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I ragazzi che giocano a Fortnite sono più gentili degli altri

I videogiochi sono da sempre una fonte di grandi preoccupazioni per i genitori, oltre che il bersaglio di infinite critiche. Ma queste preoccupazioni sono fondate?

Recentemente, un team di ricercatori israeliani ha condotto uno studio per indagare gli effetti sulla socialità dei ragazzi del più chiaccherato fra i videogiochi: Fortnite, il gioco multigiocatore in cui i partecipanti – singoli o squadre – devono eliminarsi a vicenda.

Lo studio, intitolato “The Fortnite social paradox“, aveva lo scopo di indagare gli effetti del gioco sulla socialità dei ragazzi, per verificare l’impatto dei videogiochi violenti sul comportamento dei bambini e degli adolescenti.
I ricercatori hanno suddiviso 845 bambini in due gruppi: il primo destinato a Fortnite, il secondo a Pinball. Ciascun gruppo era a sua volta diviso in due sottogruppi: uno in cui i ragazzi giocavano in squadra e l’altro in cui giocavano da soli.

In seguito, ai ragazzi è stato chiesto di aiutare delle persone e di compiere delle piccole azioni socialmente utili.
A sorpresa, i ragazzi che avevano giocato a Fortnite, si sono rivelati quelli più propensi ad aiutare gli altri e hanno dimostrato un grado maggiore di benessere psicologico.

Questo studio è piuttosto interessante, perché permette di sfatare il mito – ormai consolidato – secondo cui i videogiochi violenti porterebbero a condotte antisociali e a un deterioramento generale del comportamento.

Al contrario, secondo i ricercatori, il contenuto formale di un videogioco non è molto importante e non è assolutamente predittivo della condotta dei ragazzi. Anzi, giocare ad un gioco violento collaborando con altri giocatori sarebbe un incentivo ai comportamenti prosociali.

Un discorso a parte merita il tempo da dedicare ai videogiochi, che deve essere limitato (così come il tempo dedicato a qualunque altra attività). Purtroppo, i videogiochi moderni sono talmente ben progettati da indurre i giocatori in un circolo vizioso che nel medio e lungo termine può degenerare nella dipendenza digitale, un problema serio e reale.

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Fonte: The Fortnite social paradox, su www.sciencedirect.com

I Paesi emergenti investono più del mondo occidentale nelle ricerche sull’ambiente

I Paesi in via di sviluppo investono proporzionalmente più delle nazioni occidentali nelle ricerche sulla sostenibilità. Lo dice un rapporto Unesco, pubblicato ogni cinque anni, che tiene traccia dei risultati della ricerca scientifica nel mondo.

“Vogliamo sapere quale percorso di sviluppo stanno seguendo i Paesi di tutto il mondo e le sfide che devono affrontare”, ha spiegato la dott.ssa Susan Schneegans dell’Unesco. Il rapporto traccia anche i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (ONU). Tali obiettivi sono stati istituiti dalle Nazioni Unite nel 2015 per garantire che tutti i Paesi collaborino per proteggere la salute delle persone, combattere la povertà e tutelare il pianeta.

Nello studio Unesco, gli autori hanno esaminato 56 argomenti che hanno classificato come “ricerca sulla sostenibilità”. Questi includevano ricerche sulle alternative ecologiche alla plastica, sullo sviluppo di colture per resistere al cambiamento climatico e sulle tecnologie delle energie rinnovabili. In proporzione, si è scoperto che i Paesi in via di sviluppo pubblicano di più su questi argomenti. 

Le economie più povere e in via di sviluppo tendono a dipendere maggiormente dalle risorse naturali e stanno sopportando gran parte del peso del cambiamento climatico, quindi, come ha spiegato il dottor Schneegans, “il rispetto dell’ambiente e la sostenibilità sono una questione di sopravvivenza per tutti loro”.

La dottoressa Tiffany Straza dell’Unesco ha inoltre aggiunto: “In un contesto di cambiamento climatico, degrado ecologico ed ingiustizia socio-ecologica, è fondamentale agire globalmente per lo sviluppo sostenibile”, ha detto alla BBC News. La ricerca nell’ultimo quinquennio si è principalmente focalizzata sui detriti di plastica galleggianti nell’oceano, passando da 46 pubblicazioni scientifiche nel 2011 a 853 nel 2019.

Sempre la dottoressa Straza ha affermato che è preoccupante vedere come non ci sia stato un incremento della produzione scientifica da parte delle nazioni più ricche, per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e a combattere il cambiamento climatico. Per la ricerca sulla cattura e lo stoccaggio del carbonio, ha affermato, “la produzione è persino diminuita tra le economie ad alto reddito”.
“Il raggiungimento degli obiettivi richiederà informazioni e azioni”, ha aggiunto, “quindi diamo la priorità ai nostri finanziamenti e sforzi scientifici”.

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Fonte: bbc.com

I cani sono nati per comunicare con l’uomo: ci capiscono già dalla nascita

I cani sono nati per comunicare con l’uomo: è la conclusione a cui sono giunti gli studiosi di comportamento animale dell’Università dell’Arizona, al termine di uno studio scientifico che ha esaminato 375 cuccioli di Golden e Labrador Retriever dell’età di 8 settimane.

Lo studio puntava a comprendere meglio la comunicazione uomo-cane e in particolare la capacità dei cani di seguire i movimenti dell’uomo. I ricercatori, dopo aver nascosto un bocconcino, lo indicavano ai cuccioli con un dito. Incredibilmente, quasi il 70% dei cuccioli era in grado di comprendere la comunicazione dell’uomo e seguire il dito del ricercatore senza bisogno di alcun addestramento.

In uno studio successivo, i ricercatori hanno osservato degli esemplari adulti e hanno scoperto che la percentuale di cani che comprendono i gesti dell’uomo rimane stabile; questo significa che i cani possiedono l’abilità di comunicare con l’uomo fin dalla nascita. Nessun altro animale, nemmeno le scimmie, è così bravo ad interpretare i nostri gesti.

Questa capacità è il frutto di un rapporto lungo oltre diecimila anni: il cane è stato il primo animale ad essere addomesticato dall’uomo ed è anche quello più abile a comunicare con noi.

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Una nuova piattaforma vocale permetterà il riconoscimento di oltre 60 lingue non presenti su Siri ed Alexa

L’organizzazione non-profit Mozilla, che in passato ha creato il browser web gratuito Firefox, sta lavorando per sviluppare un assistente vocale integrata per le lingue africane, tra cui il Kiswahili, una lingua parlata in Ruanda, Burundi, Kenya, Ugana, Tanzania e Sud Sudan.

Ad oggi, le principali piattaforme vocali, come ad esempio Apple Siri, Google Home, Alexa di Amazon non sono in grado di ascoltare o rispondere a nessuna lingua parlata nel continente africano. La piattaforma Common Voice di Mozilla, che riceve il sostegno dei governi tedesco, britannico e della Bill and Melinda Gates Foundation, si sta impegnando a colmare questa lacuna.

Common Voice è un dataset vocale che ha l’obiettivo di abilitare la tecnologia di attivazione vocale in una qualsiasi delle 7.100 lingue «viventi» attualmente parlate, grazie al contributo volontario degli utenti. Donando la propria voce, si aiutano gli sviluppatori a realizzare strumenti di riconoscimento vocale. Per essere inclusa nel dataset di Common Voice, una registrazione vocale deve essere validata da due utenti diversi.

Ad oggi sono state registrate più di 9.000 ore di audio da 160.000 altoparlanti diversi di 60 lingue diverse, tra cui anche il gallese e molte lingue africane. In aggiunta al dataset di Common Voice, Mozilla sta costruendo un motore di riconoscimento vocale open source chiamato Deep Speech.

Arricchire con il maggior numero possibile di lingue nelle piattaforme vocali è un modo per creare una comunità coesa e inclusiva. Solo per fare un esempio, la lingua Kiswahili è parlata da circa 12 milioni di persone in Ruanda, ma ad oggi non è presente su alcuna piattaforma vocale. L’anno scorso, Common Voice ha ospitato un hackathon a Kigali, la capitale del Ruanda, per creare un set di dati di partenza per il Kiswahili. Ora è il linguaggio in più rapida crescita su Common Voice, con oltre 1.700 ore di presentazione.

La risposta all’hackathon ha dato origine a una startup di soluzioni AI chiamata Digital Umuganda, che prende il nome dalla parola Kinyarwanda per una sorta di cooperazione e comunità.

Proprio di recente, Mozilla ha ricevuto una sovvenzione di 3,4 milioni di dollari per espandere la piattaforma Common Voice in Africa, e Chenai Chair, Advisor speciale per l’Africa ha spiegato che il Kiswahili è solo l’inizio.
Il linguaggio riveste un ruolo fondamentale nell’inclusione e funge da strumento di decodifica per conoscere la storia e approfondire la cultura di un popolo, anche attraverso i racconti della tradizione ed i modi di dire.

L’UNESCO, per esempio, sta promuovendo la tecnologia vocale per documentare la conoscenza indigena, salvare le lingue indigene e aumentare l’accesso alle informazioni.

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Attenzione: non toccate i piccoli di cervo e capriolo. La madre potrebbe abbandonarli

Giugno è il mese ideale per camminare in montagna: l’aria è fresca e lo spettacolo offerto da boschi e pascoli è straordinario. È il periodo ideale per avvistare i cerbiatti e i piccoli caprioli, nati da poche settimane.

Questi animali non sono ancora autosufficienti: la madre si allontana da loro soltanto per andare alla ricerca di cibo, mentre i cuccioli rimangono acquattati nella vegetazione; è proprio questo il momento in cui sono più vulnerabili. Se avvertono una minaccia, i cerbiatti non sono in grado di fuggire; rimangono immobili, nella speranza di non essere visti.

Chi avvista un cerbiatto tra la vegetazione non deve assolutamente accarezzarlo né avvicinarsi a lui. La madre, di ritorno col cibo, se dovesse avvertire l’odore umano, potrebbe abbandonare il cucciolo e fuggire da lui. Inoltre, calpestando l’area intorno al rifugio dell’animale, rischiamo di smuovere arbusti e cespugli, rendendolo il piccolo più visibile ai predatori.

Chi passeggia con il cane, inoltre, dovrebbe sempre tenerlo al guinzaglio quando attraversa boschi e pascoli: attirati dall’odore degli animali selvatici, i nostri amici a quattro zampe potrebbero allontanarsi e ferire gli animali appena nati.

Se incontrate un cerbiatto o un giovane capriolo, rispettate queste semplici regole di condotta e limitatevi a scattare una bella foto rimanendo a distanza: la natura vi sarà grata.

L’educazione ambientale comincia da qui: dalla conoscenza delle forme di vita diverse da noi e dal rispetto. Ed è proprio così, imparando a convivere con l’ecosistema in modo pacifico e rispettoso, che possiamo educare una generazione migliore.

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Fonte: ufficiostampa.provincia.tn.it

Questo insegnante si è tolto le scarpe e le ha prestate al suo studente per permettergli di diplomarsi

Il diploma di maturità è uno dei riti di passaggio più importanti nella vita di un adolescente. Anni di duro lavoro, amicizie e sogni per il futuro culminano tutti in un momento emozionante che sarà ricordato nel tempo.

Immaginate lo sgomento di Daverius Peters quando il 19 maggio scorso, mentre si dirigeva alla cerimonia per ricevere il diploma alla Hahnville High School della Louisiana, è stato bloccato davanti alla porta della scuola da un custode molto puntiglioso. Sebbene le sue scarpe da ginnastica con la suola bianca e la punta nera fossero tutt’altro che oltraggiose, Peters ha scoperto che violavano il codice di abbigliamento della scuola e gli è stato negato l’ingresso.

Sembrava che il ragazzo stesse per perdere l’occasione di attraversare il palco con i suoi compagni di classe, finché qualcuno non ha cambiato le cose con un piccolo, ma prezioso, atto di gentilezza. John Butler, un educatore della scuola presente alla cerimonia in veste di genitore – e non come membro dello staff -, appresi i dettagli della difficile situazione di Daverius, ha cercato di convincere l’addetto all’ingresso a farlo entrare ugualmente.
“Speravo che forse se mi avesse visto con lui, lo avrebbe lasciato entrare, ma non è servito a niente”, ha poi raccontato Butler Il Washington Post. “Quello era un momento importante della sua vita, e non glielo avrei lasciato perdere per nulla al mondo”.

Con un ammirabile sangue freddo, Butler ha trovato una soluzione last minute: ha scambiato i suoi mocassini con le scarpe da ginnastica di Daverius. Con pochi secondi di anticipo, il ragazzo è riuscito a entrare nella scuola, proprio mentre le porte si chiudevano. Fortunatamente, con l’aiuto di John Butler, è riuscito a prendere parte alla cerimonia, cosa che ormai sembrava insperabile.

“Non mi sono sorpreso perché Mr. Butler è una persona speciale”, ha commentato con gratitudine Peters al Washington Post. “A scuola, se ti capita una brutta giornata, è lui a portarti fuori classe, a camminare con te per la scuola e a parlarti.”
La generosità di un piccolo gesto ha cambiato la vita ad un ragazzo che, sicuramente, si ricorderà per sempre quel giorno.

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Fonte: goodnewsnetwork.org
Copertina: John Butler