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Il segreto della professoressa “da Nobel”

In un mondo che parla di scuola esclusivamente per attaccarla, fa piacere leggere di insegnanti eccellenti: è la storia di Lorella Carimali, milanese, docente del liceo scientifico Vittorio Veneto. Il suo metodo e la sua passione per l’insegnamento le sono valsi la candidatura al Global Teacher Prize, il “premio Nobel per gli insegnanti”. 

Global Teacher Prize: foto d’archivio

MATEMATICA PER TUTTI: ECCO I SEGRETI DI UN METODO VINCENTE

La professoressa Carimali, intervistata da Repubblica (dalla quale sono riprese le citazioni), si cimenta da anni nell’insegnamento della matematica, la più ostica tra le materie (è anche la disciplina per la quale vengono richieste più lezioni private nel nostro paese).

Il suo metodo ha un segreto: la passione civile. Nell’insegnare la matematica, l’umanità degli studenti ha la meglio sulle nozioni, che non vengono accantonate, ma lette sotto una luce differente. L’apprendimento cooperativo ha la meglio sul tecnicismo.

Io spiego, poi faccio esercitare subito i ragazzi. Lavorano  a gruppi perché si aiutino a vicenda, si correggano i compiti l’uno con l’altro. Se capiscono l’argomento sale la loro autostima ed è questo l’importante. Non devono ripetermi la lezione, solo i concetti astratti, ma imparare ad applicarli nella vita non è solo questione di insegnamento, ma di apprendimento.

E proprio la cooperazione, da un lato permette ai migliori di chiarirsi le idee sui concetti (che la professoressa spiega, spesso raggiungono per intuizione, senza padroneggiarli appieno); dall’altro, permette a chi ha più difficoltà di non essere escluso e di raggiungere un buon livello.

Penso che bisogna partecipare alla vita degli altri, condividere il sapere. Così se un ragazzo che va male viene aiutato da un compagno bravo e migliora il suo rendimento, tutti e due avranno un voto più alto. Si aiuta cosi anche il più bravo che spesso va per intuizione e invece in questo modo si chiarisce il concetto per comunicarlo.

L’EDUCAZIONE È (ANCHE) UNA MISSIONE

Ma qual è il segreto della professoressa? La passione: dalle sue parole emerge limpida, accanto alla grande professionalità.

Nessuno, solo la passione civile e per la mia materia, oltre alla comprensione per gli alunni. “Appena laureata ho ricevuto in una settimana 14 offerte da grandi imprese, e ben pagata visto che erano i primi anni dell’informatica. Ma ho fatto una scelta sociale, stare in classe, è questo il mio modo di far politica.

Ma parlare di insegnamento come se fosse una missione, un sacrificio per la causa, non è una posizione vecchia e superata? Niente affatto: ad esser superata, semmai, è la concezione di missione intesa in senso religioso, missione che, specialmente nel mondo di oggi, viene spesso scambiata per un sacrificio.

La missione di cui parliamo, però, non ha nulla a che vedere con tutto questo; è più simile alla “mission” aziendale, ovvero alla strategia con la quale si intendono realizzare i propri ideali (la “vision”). Missione è rispondere a queste domande:

Chi siamo?
Cosa vogliamo fare?
Perché lo facciamo?
Come possiamo farlo al meglio?

In questo caso, la professoressa Carimali parte dal principio del nessuno escluso, dell’impegno consapevole e del pensiero critico.

Non uno, non una di meno, nessuno escluso. Dalla matematica, dalla vita. Io mi sento come un allenatore che pianifica la preparazione in vista di una maratona, studia i luoghi, le attività migliori per raggiungere il risultato.

E’ naturale, allora, che metta in pratica questa sua visione attraverso la missione dell’insegnamento cooperativo e ragionato. Con grande professionalità, perché, ricordiamolo: senza professionalità non si raggiunge alcun traguardo. Ma con altrettanta passione.

Identificare la propria missione è un passaggio di cui spesso ci dimentichiamo, ma è fondamentale; lo è per gli insegnanti, per gli educatori, per i genitori. Tutti noi abbiamo delle idee ed è giusto che ciascuno provi a metterle in pratica. Ecco la nostra missione quotidiana. Rispondiamo a quelle quattro domande; rispondiamo col cuore, e poi mettiamoci al lavoro.

E per concludere: complimenti a quella scuola che c’è, che funziona e che si impegna ogni giorno, al fianco dei ragazzi, per costruire un mondo migliore.

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Studiare fa bene, anche se si fa fatica!

Di recente, Beppe Severgnini sul Corriere della Sera.it ha analizzato la preparazione degli alunni italiani su materie come storia e geografia, affermando:

Da almeno quindici anni gli studenti italiani venivano privati di informazioni quali: confini, capitali, città principali, pianure, montagne, fiumi, laghi. Non so come sia accaduto, se sia colpa di programmi concentrati su aspetti socio-economici o di docenti incoscienti. Ma rimango traumatizzato quando capisco che un giovane laureato confonde l’oceano Indiano col Pacifico, ignora i confini della Germania e non sa indicare le regioni che s’attraversano per andare da Trieste a Trapani. Mio padre, classe 1917, a novantanove anni era in grado di rispondere. Non aveva Google Maps, ma era cresciuto con un atlante sul tavolo.

LO SCOPO RESTA QUELLO DI IMPARARE

Un tempo si studiava la geografia con l’atlante; oggi, grazie a Google Maps e alle tecnologie orientarsi è semplicissimo. Cade dunque la necessità di studiare quella che ormai viene ritenuta da molti la “cenerentola delle materie”? E che dire della storia?

Sempre Severgnini a questo proposito parte da un recente articolo di Gian Antonio Stella, alla luce dell’episodio della bandiera nazista appesa in caserma da un carabiniere fiorentino, ci sono profonde lacune da colmare:

Mi associo, e aggiungo: di questo dovrebbe occuparsi un governo, non dello smartphone in classe. Un telefono, per quanto sofisticato, è uno strumento. Lo scopo resta quello di imparare.

PER APRIRE LA MENTE, CI VOGLIONO METODO E SENSO CRITICO

Serve studiare la storia e la geografia in un mondo in cui, grazie ai motori di ricerca, ogni informazione è sempre a nostra disposizione? A nostro avviso sì, serve, così come più in generale serve non smettere mai di aggiornarsi e studiare. Lo studio è un percorso che dura tutta la vita, tanto che in alcuni ambiti, prettamente manageriali, si parla di continuous learning (o anche lifelong learning, formazione continua o apprendimento continuo).

Studiare senza riflettere è inutile. Riflettere senza studiare è pericoloso.

 

Confucio

È importante tornare ad insistere molto sulle conoscenze, facendo in modo che gli studenti allarghino il più possibile gli orizzonti del sapere. Servono correlazioni, una solida cultura generale e un’apertura mentale che solo lo studio ragionato e l’acquisizione di un buon metodo basato sul senso critico possono fornirci.

MA SERVE DAVVERO STUDIARE GEOGRAFIA?

A questo proposito citiamo la riflessione di Giovanni Donadelli, maestro di scuola primaria e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia, pubblicata su Focus.it. Tra i consigli elencati, uno in particolare merita la nostra attenzione:

La geografia non è fatta di elenchi, ma di scoperte.

Ogni volta che ti trovi davanti ad un elenco di nomi, cerca di capire cosa nasconde e cosa rende unico ogni singolo nome che vedi elencato. Ti renderai conto che gli elenchi mettono insieme cose simili, ma comunque diverse e che gli elenchi non sono altro che il riassunto di un’avventura ancora tutta da scoprire.

In questo approccio, che spiega come anche quello che può sembrare nozionismo in realtà cela ben altro, è racchiusa tutta l’importanza di uno studio, a volte anche mnemonico, ma ad ampio spettro.

Nessuno ha detto che lo studio non sia faticoso: è giusto che lo sia, così come è giusto insegnare ai nostri ragazzi a cimentarsi con sfide “difficili”. E’ solo superando le difficoltà che possiamo crescere e vivere davvero.

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Alzarsi in piedi quando entra l’insegnante: una buona abitudine spesso dimenticata

Per molti è ormai un gesto obsoleto, tanto da scatenare un acceso dibattito negli ultimi giorni: gli studenti devono alzarsi in piedi, come una volta, quando l’insegnante entra in classe?

LA GRANDE IMPORTANZA DEI PICCOLI GESTI

La nostra risposta è sì e vi spieghiamo il perché, riprendendo le parole dello scrittore Ferdinando Camon sul quotidiano Avvenire del 5 novembre:

Non rispetti un nome e cognome, ma un ruolo. Nel caso della scuola, rispetti il ruolo dell’insegnante, perché è lui che, insegnandoti la sua materia, ti insegna a vivere. Tra studente e professore esiste sempre una differenza di “sapere” e di ruolo, uno sa e dona il suo sapere, l’altro lo riceve e ringrazia per quel dono. Il ringraziamento si esprime con l’alzata in piedi. Nella professione d’insegnante non esiste maggiore soddisfazione che quella d’insegnare quel che ti piace, il che vuol dire studiare quel che ti piace. Tu entri in classe e vai alla tua cattedra, i ragazzi si alzano in piedi. Per te? No, per quel che tu gli porti quel giorno.

Nelle parole sopra citate troviamo un concetto che abbiamo espresso in un nostro recente approfondimento sulla differenza tra educazione e addestramento. Educare significa anche passare dai piccoli gesti, da un banale “per favore” o “grazie”: non è educazione alle buone maniere, ma testimonianza della traduzione di concetti spesso astratti in piccoli azioni quotidiane.

LE AZIONI SONO FONDAMENTALI PER EDUCARE!

Come abbiamo spiegato riprendendo un noto manuale di pedagogia generale (qui l’articolo), l’educazione non si mette in atto solo attraverso i piccoli gesti, ma nemmeno con le sole parole.

Si fa educazione quando, accanto alle abitudini, riusciamo a farne percepire il reale valore e la nostra convinzione. Ma ciò non toglie che queste abitudini vadano rispettate!

Un insegnante che sappia spiegare ai suoi studenti perché si devono alzare (ad esempio, per tutelare la rilevanza sociale per un ruolo che ogni giorno perde prestigio nel nostro paese) non li sta prevaricando; semplicemente, sta ponendo dei paletti e sta insegnando il rispetto delle regole (e il rispetto in sé)

ALZARSI DI FRONTE ALL’INSEGNANTE? ANCHE QUI SI PARLA DI GENTILEZZA

Parliamo spesso di come la gentilezza e la gratitudine possano cambiare il mondo. Perché ciò avvenga, occorre fare un passo indietro e non banalizzare i piccoli gesti che possono fare la differenza.

Non importa quanto insignificante possa essere la cosa che dovete fare, fatela meglio che potete, prestatele tutta l’attenzione che prestereste alla cosa che considerate più importante. Infatti sarete giudicati da queste piccole cose.

 

Mahatma Gandhi

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L’effetto Pigmalione e la “profezia che si autoavvera”

L’effetto Pigmalione, detto anche effetto Rosenthal è il nome che si da all’effetto psicologico della “profezia che si autoavvera”. Se siamo convinti che una persona valga di più, inconsciamente la tratteremo in modo da stimolarne il potenziale di sviluppo. Questo vale anche al contrario: se siamo convinti che un bambino abbia un potenziale inferiore, finiremo (altrettanto inconsciamente) per inibirlo e fargli conseguire risultati inferiori.

effetto pigmalione
Autrice: Helen Oxenbury

LA SCOPERTA DELL’EFFETTO PIGMALIONE

Nel 1972, lo psicologo Theodor Rosenthal decise di fare un esperimento presso l’Oak School, in California. All’inizio dell’anno scolastico, un’equipe di psicologi indicò agli insegnanti i bambini più intelligenti delle loro classi; gli psicologi motivarono il fatto sulla base dei risultati in veri test d’intelligenza.

Gli psicologi, in realtà, avevano estratto a caso i nomi dei ragazzi; dunque, la loro intelligenza era solo una credenza, di cui gli insegnanti erano stati persuasi.

Al termine dell’anno scolastico, però, questi ragazzi mostrarono di aver ottenuto risultati più elevati della media e perfino un incremento del QI. Rosenthal spiegò questo effetto chiamando in causa le aspettative degli insegnanti, che, convinti (erroneamente) dell’elevato potenziale dei ragazzi li avevano stimolati di più rispetto al resto della classe.

E IL MECCANISMO DELLA “PROFEZIA CHE SI AUTOAVVERA”

L’esperimento ha dimostrato l’esistenza di una “profezia che si autoavvera”: le credenze di una persona condizionano il suo comportamento e le sue aspettative, finendo per realizzarsi.

Il lato oscuro dell’effetto Pigmalione è che funziona anche in senso negativo: se ci persuadiamo che un ragazzo sia stupido, svogliato o che non possa raggiungere risultati elevati finiremo per investire meno energie su di lui, accontentandoci di traguardi mediocri e senza motivarlo adeguatamente.

E’ quello che, purtroppo, succede a volte nelle nostre scuole.

In seguito al celebre esperimento di Rosenthal, numerosi altri psicologi hanno indagato l’effetto Pigmalione, anche dal punto di vista del soggetto (in questo caso erano gli insegnanti ad influenzare i risultati dei loro allievi); attraverso questi esperimenti si è definito con precisione sempre maggiore il meccanismo della “profezia che si autoavvera”, dimostrando quanto l’autostima di ciascuno di noi e le credenze personali siano fondamentali per raggiungere i nostri obiettivi.



NON FACCIAMOCI CONDIZIONARE!

L’effetto Pigmalione ci insegna una lezione molto importante: non siamo quello che siamo, ma quello che crediamo di essere. E quello che il mondo crede di noi.

Vale specialmente per gli insegnanti, che con il loro lavoro quotidiano possono fare moltissimo, a patto di investire su tutti i loro studenti, con l’obiettivo di portarli all’eccellenza. Spesso è difficile, ma si tratta di un dono che facciamo ai ragazzi.

D’altra parte, tutti noi, viviamo l’effetto Pigmalione giorno dopo giorno: giudizi, credenze e aspettative condizionano ogni momento della nostra vita, dal risveglio fino a quando andiamo a dormire. Conoscere il meccanismo della “profezia che si autoavvera” (e ripassarlo ogni mese!) può aiutarci a dare il meglio di noi e a tirar fuori il meglio da chi ci circonda.

BIBLIOGRAFIA:

Baldacci M. (2012), Trattato di pedagogia generale, Carocci
Rosenthal R., Jacobson L. (1992), Pygmalion in the classroom, Irvington (una versione ridotta del testo, in lingua inglese, è disponibile gratuitamente sul sito dell’Università di Muenster, a questo link)

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L’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé.

Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé.

Pablo Neruda

I bambini ci insegnano molto,con il loro entusiasmo, con la loro gioia di vivere. Ma quando si diventa adulti, si guarda il mondo con altri occhi. E’ per questo che non si può lasciar andar via il bambino che è dentro ognuno di noi, affrontando la vita con un pizzico di magia.
Quella che vi proponiamo oggi è una vera e propria sfida. Parliamo sempre di bambini, senza pensare che, per capire davvero il loro mondo ed essere felici, dovremmo provare a riconnetterci con il bambino interiore che è in noi.
Grazie ai figli, riscopriamo sensazioni dimenticate da anni, tra cui una lezione fondamentale: vivere nel presente, dandoci tempo per sperimentare.

SOGNIAMO AD OCCHI APERTI

Sembra tempo perso, ma non lo è affatto. Se riusciamo a dedicare tempo ai nostri sogni, viaggiando con l’immaginazione, possiamo effettivamente entrare in contatto con i nostri desideri più profondi ed aggiungere serenità alle nostre giornate.

RITROVIAMO IL SAPORE DELLA BONTA’

Una merenda o la colazione fatta in casa rappresentano un tuffo nell’infanzia e fanno iniziare la giornata con il sorriso. Ritrovare il sapore della bontà, in tutti i sensi, ci mette in pace col mondo: sono i piccoli gesti a fare la differenza, anche solo incontrare lo sguardo di uno sconosciuto e sorridere.

CONCEDIAMOCI UN MOMENTO DI FOLLIA

Alleniamo la capacità di vivere la giornata in modo diverso, senza necessariamente fare grandi sconvolgimenti. Basta anche soltanto sperimentare un percorso sconosciuto, qualcosa di diverso dalle solite abitudini..

COLTIVIAMO LE NOSTRE PASSIONI

Di fronte al nostro hobby preferito, ci sentiamo sollecitati, incuriositi, aperti alle possibilità, coinvolti. Vivere con passione è uno stile di vita ed è in grado di migliorare la qualità delle nostre giornate. Alleniamo la nostra consapevolezza senza smettere di giocare!

COME RIUSCIRCI? TORNIAMO BAMBINI!

Tutto questo è possibile soltanto se ci educhiamo ad imparare dai bambini. Ci poniamo (giustamente!) nella posizione di guide, di punti di riferimento, dimenticando però che la magia dell’infanzia può aiutarci a capire il mondo adulto. Ed ecco una poesia per riflettere:

DITE DI JANUSZ KORCZAC

Dite: è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
È piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.

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Educare è educare a vivere

Imparare a vivere richiede non solo conoscenze, ma la trasformazione, nel proprio essere mentale, della conoscenza acquisita in sapienza e l’incorporazione di questa sapienza per la propria vita.

Sono parole di Edgar Morin, filosofo francese contemporaneo, che ci fanno ben comprendere l’essenza dell’educazione: educare è educare a vivere ma, prima ancora, educare è vivere.

In questo decliniamo a pieno le frasi di Vittorino Andreoli pubblicate qualche tempo fa: laddove il noto psichiatra ci parlava di educazione come insegnamento delle gioie della vita, apriamo ulteriormente il raggio d’azione. Non possiamo educare ad apprezzare le gioie della vita se non sappiamo viverla a pieno. Per farlo, riprendendo Michel de Montaigne: “E’ meglio una testa ben fatta, piuttosto che una testa ben piena”. Spesso di concetti inutili o ridondanti.

L’EDUCAZIONE BEN FATTA: EDUCARE A VIVERE

Che cosa significa educazione ben fatta? Sempre Morin afferma:

Conoscere e pensare non è arrivare a una verità assolutamente certa, è dialogare con l’incertezza.

Qui il bello della nostra fragilità. Il legame tra vita ed educazione è esso stesso educazione: educazione al sentire, al tradurre la pura emozione in modus operandi critico. Significa, concretizzando, che l’importanza della cultura e dell’educazione non risiede nella mera accumulazione quantitativa dei saperi, ma nel determinare un’attitudine generale a porre e trattare i problemi, nel saperli collegare e organizzare, usando tutte le forme di intelligenza a nostra disposizione.

Spesso vediamo persone mediamente istruite, con una cultura di base accettabile, che presentano lacune piuttosto significative, per non dire livelli di incomprensione del mondo che le circonda, assolutamente umilianti. In questi casi, tutt’altro che eccezioni, il dubbio sulla qualità dell’istruzione e l’importanza di una riforma emergono in tutta la loro necessità. Parliamo dell’adulto, prima ancora di intervenire sul mondo della scuola e sul bambino.

Educare, in ogni caso, significa dare gli strumenti per vivere, aprire la mente, prima ancora che riempirla.

LA SFIDA PER GLI EDUCATORI: INSEGNARE IL PENSIERO EMOZIONALE

Il compito spetta principalmente agli educatori a cui è richiesta competenza, ma soprattutto passione, tecnica, arte. Essi sono chiamati a contestualizzare e globalizzare le menti e prepararle alla crescente complessità della vita.

Oggi viviamo in un’epoca di iper-specializzazione: persino le emozioni rischiano di essere analizzate in maniera avulsa dal contesto, come se tristezza, rabbia, gioia, fossero istanti indipendenti dalle relazioni e dallo scenario. L’eccessiva specializzazione divide, separa, crea muri insormontabili, fatti di linguaggi propri e teorie ripiegate su se stesse. In un mondo destinato sempre più alla globalizzazione, allo scambio, alla diversità, non avere un approccio globale, aperto è un danno enorme e crea egoismi di parte, che escludono individui o società dalla dinamica globale dello sviluppo.

Per questo la sfida è il pensiero emozionale, non l’insegnamento delle emozioni: usare intelletto, cuore, per vedere, sentire e capire. Concludiamo citando un’ultima volta Morin:

Un pensiero capace di non rinchiudersi nel locale e nel particolare, ma capace di concepire gli “insieme”, sarebbe adatto a favorire il senso della responsabilità e il senso della cittadinanza.

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