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LE LINEE GUIDA DEI PEDIATRI ITALIANI SULL’USO DI SMARTPHONE E TABLET

smartphone pediatri

L’uso esagerato dei dispositivi elettronici è causa di numerosi problemi, che la letteratura scientifica ha ben documentato. Tra i principali, troviamo disturbi dell’apprendimento e dello sviluppo, ma anche problemi legati al sonno, al ciclo sonno-vegli e al benessere del bambino. Sull’argomento si sono espressi i pediatri italiani, che hanno pubblicato le loro raccomandazioni sull’uso di smartphone e tablet in età infantile.

LE LINEE GUIDA DEI PEDIATRI ITALIANI

In un articolo pubblicato su “Italian Journal of Pediatrics” (potete leggerlo online, in lingua inglese), la Società Italiana di Pediatria (SIP) espone i risultati delle sue ricerche e una serie di raccomandazioni valide per tutti i genitori.

In particolare:

  • No a smartphone e tablet prima dei due anni di età;
  • No a smartphone e tablet per almeno un’ora prima di andare a dormire;
  • No a smartphone e tablet durante i pasti;
  • Dai 2 ai 5 anni il tempo limite giornaliero è di 1 ora;
  • Dai 5 agli 8 anni il tempo limite giornaliero è di 2 ore.

Inoltre, l’articolo si concentra sull’importanza di supervisionare l’uso dei media digitali: i bambini non dovrebbero mai essere abbandonati a se stessi durante questi tempi.

Queste raccomandazioni si basano sulle evidenze scientifiche dei danni che questi dispositivi possono arrecare alla salute dei bambini. Non si tratta di schierarsi pedagogicamente “pro o contro” la tecnologia, ma di riconoscere che nei più piccoli, un uso esagerato, nuoce seriamente allo sviluppo psicologico, neurologico e al benessere.

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UN DETTATO AL GIORNO TOGLIE GLI ERRORI DI TORNO

Un dettato al giorno toglie gli errori di torno. Almeno, così la pensano in Francia, dove qualche tempo fa, il Ministro dell’Istruzione, annunciò di voler reintrodurre nelle scuole francesi qualche esercizio quotidiano di dettatura. Ma sarà proprio così?

Elisa Farina, autrice de “Il dettato nella scuola primaria. Analisi di una pratica di insegnamento” (Franco Angeli) ha evidenziato numerosi benefici del dettato ortografico, ma anche qualche lacuna: ad esempio, il fatto che lasci scarsa autonomia agli studenti, dipendenti dall’intonazione e dal timbro della maestra. L’autrice, inoltre, suggerisce di utilizzare come dettati liste della spesa, elenchi e note prese dalla vita quotidiana. L’idea di fondo è quella (sostenuta da numerosi studi scientifici) che si impara meglio se si scrive nei contesti reali.
Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia generale all’Università di Milano-Bicocca, ci da un suggerimento prezioso: mai fossilizzarsi su una sola tecnica. Il dettato è utilissimo, a patto di inserirlo all’interno di una serie di esercitazioni e tecniche didattiche ad ampio spettro.

Insomma, se sei tra coloro che negli ultimi tempi si è schierato a favore dei “dettati ogni giorno”, pensa in grande: dettati sì, ma anche molto altro. Il fine, del resto, è padroneggiare una lingua, non un singolo esercizio.

Resta ferma l’importanza dell’ortografia e della forma. A tutti coloro che la pensano diversamente, suggeriamo di leggere questa testimonianza di Adele Corradi, maestra elementare e collaboratrice storica di Don Lorenzo Milani:

“Quando insegnavo”, racconta, “veniva fatto anche  a me di domandarmi se valesse la pena di perder tempo dietro all’ortografia, perché anche ai miei tempi esistevano problemi più importanti. Se l’importante è capirsi, mi dicevo, non si può sostenere che una frase diventa incomprensibile se c’è  una “a” senza “acca” o un “quore” con la “q”. Arrivata a Barbiana domandai a don Lorenzo se pensava che l’ortografia fosse importante. Lui mi rispose che gli errori di ortografia servivano a riconoscere i poveri”.
(Famiglia Cristiana, 24/09/2015)

Secondo noi la scuola deve essere una fabbrica di ricchezza, laddove ricchezza è contrastare la sciatteria. Anche quella ortografica.

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In Danimarca l’empatia si insegna a scuola

L’empatia si può insegnare? In Danimarca ci provano: dal 1993 hanno introdotto un’ora obbligatoria da dedicare all’empatia, a scuola. Questa scelta formativa è stata recentemente ripresa ne “Il nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità“, che ci aiuta a chiarire il significato di questa pratica.

L’empatia non si insegna attraverso gli abbracci, ma imparando ad ascoltare gli altri e a discutere dei problemi. Nelle scuole danesi, appunto, si dedica un’ora settimanale a raccontare le problematicità dei propri vissuti e a ragionare insieme. In quest’azione c’è più dell’empatia: c’è l’abitudine, sin da bambini, a trattare i problemi in modo collettivo e non individuale.

Questo è, secondo noi, il grande valore del Klassen Tid, l’ora di empatia danese: insegna ai bambini che i problemi si affrontano insieme, che il “Noi” è infinitamente più forte dell’Io. Si insegna che la felicità non è nulla se paragonata alla gioia collettiva, alla gioia di vivere. Ma serve davvero un’ora ogni settimana per insegnare il valore di essere comunità? Non ne siamo certi.

Certo è, invece, che ciascuno di noi può portare questo concetto di empatia e comunità nella sua vita: non occorrono programmi ministeriali, decreti o riforme: ciascun insegnante può trasformare la sua classe in una comunità viva e collaborativa (se già non lo fa: ricorda sempre che la nostra scuola, pur con le sue problematicità, è molto migliore di come viene descritta dai media) e ciascun genitore può creare una rete di famiglie pronte a sostenersi e ad affrontare insieme i momenti di difficoltà.

L’importanza dell’essere empatici

La nostra società è profondamente diversa da quella di cinquant’anni fa: la tecnologia, il benessere, le grandi possibilità che ciascuno ha di fronte a sé purtroppo non hanno aiutato a dar vita a un mondo giusto e felice. Al contrario, siamo tutti più narcisisti, più egoisti, egocentrici; il focus è passato dalla collettività a se stessi. Spesso parliamo di intelligenza emotiva, ebbene, l’empatia ne è il frutto principale.

Cosa si può fare? In realtà la soluzione è incredibilmente semplice: basta riprendere i contatti col mondo, tornare a parlare con i propri vicini, coltivare sane amicizie, riscoprire il piacere di fare qualcosa per gli altri oltre che per se stessi. Imparare ad ascoltare e a parlare, tornare a fare affidamento sugli altri; queste ed altre sono le sfide educative con le quali ci confronteremo nei prossimi anni.

Ma siamo sicuri che serva davvero? Il problema non è avere o meno quell’ora, piuttosto: siamo convinti che sia utile? Perché in tal caso basterà l’intervallo, sarà sufficiente la collaborazione dei genitori, anche oltre la scuola.

In Danimarca i bambini parlano dei propri problemi mangiando una torta; ebbene, è un modo eccellente di educarli, ma una torta possiamo portarla anche al parchetto. Il fatto che una certa attività non si faccia a scuola non ci esime dal proporla altrove.

Quindi, ecco alcuni piccoli spunti per educare all’empatia:

  • Cominciate dal dialogo: parlate a tavola, chiedete ai bambini di raccontare e raccontate voi a loro le vostre giornate. Insegnategli il concetto di reciproco scambio, il piacere di stare insieme.
  • Create quante più occasioni di scambio possibili; fate uscire i bimbi di casa, fateli incontrare con gli amichetti.
  • Ricordate che l’empatia nasce dall’incontro di intelligenza emotiva e rispetto per gli altri. Quindi, familiarizzate i vostri bimbi col concetto di rispetto e di aiuto.
  • Siate voi stessi empatici, ricordatevi l’efficacia dell’esempio.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

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La “contadinanza attiva” e l’importanza della natura

contadinanza

Avete mai sentito parlare di contadinanza? Vi offriamo la riflessione-definizione di Gianfranco Zavalloni, pedagogista e autore de “La pedagogia della lumaca“:

“È ormai giunto il tempo che s’inizi a usare anche quello di “contadinanza attiva”. Dal Vocabolario della lingua italiana nella versione Devoto-Oli ecco la definizione del sostantivo femminile “cittadinanza”: “Vincolo di appartenenza a uno stato, richiesto e documentato per il godimento di diritti e l’assoggettamento a particolari oneri”. A livello culturale, a partire dalla Rivoluzione francese, la parola cittadino è diventata sinonimo di “persona con pari e pieni diritti”. “Cittadinanza attiva” è oggi sinonimo di un coinvolgimento nella vita della propria comunità d’appartenenza, assumendo in questa un ruolo di responsabilità e facendo scelte di condivisione. Nel vocabolario non esiste invece il termine “contadinanza” e quindi nessuno ha mai parlato di “contadinanza attiva”. Esiste chiaramente il sostantivo maschile “contadino”, che sta per “chi lavora la terra, specificamente per conto di un padrone. In termini spregiativi: persona rozza e goffa”. Dobbiamo rovesciare questo clima culturale che, ancora oggi, è presente nel mondo scolastico. Essere abitanti o lavoratori della terra non è qualcosa di spregevole. Siamo tutti “contadini di questa terra” e abbiamo tutti “diritto alla contadinanza”.

La contadinanza, intesa come vincolo con la natura e con la terra, non significa tornare ad essere contadini, ma sentirci legati alla natura. Quest’ultima, infatti, offre a chi sa ascoltarla numerosi spunti di riflessione educativa.

In particolare, prendendoci cura di un orto:

  • Impariamo il valore dell’attesa: tutto arriva a chi sa aspettare ma la fretta è una pessima compagna;
  • Impariamo a conoscere il cibo, elemento fondamentale della nostra vita e cultura;
  • Impariamo a conoscere i legami tra natura, cibo e salute;
  • Riscopriamo una storia millenaria fatta di tradizione agricola: l’uomo nasce contadino e tutt’oggi non potremmo fare a meno dell’agricoltura;
  • Abbiamo la possibilità di sperimentare l’aria aperta e di scoprire coi sensi un orto: odori, sapori, sensazioni tattili, rumori.

L’introduzione degli orti didattici a scuola sta diventando realtà in un numero sempre crescente di istituti, ma ricordiamoci che la scuola non è l’unico attore: anche la famiglia dovrebbe incoraggiare esperienze di questo tipo, attraverso la realizzazione di micro-orti domestici o di una quantità maggiore di tempo trascorso nella natura.

ALTRI SPUNTI DI RIFLESSIONE SULLA PEDAGOGIA DELLA LUMACA

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LA SCUOLA DEVE RISCOPRIRE LA GINNASTICA!

ginnastica bambini

Nel mondo classico (greco e romano) la ginnastica era una disciplina cruciale nell’educazione dei giovani: l’esercizio fisico era considerato in modo complementare a quello intellettuale, in un binomio inscindibile.

Oggi, le cose stanno molto diversamente: da un lato, i bambini non riescono più a muoversi in modo spontaneo, a giocare. Molte aree urbane non sono dotate di parchi adeguati e l’apprendimento spontaneo delle abilità motorie finisce per estinguersi. Dall’altro, la ginnastica, intesa come disciplina scolastica, è stata relegata in un angolo: la scuola primaria prevede un’unica ora di ginnastica settimanale (laddove i singoli istituti non abbiano deliberato diversamente). Un’ora soltanto, e senza un insegnante titolare.

Non sorprende scoprire che i bambini italiani sono al grado zero dell’educazione motoria (come emerge da questo studio): non sanno più fare neppure una capovolta!

UNA RIFORMA NECESSARIA: QUELLA DEL MOVIMENTO

Muoversi è fondamentale: lo sport ha effetti benefici sulla salute, ma anche sulle facoltà mentali. La scienza ha ampiamente dimostrato che praticare attività sportiva leggera (non serve l’agonismo, è sufficiente la pratica amatoriale) aiuta a vincere lo stress e a ritrovare la concentrazione. Vale per gli adulti come per i bambini. Queste cose, però, non dovrebbero rimanere tra le pagine di studi e giornali: si tratta di un fatto culturale.

La vera rivoluzione è quella di diventare una “popolazione in movimento” e la scuola ha un ruolo fondamentale: costruire un buon abito mentale a partire dai primi anni di età, educando i bambini al piacere di muoversi e alla sua importanza.

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CIOTOLE E VASI CON IL DAS

Stai cercando un’idea per realizzare un semplice lavoretto con il DAS? Scopri le nostre ciotole e i vasetti con il DAS: si tratta di un’idea semplice da realizzare e adatta anche ai più piccoli.

CIOTOLE E VASI CON IL DAS: ISTRUZIONI

Prima di cominciare, assicurati di avere i seguenti materiali:

  • DAS (noi abbiamo utilizzato il DAS terracotta, ma va benissimo anche il DAS bianco);
  • Ciotola o vasetto di cui realizzare il calco;
  • Tovaglietta o telo cerato per non sporcare il piano di lavoro;
  • Mattarello di legno;
  • Coltello con punta arrotondata.

Hai tutto con te? Perfetto! Si comincia. Prepara una pallina di DAS e il contenitore di cui realizzerai il calco; noi abbiamo scelto una ciotola di piccole dimensioni (secondo noi è la forma migliore per questo tipo di lavoretto).

ciotole con il DAS

Aiutandoti con il mattarello di legno, stendi il DAS fino ad ottenere un foglio dello spessore di qualche millimetro.

vasetti con il DAS

Adesso, stendi il foglio di DAS avvolgendo la ciotola o l’oggetto di cui realizzerai il calco; fai in modo che la pasta aderisca per bene alla superficie, senza lasciare spazi vuoti. Con il coltello, elimina la pasta in eccesso.  A questo punto dovrai lasciare asciugare il DAS per 24-48 ore (a seconda della quantità e dello spessore della pasta utilizzata).  Quando la pasta sarà essiccata per bene, rimuovi delicatamente la ciotola dall’interno: il tuo vasetto è pronto!

Per finire, puoi decorare la tua ciotola utilizzando i colori a tempera, i colori acrilici o un pennarello indelebile. Noi abbiamo optato per un semplice motivo geometrico astratto, ma potresti imitare i vasi greci o cretesi, piuttosto che qualche altro stile pittorico dell’antichità (pittura rupestre, egizia, etc.): in questo modo, il lavoretto diventa anche uno strumento didattico per sperimentare sul campo l’arte delle prime civiltà umane.

Ed ecco ultimato questo splendido lavoretto creativo! Noi lo abbiamo proposto tra i lavoretti per la festa dei nonni, ma nulla ti vieta di ripescarlo per altre occasioni, come le lezioni di storia.

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