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Le api

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Le api

Esopo

Un apicoltore dovette assentarsi per un’impegno e, mentre era lontano, un ladro si intrufolò tra le sue arnie; il farabutto portò via tutto il miele e i favi. Quando l’apicoltore tornò a casa, corse ad esaminare le arnie ma le api, scambiandolo per il ladro, si avventarono su di lui con i loro pungiglioni.
“Ingrate!” tuonò contro di loro l’apicoltore “Il ladro l’avete lasciato scappare indisturbato e a me, che da anni mi curo di voi, riservate questo trattamento”.

Proprio come le api, spesso gli uomini non si accorgono di chi le deruba e se la prendono con chi fa del bene. 

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Schede didattiche sull’ortografia

Di seguito trovate un elenco di tutte le schede didattiche che abbiamo pubblicato per lavorare sull’ortografia.

1. Ortografia per la classe prima

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Lapbook e pop-up. La Preistoria
Lapbook e pop-up. L’Antico Egitto
Lapbook e pop-up. Primavera

Schede di italiano:
🔴 Italiano – Classe prima
🟠 Italiano – Classe seconda
🟡 Italiano – Classe terza
🟢 Italiano – Classe quarta
🔵 Italiano – Classe quinta
↩️ Italiano – Tutte le schede

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Le esclamazioni (o interiezioni)

Esclamazioni (o interiezioni): materiale per la scuola primaria

Di seguito potete trovare i nostri materiali per la scuola primaria sulle esclamazioni (o interiezioni). Troverete: 1) una mappa concettuale stampabile, 2) le schede di esercitazione stampabili, 3) un breve ripasso con le informazioni principali.

1. Schema riassuntivo

Ecco uno schema riassuntivo sulle esclamazioni e sulle preposizioni. Potete utilizzare questa mappa concettuale per studiare, ripassare o come schema di aiuto per svolgere l’analisi grammaticale. Cliccate sull’immagine qui sotto per scaricare il file stampabile.

2. Schede didattiche

Qui sotto potete trovare alcune schede di esercitazione sulle interiezioni per i bambini della scuola primaria; potete usarle anche come verifiche. Cliccate su ciascuna scheda per stamparla.

SCOPRITE ANCHE LE ALTRE SCHEDE DIDATTICHE:

3. Ripasso per la scuola primaria

  • Le esclamazioni o interiezioni sono una delle quattro parti invariabili del discorso: esse non hanno un genere (maschile o femminile) né un numero (singolare o plurale), ma vengono sempre usate in un’unica forma.
  • L’esclamazione è quella parte del discorso che esprime una sensazione, un sentimento o uno stato d’animo improvviso. L’esclamazione è un tentativo di imitare il linguaggio parlato all’interno di un testo scritto.
  • Le esclamazioni si suddividono in: 1) proprie, 2) improprie e 3) locuzioni esclamative.
  • Le esclamazioni proprie sono suoni onomatopeici che vengono utilizzati esclusivamente come esclamazioni. Anche le onomatopee che esprimono suoni e rumori sono esclamazioni. Esse sono formate da un’unica onomatopea seguita dal punto esclamativo.
    Esempio: “Ah!”, “Ahimè!”, “Oh!”, “Ahi!”, “Ohibò!”, “Puf!”, “Crac!”, “Uffa!”, “Mah!”, “Boh!”. 
  • Le esclamazioni improprie sono aggettivi o sostantivi seguiti dal punto esclamativo che in questo caso hanno il valore di interiezione. Esse sono formate da un’unica parola seguita dal punto esclamativo.
    Esempio: “Forza!”, “Meraviglioso!”, “Straordinario!”, “Suvvia!”, “Giusto!”, “Assurdo!”, “Incredibile!”
  • Le locuzioni esclamative sono gruppi di parole o brevi frasi utilizzate con valore di esclamazione. Nello svolgimento dell’analisi grammaticale la locuzione esclamativa deve essere analizzata come un’unica esclamazione.
    Esempio: “Mamma mia!”, “Al ladro!”, “Poveri noi!”, “Santo cielo!”.
  • Le interiezioni si possono distinguere facilmente dalle altre parti del discorso, perché per convenzione sono sempre seguite dal punto esclamativo (!).
  • Le locuzioni esclamative si possono distinguere facilmente dalle altre interiezioni perché sono composte da più parole.
  • Per approfondire il valore delle interiezioni all’interno della frase, vi rimandiamo a questa consulenza linguistica elaborata dall’Accademia della Crusca.

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Lapbook e pop-up. La Preistoria
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Schede di italiano:
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Perché le ortiche hanno le spine

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

Tanto tempo fa le ortiche non avevano le spine: le loro foglie erano tenere e morbide come il velluto. L’ortica erano tenuta in gran considerazione da tutti gli abitanti del prato perché parlava poco, ascoltava molto e i suoi consigli silenziosi valevano più di mille parole.

Un giorno, arrivò al prato una farfalla: veniva da lontano ed era stremata dal lungo viaggio. Si posò sull’ortica e depose le sue uova: piccole, morbide, indifese.
“Promettimi che ti prenderai cura di loro” chiese all’ortica con la sua vocina flebile. Poi si stese su una grande foglia, avvolta dai raggi caldi del Sole, si addormentò e non si svegliò più.
“Lo farò”, disse risoluta l’ortica. Parlava a se stessa, ma era certa che anche la farfalla era riuscita a sentirla.

Poi ripose delicatamente le uova della farfalla sotto le sue foglie, perché gli animali del prato non le vedessero, altrimenti le avrebbero mangiate.
L’ortica fece del suo meglio, ma si accorse presto che non avrebbe potuto mantenere la sua promessa. Gli abitanti del prato la rispettavano, ma era debole e indifesa tanto quanto la farfalla, e forse più di lei, perché non sarebbe nemmeno potuta volare via per proteggere quelle piccole uova.

L’ortica si fece piccola, nella speranza che nessuno si accorgesse del tesoro che nascondeva. Chinò la testolina e cercò di farsi invisibile, ma il suo strano comportamento non sfuggì agli upupa, alle vespe e ai ragni in agguato.
“Cosa ci nascondi?” chiese un calabrone di passaggio all’ortica.
“Niente, ehm, niente” rispose lei, per paura che il suo silenzio potesse destare ancor più sospetto.
Un ragnetto tutto bianco, passando sotto il suo fusto, vide la piccola sacca bianca delle uova e, leccandosi i baffi, chiamò a raccolta i suoi compari.
“Non potete mangiarle” strillò l’ortica. “Ho promesso alla farfalla che le ha deposte che avrei protetto le sue uova. Non dovete mangiarle”.

Gli animali si allontanarono per non contrariarla, con l’intenzione di tornare quella notte e portarle via mentre l’ortica dormiva. Fu il ragno bianco ad escogitare il piano: “Se l’ortica non vedrà chi di noi ha rubato le uova, non potrà incolpare nessuno”.
Quella notte l’ortica non dormì: rimase a vegliare il suo piccolo tesoro e mentre vegliava rifletté sulla vita: così straordinaria, ma anche così dura. Decise che avrebbe protetto quelle uova a qualsiasi costo, perché era quello che desiderava, e perché al pensiero di perderle il suo cuore s’infiammava di rabbia e s’induriva per la tristezza.

I suoi pensieri si intrecciarono e diventarono aculei sulla sua pelle; il suo amore, la sua dedizione, la sua rabbia e la sua paura si mescolarono insieme e diventarono un potente veleno.
Quando spuntò il Sole, l’ortica aveva le spine e nessun abitante del prato poté più avvicinarsi. Le uova della farfalla rimasero lì, al sicuro, protette dalla più tenace delle difese: l’amore; dopo qualche tempo si schiusero e i bruchi strisciarono lontano, ma l’ortica non rinunciò alle sue spine, perché ormai erano parte di lei.
Da quel giorno, gli abitanti del prato si rivolgono a lei con rinnovato rispetto, perché sanno che ha mantenuto la sua promessa e che dietro le sue spine velenose si nasconde un cuore traboccante d’amore.

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L’analfabetismo emotivo

l'analfabetismo emotivo

L’analfabetismo emotivo (o analfabetismo emozionale) è, secondo Umberto Galimberti e Daniel Goleman, l’incapacità di riconoscere e controllare le proprie emozioni. L’analfabeta emotivo è vittima di un inaridimento del cuore, che lo rende incapace di provare empatia e compassione; è quindi freddo, imprevedibile.

Cos’è l’analfabetismo emotivo

L’analfabetismo emotivo è quello stato in cui una persona non riesce a riconoscere le emozioni che prova (non che non le provi, le emozioni ci sono sempre) e ad attribuire correttamente le emozioni altrui (empatia deficitaria). È fondamentale imparare a riconoscere questo disagio, che anche se non possiamo classificare come malattia rende certamente la vita peggiore. L’analfabetismo emotivo è legato a filo doppio al concetto di intelligenza emotiva di Peter Salovey e Daniel Goleman.

Quando le emozioni stanno a bollire nel profondo della nostra anima, secondo Umberto Galimberti, diventano un ospite inquietante, una presenza fissa e invisibile che rimane nascosta finché, in modo del tutto imprevedibile, freddo e follemente razionale non sfocia in gesti estremi.
Nel suo saggio intitolato proprio L’Ospite Inquietante l’autore parla di una serie di casi di ragazze e ragazzi che hanno vissuto nella normalità fino al momento in cui hanno compiuto le azioni peggiori. Accomunati tutti dal definirsi “persone normali”. Proprio la normalità cela l’analfabetismo emotivo, il deserto dei sentimenti tanto dannoso.

Un esempio di analfabetismo emotivo è quello costituito da un bambino che, trascorrendo le sue giornate davanti alla tv o a qualche videogioco, non riesca a comprendere quali azioni, nel gioco “reale”, possano causare rabbia o invidia nei compagni, scatenando risse e malumori ogni volta che si trova al parco. Anche in assenza di stime precise, chiunque lavori nella scuola o a contatto con i bambini saprà che si tratta di un disagio in forte aumento, a causa anche della virtualizzazione della realtà. Non frequentare il parco, non parlare e vivere a contatto con i coetanei ci rende meno capaci in tutti quei compiti che prevedano abilità sociali, come ad esempio riconoscere le emozioni.

Combattere l’analfabetismo emotivo

L’antidoto contro l’analfabetismo emotivo è costituito dall’educazione sentimentale e dall’educazione emotiva.

Di recente è stata avanzata una proposta di legge volta a omogeneizzare questi percorsi intrapresi autonomamente da docenti, trasformandoli in un virtuoso modello nazionale, volto ad attuare un diritto scritto nella Convenzione di Istanbul e a colmare il ritardo dell’Italia rispetto all’Europa.
Il presupposto, come si è detto, è di insegnare ad affrontare le emozioni per sradicare i pregiudizi. Saper parlare dei propri sentimenti è anche un modo per migliorare le capacità di comunicare e l’apprendimento cognitivo, che alle emozioni è strettamente connesso.

Ma è davvero necessario porre un accento così forte sull’analisi delle emozioni? Non dovrebbe essere un percorso di apprendimento fisiologico? Forse sì, ma purtroppo, ai giorni nostri, non lo è. Nel 2007 il filosofo Umberto Galimberti ha lanciato l’allarme, evidenziando come l’analfabetismo emotivo stesse dilagando tra i più giovani. Il motivo? Nessuno vuole dare colpe, ma sicuramente la mancanza di tempo, le routine sempre più frenetiche, gli stili di vita volti ad avere il tutto, non il meglio, contribuiscono a ridurre la qualità del tempo trascorso in famiglia.

I sentimenti non si tramandano di generazione in generazione geneticamente, con il Dna, ma si apprendono in famiglia e attraverso la cultura. I primi anni di vita del bambino sono un periodo chiave, determinante per molti aspetti della vita futura. E’ proprio in questo periodo che i bambini vanno seguiti, accuditi, ascoltati perché altrimenti si convinceranno di non essere ascoltati, di non averne diritto, di non valere niente.

I genitori sono tra i principali autori nella costruzione delle mappe emotive, aiutando i bambini a passare dal semplice impulso, che è fisiologico e naturale, all’emozione, che è un passo evoluto rispetto all’impulso, fino ad arrivare al sentimento, che non è solo una questione emotiva ma anche cognitiva. In questo processo è fondamentale saper utilizzare un corretto linguaggio emotivo, facilitatore dell’apprendimento.

Far socializzare i bambini è un rimedio all’analfabetismo emotivo? E’ piuttosto prevenzione di un disagio, è un modo per garantire uno sviluppo armonico e una crescita serena.  

Cosa può essere utile nel combattere l’analfabetismo emotivo? Imparare a sorprendersi, mettersi in condizione di sperimentare le emozioni, ad esempio stando a contatto con la natura. Anche i contesti sociali aiutano molto. Leggere libri sulle emozioni e fiabe emozionanti sono altri validi aiuti. 

Diciamo una cosa molto banale, ma oggigiorno i genitori hanno poco tempo: troppo impegnati a lavorare, per necessità o per desiderio di realizzarsi, delegano l’educazione dei figli ad altri, spesso trincerandosi dietro il concetto di “tempo di qualità“. Sicuramente la qualità del tempo è importante, ma non sufficiente: laddove possibile (possibilmente sempre) i bambini hanno bisogno di tempo-quantità: di essere riconosciuti passo dopo passo, disegno dopo disegno, domanda dopo domanda.

Spesso crediamo che un week end al parco giochi compensi un’assenza settimanale. Purtroppo aiuta, ma non è abbastanza per instaurare una relazione con i figli. E allora, genitori, imparate a prendervi voi del tempo, a rallentare, a riflettere sui vostri sentimenti, sulle vostre emozioni, su ciò che state trasferendo ai vostri bambini.

Se non si aiutano i figli a costruire, da piccolissimi, le mappe emotive, essi cresceranno senza riuscire  a “sentire” nel profondo la differenza tra bene e male, tra il giusto e l’ingiusto. In questo modo i figli cresceranno vittime di quell’apatia psichica che spesso porta a quando ormai sempre più spesso le cronache tristemente ci raccontano. Il rischio è l’apatia affettiva, la noia, la mancanza di stimoli che poi porta, inevitabilmente, oltre all’analfabetismo emotivo, anche a cercare stimoli attraverso risposte forti.

Riferimenti

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Il vecchio, il nipote e l’asinello

il vecchio, il nipote e l'asinello

Favola iraniana

Un nonno e il suo piccolo nipote si misero in viaggio insieme all’unico asinello che possedevano, per raggiungere la città. I due si alternavano sul dorso dell’asino, per non affaticarlo troppo. Lungo la strada incontrarono un gruppo di persone che, parlando tra loro, li rimproverarono duramente: “Guarda quel vecchio egoista: sta comodo sul dorso dell’asino e fa camminare il povero bambino. È disgustoso”.

Il nonno si vergognò, scese dall’asino e fece salire il nipote. Poco più in là, superarono un gruppo di donne, che li criticarono alle spalle: “Guarda quel ragazzino! Potrebbe camminare senza fatica e invece sta comodo sull’asino. Farà morire di fatica quel vecchio; non c’è più educazione”.

Il bambino si vergognò e fece salire sull’asino anche il nonno. Lungo la strada superarono un gruppo di contadini diretti verso i campi. Erano appena passati oltre che li sentirono indignarsi: “Avete visto quel vecchio e quel bambino? Pur di non camminare fanno stramazzare il loro povero asinello; è gente senza cuore, chi si comporta come loro dovrebbe essere multato”.

Il vecchio e il bambino si vergognarono sentendo queste parole; scesero tutti e due dal dorso dell’asino e proseguirono a piedi. Erano quasi arrivati in città quando oltrepassarono alcuni mercanti. Questi, sghignazzando, li schernirono dicendo: “Guardate quei due: potrebbero farsi portare sul dorso dell’asino e invece camminano come due pezzenti. Sono dei citrulli, tali quali il loro somaro”.

Questa volta il nonno disse al nipote: “Qualunque cosa tu faccia, la gente ti criticherà ugualmente. Se sei convinto di ciò che fai, non fare caso a ciò che dicono gli altri”.

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