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LASCIAMO CHE I BAMBINI SI ASSUMANO LE PROPRIE RESPONSABILITA’

Come affrontare il tema della responsabilità in famiglia? Secondo l’educazione democratica di Alexander Neill, i genitori dovrebbero limitarsi ad evitare che i bambini si facciano male in modo serio.
Ecco il resoconto della sua esperienza a Summerhill (la Summerhill School, scuola basata sui principi della pedagogia libertaria, fondata da Neill nel 1921 e attiva ancora oggi):

In molte famiglie l’io dei bambini viene soffocato perché i genitori trattano i figli come perpetui lattanti. Ho conosciuto una ragazza di quattordici anni alla quale i genitori, per sfiducia, non permettevano nemmeno di accendere il fuoco. I genitori, con le migliori intenzioni, tendono ad allontanare dai figli qualsiasi responsabilità…
A Summerhill non domandiamo ai bambini di cinque anni se vogliono o no il parafuoco. Non domandiamo ad un bambino di sei anni che ha la febbre se vuole uscire o no. E nemmeno domandiamo ad un bambino esausto se vuole andare a letto o meno. Non si deve chiedere ad un bambino ammalato il permesso di dargli le medicine. Ma l’imporre l’autorità ad un bambino piccolo, un’autorità necessaria, non deve mai venire in conflitto con il principio che al bambino si deve dare tutta la responsabilità che alla sua età è in grado di accettare. Nel determinare che grado di responsabilità si deve dare ad un bambino, i genitori devono fare un esame di coscienza. Devono prima di ogni altra cosa esaminare se stessi.
I genitori che non permettono ai bambini di scegliersi da soli i vestiti, lo fanno in genere perché pensano che questi possano sceglierli non consoni alle condizioni sociali dei genitori. I genitori che censurano le letture dei loro figli, o i loro spettacoli cinematografici, o i loro amici generalmente tentano di imporre ai figli le loro idee in maniera coercitiva. Questi genitori adducono semplicemente come scusa la pretesa di sapere quale sia il meglio, mentre ciò che li spinge a comportarsi in questo modo è facilmente il desiderio inconscio di esercitare qualche forma di autoritarismo. Nel complesso i genitori dovrebbero concedere ai figli tutta la responsabilità possibile, con il dovuto riguardo alla loro sicurezza personale. Solo in questo modo svilupperemo in loro la fiducia di sé“.

FONTI

  • A. S. Neill, Summerhill: un’esperienza educativa rivoluzionaria, Rizzoli, 1979

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Il problema dell’analfabetismo motorio

Quello dell’analfabetismo motorio è un problema preoccupante, che colpisce il nostro paese in misura significativa. Leggiamo il parere di due esperti, tratto da un articolo di Quotidiano.net:

Per le giovani generazioni si può parlare di analfabetismo motorio. Matteo Panichi, papà di due bimbi, è il responsabile della preparazione fisica delle nazionali di basket e ha una lunghissima esperienza nei settori giovanili. Quando si lavora con i più giovani sono evidenti tante carenze dal punto di vista motorio – aggiunge – . Ai ragazzi di oggi mancano i fondamenti di base. Penso, per esempio, alle capacità di coordinazione che si imparano con il gioco e l’esperienza. Non è luogo comune dire che è anche perché non ci sono più campetti e oratori
I dati dell’Istat confermano che siamo il Paese più sedentario d’Europa racconta Andrea Ceciliani coordinatore del Corso di Laurea in Scienze delle attività motorie e sportive dell’università di Bologna. Non bisogna assolutamente sottovalutare il fenomeno. I bambini di oggi hanno difficoltà che riguardano lo spazio e le capacità di movimenti. Esercizi che sembrano banali, come le capriole, ora bisogna insegnarli. Appunto per questo motivo l’idea di portare l’educazione fisica alle elementari piace a tutti. “Quella è l’età in cui si creano abitudini stabili”, aggiunge Ceciliani“.

Queste considerazioni portano a due conclusioni differenti: la prima è l’assoluta necessità di portare l’educazione motoria nelle scuole, cominciando dalla scuola dell’infanzia e passando per la scuola primaria. Praticare attività motoria seguiti da un docente specializzato è un fondamentale della buona educazione (tra l’altro, come abbiamo già spiegato in questo articolo, se i bambini si muovono migliora la qualità dell’apprendimento didattico nelle altre ore).
La seconda è il bisogno di ricostruire degli spazi di aggregazione infantile. Quello degli oratori di una volta era un modello vincente, aperto a tutti e sostenibile. Oggi stiamo assistendo a una progressiva scomparsa degli spazi dell’infanzia: si tratta di una cornice infelice, all’interno della quale la dipendenza digitale è un elemento secondario. La verità è che i nostri bambini, per varie ragioni, sono “imprigionati” nelle loro case e non trascorrono un tempo sufficiente all’aperto, in compagnia dei propri coetanei.

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ECCO PERCHE’ I DANESI RISPETTANO DAVVERO I BAMBINI

Leggendo “Il nuovo metodo danese“ siamo rimasti colpiti da un concetto chiave dell’educazione in danimarca. Stiamo parlando del barnesyn, che tradotto letteralmente indica il “ciò che il bambino vede“. Il concetto di barnesyn è molto forte in Danimarca: gli adulti trattano i bambini con dignità ma soprattutto, si sforzano di guardare le cose adottando la prospettiva dei bambini. In questo modo è più semplice comprenderne i bisogni reali e soddisfarli senza mancare loro di rispetto.

Jesper Juul, psicoterapeuta esperto di dinamiche familiari, ha spiegato la pari dignità come segue: Le persone hanno bisogno di essere viste, sentite e prese sul serio in quanto individui. Vale lo stesso per i bambini.
La domanda non è se gli adulti abbiano o meno il potere. Ce l’abbiamo sempre, anche quando ci sentiamo sopraffatti, dice Jesper Juul. Quel che dobbiamo chiederci è come scegliamo di usare questo potere. La pari dignità è l’opposto del rimprovero, della morale indotta, del giudizio e della mortificazione. Possiamo trattare gli altri con pari dignità anche quando siamo arrabbiati o tristi… 
Dobbiamo assumerci la responsabilità del potere che abbiamo“.

Comprendere il punto di vista del bambino, i suoi bisogni e le differenze tra i suoi pensieri e quelli degli adulti è la chiave per uscire dalla crisi genitoriale che viviamo.
Spesso consideriamo i bambini come degli adulti in miniatura; pretendiamo che ciò che ha valore per noi ne abbia altrettanto per loro, ma non è così. Il sociologo Neil Postman teorizzò la scomparsa dell’infanzia già negli Anni Ottanta. Purtroppo, la sua profezia si è avverata, danneggiando tutta la famiglia.
Per uscire da questa empasse, dobbiamo innanzitutto riprenderci il concetto di barnesyn: restituiamo ai bambini la propria dignità. Se non sai dove cominciare, noi abbiamo trovato estremamente utili (e pragmatici) i consigli operativi dello psicologo John Gottman. Li abbiamo raccolti in vari articoli: puoi cominciare dalle cinque fasi dell’allenamento emotivo o dai dieci comportamenti dei genitori allenatori emotivi.

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I BAMBINI E LA MORTE

Lavorare sulle emozioni non significa solo abbracciarsi e parlare insieme. Per essere efficaci, bisogna guardare al mondo delle emozioni nella sua complessità, senza trascurare le emozioni negative. Un esempio tipico è quello della morte: quanti programmi di educazione emotiva dedicano uno spazio alla morte? Eppure, tra gli eventi che ci riguardano, la morte è uno di quelli più intensi dal punto di vista delle emozioni.

A questo proposito, vogliamo riportare l’esperienza scolastica danese. In Danimarca, in linea con il principio di Autenticità, non si fa mistero della morte ai bambini. Al contrario, è uno dei temi che vengono affrontati a scuola. Ecco cosa ci racconta Jessica Joelle Alexander ne “Il nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità a scuola e in famiglia“:

La morte di qualcuno che fa parte dell’ambiente scolastico in modo più o meno diretto – può essere un insegnante, un collega, il parente di un alunno – si affronta in maniera molto diretta e ben strutturata. 
I bambini che entrano in contatto con la morte vengono sostenuti moltissimo. Esistono diversi protocolli a seconda della situazione cui devono rispondere e del livello di gravità, in modo che la scuola sia sempre preparata a ogni evenienza. C’è un protocollo che stabilisce anche come e quando parlare alla classe se qualcuno muore, per dare modo a tutti di esprimere le proprie emozioni, grandi o piccole che siano.
In particolare gli insegnanti prestano particolare attenzione a rintracciare eventuali sensi di colpa nei bambini, poiché si tratta di una reazione piuttosto frequente. 
Ci sono anche altre fasi importanti, dopo il funerale, dedicata a “ricordare di ricordarsi” chi non c’è più. I ragazzi sono invitati, ad esempio, a stabilire giornate speciali in cui commemorare la persona che se n’è andata o andare a visitare la sua tomba, oltre che a condividere e discutere temi complessi quali la tristezza, la perdita o il senso della vita“.

Accanto a questi protocolli scolastici, che vengono supervisionati e progettati con l’aiuto di psicologi specializzati, in Danimarca si fa un grande uso delle storie per affrontare il tema della morte. Ne avevamo già parlato a proposito dell’autenticità nelle fiabe danesi (basti pensare alla “Piccola fiammiferaia” di Andersen).

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IL GIOCO DEL SILENZIO

Il gioco del silenzio è uno dei giochi più conosciuti e utilizzati nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole primarie di tutto il mondo. Un tempo, il gioco del silenzio veniva proposto con l’obiettivo di educare i bambini all’ascolto e alla disciplina. Con una funzione simile lo troviamo anche nella proposta pedagogica montessoriana (ne abbiamo parlato nel nostro articolo sul silenzio secondo Maria Montessori). Tuttavia, se viene proposto in modo corretto, oltre a produrre silenzio riesce anche a coinvolgere i ragazzi.

IL GIOCO DEL SILENZIO: REGOLE

  • Si sceglie un bambino che si disporrà alla lavagna e prenderà un gessetto o un altro piccolo oggetto (una moneta va benissimo). Il bambino, poi, nasconderà l’oggetto in una mano, tenendola ben chiusa;
  • tutti i partecipanti devono osservare il massimo silenzio; trascorsi circa 15-20 secondi, il bambino sceglierà il più silenzioso tra i suoi compagni e gli mostrerà le mani;
  • il bambino scelto dovrà indicare una delle mani: se è quella in cui si trova l’oggetto nascosto, lo prenderà e andrà alla lavagna;
  • il gioco prosegue allo stesso modo: il bambino alla lavagna nasconde l’oggetto tra le mani e dopo 15-20 secondi sceglie il compagno più silenzioso.

Al termine del gioco, vincono tutti i bambini che hanno tenuto in mano l’oggetto almeno una volta. Se qualcuno è riuscito a tenerlo per due o più volte, viene proclamato campione del gioco del silenzio.

Ecco qualche consiglio che nasce dalla nostra esperienza di gioco:

  • stabilisci in partenza un tempo limite per il gioco, assicurandoti che non sia eccessivo: si potrebbe cominciare con 4 minuti per arrivare, con un po’ di allenamento, a 10;
  • per aiutare i bambini a focalizzare la loro attenzione sullo scorrere del tempo, utilizza un timer per conteggiare i 15 secondi di silenzio prima che il bambino alla lavagna scelga un compagno;
  • fai qualche prova per addestrare i bambini a compiere tutte le operazioni del gioco in perfetto silenzio (il compagno più silenzioso si può indicare toccandolo sulla testa, la mano scelta dal bambino può essere indicata con un dito e il passaggio del gessetto o della monetina dovrebbe avvenire senza alcun rumore).

ALTRI GIOCHI DA PROPORRE A SCUOLA

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Leggere ai bambini piccoli li aiuta a sviluppare il linguaggio

Leggere ai bambini fa bene. Ma se dovessimo quantificare gli effetti benefici delle letture quotidiane, che risultati otterremmo?

Il Professor James Law dell’Università di Newcastle ha coordinato una ricerca per analizzare gli effetti benefici della lettura sui bambini al di sotto dei cinque anni di età. La ricerca si è concentrata sull’analisi dei principali studi sulla lettura condotti negli ultimi 40 anni, al fine di verificarne l’attendibilità e misurarne gli effetti in modo sistematico e preciso.

I risultati hanno lasciato tutti a bocca aperta: i bambini ai quali genitori e educatori leggono frequentemente hanno un vantaggio di otto mesi nello sviluppo del linguaggio. Al Telegraph, il Professor Law ha dichiarato: “Sapevamo già che leggere ai bambini piccoli facesse bene allo sviluppo e, successivamente, ai risultati accademici, ma aver individuato un vantaggio di otto mesi è stata una scoperta inaspettata. Otto mesi significano una grande differenza nello sviluppo delle abilità linguistiche specialmente se si parla di bambini al di sotto dei cinque anni di età“.

Il punto è che le abilità linguistiche sono tra le più difficili da modificare una volta grandi. Quegli otto mesi di “vantaggio” non è detto che vengano recuperati dagli altri. Trasmettere un buon set di abilità linguistiche nei primi anni di vita (la fase della mente assorbente, come l’avrebbe definita Maria Montessori) significa dare una marcia in più ai ragazzi. Marcia in più che non deve essere vista come un vantaggio competitivo a scuola, ma come abilità per vivere bene, per costruire la propria identità e le proprie reti di relazioni.

Questa ricerca aiuta a capire l’importanza della lettura. Se stai cercando dei materiali per leggere anche tu alle tue bambine e ai tuoi bambini, dai un’occhiata alla nostra sezione dedicata alle storie. Troverai centinaia di testi per i più piccoli.

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