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GIOCHI PER ALLENARE LA FANTASIA

Stai cercando dei giochi che abbiano come ingrediente fondamentale la fantasia? In questo articolo troverai due giochi per allenare la fantasia (il primo è una nostra invenzione, il secondo è ispirato a Gianni Rodari).

INVENTARTE

Questo gioco lo abbiamo inventato noi, ispirati da Dixit. Si realizzano una serie di carte astratte, ispirate all’arte di Mirò (ma spotresti scegliere qualsiasi altro artista o soggetto). Le carte vengono mescolate insieme e girate con la faccia colorata verso il basso. A turno, i giocatori dovranno pescare una carta e inventare una storia a partire dall’immagine.

Ecco le carte che abbiamo preparato noi:

inventarte

Questo gioco permette ai bambini di disegnare in libertà: solitamente il disegno infantile di solito viene imbrigliato e forzato a seguire schemi determinati a priori. In questo caso, invece, ogni disegno è lecito e la creatività può entrare in azione senza condizionamenti. Si tratta di un caso raro.

A PESCA DI BINOMI FANTASTICI

Gianni Rodari è stato il primo a descrivere i binomi fantastici, nella sua “Grammatica della fantasia“. Noi abbiamo pensato di realizzare delle carte con i vari soggetti per costruire i binomi, in modo da poterli portare sempre con noi. Su ogni carta è rappresentato un elemento. Il gioco è semplice: si pescano a caso due carte e si utilizzano i soggetti raffigurati per inventare una storia.

Ecco le nostre carte:

giochi per allenare la fantasia

Abbiamo anche realizzato due modelli stampabili. Puoi scaricarli cliccando sotto ciascuna scheda o utilizzarli come spunto per ispirarti e realizzare il tuo set personalizzato.

giochi per allenare la fantasia

Clicca qui per stampare questa scheda.

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Se ti piace giocare con i binomi fantastici e ti piace inventare storie insieme ai bambini, prova il gioco dei binomi fantastici illustrati.

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La leggenda dei tulipani

la leggenda dei tulipani

LA LEGGENDA DEI TULIPANI

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta un giovane contadino; possedeva un campo così grande che ci sarebbe voluta una settimana per attraversarlo tutto. Quando finiva di lavorare la terra, il ragazzo si dedicava ad esplorare il suo campo e ogni volta scopriva qualcosa di nuovo: ruscelli, acquitrini, fiori mai visti prima e alberi così alti che dalla loro cima avrebbe potuto vedere tutto il paese.
In un giorno di marzo il ragazzo stava passeggiando tra gli alberi quando si imbatté in una creatura piccola ed elegante, di una specie che non aveva mai visto prima e se ne innamorò a prima vista. Era una fata: come tutte le fate, non gli rivolse mai la parola e lo ignorò, come se non esistesse. Il giovane contadino era disperato: aveva provato a portarle mazzi di fiori, gioielli e persino cesti di frutti di bosco, ma la fata era rimasta a danzare tra i fiori senza rivolgergli neppure uno sguardo o un sorriso.
Il ragazzo trascorreva le sue giornate a guardare la fata tra gli alberi, o seduto nel prato; non mangiava e non dormiva e presto sarebbe morto di stenti. Una mattina capitò da quelle parti il Bruco Mangianoia e vide il contadino, pallido come un fantasma. Si avvicinò nascondendosi tra l’erba e quando fu vicino a lui sentì che chiamava la fata. “Poverino” pensò il bruco; “non può saperlo, ma le fate non rivolgono mai la parola agli esseri umani. Devo fare qualcosa per questo ragazzo: ha le ore contate”.
Il bruco corse via strisciando e raggiunse la casetta della Primavera, dove prese da una credenza un sacchetto di polvere argentata, poi tornò dal ragazzo nei campi. Si arrampicò sulla sua schiena, poi su su fino alla testa e lì verso la polvere su tutto il suo corpo. All’improvviso, il contadino si trasformò in un bulbo marrone e il Bruco Mangianoia lo sotterrò nel campo.
Dal bulbo nacque un fiore bellissimo, il tulipano; appena lo vide, la fata saltò sulla sua corolla profumata e si fermò a vivere lì. Così il desiderio del ragazzo fu esaudito: incontrò la fata e i due divennero inseparabili. Rimasero insieme fino all’estate, quando il tulipano appassì: allora la terra si aprì e dal bulbo spuntò fuori il ragazzo, forte e allegro come sempre; la fata invece tornò a danzare tra gli alberi aspettando la primavera per rivedere il suo fiore.

Vi piacciono i nostri racconti? Scoprite l’Almanacco di Primavera del Bruco Mangianoia: una selezione illustrata delle nostre fiabe più belle. 

 

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L’importanza della fiaba per i bambini moderni

Ti sei mai chiesta/o se le fiabe abbiano ancora una funzione? Perché raccontiamo le fiabe alle nostre bambine e ai nostri bambini? Ecco il pensiero di Bruno Bettelheim:

Soltanto uscendo nel mondo l’eroe della fiaba (il bambino) può trovare se stesso; e quando trova se stesso trova anche l’altra persona con cui potrà vivere felice per il resto dei suoi giorni, cioè senza dover più provare l’angoscia di separazione. La fiaba è orientata verso il futuro e guida il bambino – in termini che egli può comprendere sia nella sua mente inconscia, sia in quella inconscia – aiutandolo ad abbandonare i suoi desideri infantili di dipendenza e a raggiungere una più soddisfacente esistenza indipendente.
Oggigiorno i bambini non crescono più nella sicurezza di una famiglia allargata, o di una comunità bene integrata. È perciò importante, ancor più che ai tempi in cui furono inventate le fiabe, fornire al bambino moderno immagini di eroi che devono uscire da soli nel mondo e che, benché originariamente all’oscuro delle cose ultime, trovano luoghi icuri nel mondo seguendo la loro giusta via con profonda fiducia interiore.
L’eroe delle fiabe agisce per un certo tempo nell’isolamento, così come il bambino moderno si sente spesso isolato. L’eroe viene aiutato dal fatto di essere a contatto con cose primirive – un albero, un animale, la natura – così come il bambino si sente più in contatto con esse della maggior parte degli adulti. La sorte di questi eroi convince il bambino che, come loro, può sentirsi emarginato e abbandonato nel mondo, brancolante nel buio, ma, come loro, nel corso della vita verrà guidato ad ogni suo passo, e otterrà aiuto quando ne avrà bisogno. Oggi, ancor più che in passato, il bambino ha bisogno della rassicurazione offerta dall’immagine dell’uomo isolato che malgrado ciò è in grado di stringere relazioni significative e compensatrici col mondo che lo circonda. 

La fiaba: una forma d’arte unica

La fiaba, mentre intrattiene il bambino, gli permette di conoscersi, e favorisce lo sviluppo della sua personalità. Essa offre significato a livelli così diversi, e arricchisce l’esistenza del bambino in tanto modi diversi, che non basta un solo libro a rendere giustizia della quantità e della varietà dei contributi apportati da queste storie alla vita del bambino“.

FONTI

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COME FARE UN ERBARIO PER BAMBINI

Hai mai pensato di fare un erbario per bambini? L’erbario è un quaderno (piccolo o grande non fa differenza) in cui catalogare fiori e piante. È possibile realizzare un erbario con dei campioni essiccati o disegnando i fiori e le piante.

Noi abbiamo scelto di utilizzare i campioni. Siamo andati nel bosco a raccogliere alcuni campioni vegetali: un ramoscello di pino caduto, uno di abete, un fiore di nocciolo e un lichene. In giardino, invece, abbiamo tagliato un ciuffo di fiori di erica:

come fare un erbario per bambini

Per ciascun campione vegetale, abbiamo predisposto un foglio A4 sul quale realizzare una semplice carta d’identità. Ecco il modello:

come fare un erbario per bambini

Lo schema su cui abbiamo realizzato l’erbario è il seguente:

  • nome
  • nome scientifico (noi li abbiamo cercati in rete)
  • famiglia
  • habitat e caratteristiche
  • luogo di raccolta
  • descrizione

I campioni vegetali si possono fissare al foglio con la colla vinilica (in questo caso dovranno asciugare alcune ore prima di maneggiare nuovamente il foglio) oppure con dello scotch trasparente. Per proteggere ogni scheda, noi le abbiamo realizzate su fogli A4 da inserire in una busta trasparente.

SCHEDE E LABORATORI SULLE PIANTE

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COSÌ PREVARICHIAMO LE DONNE

In occasione della Giornata Internazionale delle donne riportiamo uno brano di Massimo Recalcati. Questo testo compare nel libro “Lasciatele vivere” (Pendragon, 2017).

IL CATTIVO INCONTRO. IL CORPO, LA PAROLA E LA VIOLENZA

Massimo Recalcati

Indubbiamente l’ideologia patriarcale ha tentato di esorcizzare l’eteros della femminilità in svariati modi. A mio parere in tre modi fondamentali.
Il primo: pensando che il diventare madre fosse il destino ineludibile della femminilità. Pensare cioè che la maternità, nella sua versione più sacrificale, fosse il modo per emendare la dimensione anarchica, irregolare, “folle” della femminilità. Nella cultura patriarcale diventare madre significava per una donna morire come donna, rinunciare a essere donna, rinunciare alla libertà della femminilità. Dunque l’aberrazione dell’interpretazione patriarcale della maternità è pensare che la madre debba essere la prigione della donna. È la vocazione sacrificale che ispira il ritratto della madre del patriarcato. La formula madre/donna esemplifica efficacemente la rimozione della femminilità attraverso la gabbia della maternità. Diventare madre è sacrificarsi come donna, è rinunciare alla propria femminilità per dedicarsi esclusivamente alla cura del figlio e della famiglia.

Secondo modo: riducendo la donna a oggetto. Su questo esiste ovviamente una letteratura infinita. Ma quando dico “ridurre la donna a oggetto” cosa intendo precisamente? Pensiamo al Mastro Don Gesualdo di Verga e al rapporto che egli intrattiene con la sua “roba”. Ecco: quando diciamo ridurre la donna a oggetto dovremmo dire ridurre la donna a roba: è “roba mia!”. È una operazione di controllo e di assoggettamento che vorrebbe privare la donna della sua libertà extra-fallica mettendola in cassaforte. Si tratta di annullare, spegnere, cancellare quel margine insopprimibile di libertà che istituisce l’eteros della donna. È l’avarizia che anima la spinta all’appropriazione maschile del corpo femminile perché quel corpo sia riportato alla sua Legge, ovvero alla Legge del fallo. È un modo per provare a risolvere l’angoscia maschile di fronte al senza fondo del godimento femminile.

Sartre affermava ne L’essere e il nulla che l’amore è una forma di possesso, specificando però che in amore non si possiede il corpo dell’amato o dell’amata come si possiede un oggetto. Quando amo io voglio possedere non il semplice corpo dell’amata ma la sua libertà. Ma come si può possedere una libertà? Si può possedere una libertà senza renderla prigioniera?

Può esistere qualcosa come una libertà prigioniera? Questo è il mistero autentico dell’amore. Quando c’è amore – quando c’è la gioia dell’amore – l’amante sceglie sempre liberamente l’amato. L’amore implica sempre la libertà anche se ogni amore è attraversato da una spinta appropriativa. Così Proust nella Recherche si trova di fronte a una profonda insoddisfazione quando ottiene la fedeltà di Albertine solo attraverso la sua reclusione. Cosa se ne fa di una fedeltà ottenuta così? Non è questo genere di fedeltà che desidera l’amore. Ai suoi occhi Albertine diventa un oggetto di proprietà e, in quanto tale, fatalmente declassato, privo di valore. L’amante non vuole avere il corpo dell’amato come oggetto ma come espressione della sua libertà. È la violenza patriarcale che ha comportato la riduzione della donna a roba, a oggetto, volendo cancellare il suo quoziente irriducibile di libertà.

Terzo modo: se è vero che la donna è un nome dell’eteros, cioè della libertà, della trascendenza del desiderio, dell’impossibile da governare, di fronte a questo eteros che s’incarna in modi che gli uomini non sanno leggere e per i quali risultano “analfabeti”, la lingua della donna è per l’uomo una lingua straniera di cui non esiste però dizionario (ricordo che da bambino quando vedevo mia madre uscire di casa, bella com’era con i suoi enormi chignon, mi sembrava un ufo, un extraterrestre…). Si tratterebbe allora di rinunciare alla violenza per apprendere la bellezza di questa lingua. La bellezza dell’amore sarebbe proprio l’apertura al mistero della femminilità. Diversamente la violenza sarebbe la manifestazione di una forma radicale di analfabetismo. Questo analfabetismo si regge su di un postulato maschilista che recita così: “sono tutte puttane!”. È un postulato che istituisce la legittimità dell’esercizio della violenza. È questo un fantasma che abita culturalmente nella mente degli uomini, anche nei più coltivati. Ma cosa vuol dire culturalmente? Vuol dire che nella misura in cui l’uomo non riesce a decifrare la lingua straniera della donna, nella misura in cui il rapporto con l’infinito del godimento e della libertà femminile lo spiazza, lo sconcerta sino all’angoscia turbando la propria solidità fallica, allora per difendersi da questo perturbamento conia la formula fantasmatica “sono tutte puttane!”. In questo modo prova a degradare l’infinito della libertà femminile, l’eccedenza del godimento extra-fallico che appare ingovernabile e angosciante, a una voracità sessuale illimitata. Quella supposta nelle puttane, appunto.

FONTI

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L’inversione creativa

La procedura d’inversione è una delle tecniche di pensiero laterale teorizzate dallo studioso Edward De Bono. Ecco un esempio di inversione:

Se la situazione riguarda «un poliziotto che regola il traffico», si potrebbero attuare le seguenti inversioni:

  • Il traffico regola (controlla) il poliziotto.
  • Il poliziotto ingorga il traffico.

Quale di queste due inversioni è la migliore? Entrambe funzioneranno. È impossibile dire quale elaborazione sarà più utile finché non abbia dimostrato la sua fecondità. Non è importante scegliere l’inversione più ragionevole o quella più irragionevole. Si va alla ricerca di alternative, di mutamenti, di elaborazioni stimolatrici dell’informazione”.

Esistono alcune valide ragioni per ricorrere all’inversione nella soluzione creativa dei problemi. Eccone alcune:

  • Infrangendo il modo originario di considerare la situazione, si libera l’informazione che può ricomporsi in un modo nuovo;
  • si attua l’inversione per superare il terrore di essere in errore, di compiere un passo non pienamente giustificato;
  • lo scopo principale è quello di stimolo. Attuando l’inversione si va verso una nuova posizione. Poi si vede che cosa accade;
  • di quando in quando l’approccio inverso è utile in sé“.

L’inversione può trasformarsi in un esercizio quotidiano, adatto anche ai bambini. È sufficiente inventare una situazione iniziale e lavorare poi per invertirla. Ecco qualche esempio di situazione tipica per cominciare ad esercitarsi:

  • due bambini vanno a scuola;
  • la famiglia Rossi Bianchi va in vacanza;
  • il cane ha rubato i biscotti sul tavolo.

Dalle varie inversioni, potrebbero nascere degli incipit interessanti per inventare storie. Immaginate l’ultimo dei tre scenari, quello del cane. Un’inversione potrebbe essere: “i biscotti hanno rubato il cane”, e via con la narrazione. In questo senso, l’inversione del pensiero laterale assomiglia al lavoro proposto da Gianni Rodari nella “Grammatica della fantasia“. Divertiti anche tu con le inversioni creative!

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