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I nonni sono figure speciali, che vivono per sempre nel cuore dei nipotini che hanno avuto la fortuna di averli al proprio fianco. Prendersi cura dei nipoti, tuttavia, non è solo un atto di amore verso la propria famiglia: la scienza rivela che si tratta di un’abitudine che aiuta a vivere più a lungo. Un gruppo di ricercatori ha condotto uno studio per verificare se prendersi cura degli altri portasse qualche beneficio alla salute.
I risultati, specialmente nel gruppo dei nonni, sono stati sorprendenti. I nonni di età superiore ai 70 anni che si prendevano cura dei propri nipotini hanno rivelato un tasso di mortalità più basso rispetto al gruppo degli anziani non-nonni. Come affermano i ricercatori nella discussione del loro studio: “Quello che abbiamo verificato è che c’è un legame non sono tra il prendersi cura di qualcuno e il beneficio per la salute, ma anche tra il prendersi cura e la mortalità: i nonni che si occupano dei nipoti vivono più a lungo“.
Insomma, un vero e proprio elisir di lunga vita. Il caregiving è un’attività impegnativa sia dal punto di vista fisico che da quello mentale. E così che ci si mantiene in forma, anche andando avanti con gli anni. Alcuni studiosi addirittura hanno suggerito come il caregiving possa essere considerato un meccanismo evolutivo di grande importanza, tanto per chi viene accudito quanto per chi si prende cura degli altri.
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ACCHIAPPASOGNI DELLE PAROLE CAPRICCIOSE: ISTRUZIONI
Prima di cominciare, prepara i seguenti materiali:
cartone per l’anello dell’acchiappasogni;
lana colorata;
cartoncino colorato;
forbici;
pennarelli o penna.
Realizza la struttura dell’acchiappasogni ritagliando una sezione circolare nel cartone:
Decora il tuo acchiappasogni e fai un foro nella parte alta: facendo passare un filo potrai legarlo e appenderlo ovunque.
Adesso prepara e ritaglia le piume con le parole capricciose. Per un effetto più raffinato puoi piegare a metà le piume.
Per ultimare la realizzazione dell’acchiappasogni, fora con un punteruolo l’estremità di ciascuna foglia e uniscila all’acchiappasogni con un filo:
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Il kumihimo è un’antica tecnica giapponese per realizzare braccialetti intrecciati utilizzando un rudimentale telaio (puoi realizzarne uno a partire da un disco di cartoncino).
REALIZZARE BRACCIALETTI CON IL KUMIHIMO: TUTORIAL
Prima di cominciare, dovrai realizzare un telaio come questo:
Per cominciare ti basterà ritagliare un disco di cartone, suddividerlo in 8 spicchi e praticare una leggera incisione sul bordo di ciascuno spicchio (deve essere abbastanza profonda da permettere al filo di incastrarsi al suo interno.
Una volta realizzato il telaio, sei pronta/o per cominciare. Ecco come disporre i fili sul telaio:
Ed ecco la tecnica per realizzare un braccialetto intrecciato kumihimo:
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Mark Rothko ha insegnato per anni in una scuola di Brooklyn. A partire da questa esperienza, l’artista ha proposto cinque elementi chiave per avvicinare i ragazzi all’arte. Si tratta di consigli che tutti noi possiamo mettere in pratica, a casa e a scuola, per favorire un approccio attivo e rispettoso all’arte:
l’arte è una forma di espressione semplice: quando ci sforziamo di comunicare emozioni, impressioni e sentimenti, in qualche modo stiamo facendo arte; per i bambini è molto più semplice, perché non hanno ancora imparato a censurare se stessi, sono liberi;
l’insegnamento tecnico e teorico uccide la creatività del bambino: Mark Rothko permetteva ai suoi studenti di utilizzare qualsiasi mezzo e qualsiasi tecnica, così da proteggere la loro creatività;
esponi al pubblico i lavori dei ragazzi: si tratta di un grande esercizio per l’autostima dei piccoli artisti;
comincia dall’arte contemporanea e torna indietro, fino all’arte antica: gli artisti contemporanei sono più vicini al mondo dei bambini, alla società in cui vivono e al loro pensiero; per questa ragione sono un canale;
l’educazione all’arte dovrebbe formare menti creative, non professionisti dell’arte: l’arte, prima di essere una professione o un insieme di tecniche, significa imparare ad ascoltare, comprendere e apprezzare quante più forme di espressione possibili.
Facciamo un esempio concreto: migliaia di insegnanti e educatori in Italia utilizzano i nostri disegni da colorare. Perché non innoviamo cominciando proprio da quelle pagine stampate? Un disegno è una tela bianca, il cui destino è tutto da scrivere: c’è un universo di possibilità oltre i semplici pennarelli.
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Daniela Lucangeli è convinta che il modello scolastico attuale non sia adatto ad esprimere appieno il potenziale degli alunni: Intervistata da Donna Moderna afferma che: “Ogni alunno ha diritto di esprimere le sue potenzialità al massimo. La didattica non deve dare a tutti la stessa cosa ma a ciascuno la migliore, in base alle sue possibilità. Un cervello in età evolutiva non può adattarsi a un metodo unico per tutti.Il modello prevalente oggi è ancora: io-insegno-tu-apprendi-io verifico. Il risultato è un apprendimento formale, formalizzato e passivizzante. Le nozioni si fissano nel cervello insieme alle emozioni. Se imparo con curiosità e gioia, la lezione si incide nella memoria con curiosità e gioia. Se imparo con noia, paura, ansia, si attiva l’allerta. La reazione istintiva della mente è: scappa da qui che ti fa male. La scuola ancora crea questo cortocircuito negativo“.
Certo, ci sono tanti insegnanti straordinari, ma non si può caricare sulle loro spalle il peso di far funzionare un sistema scricchiolante. Le neuroscienze e gli studi sull’intelligenza emotiva rivelano, ormai da decenni, che chi prende le decisioni all’interno del cervello è la parte emotiva, molto più antica rispetto a quella razionale. L’apprendimento può essere tale solo se riesce a suscitare emozioni, solo se riesce a sintonizzarsi con la parte emotiva del cervello dei ragazzi. Questa è la rivoluzione del sorriso.
La proposta di Daniela Lucangeli è dunque quella di ritrovare una didattica appassionata e cordiale, una didattica capace di far nascere nel cuore e nella mente degli alunni l’amore per la conoscenza. Del resto, migliaia di insegnanti lo fanno ogni giorno e a ben guardare, molti secoli prima che le neuroscienze vedessero la luce, già si parlava di delectare docendo, “insegnare divertendo”.
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