostra società si parla spesso di esaurimento energetico, facendo riferimento a senso di insicurezza, mancanza di amor proprio, pessimismo esasperato, instabilità affettiva, ansia. Si tratta di elementi conflittuali che possono essere gestiti e combattuti sin da piccoli. Ricordandoci che la miglior medicina è l’affetto delle figure con cui il bambino cresce.

I GENITORI: L’ANELLO DI CONGIUNZIONE TRA IL BAMBINO E IL MONDO

Tra gli studi in materia, la teoria dell’attaccamento, sviluppata dallo studioso britannico John Bowlby, ha focalizzato l’attenzione sulla predisposizione innata dell’essere umano ad instaurare relazioni affettive con una figura di riferimento. Sovente si tratta della madre, ma può essere più in generale un familiare, che assicuri la continuità degli accudimenti indispensabili per la sopravvivenza psicofisica, garantendo la protezione del piccolo in situazioni di pericolo.

La figura di attaccamento ha il compito biologico, psicologico e sociale di rappresentare per il bambino una base sicura, una sorta di anello di congiunzione tra il bambino e il mondo. Lo stile di attaccamento del bambino, che determinerà poi l’evoluzione in giovane adulto, è determinata in gran parte dal modo in cui genitori o altre figure significative interagiscono con il bambino.

A questo proposito, Mary Ainsworth, ha ideato uno strumento di indagine denominato Strange Situation, attraverso il quale vengono distinti gli stili di attaccamento in sicuro, insicuro-evitante, insicuro ansioso-ambivalente e disorganizzato, al fine di identificare le differenti modalità con cui si esplica il comportamento di attaccamento del bambino con il caregiver. Prendere in braccio il proprio piccolo che piange non è un segnale di debolezza, ma una risposta da parte dei genitori a un segnale di disagio. Non si tratta di rendere i piccoli viziati, ma di dare conforto in un momento di bisogno.

L’INTERDIPENDENZA È NECESSARIA PER STIMOLARE L’AUTONOMIA

Oggi è difficile per i genitori vivere il ruolo di ponte tra il bambino e il mondo senza scontrarsi con conflitti interiori generati dai cambiamenti economici e sociali degli ultimi decenni. In un mondo che ci chiede di essere perfetti ed efficienti sin da pochi giorni dopo la nascita dei bambini, in cui bisogna dimostrare di saper rinunciare alla propria genitorialità o di saperla gestirla nell’incastro tra professione e vita privata, il dubbio di essere troppo presenti è spesso un alibi per giustificare l’esserlo troppo poco. In realtà, da sempre il concetto di famiglia presuppone un bilanciamento tra dipendenza e tensione all’autonomia, soprattutto nel processo educativo dei figli.

Sin dai primi momenti dell’esistenza, il neonato sperimenta fisiologicamente la dipendenza verso la mamma che si prende cura di lui e soddisfa bisogni, attese e desideri. E’ un passaggio fondamentale, tanto che i bambini che non possono, per cause contingenti, sperimentare questa forma di positiva dipendenza, assistenziale ma anche ed emotivo-affettiva, spesso si trovano crescendo a convivere con il senso di abbandono e di indifferenza verso il mondo.

Chiaramente, la vita del bambino è improntata all’acquisizione dell’autonomia, proprio grazie alla famiglia che per prima, accanto a insegnanti ed educatori, ha il dovere di insegnare a “fare da sé”. L’allontanamento, la separazione, il distacco, fanno parte della maturità esistenziale. È un processo graduale, in cui coccole e abbracci si inseriscono in modo naturale, con il compito di incentivare, sostenere e stimolare.

Si tratta di un messaggio preciso che il genitore rivolge al figlio: “Io sono al tuo fianco, se hai bisogno. Ti guardo, mentre impari a camminare”. In questo senso, c’è una bellissima e nota poesia di Khalil Gibran:

“Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti. L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane. Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere; poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco”.

Bambini coccolati, adulti sereni

Crescere bambini coccolati significa dare serenità agli adulti di domani. Spesso la voglia di essere coccolati la percepiamo anche da grandi. E’ un bisogno fisiologico e naturale, che dobbiamo imparare a non trascurare. Capita talvolta di sentirsi dire da neo-mamme perplesse che i bambini vogliono stare in braccio molto tempo o che di notte vogliono infilarsi sotto le coperte protettive del lettone.

A nostro avviso bisogna come sempre trovare il giusto equilibrio tra le diverse esigenze del genitore e del bambino, tenendo presente un dato importante, che non ci deve condizionare: viviamo in un mondo in cui l’affetto viene dimostrato raramente in modo fisico. Ci si tocca poco tra adulti. E non siamo affatto bravi a chiedere di essere coccolati di più. Nel 2010, uno studio eseguito in America e pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health, ha evidenziato come il bambino coccolato sarà un adulto meno stressato un domani. Le coccole diventano un prezioso carburante che, nel corso dello sviluppo, si tramuterà in resilienza.

La ricerca ha rilevato maggior equilibrio negli uomini e donne che da piccoli avevano ricevuto affetto e coccole. Questo non significa impegnarsi a generare mammoni ma, semplicemente, a non reprimere il proprio bisogno di ricevere e dare amore, talvolta anche attraverso gesti ed attenzioni. Non è una colpa, ma un diritto. La realtà è che il mondo di oggi ci spinge all’autocontrollo delle emozioni. Se per primi noi adulti non insegniamo le emozioni ai nostri piccoli o non siamo in grado di manifestargliele, sostituendole con sistemi di compensazione costituiti da oggetti, saremo responsabili dell’insicurezza degli uomini e delle donne cui un domani lasceremo questo mondo.

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Giochi con le tabelline

giochi per imparare le tabelline

Hai mai pensato che imparare le tabelline sarebbe molto, molto più semplice utilizzando dei giochi? Sì, stiamo parlando di giochi per imparare le tabelline: ne esistono centinaia, efficaci e divertenti.

GIOCHI CON LE TABELLINE: ECCO QUALCHE IDEA

CRUCITABELLINE: si tratta di un cruciverba che, al posto delle parole, chiede di inserire, in lettere, i risultati delle moltiplicazioni oggetto di studio. Su Portale Bambini ne abbiamo caricati 10, uno per ciascuna tabellina:

DOMINO CON LE TABELLINE: si realizza un domino in cui ogni tessera presenta su una metà una moltiplicazione, sull’altra il prodotto di una delle moltiplicazioni (ad esempio: 3×3 su un lato e 16 sull’altro, facendo in modo che ogni tabellina abbia il suo prodotto su qualche tessera e viceversa); poi si può giocare, abbinando ad ogni moltiplicazione il suo prodotto; una versione stampabile di questo domino è presente in “Tabellinando“, il libro di cui ti parliamo qui sotto.

IL MESSAGGIO SEGRETO DELLE TABELLINE: questo gioco è particolarmente divertente; su un foglio si crea un codice, in cui ad ogni prodotto delle tabelline si associa una lettera o un segno di punteggiatura.

TUBÒ PITAGORICO

Quercetti, storica azienda produttrice di giocattoli in Italia, ha ideato un tubo, o meglio, un tubò, per verificare la propria conoscenza delle tabelline attraverso il gioco. Si tratta di un cilindro di plastica con le due estremità girevoli: i bambini, ruotandole, possono verificare il risultato di tutte le prime 10 tabelline (e, forse ancora più utile, le relative divisioni). Acquistalo su Amazon.it, cliccando qui.

giochi con le tabelline tubò

FILASTROCCHE DELLE TABELLINE

Un  altro gioco che possiamo fare per imparare le tabelline in modo semplice e leggero è inventare una filastrocca in cui siano presenti, in sequenza, i prodotti delle dieci moltiplicazioni di cui si compone ciascuna tabellina. Cliccando sui link qui sotto potrai scoprire la filastrocca che abbiamo inventato per ciascuna tabellina.

OLTRE 50 IDEE PER IMPARARE LE TABELLINE GIOCANDO

Maestrainbluejeans ha da poco pubblicato un libricino dal titolo “Tabellinando: oltre 50 idee per imparare le tabelline giocando“. Si tratta di una raccolta di giochi e idee per affrontare lo studio delle tabelline con leggerezza ed efficacia, che suggeriamo a tutte le maestre e ai genitori alla ricerca di soluzioni ludiche e creative per l’insegnamento/apprendimento delle tabelline.

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