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La Ziggurat

ziggurat sumeri

Le ziggurat (o ziqqurat) erano strutture religiose costruite dalle civiltà della Mesopotamia, e in particolare  dai sumeri e dai babilonesi. Le ziggurat avevano una struttura a gradoni, di forma piramidale, ed erano costruite da tanti strati di mattoni sovrapposti; sulla cima si trovava un tempio, consacrato ad una delle divinità sumere. Per arrivare sulla sommità della ziggurat si utilizzavano delle rampe di gradini all’esterno. Queste strutture erano enormi: potevano raggiungere i 90 metri di altezza, come un grattacielo di trenta piani!
Le ziggurat ancora esistenti sono molto danneggiate; per questa ragione non possiamo sapere quali fossero le dimensioni e l’aspetto originario dei templi.

Per stampare questa ziggurat da colorare (potete inserirla nel quaderno e utilizzare il retro per realizzare una mappa mentale), cliccate qui.

CURIOSITÀ

  • Ziggurat in sumero si pronunciava U-Nir e significava “montagna”. Queste strutture, infatti, erano costruite per essere “montagne sacre” così alte da toccare il cielo. La montagna, in moltissime civiltà antiche, era il luogo in cui il mondo umano si congiungeva al mondo divino (un altro esempio è il Monte Olimpo del mito greco).
  • Le ziggurat erano costruite utilizzando mattoni di argilla e paglia cotti al Sole.
  • A differenza delle piramidi della civiltà egizia, al cui interno si trovavano stanze e cunicoli, le ziggurat non avevano camere interne: si utilizzavano solo le scalinate e le terrazze esterne.
  • La più grande ziggurat ancora esistente è la Ziggurat di Ur, che si trova in Iraq, vicino alla città di Nassirya.
  • La Torre di Babele di cui si parla nella Bibbia, probabilmente, era una ziggurat: la Ziggurat di Babilonia, alta 91 metri.

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I falsi miti della creatività

Vi proponiamo un ciclo di due letture tratte dal libro “Benvenuta creatività” di Isabella dell’Aquila e Alessandra Ferri (Franco Angeli, 2019). Attraverso le parole delle due autrici, ci muoveremo alla scoperta dei falsi miti che circondano la creatività e che, spesso inconsapevolmente, ci impediscono di sviluppare il nostro potenziale creativo.

I FALSI MITI DELLA CREATIVITÀ

Parte prima (potete leggere qui la parte seconda)

La creatività è un dono concesso a pochi
Nell’antica Grecia la creatività era ritenuta una dote propria solo degli dei per cui gli esseri umani potevano essere creativi solo grazie alle divinità ispiratrici. Niente di più falso: il talento creativo è innato in tutte le
persone. In alcune si manifesta in modo più spontaneo, in altre ha bisogno di essere coltivato e sviluppato. Purtroppo quando si passa ad attività più “serie” quali leggere, scrivere e far di conto, spesso, questo talento viene inibito da un approccio metodologico consolidato.

La creatività non si può insegnare
Non solo la creatività non è un dono per pochi ma è una capacità innata che può essere sviluppata. È quindi possibile allenare i ragazzi per fare emergere e sviluppare i fattori del talento. Sappiamo tutti che un bambino che vive in un contesto in cui è utilizzato un linguaggio particolarmente elaborato, svilupperà un linguaggio più sofisticato rispetto a quello di un bambino che vive in un ambiente meno stimolante.

La creatività è produrre delle idee
Non basta produrre delle idee originali per poi conservarle nel cassetto. Essere creativi non vuol dire soltanto pensare in modo creativo, ma agire in modo creativo, anche nelle piccole cose. Infatti il metodo creativo prevede cinque tappe di cui l’ultima è l’applicazione. I nostri piccoli esploratori impareranno a non fermarsi davanti alle prime difficoltà e diventeranno dei conquistatori, pieni di forza e di volontà, per concretizzare le loro idee.

La creatività è solo per i geni, più si è intelligenti più si è creativi
Ma quale tipo di intelligenza? Tendiamo a identificare e a ridurre l’intelligenza alla pura logica aristotelica, arricchita da un pre-definito bagaglio culturale, ma sappiamo che ci sono vari tipi di intelligenze. Essere creativo significa sapersi muovere creando ponti tra vari tipi di logica e tra vari elementi di saperi. Quindi incoraggiare la creatività del bambino non è per farlo “diventare un genio”, ma per portarlo a sviluppare e a realizzare le proprie
potenzialità. Non è da poco!

La creatività è più per i giovani che per i vecchi
La migliore definizione di creatività è: produrre delle idee nuove e utili assemblando degli elementi pre-esistenti. Ora più si hanno elementi immagazzinati nella nostra mente, maggiori saranno le probabilità di formare delle nuove associazioni, e un adulto possiede più informazioni. Di contro, nei giovani può manifestarsi un certo di tipo di spontaneità, soprattutto nel fare domande che gli adulti non si permetterebbero. La ricchezza dell’energia dei giovani unita alle conoscenze e esperienze degli adulti può portare a delle vere e proprie rivoluzioni. Viva la forza della diversità nel gruppo!

La creatività vuol dire essere liberi e senza regole
Nell’opinione comune il gioco è associato al mero divertimento e alla futilità, eppure il gioco è un’attività cognitiva a pieno titolo. Così come ogni gioco ha le sue regole, l’applicazione delle tecniche creative e del metodo creativo è rigorosa. In ogni sessione creativa devono essere applicate le regole della ruota libera e ogni tappa del metodo deve necessariamente rispettare e tenere separate le due fasi, divergente e convergente.

La creatività non è per le persone serie
“Siamo qui per imparare, non per giocare. Adesso facciamo le cose sul serio”. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Eppure la creatività è un mezzo indispensabile per acquisire nuove competenze e misurarsi con il mondo circostante adattandosi alle diverse circostanze della vita.

La creatività è un atto solitario
Normalmente siamo portati ad attribuire delle scoperte originali a una singola persona trascurando gli sforzi e l’impegno che hanno preceduto la loro realizzazione. Anche se l’idea originale può nascere da una singola mente, la stragrande maggioranza delle idee viene realizzata da più persone per concretizzare il progetto. Per esempio, Leonardo da Vinci e Michelangelo erano aiutati da capomastri e artigiani per realizzare le loro opere.
La quarta regola del brainstorming o “ruota libera”, che vedremo qui di seguito, parla di molteplicità sistematica, mettendo l’accento sul fatto che un’idea creativa è spesso realizzata dall’apporto di più persone che fanno parte di un gruppo di lavoro.

BIBLIOGRAFIA
Isabella Dell’Aquila, Alessandra Ferri, Benvenuta creatività, Franco Angeli, 2019

FONTE
E-book Franco Angeli

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I bambini sono straordinariamente sensibili. Non confondiamoli.

Questa lettura scelta chiude un ciclo di tre letture tratte da “Il bambino in famiglia”, che contengono i tre principali consigli di Maria Montessori alle madri (e, aggiungiamo noi, ai padri).
Vi consigliamo di leggere anche le altre due letture del ciclo, “L’insegnamento più importante di Maria Montessori alle madri“ e “Assecondiamo il desiderio di attività del bambino“.

“Il terzo principio è: poiché il bambino è assai sensibile, più di quanto si creda, alle influenze esteriori, dobbiamo essere molto guardinghi nei nostri rapporti con lui.
Se noi non abbiamo sufficiente esperienza o non sufficiente amore per poter distinguere tutte le fini e delicate espressioni della vita infantile, se non le sappiamo rispettare, ci accorgeremo di esse solo quando si manifesteranno violentemente; a questo punto il nostro aiuto arriverà troppo tardi. Per lo più ci accorgiamo di non aver appagato un bisogno del bambino solo quando ce ne avvertono le sue lacrime e allora ci affrettiamo a consolare il piccolo piangente.

Tanto se consoliamo il bambino, quanto se lo lasciamo asciugare da solo le sue lacrime, noi trascuriamo quello che veramente gli abbisogna. La causa essenziale di questo pianto ci sfugge perché è troppo sottile, eppure in essa sta la spiegazione di tutto. Elena, una piccola bambina che non aveva ancora un anno, diceva spesso una parola in dialetto catalano: «pupa» che vuol dire «male». Però non piangeva mai senza una ragione evidente. Osservammo ben presto che diceva «pupa» quando provava qualsiasi spiacevole impressione; se urtava in qualche oggetto duro, se sentiva freddo, se per caso toccava una lastra di marmo o se passava la mano su di una superficie ruvida. Era ben chiaro che voleva farsi capire da coloro che le stavano attorno. Le rispondevano con una parola di compassione e le davano un bacio sul ditino che essa tendeva come per mostrare dove le faceva male. Essa osservava attentamente quello che le si faceva e, appena contentata, diceva: «Pupa no», cioè: il mio male è scomparso, non occorre più che mi consoliate. A questo modo osservava attentamente le proprie impressioni e quelle dell’ambiente. Non era una bambina viziata, perché non la si copriva di carezze e la si consolava solo per quel tempo che essa desiderava. Ma questo accondiscendere col nostro conforto alle sue impressioni era un aiuto per chiarire le sue osservazioni e sviluppare il suo istinto sociale. Ciò le serviva anche di controllo e di appoggio nelle prime esperienze della vita. La sensibilità fine e ingenua della sua natura si sviluppava senza inceppi. Non le dicevano: «Non è nulla», quando dichiarava di provare qualche sentimento spiacevole; ammettevano l’impressione sgradita e cercavano di consolarla con la tenerezza, senza peraltro dare eccessivo peso alla cosa. Dire a un bambino che sente male: «Non è nulla!» significa confonderlo, perché si nega la sua impressione mentre egli vuol averne da noi la conferma”.

FONTE: Maria Montessori, Il bambino in famiglia, Garzanti, 2018

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Assecondiamo il desiderio di attività del bambino

Questa lettura fa parte di un ciclo di tre letture tratte da “Il bambino in famiglia”, che contengono i tre consigli di Maria Montessori alle madri (e, aggiungiamo noi, ai padri).
Vi consigliamo di leggere anche “L’insegnamento più importante di Maria Montessori alle madri” e “I bambini sono straordinariamente sensibili. Non confondiamoli“.

“Il secondo principio è questo: bisogna assecondare quanto più è possibile il desiderio di attività del bambino; non servirlo, ma educarlo all’indipendenza*.
Il bambino si sviluppa secondo natura, è vero, ma appunto perciò ha bisogno di esercitarsi molto. Se gli manca l’esercizio, la sua intelligenza rimane in un gradino inferiore; direi quasi che vi è una specie di sosta nello sviluppo di quei bambini che da piccoli sono sempre stati sorretti e guidati. Chi non sa rispettare le manifestazioni dei piccoli, fin dai primi pasti, dopo l’allattamento, caccerà loro brutalmente in bocca il cucchiaino della pappa. Invece, se si farà sedere il bambino al suo tavolino lasciandogli il tempo necessario per mangiare, si vedrà subito la sua manina afferrare il cucchiaino e portarlo alla bocca. Questo è certo un grande compito per una madre e ci vuole molta pazienza e molto amore; la madre deve nutrire contemporaneamente il corpo e lo spirito, ma lo spirito deve avere la precedenza. Occorre che essa lasci da parte momentaneamente i suoi concetti – certo lodevolissimi – riguardo alla pulizia, poiché in questo caso essi hanno un valore del tutto secondario. Il bambino che comincia a mangiare da solo non sa certo farlo bene e per conseguenza si insudicia molto. Ebbene, si sacrifichi la pulizia al suo giustificato impulso di attività. Nel corso del suo sviluppo, il bambino perfezionerà i movimenti e imparerà a mangiare senza insudiciarsi. La pulizia, quando è conquistata così, rappresenta un vero progresso, un trionfo per lo spirito infantile. Lo sforzo di volontà di cui il bambino è capace si dimostra in una quantità di esercizi ragionevoli che egli compie continuamente. Assai prima di parlare, anzi, assai prima di camminare – già verso la fine del primo anno di vita – comincia ad agire, come se obbedisse a una voce interiore. I suoi tentativi per mangiare da solo adoperando il cucchiaino sono commoventi: non riesce a portare alla bocca il cibo che desidera – ha fame – eppure respinge tutti quelli che lo vogliono aiutare. Soltanto dopo aver placato il suo bisogno di attività accetta l’aiuto della madre.

Un giorno, con un bambino di un anno che aveva appena imparato a camminare, ero in campagna su di un sentiero sassoso; il mio primo impulso fu di prendere il bambino per mano, ma mi trattenni dal farlo e cercai di guidarlo con le parole: «Cammina da questo lato!» – e «Bada, qui c’e un sasso!» – «Stai attento qui!». Egli ascoltava tutto con una specie di gioconda serietà e obbediva. Non cadde mai, né si fece male. Io lo guidavo passo passo col leggero mormorio della mia voce ed egli mi ascoltava attentamente e godeva così di poter compiere un’attività ragionevole, di comprendere le mie parole e di corrispondervi coi suoi movimenti. Guidare il bambino in questo modo: ecco il vero compito della madre. Il vero aiuto non dev’essere prestato per cose inutili o arbitrarie; deve corrispondere agli sforzi dell’anima infantile. Il presupposto dev’essere la comprensione della natura infantile e il rispetto per tutte le forme della sua attività istintiva”.

FONTE: Maria Montessori, Il bambino in famiglia, Garzanti, 2018

*In un articolo recente abbiamo trattato della differenza tra autonomia e indipendenza (l’autonomia, auspicabile, è quella che aiuta il bambino a regolarsi da solo; l’indipendenza, invece, mira esclusivamente ad allontanare il bambino da sé); in questo caso, la parola “indipendenza” utilizzata da Maria Montessori è ben più vicina al significato di autonomia.

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Maria

Maria è un nome di origine ebraica. Deriva dal nome Maryam, che significa “principessa”. Maria è un nome che si è diffuso principalmente negli ambienti cristiani, dov’era forte il culto di Maria, madre di Gesù.

CURIOSITÀ

L’onomastico del nome Maria si festeggia il 12 settembre.
Il colore legato al nome Maria è l’azzurro.
La pietra portafortuna per Maria è lo zaffiro.

maria significato del nome

Clicca qui per scaricare la scheda del nome Maria.

Scoprite anche:
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L’insegnamento più importante di Maria Montessori alle madri

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“Cercherò di enumerare i principi che possono servire alla madre per trovare la via più giusta.
Il più importante è: rispettare tutte le forme di attività ragionevole del bambino e cercare di intenderle.

Dirò prima di tutto di una bambina di tre mesi, un piccolo essere sulla soglia della vita. Questa bambina sembrava avere appena allora scoperto le sue mani e faceva ogni sforzo per osservarle bene, ma le sue braccine erano troppo corte e, per guardarsi le mani, doveva torcere gli occhi. Era dunque in grado di compiere uno sforzo abbastanza grande. C’era tanto da osservare intorno a lei, ma soltanto le sue manine la interessavano. I suoi sforzi erano l’espressione di un istinto, che sacrificava le proprie comodità per appagare un soddisfacimento interiore. Più tardi diedero alla bambina qualcosa da tenere in mano, da toccare. Lo teneva con indifferenza. Quell’oggetto, apparentemente, non la interessava. Aprì la manina e lo lasciò cadere senza punto curarsene. Invece il suo visino prendeva un’espressione intelligente ogni volta che si sforzava di afferrare oggetti con le manine – vicini o lontani – spesso senza riuscirvi. Osservava con aria interrogativa le sue manine, come per dire: «Com’è che qualche volta riesco ad afferrarli e altre volte no?». Evidentemente il problema della funzione delle mani aveva attirato la sua attenzione. Quando poi questa piccina arrivò a sei mesi, le diedero un sonaglio con un campanellino d’argento. Glielo misero in mano, aiutandola a scuoterlo per far suonare il campanellino. Dopo qualche minuto la bambina lasciò cadere il sonaglio. Lo raccolsero e glielo diedero nuovamente, e così per molte volte. Sembrava che la bambina avesse uno scopo nel far cadere il sonaglio e nel rivolerlo subito dopo. Un giorno, mentre lo teneva ancora nella manina, cominciò, invece di aprire, come al solito, tutta la mano, a sciogliere prima un dito, poi un altro e un altro; finalmente si aprì anche l’ultimo ditino e il sonaglio cadde a terra. La piccina si guardava le dita con la più grande attenzione. Rifece il movimento continuando a guardare le sue piccole dita. Quello che l’interessava non era evidentemente il sonaglio, ma il gioco, la «funzione» delle dita che sapevano tenere quell’oggetto, e quest’osservazione le procurava gioia. Prima la bambina aveva forzato gli occhi in una posizione incomoda per poter osservare la mano, ora ne studiava il funzionamento. La madre saggia si limitava a raccogliere pazientemente e restituire il sonaglio. Prendeva parte, così, all’attività della sua figliolina e capiva la grande importanza che aveva per lei il ripetersi di questo esercizio. Questo è un piccolo fatto, che spiega i bisogni più semplici di un bambino nella sua prima età.

Forse molti dubiteranno che vi sia nei più piccini questa vita interiore. Bisogna, certo, imparare a capire il linguaggio dell’anima che si forma, come ogni altro linguaggio, se si vogliono conoscere le necessità dei piccoli esseri e persuadersi della loro importanza per la vita che si sviluppa. Il rispetto della libertà del bambino consiste nell’aiutarlo nei suoi sforzi per crescere.

Un altro caso. Un bambino di circa un anno guardava un giorno delle figure che la madre gli aveva preparato già prima ch’egli nascesse. Il piccino baciava le figure dei bimbi ed era attirato specialmente dalle figurine più piccole. Sapeva anche distinguere le immagini dei fiori e le avvicinava al visino facendo mostra di odorarle. Era chiaro che il bambino sapeva come ci si comporta coi fiori e coi bambini. Alcune persone presenti trovarono che il piccino aveva una grazietta inimitabile e si misero a ridere e cominciarono a fargli baciare e odorare una quantità di oggetti, ridendo di queste sue manifestazioni, che a loro sembravano buffe, e alle quali non annettevano nessun significato. Gli diedero dei colori da odorare e dei cuscini da baciare, ma il piccino divenne tutto confuso e dal suo visino era scomparsa quell’espressione attenta e intelligente che dianzi lo abbelliva tanto. Prima era stato tutto felice di saper distinguere una cosa dall’altra e di esplicare l’attività corrispondente: era questo un nuovo, importante acquisto della sua intelligenza, questa occupazione ragionevole l’aveva reso completamente felice. Ma egli non aveva ancora la forza interna per difendersi dalla intromissione brutale degli adulti. Così finì col baciare e odorare tutto indistintamente, ridendo nel veder ridere coloro che lo attorniavano e che gli avevano sbarrato la via per evolversi indipendentemente. Quante volte facciamo qualcosa di simile coi nostri bambini senza saperlo!”

FONTE: Maria Montessori, Il bambino in famiglia, Garzanti, 2018

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