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I diritti naturali dei bambini

Il pedagogista Gianfranco Zavalloni, maestro di scuola materna prima e dirigente scolastico poi, ha elaborato una particolarissima visione dell’educazione del bambino: un’educazione caratterizzata dai tempi lenti (ce ne parla nel suo libro “La pedagogia della lumaca“) e dal contatto con la natura.

Scomparso nel 2012, Zavalloni ci ha lasciato un bellissimo manifesto, contenente i dieci diritti naturali fondamentali di cui tutte le bambine e tutti i bambini dovrebbero godere. Con qualche briciola di buona volontà, possiamo soddisfare tutti questi diritti, anche senza stravolgere il nostro stile di vita ed impegnarci in attività onerose.

I diritti naturali dei bambini

Gianfranco Zavalloni, su: scuola.regione.emilia-romagna.it

Molto spesso, in questi ultimi tempi, ci si ritrova a riflettere e a discutere sul problema dei diritti dei bambini e delle bambine. La prima cosa che generalmente io faccio, quando affronto questi temi, è quella di mettermi nei panni dei bambini e delle bambine. Credo infatti che sia importante fare memoria, cioè ripensarci noi bambini, ripensare a quando noi eravamo bambini e bambine. Per questo, è bene farsi alcune domande:

  • quali erano i nostri diritti?
  • chi ce li garantiva?
  • avevamo coscienza dei nostri diritti o – questo – era un fatto del tutto naturale?

A partire da questi interrogativi e dalle risposte che ho raccolto e che raccolgo da centinaia di adulti, da un po’ di tempo a questa parte sto cercando di far capire ad insegnanti, genitori, educatori e politici, quanto siano importanti e fondamentali alcuni diritti. Per noi erano forse scontati, ma non lo sono oggi per i bambini e le bambine dei nostri territori, delle città e dei paesi del Nord del mondo.
Se dovessi, oggi, portare un contributo alla riscrittura della Carta internazionale dei diritti dell’infanzia, sicuramente io aggiungerei anche questi diritti fra quelli “fondamentali”.

1. Il diritto all’ozio
Siamo nell’epoca in cui tutto è programmato, curriculato, informatizzato. I bambini hanno praticamente la settimana programmata e i loro iter scolastici sono praticamente predefiniti dagli adulti. Non c’è spazio per l’imprevisto, l’auto-organizzazione infantile. Anche gli stessi spazi di gioco sono preorganizzati. Non c’è, da parte dei bambini e delle bambine, la possibilità di momenti autogestiti. È ingiusto pensare al tempo dei bambini e delle bambine esclusivamente come un tempo di preparazione a “quando saranno adulti, con un loro lavoro”. Non è importante solo la meta. É importante il “camminare”, soprattutto il “camminare insieme” e non tanto la meta da raggiungere. É fondamentale capire perciò che è educazione anche “fare strada insieme”, attenti a ciò che ci viene incontro, attenti all’imprevisto, consapevoli che spesso, come dice il Piccolo Principe, “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

2. Il diritto a sporcarsi
Siamo nell’epoca del look, delle cartelle firmate, dei bambini col telefonino, ma anche del “non ti sporcare”, “stai attento”, “ma cosa mi hai combinato!”. Credo che i bimbi e le bimbe abbiano il sacrosanto diritto di giocare con i materiali naturali quali la sabbia, la terra, l’erba, le foglie, i sassi, i rametti… Quanta gioia c’è, nei bambini e nelle bambine, quando pastrocchiano in una pozzanghera o in un cumulo di sabbia. Però queste, a detta degli esperti, rischiano di essere operazioni poco igieniche, mentre nulla si dice sulla poca igienicità di una moquette, delle paste sintetiche ampiamente reclamizzate con cui giocano e manipolano i bambini e le bambine. Proviamo ad osservare attentamente bimbi e bimbe in alcuni momenti di pausa dai giochi organizzati oppure quando siamo in un boschetto. Scopriremo con quanto interesse riescono a giocare per ore con poche cose trovate per terra.

3. Il diritto agli odori
Oggi rischiamo di mettere tutto “sotto vuoto”. Nel percorrere i nostri paesi è difficile poter distinguere luoghi tipici, percettibili olfattivamente fino a pochi anni fa. Pensiamo alla bottega del fornaio, all’officina del meccanico delle biciclette, al calzolaio, al falegname, alla farmacia. Questi luoghi emanavano odori speciali, di cui si impregnavano i muri, le porte, le finestre. Oggi entrare in una scuola (chi non ricorda l’odore del primo giorno di scuola), in un ospedale, in un supermercato o in una chiesa vuol dire respirare ed annusare lo stesso odore di detergente. Non ci sono più differenze. Abbiamo annullato le diversità di naso, o meglio le diversità olfattive. Eppure chi di noi non ama sentire il profumo di terra dopo un acquazzone e non prova un certo senso di benessere entrando in un bosco ed annusando il tipico odore di humus misto ad erbe selvatiche? Sono sensazioni che dal naso passano direttamente al cervello e spesso ci fanno fare salti di memoria, tornare alla nostra infanzia. Imparare fin da piccoli il gusto degli odori, percepire i profumi offerti dalla natura, sono esperienze che ci accompagneranno lungo la nostra esistenza.

4. Il diritto a prendere la parola
Dobbiamo constatare sempre di più la triste realtà di un sistema di comunicazione e di informazione “unidirezionale”. Da una parte la TV, i giornali, i mass-media, dall’altra gli ascoltatori, i telespettatori che subiscono passivamente. Siamo al monologo. Un tempo si poteva entrare tranquillamente nelle case e si poteva chiacchierare al caldo del camino o della stufa. Oggi al centro non c’è più il fuoco, ma la televisone possibilmente sempre in funzione. Si mangia, si gioca, si lavora, si accolgono gli amici “a televisione accesa”. Un calcolo approssimato e per difetto ci dice che se un bambino o una bambina seguono 2 ore di TV al giorno per 360 giorni all’anno abbiamo un totale di 720 ore. Divise per le 24 ore di un giorno ci da 30 giorni, cioè un mese ininterrotto (24 ore al dì) di televisione all’anno. E questo non è certo dialogo. Con la televisione non si “prende la parola”. Cosa diversa è il raccontare fiabe, narrare leggende, vicende e storie, fare uno spettacolo di burattini. In questi casi anche lo spettatore-ascoltatore può prendere la parola, interloquire, dialogare.

5. Il diritto a saper usare le mani
La tendenza del mercato è quella di offrire tutto preconfezionato. L’industria sforna ogni giorno miliardi di oggetti “usa e getta”, che non possono essere riparati. Nel mondo infantile i giocattoli industriali sono talmente perfetti e finiti che non necessitano dell’apporto del bambino o della bambina. Oggi, poi, anziché i calcio-balillla, nelle sale giochi o nei circoli ricreativi, ci si abitua al video-gioco. E nel contempo mancano le occasioni per sviluppare le abilità manuali ed in particolare la manualità fine. Non è facile trovare bambini e bambine che sappiano piantare chiodi, segare, raspare, cartavetrare, incollare… anche perché è difficile incontrare adulti che vanno in ferramenta a comprare i regali ai propri figli. Quello dell’uso delle mani è uno dei diritti più disattesi nella nostra società post-industriale e rischiamo di avere bambini e bambine capaci di stare ore davanti ad un computer, ma incapaci di usare un martello o un paio di pinze.

6. Il diritto ad iniziare bene
Qui mi riferisco alla problematica dell’inquinamento. L’acqua non è più pura come cantava San Francesco, l’aria è intrisa di pulviscoli di ogni genere. Da ciò l’esplosione delle allergie. La terra è fecondata dalla chimica di sintesi. Si dice sia il frutto non desiderato dello sviluppo e del progresso. Eppure in quel “tornare indietro” che molti di noi hanno vissuto fra il 1973 e il 1974, con la famosa “austerity”, abbiamo ritrovato il gusto della città, lo stare insieme in maniera conviviale, divertente, spensierata, senza l’assillo dell’automobile e del tempo. È questo che spesso i bimbi e le bimbe ci chiedono. Da qui l’importanza dell’attenzione a quello che “fin da piccoli si mangia”, “si beve” e si respira.

7. Il diritto alla strada
La strada è per eccellenza il luogo per mettere in contatto. La strada e la piazza dovrebbero permettere l’incontro. Oggi sempre più le piazze sono dei parcheggi e le strade sono invivibili per chi non ha un mezzo motorizzato. Piazze e strade sono divenute paradossalmente luoghi di allontanamento. É praticamente impossibile vedere bambini giocare in piazza, spostarsi in bicicletta. Gli anziani sono continuamente in pericolo in questi luoghi. Dobbiamo ribadire che, come ogni luogo della comunità, la strada e la piazza sono di tutti, così come ancora è in qualche nostro piccolo paesino di montagna o in molte città del Sud del mondo.

8. Il diritto al selvaggio
Anche nel cosidetto tempo libero tutto è preorganizzato. Siamo nell’epoca dei “divertimentifici”. Gli esempi più eclatanti sono Eurodisney, Gardaland, Mirabilandia… parchi gioco programmati nei dei dettagli e così è nel piccolo, nei parchi pubblici e nel verde delle città, compreso l’arredo urbano. Certo, nulla da eccepire riguardo l’aspetto estetico. Ma dov’è la possibilità di costruire un luogo di rifugio-gioco, dove sono i canneti e i boschetti in cui nascondersi, dove sono gli alberi su cui arrampicarsi? Il mondo è fatto di luoghi modificati dall’uomo, ma è importante che questi si compenetrino con luoghi selvaggi, lasciati allo stato naturale. Anche per l’infanzia.

9. Il diritto ad ascoltare il silenzio
I nostri occhi possono socchiudersi e così riposare, ma le orecchie sono sempre aperte. Così sono sottoposte continuamente alle sollecitazioni esterne. Mi sembra ci sia l’abitudine al rumore, alla situazione rumorosa, a tal punto da temere il silenzio. Sempre più spesso è facile partecipare a feste di compleanno di bimbi e bimbe accompagnate da musiche assordanti. E così è a scuola. L’immagine emblematica di tutto ciò è data da coloro che si spostano alle periferie delle città e a piedi o in bicicletta si portano nella natura per una bella passeggiata con le cuffie del registratore portatile ben inserite nelle orecchie. Perdiamo occasioni uniche: il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell’acqua. Questo é diritto al silenzio, ad educarci all’ascolto silenzioso.

10. Il diritto a percepire le sfumature
La città ci abitua alla luce, anche quando in natura luce non c’è. Nelle nostre case l’elettricità ha permesso e permette di vivere di notte come fosse giorno. E così spesso non si percepisce il passaggio dall’una all’altra situazione. Quel che più è grave è che poche persone, pochi bambini o bambine riescono a vedere il sorgere del sole, cioé l’aurora e l’alba oppure il crepuscolo o il tramonto. Non si percepiscono più le sfumature. Il pericolo che qualcuno paventa è che vedendo solo nero o bianco si rischi davvero l’integralismo. In una società in cui le diversità aumentano anziché diminuire, quest’atteggiamento può risultare realmente pericoloso”.

Fonti:
https://scuola.regione.emilia-romagna.it/focus-scuola/i-diritti-naturali-dei-bambini/i-diritti-naturali-dei-bambini-e-delle-bambine

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Perché cadono le foglie in autunno?

Vi siete mai chiesti perché cadono le foglie in autunno?

Perché cadono le foglie?

Prima di cominciare dobbiamo precisare che non tutte le piante perdono le foglie, ma solo le piante caducifoglie. Esistono anche piante sempreverdi, le cui foglie rimangono attaccate ai rami tutto l’anno.

La caduta delle foglie è un meccanismo di difesa: il gelo invernale, infatti, distruggerebbe le cellule delle foglie, facendole marcire e facendo ammalare la pianta.

Inoltre, la caduta delle foglie permette alla pianta di sopravvivere con una quantità molto inferiore di linfa: questo meccanismo è simile al letargo e permette agli alberi di superare l’inverno.

La caduta delle foglie è utile non solo alla sopravvivenza della pianta, ma all’intero ecosistema: una volta a terra, le foglie vengono trasformate in humus da muffe, batteri e funghi. L’humus è una sostanza ricca di elementi nutritivi che rende fertile il terreno e permette la vita di animali e vegetali.

Come avviene la caduta delle foglie

La caduta delle foglie è un processo complesso e sofisticato. Per cominciare, la pianta produce un sottile strato di sughero tra il ramo e il picciolo che sorregge la foglia, separando queste due parti. Questo strato è perfettamente impermeabile e impedisce l’ingresso a muffe e batteri, che altrimenti potrebbero far ammalare la pianta.

Quando lo strato di sughero è formato, la linfa smette di passare nella foglia, che cambia colore e secca. A questo punto sono il vento e le piogge autunnali a causare il distacco della foglia dalla pianta.

Perché le foglie dei sempreverdi non cadono?

In realtà cadono anche le foglie delle piante sempreverdi (come pini e abeti), ma vengono subito sostituite da nuove foglie. Queste piante, a differenza delle caducifoglie, sono attive tutto l’anno, anche durante l’inverno.

Come è possibile? Per cominciare, le foglie delle piante sempreverdi hanno una superficie molto ridotta rispetto alle altre, quindi hanno bisogno di meno luce per compiere la fotosintesi clorofilliana: in questo modo riescono a fare la fotosintesi anche d’inverno, quando le ore di luce sono poche. Inoltre, le foglie dei sempreverdi sono rivestite da uno strato protettivo simile a cera, che le protegge dal freddo invernale.

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Tag: perché cadono le foglie, perché in autunno cadono le foglie

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Nomi comuni e propri. Esercizi per la scuola primaria

I nomi possono essere nomi comuni o nomi propri.

  • Il nome comune indicano persone, animali e cose generici, dei quali ne esiste un gran numero.
    Esempio: “fiore”, “cane”, “bambino”, “papà” sono nomi comuni.
  • Il nome proprio, invece, si riferisce in modo specifico ad una persona, ad un animale o a una cosa, distinguendola dagli altri.
    Esempio: “Luca”, “Fido” sono nomi propri.
  • I nomi propri si riconoscono da quelli comuni perché sono scritti sempre con la prima lettera maiuscola. Seguendo questa regola, è impossibile sbagliare.
  • Davanti ad un nome proprio solitamente non si usa l’articolo.
    Esempio: si scrive “Luca è mio amico” e non “Il Luca è mio amico”. Questa seconda forma è scorretta in italiano.
  • I nomi propri che incontriamo più spesso sono quelli di persona: ciascuno di noi ha un nome proprio! Ma anche gli animali possono avere un nome proprio e perfino le cose: i nomi di città, dei fiumi o delle montagne sono nomi propri di cosa.
    Esempio: “Pianura Padana”, “Monte Rosa”, “Adige” sono nomi propri di cosa.
  • I nomi comuni di persona possono trarre in inganno: essi sono parole come “bambino”, “papà”, “operaio”, “mercante”, “anziano”, che indicano una determinata categoria di persone (a ciascuna categoria appartengono numerose persone diverse).
  • Per approfondire vi consigliamo di leggere le pagine della grammatica dedicate a nomi comuni e nomi propri curate da Treccani (le trovate qui e qui).

Nomi comuni e propri

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Tag: schede didattiche sui nomi comuni e propri, esercizi sui nomi comuni e propri

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Nomi concreti e astratti. Esercizi per la scuola primaria

I nomi possono essere nomi concreti o nomi astratti.

  • I nomi concreti si riferiscono a tutto ciò (persone, animali e cose) che si può vedere, toccare o comunque si può riconoscere attraverso i cinque sensi.
    Esempio: “pesce” è un nome concreto, perché possiamo vederlo e toccarlo. Si tratta di un animale fisico che esiste nella realtà intorno a noi. Anche “martello”, “casa”, “mamma” e “polvere” sono nomi concreti.
  • I nomi astratti si riferiscono a tutto ciò che esiste ma che non si può vedere, toccare, annusare o percepire coi sensi.
    Esempio: “tristezza” è un nome astratto perché si tratta di un’emozione. Possiamo provare la tristezza, ma non si tratta di un oggetto concreto, bensì di uno stato d’animo legato ai nostri pensieri.
    Anche “tempo”, “stanchezza”, “matematica” e “libertà” sono nomi astratti: essi infatti si riferiscono a qualcosa che esiste e che non percepiamo attraverso i sensi, ma attraverso il nostro pensiero. Possiamo pensare alla matematica ma non possiamo certamente toccarla!
  • Nell’analisi grammaticale del nome bisogna sempre indicare se il nome analizzato è un nome concreto o astratto.
  • Alcuni nomi, tuttavia, possono trasformarsi da concreti ad astratti a seconda del loro significato.
    Esempio: “Butta via quel nocciolo di pesca”. In questo caso, “nocciolo” indica una precisa parte della pesca ed è un nome concreto.
    Esempio: “Il nocciolo della questione è che sei un ingenuo”. In questo caso, invece, “nocciolo” è un nome astratto che identifica l’elemento centrale della questione.
  • Non è sempre semplice classificare un nome come concreto o astratto. Esistono molti casi al limite, come evidenzia anche la grammatica italiana Treccani (qui l’approfondimento). Questo richiede una certa flessibilità nello svolgimento e nella correzione degli esercizi.

Nomi concreti e nomi astratti

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I bambini hanno bisogno di regole, non di divieti

Quando educhiamo, capita di stabilire delle regole e di imporre dei divieti. Si tratta di due azioni necessarie, ma molto diverse fra loro. Ci avete mai pensato?

Una regola ci dice come dobbiamo comportarci in una determinata situazione. Rispettando la regola, avremo la certezza di esserci comportati nel modo migliore.

La regola: “non parlare se qualcun altro sta parlando” indica con precisione come si deve comportare il bambino in una determinata circostanza (quella in cui ci sia già qualcun altro che sta parlando). La regola potrebbe continuare così: “se vuoi parlare, alza la mano”, diventando ancora più utile per indirizzare al meglio il comportamento del piccolo.

Le regole danno sicurezza al bambino, liberandolo dall’incertezza e indicandogli come agire in modo rispettoso e composto. Ogni famiglia, così come ogni classe, dovrebbe avere delle regole condivise da tutti i suoi membri.

Perché le regole siano efficaci devono essere: concrete, specifiche, univoche e realizzabili.

Un divieto, al contrario, ci intima di non fare una cosa. Tuttavia, non ci offre alcuna certezza su come dovremmo comportarci.

Il divieto “non urlare” è di ben poco aiuto al bambino in classe: può parlare con il suo tono di voce normale? Può parlare con chiunque? E se la persona con cui parla non lo sente? Può parlare se qualcun altro sta già parlando? Come vedete si tratta di un divieto confuso, che rischia di essere ignorato senza cattiveria, ma poiché incomprensibile.

I divieti non danno sicurezza: possono essere utili per evitare alcuni comportamenti pericolosi, ma in linea di massima dovremmo cercare di evitarli o quantomeno di limitarli allo stretto indispensabile (ad esempio: “non sporgerti dalla finestra” o “non avvicinarti al fuoco quand’è acceso”).

Spesso i divieti scatenano piccoli conflitti: se riprendiamo un bambino dicendogli “non saltare sul letto”, è assai probabile che il piccolo scenda e torni a saltare sul sofà. Dal suo punto di vista ha rispettato il divieto, ma dal nostro?

È per questa ragione ci piace affermare che i bambini hanno bisogno di regole, non di divieti. La maggior parte dei divieti che stabiliamo in campo educativo si potrebbero sostuire con delle regole, ottenendo un risultato ben più soddisfacente.

E voi, prediligete le regole o i divieti? Avete le vostre “regole della casa” o delle “regole di classe”? In caso contrario perché non provate a lavorarci, realizzando un bel decalogo da appendere sulla porta? In questo modo costruirete una nuova – buona – abitudine educativa.

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L’asino che voleva cambiare lavoro

L’asino che voleva cambiare lavoro è una favola di Esopo adatta ai bambini dai 6 anni in su.

L’asino che voleva cambiare lavoro

C’era una volta un asino che lavorava per il contadino. Un giorno l’asino, stufo di trasportare cesti pieni di verdura andò a protestare con Zeus.
«Il contadino mi dà troppo lavoro. Per favore, mandami a lavorare da qualcun altro.»
Zeus ascoltò la preghiera dell’asino e lo assegnò a un fabbricante di vasi. Ma l’asino si accorse – a sue spese –  che i vasi pesavano più della verdura e dopo qualche settimana tornò da Zeus.
«Il mio nuovo lavoro è troppo pesante. Ti prego, mandami a lavorare da qualcun altro.»
Zeus ascoltò la preghiera dell’asino e lo mandò a lavorare dal venditore di pelli. Questa volta l’asino scoprì che le pelli di cuoio pesavano ancor più dei vasi. 
Provò a protestare con Zeus ma il venditore di pelli, che lo aveva sentito, gli disse: «Bada pigrone, che appena smetterai di lavorare, venderò anche la tua di pelle!»

Morale: Chi cambia vita per lavorare meno rimpiengerà presto quella di prima.

Scoprite le Favole Geometriche

Favole geometriche – (Esopo)

Età di lettura: da 3 anni
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Favole geometriche – (Fedro)

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Favole geometriche – (La Fontaine)

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