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Impariamo che la creatività nasce dal silenzio

Nella società moderna, il silenzio è dicotomico: da un lato si associa alla mancanza di stimoli, all’apatia, dall’altro alla ricerca del proprio mondo interiore. Purtroppo, immersi in un mondo di suoni e stimoli, spesso se ne sottovaluta il potere. Solo nel silenzio, riusciamo a connetterci a pieno con il nostro mondo interiore. Perchè è così difficile valorizzare questo aspetto della nostra vita, così semplice peraltro da sperimentare? Fondamentalmente, non diamo il giusto valore al silenzio: il silenzio è azione.

IL SILENZIO NON È ASSENZA, MA AZIONE

Paradossalmente, il silenzio è parte integrante del mondo dei suoni, pur nel suo essere non-suono. Però non sempre viene percepito correttamente: il silenzio, il non-suono, viene paragonato ad un’assenza, ad una non-vita. Per connetterci con noi stessi, dobbiamo imparare ad amare il silenzio come presenza. La creatività in questo ci aiuta, facendoci capire come spesso, dalla quiete dell’anima, nascono le idee che non ci aspettiamo. Creatività e silenzio, quel silenzio che è presenza, sono grandi amici.

EDUCARE AL MONDO INTERIORE

Già Maria Montessori introdusse nel suo sistema educativo “l’esercizio al silenzio”: la pedagogista riteneva che silenzio e solitudine (intesa come saper stare da soli) rappresentassero per il bambino una possibilità di sperimentare il controllo sulle proprie emozioni e di scoprire la propria interiorità. Il bambino con il silenzio impara a porsi in un atteggiamento di ascolto, “osservando dall’interno”.

Ogni bambino che sente la responsabilità del ‘silenzio’, nel prevenire suoni aspri, sa come cooperare alla bontà collettiva, mantenendo l’ambiente non solo ordinato, ma quieto e calmo. I nostri bambini hanno preso veramente la via che li conduce alla padronanza di se stessi.
Maria Montessori

IL SILENZIO È LA CASA DELLA CREATIVITÀ

Spesso la presenza di un mondo intorno a noi, di chiacchiere, di whatsapp che squillano, di rumori del traffico, ci deconcentra. Quante volte ci lamentiamo di essere poco creativi: e se non lo fossimo semplicemente perchè non riusciamo più a nutrire la nostra anima di silenzio, di pause di riflessione? Il silenzio aiuta: bisogna solo riscoprire il modo per allentare il continuo flusso di pensieri con essi il rimuginare che alimentare ansia e stress in noi
.
Riscoprire la pratica del silenzio ci può aiutare ad entrare in contatto con la parte più intima di noi stessi. E’ un ottimo modo per combattere lo stress generato dal continuo ed incessante rumore che ci circonda. Proviamolo insieme ai bambini, a cui spesso il silenzio viene imposto, più per necessità contingente che per effettiva esigenza. Insegniamo loro ad ascoltare la voce del cuore e a raccontarla con colori e suoni. Con creatività.

COACHING CREATIVO: IL GIOCO DEL SILENZIO

Sicuramente i lavoretti manuali, quelli che molto spesso vi proponiamo, aiutano a incrementare la concentrazione e la capacità di stare in silenzio, spesso così difficile da ottenere a causa della molteplicità di stimoli da cui siamo costantemente bombardati.

Imparare a mantenere un silenzio fisico è un ottimo esercizio per raggiungere il silenzio mentale, quella quiete che spesso ci manca. Oggi vi proponiamo un classico di quando eravamo piccoli: il gioco del silenzio. Lo conoscete tutti vero? Sapete che nella sua banalità ci aiuta incredibilmente a capire il potere del silenzio?

Funziona così: scegliete un piccolo oggetto da nascondere in una mano. Il primo giocatore mette le mani dietro la schiena e nasconde il gessetto. Nel frattempo tutti gli altri cercano di fare il massimo silenzio: il giocatore che ha il gessetto chiama il giocatore più silenzioso, il quale deve indovinare dove si trova il gessetto, senza toccare le mani dell’altro. Se indovina, il gessetto passa a lui ed il gioco riparte dall’inizio; altrimenti torna al suo posto.

Ci sono migliaia di varianti ovviamente ed il fatto di avervelo proposto rappresenta più che altro una sfida. Leggendo, avrete sicuramente pensato: che stupidaggine! Eppure, se provate a giocare con i bambini, vi accorgerete che non è così semplice mantenere il silenzio.

Da qui partiamo: dal fatto che spesso diamo per scontate le cose che appaiono semplici, come appunto il silenzio. Ma possiamo capirne il valore, solo se riconosciamo loro l’importanza che meritano.

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La famiglia perfetta non esiste: no al senso di colpa

Dal Corriere della Sera, La Ventisettesima Ora, riprendiamo la lettera di una mamma lavoratrice, che ha scelto di restare anonima:

Ci ho provato, disperatamente, a conciliare le due cose. Ho chiesto orari ridotti che mi consentissero di portare le piccole al nido o alla scuola materna, mi sono avvalsa di tate, di aiuti di ogni genere, e per qualche tempo mi sono anche illusa di poter fare tutto. Ma la realtà è che è impossibile. Pur con tutti gli aiuti del mondo, ti ritrovi con il conto in banca prosciugato dagli stipendi alle tate e alle sostitute delle tate, dai folli costi dei nidi e delle attività extrascolastiche (che, pur senza esagerare, ti paiono irrinunciabili, come ad esempio un corso di nuoto, uno di inglese) e al contempo devi convivere con enormi sensi di colpa che ti tormentano. Non riesci a recuperarle da scuola tutti i giorni, non riesci a giocare con loro nel pomeriggio perché devi preparare una cena possibilmente sana e devi organizzare la giornata successiva, non sei abbastanza serena da assicurare loro un sorriso costante ed una parola indulgente, affannata come sei da tanti pensieri.

Questo sfogo racchiude lo sfogo di tante altre mamme e tanti papà che, ogni giorno, si trovano a dover fare i conti con una vita ad incastro. Che chiede compromessi, ma non scende a compromessi. E così ci si ritrova lacerati e incompleti: ci si sente pessimi genitori, mediocri lavoratori.

Purtroppo la parola “conciliare” resta utopia, resa ancora più dolorosa dallo sciorinare, su web e media in genere, di modelli perfetti provenienti dall’estero, di famiglie da Mulino Bianco che … Che non capiamo come possano esistere davvero.

La famiglia perfetta non esiste: no al senso di colpa

Questa situazione fa scaturire il senso di colpa, il più grande nemico dell’educazione. Ci chiediamo come faccia quella mamma ad essere sempre sorridente, come si riesca a stare con i bambini senza urlare, esauriti da stanchezza e frustrazione. Ci domandiamo se sia possibile aderire ai modelli che ci vengono proposti e che ci vorrebbero tutti sereni e felici.

La verità, l’unica verità che, come genitori, dobbiamo tenere a mente, è che per essere felici e rendere felici i nostri figli, dobbiamo eliminare i sensi di colpa.
Vincere il senso di colpa significa darsi la possibilità (e la libertà) di farci conoscere dagli altri per ciò che davvero siamo. Nel cercare la perfezione omettiamo la parte migliore di noi, temendo di non essere accettati, di non rispondere ai diktat del mondo intorno a noi.

Non riusciremo a conciliare tutto, questa è la grande verità: tuttavia, se seguiamo fino in fondo noi stessi, saremo un modello perfetto. I bambini vedranno uomini e donne che sbagliano, a volte piangono, a volte si arrabbiano, ma stanno lottando per qualcosa in cui credono davvero. Diciamo addio al personaggio “ideale” e i sensi di colpa se ne andranno. Senza rimpianti.

SPUNT’Esercizio di oggi: scrivamo la nostra vera storia

Il passo determinante per sciogliere il senso di colpa è abbandonare il personaggio di chi sopporta tutto, anela alla perfezione, facendosi carico del mondo, senza mai dire no. Sì al lavoro, sì ai figli, sì al tempo libero, sì alla madre e moglie perfetta. Sono tutti sì che ci faranno soffrire, profondamente, ponendoci su un illusorio piedistallo di “vittime onnipotenti”. Scriviamo la nostra vera storia, fatta di “no”, “forse” e imperfezione. Per farlo, vi consigliamo di lavorare su questi tre spunti.

Provate a dire “NO!”
Voler bene non significa tacere e acconsentire: talvolta opporsi, se non vogliamo davvero qualcosa, è la miglior prova del nostro interesse. I “no” non fanno crollare il mondo e danno un’immagine di noi decisamente migliore.

Evitate di creare capri espiatori
Chi si sente in colpa con tutti, spesso, se la prende con tutti, soprattutto con le persone da cui è incondizionatamente accettato. Facciamoci carico dei nostri problemi, senza riversarli sugli altri.

Rompete gli schemi
Il mondo che gira intorno a noi si modella sul nostro senso di colpa. Tutti, anche senza volerlo, ne approfittano: per cui cerchiamo di non essere “ricattabili”, dicendo sempre sì. Ne abbiamo solo da guadagnare.

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L’educazione è l’atto d’amore più grande

Qual è il più grande atto d’amore che si possa fare verso un figlio? Quale il più grande atto di dedizione verso i propri studenti? Secondo noi è l’educazione consapevole. Il regalo più grande è educare secondo un progetto di vita, educare ad un insieme di valori che ciascuna famiglia sceglie e porta avanti con determinazione.

Un’educazione di questo tipo aiuterà a crescere il bambino con dei principi saldi (non assoluti: ciascuno di noi ha i propri e non è detto che restino immutati nel tempo), che gli serviranno come guida nel corso dello sviluppo e poi della vita adulta.

I limiti della non-educazione

Ma quando si parla di educazione, è possibile che ci siano persone non educate? In termini assoluti no, perché, anche senza accorgercene, riceviamo dall’ambiente e dalle persone che ci stanno accanto un’educazione.

Facciamo finta che ci sia un bambino, e che questo bambino abbia due genitori incuranti, maleducati, egoisti e attenti solo a soddisfare i propri vizi (è volutamente un caso limite, anche se ce ne sono, purtroppo). Questo bambino, in mono del tutto non intenzionale, sarà educato: imparerà che non può fidarsi dei propri adulti di riferimento, imparerà che prima viene l’Io e poi gli altri, imparerà che il rispetto non è un valore ma un peso. Si educa sempre, prevalentemente attraverso l’esempio (lo stesso esempio di cui parliamo spesso).

Questo è il problema: chi non si interessa all’educazione, in realtà sta educando ugualmente. In modo caotico, casuale, incoerente, spesso infelice, ma sta educando. Il nostro amore verso un figlio o la responsabilità verso i propri studenti o educandi dovrebbe prendere anche la forma dell’educazione. Educazione alla felicità, educazione alla libertà, educazione al rispetto, educazione ai valori di ciascuno.

Cosa significa educare?

Per educare un figlio è necessario essere pedagogisti? Assolutamente no. Bisogna essere. Ci vogliono dei valori in cui si crede, dei comportamenti che si mettono in atto, ci vuole attenzione alla propria felicità per trasmetterla agli altri.

L’educazione che si riceve dai genitori, per la maggior parte, è costituita unicamente dall’esempio che si riceve.

SPUNT-ESERCIZIO: educazione planetaria 

Veniamo al sodo: se il più grande atto d’amore verso i propri figli è l’educazione e al tempo stesso un genitore non è e non deve essere un pedagogista o un educatore, come facciamo? Come si trasformano queste belle parole in qualcosa di concreto?



Semplicemente, crescendo: un genitore che cerca di crescere come persona, che esercita il rispetto verso gli altri e verso se stesso, un genitore che cerca di migliorarsi, questi sono i modelli educativi positivi. Dobbiamo insegnare che nessuno è perfetto, ma che la vita è un cammino di continuo miglioramento; che ai compagni di strada si da una mano invece che una spinta (se vogliamo che un giorno qualcuno la dia a noi); che la felicità non è in cima a una montagna, ma nascosta da qualche parte proprio sotto i nostri piedi.

Il modo migliore di educare i propri figli è ricominciare ad educare se stessi. 

Questa è la grande verità. Per cui, mettetevi (anzi, mettiamoci) in gioco, leggete, riflettete, pensate. Cercate la strada della felicità e riscoprite dei valori per cui valga la pena lottare. Così diventerete un modello (quasi) perfetto.

a cura di Matteo Princivalle

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Insegniamo ai bambini a fare da soli

L’autonomia è uno dei grandi temi dell’educazione; da più di un secolo pedagogisti e genitori si scontrano con l’esigenza di rendere autonomi i bambini senza metterli in difficoltà.  Maria Montessori in particolare, con il suo celebre detto “insegnami a fare da solo”, ha proposto un percorso educativo a base di autonomia, in cui l’adulto cerca di non interferire con le attività del bambino stimolando la sua capacità di vivere la quotidianità in autonomia.

Ma cosa vuol dire nei fatti essere autonomi? Da un lato troviamo l’autonomia sociale, la capacità di risolvere i problemi facendo squadra con gli altri e di rendersi autonomi dal proprio nucleo familiare. Dall’altro, c’è l’autonomia nelle piccole faccende domestiche: piegare i vestiti, lavarsi, vestirsi e tenere in ordine.  Se volete approfondire il tema dell’autonomia, vi consigliamo questo articolo.

Questo secondo tipo di autonomia è quello di cui si parla più spesso. Però, spesso non viene fornita una soluzione pratica: tutti sappiamo che bisogna insegnare ai bambini a mettere a posto la cameretta ma come fare nei fatti? E se non vogliono? E se iniziano con una scenata?

E’ in questi casi che il gioco viene in aiuto di genitori e educatori: la strada migliore per rendere autonomi i bambini è – invece di calare l’autonomia dall’alto, come fosse una regola (che non è!) – ricorrere al gioco. Giochi a punti, piccoli giochi tra genitori e figli o tra fratelli che hanno come obiettivo imparare a svolgere le faccende domestiche.  Il gioco deve essere introdotto gradualmente, come una novità, un momento speciale da vivere con il bambino.

SPUNT-ESERCIZIO: provateci con il Gio-Coaching 

Come si insegna ai bambini ad allacciarsi le scarpe e a mettere in ordine? Il nostro metodo preferito è il Gio-Coaching: si lavora su se stessi e sul bambino attraverso una serie di giochi. Alcune volte saranno giochi veri e propri, in qualche altro caso attività a sfondo ludico.

Volete qualche esempio?

  • il gioco dei lacci, per imparare ad allacciarsi le scarpe (lo trovate spiegato per bene qui)
  • il tesoro nello zaino, per aiutare a farsi la cartella da soli (i bambini guadagnano un gettone per ogni elemento che mettono nello zaino; alla fine della settimana, se raggiungono un buon numero di punti, ottengono una piccola ricompensa)
  • il gioco dei cassetti, in cui ci si sfida a piegare perfettamente tutti gli indumenti in un cassetto



Ognuno di noi può inventare tanti giochi diversi, non ce ne sono di giusti o sbagliati. L’importante è trovare la propria strada, creare il proprio kit di giochi, abitudini e rituali per l’autonomia. Rendere autonomi i bambini non deve diventare un momento angosciante, uno scoglio: giocando possiamo prenderci alla leggera e, al tempo stesso, ottenere grandi risultati.

a cura di Matteo Princivalle

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VETRATE CON IL CARTONCINO NERO E LA CARTA VELINA

Stai cercando qualche idea per realizzare un lavoretto con la carta velina? Prova con le vetrate di cartoncino e carta velina: sono un vero classico, che metterà alla prova il tuo spirito artistico e quello dei bambini che si cimenteranno.

Queste semplici vetrate, ispirate alle vetrate delle chiese gotiche, si realizzano utilizzando un foglio di cartoncino nero come scheletro e ritagliando delle aree che verranno poi ricoperte con la carta velina colorata. Puoi utilizzare con successo questa tecnica per realizzare delle vetrate natalizie con la carta velina.

VETRATA CON CARTONCINO NERO E CARTA VELINA: ISTRUZIONI

Prima di cominciare, assicurati di avere con te:

  • foglio di cartoncino nero A4;
  • cutter;
  • fogli di carta velina colorata;
  • lapis o matita bianca.

Per cominciare, con il lapis o con la matita bianca disegna sul retro del tuo cartoncino le sagome che andrai a ritagliare e riempire con i pezzi di carta velina. Poi, con il cutter, rimuovi le aree delle figure da colorare. Se decidi di realizzare una vetrata natalizia, come nel nostro caso, potresti realizzare un pupazzo di neve. Ecco lo schema:

vetrate con cartoncino nero e carta velina

Adesso, ritaglia dei pezzi di carta velina poco più grandi delle aree da riempire. È importante che ciascun pezzo di velina sia un po’ più grande dello spazio che dovrà riempire: solo così potrai incollarlo al cartoncino nero, sul retro.

Ecco il risultato, dopo aver incollato tutti i pezzi di carta velina e girato il foglio:

vetrate con cartoncino nero e carta velina 2

Al posto del cartoncino nero, potresti usare altri colori, come il blu, il rosso o il verde. Diciamo che il nero dà maggior risalto al colore della velina. Potresti anche provare, con il cartoncino marrone, a realizzare un sole, lasciando all’interno del cerchio uno spazio vuoto da riempire con la carta velina gialla.

VETRATA COLLAGE

Puoi anche realizzare un collage unendo colori diversi, come nel caso del nostro coniglietto-vetrata:

lavoretti di pasqua bambini

Per ottenere questo effetto, dovrai incollare al telaio di cartoncino un foglio di carta velina bianca e incollare su di esso i vari ritagli. Inoltre, dovrai realizzare due sagome in cartoncino nero, in modo da nascondere i margini di carta velina bianca. Ecco una foto esemplificativa:

vetrate carta velina

ALTRE IDEE CON LA CARTA VELINA

Se ti piace questa idea e, soprattutto, se sei rimasta/o affascinata/o dall’effetto della carta velina, prova anche queste due idee:

  • Pittura con la carta velina: bisogna munirsi di un po’ di fogli di carta velina colorata e tagliarli in piccoli pezzi. Poi posizionali su un cartoncino bianco e inumidiscili con un uno spruzzino pieno d’acqua. Dovrai fare in modo che il foglio sia completamente coperto di ritagli di carta, anche sovrapposti e di forme diverse. Lascialo asciugare e rimuovi le veline: il risultato sarà un soprendente quadro astratto.
  • Decoupage con la carta velina: metti da parte qualche vasetto di vetro e non buttare i ritagli di carta velina, avanzati magari dopo aver provato a realizzare una vetrata. Stendi all’esterno del vasetto della colla vinilica e ricoprilo con i pezzetti di velina che ti sono avanzati. Coperto di carta tutto il vasetto, dai un’ulteriore pennellata di colla vinilica: asciugandosi, tornerà ad essere trasparente. Potrai usare il vasetto come porta candelina profumata o, se è di dimensioni maggiori, come portapenne.

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Comunicare bene: le 3A della comunicazione persuasiva

L’amore, anche quello incondizionato che si prova per i figli, non è a prova di errore. Se l’amore fosse perfezione, probabilmente non staremmo qui ad interrogarci tutti i giorni su cosa fare per migliorare. E invece lo facciamo, domandandoci spesso, molto spesso, perché non veniamo capiti da chi dice di volerci bene.
Ci mettiamo in discussione, ci chiediamo in che cosa siamo sbagliati, cerchiamo conferme anche futili, per sentirci un po’ meno imperfetti.

La realtà è che in ogni rapporto, genitore-figlio, marito-moglie, amici, la comunicazione gioca un ruolo fondamentale. Oggi vogliamo parlare di comunicazione persuasiva: a nostro avviso non va intesa come uno strumento per convincere le persone a fare qualcosa per noi, per ottenere uno scopo, ma riuscire a parlare al cuore dell’altro, entrando in sintonia. Solo così si può capire, solo così si può davvero cambiare.

Una buona comunicazione è composta in parti uguali da ascolto, assertività ed attenzione. O, in altre parole, di tre sfumature di una A più grande, che è quella della parola amore. Se andiamo indietro nel tempo, il grande filosofo Aristotele definiva la persuasione come l’arte di indurre le persone a compiere azioni che normalmente non farebbero, se non lo chiedessimo loro.

Questo potrebbe portarci a ritenere che comunicare bene significhi convincere o influenzare sapientemente, fino a portare dalla nostra parte. In realtà, perché la comunicazione sia persuasiva, occorre mettere in azione il cuore: esistono migliaia di corsi su come comunicare ma, finchè non troviamo la chiave per entrare in sintonia con il nostro interlocutore, togliendo i filtri del nostro pensiero, non ce la faremo mai a convincere davvero.

E, prima ancora di convincere gli altri, dobbiamo imparare a conoscere molto bene noi stessi, capendo esattamente quali sono le idee in cui crediamo davvero. E come ci sentiamo.

NUTRIAMO IL NOSTRO CUORE, COMUNICANDO BENE

Vi facciamo leggere un breve brano, “I due lupi”, per focalizzare l’attenzione su quanto detto in precedenza:

“Un anziano e saggio indiano, forse Apache o forse Hopi, per educare i suoi nipoti, raccontò una storia:
“Dentro di me infuria una lotta, è una lotta terribile fra due lupi. Un lupo rappresenta la paura, la rabbia, l’invidia, il dolore, il rimorso, l’avidità, l’arroganza, l’autocommiserazione, il senso di colpa, il rancore, il senso d’inferiorità, il mentire, la vanagloria, la rivalità, il senso di superiorità e l’egoismo.
L’altro lupo rappresenta la gioia, la pace, l’amore, la speranza, il condividere, la serenità, l’umiltà, la gentilezza, l’amicizia, la compassione, la generosità, la sincerità e la fiducia.
La stessa lotta si sta svolgendo dentro di voi e anche dentro ogni altra persona.”
I nipoti rifletterono su queste parole per un po’ e poi uno di essi chiese: “Quale dei due vincerà?”
L’anziano rispose semplicemente: “Quello che nutri”.

Finchè non troviamo un vincitore a questa lotta, sarà difficile comunicar-ci efficacemente. Per farlo, la domanda da porci è: cosa mi fa stare davvero bene?
Se la risposta è sincera, avete trovato la chiave di volta per comunicare efficacemente a voi stessi. Il passaggio successivo sarà comunicare agli altri.

LE 3 A DELLA COMUNICAZIONE PERSUASIVA

La capacità di comunicare in modo persuasivo riveste un’importanza notevole nella vita quotidiana, sia nella sfera personale che nell’ambito professionale, determinando molto spesso il successo delle nostre iniziative. Per allenarci, proviamo a focalizzare l’attenzione sulle 3A (le sigle che tanto amiamo ci aiutano a ricordare): assertività, ascolto, attenzione.

Il potere delle parole: impariamo l’assertività
L’assertività è un dono da coltivare: una delle definizioni più belle è stata data da Sue Hadfield e Gill Hasson, autrici del libro “Come essere assertivi in ogni situazione“. Nel libro si dice che l’assertività è quel comportamento che consente ad un individuo di difendere i propri interessi, affermare il proprio punto di vista ed esprimere i propri pensieri, con disinvoltura, senza ansia e nel rispetto degli altri.

Come fare? Allenando la propria autostima e l’autocontrollo. Insomma, contare fino a dieci prima di partire e ricordarsi sempre che la ragione sta nel mezzo sono due consigli che risalgono alla notte dei tempi, ma restano validi.

Saper ascoltare
L’ascolto attivo è uno degli aspetti cruciali della comunicazione: la persuasione efficace nasce proprio dalla capacità di ascoltare e comprendere ciò che l’altro o gli altri ci stanno dicendo. Questo non vuol dire solo stare in silenzio, ma permettere al prossimo di iniziare e terminare un discorso, senza interruzioni e senza concludere al suo posto il pensiero che sta formulando.

Significa fare un passo indietro anche se si è convinti di aver ragione, cercando di non essere invadenti o arroganti. Ascoltare attivamente è un gesto che contribuisce ad aumentare l’autostima: diversamente, l’interlocutore si sentirà svalutato e ne soffrirà.

Offrire attenzione
Spesso pensiamo erroneamente che prestare attenzione al discorso dell’altro sia un semplice ascolto passivo. In realtà se ascoltiamo davvero, dando un feedback emotivo alle parole dell’altro, confermiamo con l’ascolto la coerenza della nostra comunicazione.

Persuadere non significa prevaricare o parlare sopra, ma lasciare un segnale profondo di empatia.
Tutto questo è possibile sono quando c’è vero e sincero interesse in quello che l’altro sta dicendo.
Per far sì che ciò accada, traduciamo lo Spunt-Esercizio di oggi in poesia: leggete “Se” di Rudyard Kipling:

“Se saprai conservare la testa, quando intorno a te tutti perderanno la loro e te ne faranno una colpa;
se crederai in te stesso quando tutti dubiteranno, ma saprai capire il loro dubbio;
se saprai aspettare senza stancarti nell’attesa, ed essere calunniato senza calunniare;
o essere odiato senza dare tu sfogo all’odio, e non apparir troppo bello, né dire cose troppo sagge;
se saprai sognare senza fare del sogno il tuo padrone; se saprai pensare senza fare del pensiero il tuo fine;
se saprai incontrare il trionfo ed il disastro e trattare questi due impostori nello stesso modo;
se saprai sopportare di sentire le tue parole giuste falsate da furfanti per ingannare gli sciocchi; o vedere le cose per cui hai dato la vita spezzate, e curvarti e ricostruirle con logori utensili;
se saprai fare un mucchio di tutte le tue vincite e rischiarle in un giro di testa e croce; e perdere e ricominciare da capo senza fiatare sulle tue perdite;
se saprai forzare il tuo cuore, i nervi e i tendini per assecondare il tuo volere, anche quando essi sono consumati; e così resistere, quando non c’è più niente in te, tranne che la volontà che dice loro: “tenete duro!”;
se saprai parlare alle folle e mantenerti virtuoso, passeggiare con i re e non perdere la semplicità;
se né i nemici, né gli amici potranno offenderti,
se tutti conteranno, ma nessuno troppo;
se saprai riempire il minuto inesorabile, dando valore ad ognuno di quei sessanta secondi…
tuo sarà il mondo e tutto ciò che esso contiene, e, ciò che più conta, tu sarai un Uomo, figlio mio”.

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