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Gli errori ci rendono più intelligenti

Sapevate che gli errori ci rendono più intelligenti? Lo hanno dimostrato i ricercatori della University of Southern California, analizzando un gruppo di partecipanti ai quali hanno chiesto di rispondere a una serie di domande per due volte consecutive.
Ma facciamo un passo indietro: il cervello apprende principalmente attraverso due vie: l’evitamento (cioè quel contesto di apprendimento in cui lo studente deve cercare di evitare gli errori per sfuggire a una punizione, come ad esempio un voto insufficiente) e il rinforzo positivo (in cui lo studente riceve un premio a fronte di ciascuna risposta corretta).
I ricercatori si sono accorti che durante la esecuzione del test, quando un partecipante riconosceva una domanda che in precedenza aveva sbagliato, nel suo cervello si attivavano i meccanismi legati al rinforzo positivo (gli stessi che si attivano nel caso dell’apprendimento basato sul premio). Come a dire: se in passato avete commesso un errore, il vostro cervello sarà felice di aiutarvi a non commetterlo più e a cambiare positivamente il vostro comportamento.

EDUCAZIONE PRATICA

Da questo studio possiamo apprendere una lezione importante: è bene aiutare grandi e bambini a riconoscere i propri errori e a comprenderli a fondo. La prossima volta che si troveranno di fronte allo stesso compito, sarà il loro cervello a mettere il turbo e a guidarli nella direzione giusta!
Capita spesso, inconsapevolmente, di fare il contrario: ci affanniamo perché gli studenti consegnino compiti perfetti e passiamo sopra gli errori, quasi a nasconderli. Proviamo a cambiare!

Per ricordarci di questa bella scoperta scientifica e dell’importanza di non nascondere gli errori abbiamo composto una breve filastrocca illustrata:

Aiuto, ho fatto un errore.
Devo andare dal dottore?
Certo che no, bambino mio:
provaci ancora, prova con brio.
Adesso che conosci la strada sbagliata;
trovare quella giusta sarà una passeggiata!

Vi piace? Cliccate sull’immagine per salvare il file.

UN LIBRO PER VOI: L’ALMANACCO DEL CUORE

Se siete genitori o educatori che amano mettersi in gioco, vi raccomandiamo il nostro Almanacco del Cuore.
Si tratta di un percorso di crescita della durata di 90 giorni: attraverso 90 pensieri illustrati da colorare (accompagnati da un manuale di istruzioni e vari modi d’uso) potrete focalizzarvi su ciò che conta davvero. Questo libro è un vero e proprio eserciziario di coaching creativo per riscoprire la semplicità del benessere.
Per acquistarlo, cliccate sulla copertina qui sotto:

BIBLIOGRAFIA
https://www.dailymail.co.uk/sciencetech/article-3210651/Failure-really-good-Brain-scans-reveal-learn-mistakes-given-time.html

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Giudicare un bambino può distruggerlo

Madre Teresa di Calcutta sosteneva che: “se giudichi le persone, non avrai tempo per amarle“. Purtroppo non l’abbiamo ascoltata. Ad oggi, il giudizio è uno dei nemici più temibili che tutti noi dobbiamo affrontare, ma è anche uno dei più subdoli. Poche cose danneggiano l’autostima più dei giudizi, specialmente quelli delle persone care (mamma e papà, ma anche maestre e maestri).

Il principale danno causato dai giudizi è quello che in psicologia viene definito effetto Pigmalione (o effetto Rosenthal, dal nome dello psicologo che per primo lo studiò): giudicare negativamente una persona la porterà a perdere fiducia in sé e, di conseguenza, a dissipare le proprie abilità. Naturalmente l’effetto si attiva anche nella direzione opposta: credere in una persona e nella sua capacità di affrontare i problemi la spronerà a superarli.

Ma smettere di giudicare si può, anzi, si deve. Rinunciare al giudizio come strumento per affermare se stessi (del resto, una persona che crede davvero in se stessa non ha bisogno di sminuire gli altri) è un cambiamento alla portata di qualunque genitore e di qualunque insegnante o educatore.

Noi abbiamo scelto di cominciare dalla consapevolezza, recuperando la piramide di Maslow. Secondo te, i giudizi a quale gradino della piramide corrispondono?

Secondo noi al bisogno di sicurezza laddove consideriamo il comportamento degli altri (quello che giudichiamo) come una minaccia e al bisogno di stima laddove giudichiamo nella speranza di essere ascoltati e considerati come delle guide. Naturalmente, è possibile lavorare su ciascuno dei due punti.

Rispondere a domande come questa, utilizzando i modelli della psicologia scientifica come “dati affidabili” è la prima tappa lungo il cammino della consapevolezza.

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L’importanza del tempo condiviso

Tra le sue “sette regole d’oro” per educare i bambini, il neuropsichiatra Giovanni Bollea ci ha parlato di tempo condiviso.

Quella che conta è l’intensità, non la quantità di tempo passato con i bambini. I primi venti minuti del rientro a casa dal lavoro sono fondamentali. Devono essere dedicati al colloquio e alle coccole. E non certo a chiedere dei compiti o dei risultati“.
Giovanni Bollea

Se ci pensi, la sua proposta è assolutamente modesta: venti minuti di gioco, venti minuti al giorno da dedicare ai propri figli. Eppure, per la maggior parte di noi, anche questo piccolo impegno temporale è impossibile. L’intuizione di Bollea, peraltro, trova riscontro nelle successive indagini scientifiche: il tempo di qualità, per i figli, non è tempo speso in attività costose o mirabolanti. È semplicemente tempo condiviso praticando qualche attività insieme: costruzione di lavoretti creativi, lettura di favole e fiabe. Oppure, come suggerisce la “regola d’oro”, dedica quel tempo alle coccole e alla conversazione.

Oggi ti lanciamo una piccola sfida: prova a mettere in pratica quest’abitudine per sette giorni. Sette per venti fa centoquaranta: poco più di due ore suddivise nell’arco della settimana. E ricorda un’altra regola d’oro: perché il tempo trascorso con i propri bimbi sia tempo di qualità, è necessario dimenticarsi dello smartphone. Mettilo via.

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Autostima

L’autostima è il processo che porta ciascuno di noi ad attribuire un valore a se stesso. Essa è:

  • soggettiva: l’autostima non dipende da una serie di fattori oggettivi (successi e fallimenti, esperienze di vita, etc.) ma esclusivamente da come ciascuno di noi li rielabora per attribuirsi un giudizio;
  • mutevole: l’autostima cambia in continuazione, sulla base del vissuto personale e di come ciascuno di noi lo rielabora.

Lo psicologo Fabrizio Battistelli ha evidenziato come l’autostima non sia un fenomeno unitario, ma un “insieme di giudizi valutativi”. William James, invece, l’ha definita come discrepanza tra sé percepito e sé ideale. In entrambe le definizioni emerge però il ruolo fondamentale del giudizio che noi ci attribuiamo, sia esso un insieme di giudizi o una più generale “percezione”.

Il giudizio che diamo a noi stessi si basa su:

  • fattori sociali, ovvero i feedback che riceviamo dalle persone che frequentiamo e dal mondo su di noi. Nella formazione dell’autostima spesso i fattori sociali prevalgono, in quanto rappresentano nella nostra mente ciò che il mondo pensa di noi, al punto tale da influenzare i fattori cognitivi;
  • fattori cognitivi, ovvero le nostre conoscenze e le abilità mentali attraverso cui formuliamo valutazioni e risolviamo compiti e problemi. Sono i fattori che ci aiutano a scegliere se accettare o meno un compito (“Non posso saltare così lontano”, “Dovrei farcela in pochi minuti” etc.) riproducendo un modello mentale delle nostre potenzialità;
  • fattori affettivi, che influenzano la nostra capacità di elaborare sentimenti, emozioni e convinzioni; benché non formulino un giudizio a sé, questi fattori sono molto potenti nell’influenzare le rappresentazioni che ci facciamo attraverso i primi due.

Abbiamo riassunto le principali caratteristiche dell’autostima in questa mappa concettuale:

autostima

L’autostima è essenziale per lo sviluppo di una personalità sana ed armoniosa; da essa dipendono le scelte di vita di ciascuno di noi così come il benessere individuale. Come sottolinea John Rawls: “l’autostima include il senso che una persona ha del proprio valore, la sicurezza che le proprie valutazioni e progetti sono validi e la convinzione della propria capacità di realizzarli. Se pensiamo che i nostri progetti non abbiano valore, non possiamo considerarli con piacere, né trarre soddisfazione dalla loro realizzazione”. 

Ecco i tratti caratteristici delle persone con alta autostima:

  • sanno dare il giusto peso ai giudizi degli altri;
  • imparano dagli errori e dalle sconfitte, senza abbattersi;
  • si considerano alla pari degli altri;
  • rispettano e pretendono rispetto;
  • quando serve, sanno dire di no.

L’autostima, nonostante la mole di libri e letture in materia, non si può insegnare o imparare in modo diretto: una scuola di autostima è destinata a fallire, almeno se la intendiamo come un insieme di regole e precetti da seguire pedissequamente. Questo comporta un serio problema per gli insegnanti e gli educatori, ma anche per chi ha intrapreso un percorso di crescita personale: come fare a potenziare l’autostima?

Laboratori sull’autostima

Tre esercizi per sviluppare l’autostima
Esercizi di autostima, con lo schema A-C-P
Laboratorio della fiducia

Esiste una differenza significativa tra autostima e fiducia in se stessi; questa è stata evidenziata dallo psicoterapeuta Jesper Juul.  Ne abbiamo parlato nel nostro articolo sulla differenza tra autostima e fiducia in se stessi. Tale differenza è rappresentata bene dalla metafora dell’albero.

Per approfondire

BIBLIOGRAFIA
J. Alexander, Il nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità a scuola e in famiglia, Newton & Compton, 2018
A. Bandura, Autoefficacia. Teoria e applicazioni, Erickson, 2000
N. Branden,I sei pilastri dell’autostima, TEA, Milano, 2006
E. Diener e M. Diener, Cross-cultural correlates of life satisfaction and self-esteem, Journal of Personality and Social Psychology, n.68, 1995
B. Hourst, Dai che ce la fai, Red!, 2018

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Attraverso l’arte si costruisce l’autostima

L’autostima è considerata come un fattore molto importante per lo sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino e per il suo benessere. Ma quali sono i fattori educativi in grado di influenzare l’autostima?

Uno studio pubblicato su New York Academy of Science ha analizzato un ampio campione di bambini inglesi (6209 bambini in tutto) e ha scoperto che i bambini coinvolti nelle attività artistiche (musica, disegno, pittura, scultura e modellismo, scrittura e lettura), già a partire dall’età di 11 anni hanno una probabilità maggiore di possedere un alto livello di autostima, in base ai risultati tipici del proprio contesto di riferimento (demografico, sociale ed economico). I benefici dell’arte sono maggiori se i bambini la praticano insieme ai loro genitori e in modo regolare. L’autostima, inoltre, non è legata al livello di competenza raggiunto in uno di questi campi artistici, ma alla semplice pratica appassionata.
Il termine esperienza artistica è molto ampio e non si riferisce esclusivamente alle arti figurative. È arte leggere una storia ai propri bambini, è esperienza artistica ascoltare un buon brano musicale e perfino praticare un hobby nel quale creiamo o modelliamo qualcosa con le nostre mani.

L’arte si lega ad almeno due dimensioni del benessere: quella del coinvolgimento, che sperimentiamo quando ci “immergiamo” in un’attività e quella del significato, ovvero il costrutto attraverso il quale diamo un senso alla nostra vita e attraverso il quale ci connettiamo con qualcosa più grande di noi (la religione, gli ideali, l’arte, etc.). Osservata da questa prospettiva, l’esperienza artistica è un’incredibile laboratorio di educazione positiva, che dovrebbe trovare più spazio all’interno della progettazione scolastica e della routine familiare.

BIBLIOGRAFIA
Arts engagement and self‐esteem in children: results from a propensity score matching analysis, https://nyaspubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/nyas.14056

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Con i bambini non si fanno paragoni

I bambini non sono tutti uguali. Se per questo, neppure noi grandi siamo tutti uguali. La nostra ricchezza, tuttavia, va cercata proprio nella diversità, nel diritto ad essere diversi e difformi gli uni dagli altri. Eppure, spesso ci capita di fare dei confronti, dei paragoni. Capita in famiglia, con fratelli e sorelle ma anche a scuola tra compagni di classe. Difficilmente sono i bambini a fare la prima mossa: quasi sempre, il paragone nasce da un adulto che vorrebbe “cambiare” un bambino, plasmandolo ad immagine e somiglianza di un altro.

Il bambino che eccelle a scuola non è necessariamente migliore di quello i cui risultati sono mediocri. Semplicemente, lo studio scolastico gli è più congeniale. A questo punto, la pedagogia dei talenti dovrebbe insegnarci ad accostarci a quello che arranca, senza piglio inquisitorio, ma con l’unico intento di aiutarlo a scoprire le sue potenzialità.
Invece, vince quasi sempre il diavoletto del giudizio, da cui nascono i paragoni sbagliati. Noi adulti abbiamo bisogno di sentirci importanti, di far sapere al mondo che il nostro giudizio è grande ed insindacabile.

La prossima volta che ti si presenterà l’occasione per istituire un confronto, resisti! Negare il valore della diversità significa minare l’autostima dei più piccoli, li convinciamo che sono loro ad essere sbagliati. Questo non è certo l’approccio migliore. Il paragone è sempre distruttivo: ai bambini è meglio parlare singolarmente, considerandoli nella loro unicità.

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