Blog

SMARTPHONE AL BANDO NELLE SCUOLE FRANCESI

Oggi è stata votata dall’Assemblea Nazionale francese la proposta di mettere al bando gli smartphone all’interno delle scuole elementari e medie. La proposta, appoggiata fortemente dal presidente Emmanuel Macron, ha percorso rapidamente il suo cammino verso l’applicazione; così, da settembre, gli “smartphone francesi” dovranno fermarsi all’ingresso degli istituti.

In teoria anche adesso il loro utilizzo sarebbe vietato in classe: gli smartphone dovrebbero rimanere negli zaini; tuttavia, i docenti non possono certo perquisire gli allievi e sequestrare eventuali telefoni accesi, né tantomeno possono e vogliono trasformarsi in gendarmi.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

In Italia, al contrario, il governo Gentiloni ha promosso la “politica di uso accettabile“, tollerando l’utilizzo in classe di smartphone e tablet. Si tratta di una politica ambigua, che ufficialmente permette il loro utilizzo solo a fini didattici; tuttavia, come può un insegnante vigilare sull’uso che venti o trenta studenti fanno dei loro smartphone e, al contempo, svolgere una lezione?

Qui puoi leggere vari approfondimenti sul tema, dal sito agendadigitale.eu.

SMARTPHONE SÌ O NO?

Sul tema, genitori e insegnanti sono spaccati a metà: da un lato, chi vorrebbe promuovere lo smartphone come strumento didattico, dall’altro chi lo ritiene uno strumento di distrazione di massa.

Esistono fondamentalmente due punti critici per cui lo smartphone in classe diventa un’ingestibile distrazione:

  • L’appeal di chat, app e videogiochi: pensare che uno studente con uno smartphone e una connessione veloce preferisca seguire la spiegazione e gli approfondimenti proposti dal docente invece di scrivere agli amici o divertirsi con un gioco online è simpatica utopia; i pediatri stanno lanciando appelli su appelli per limitare l’uso di smartphone e videogame a casa, perché a scuola le cose dovrebbero essere diverse?
  • L’impossibilità di vigilare sulle attività della classe: la situazione in classe è già critica; lo dimostrano i numerosi video e filmati che riprendono atti di bullismo di vario genere. Permettere l’uso libero degli smartphone rischierebbe di accentuare il fenomeno.

A favore, invece, dell’introduzione dello smartphone, vi sono:

  • I possibili usi didattici collaborativi 
  • La possibilità di attuare una didattica sempre più personalizzata, assistita dai media

A proposito dei possibili vantaggi degli smartphone in classe, ti suggeriamo di leggere questo articolo. Che, tuttavia, presenta un cono d’ombra: si parla prevalentemente dell’uso di uno smartphone/tablet da parte di docente e studenti insieme. Dunque, non ha a che vedere con il divieto per gli studenti di portare i loro dispositivi in classe, ma con il proibizionismo tout-court.

Per intenderci: potremmo adottare una soluzione ibrida, in cui ogni classe è dotata di smartphone, tablet e pc (siano essi della scuola, come sarebbe bene, o del docente, come soluzione temporanea e/o d’emergenza) ma al tempo stesso si vieta ai ragazzi di portare in classe i propri dispositivi.

Umberto Eco, a proposito di televisione, parlò di apocalittici e integrati, ovvero chi la condannava e chi la guardava con piacere. In questo caso, però, servirebbe un approccio differente: un’analisi realistica di limiti e potenzialità di questo strumento. Solo così potremo muoverci secondo una logica educativa invece che assecondando ideologie e partigianerie pedagogiche del “pro” e del “contro”.

Anche perché, lo stesso Eco, ha affermato in un’altra occasione che: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.
Non c’è incoerenza; il pensiero di questo grande intellettuale era complesso e aveva a che fare con la comprensione del fenomeno mediatico.
La scuola, però, si trova a dover prendere una decisione seria e pragmatica, qui ed ora.

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

La tecnica della pausa attiva

Art: Mark Bird

La lezione frontale rimane da sempre uno dei metodi più utilizzati dagli insegnanti: si tratta di un modello collaudato, relativamente semplice e che – non ce ne vogliano i fautori dell’apprendimento collaborativo – offre buoni risultati.

Tuttavia, non bisogna pensare alla lezione frontale come ad un momento di pura noia; esiste un filone di ricerca educativa che si è concentrato proprio sulle tecniche da inserire all’interno della lezione frontale per mantenere alta l’attenzione degli studenti. Un esempio è la tecnica delle carte delle risposte; un’altra proposta è la pausa attiva.

UN ESEMPIO DI PAUSA ATTIVA: PORTIAMO IL MOVIMENTO IN CLASSE

La pausa attiva nasce dalla considerazione che il movimento fa parte della vita di tutti i bambini; i bambini imparano muovendosi molto più di quanto potrebbe sembrare. E allora, perché non utilizzare proprio il movimento per realizzare dei micro-intervalli all’interno delle lezioni frontali, trasformando lo svago in un’occasione per potenziare gli apprendimenti?

Ecco un esempio:

IL GIOCO DELLE PALLE DI NEVE

Partecipanti: intera classe
Occorrente
: un foglio di un vecchio giornale per ciascun bambino
Tipologia: competitivo e collaborativo

  • Ad ogni bambino viene dato un foglio di giornale, che dovrà appallottolare per formare una “palla di neve”
  • Si divide la classe in due aree; poi si dividono gli studenti in due gruppi che si sistemeranno nelle due aree
  • Al “VIA!”, ciascuno studente lancia la sua palla di neve nell’area della squadra avversaria; i giocatori devono stare fermi e non possono buttare le palle di neve avversarie fuori dalla propria area
  • Trascorsi 30 secondi, il gioco si interrompe: vincerà la squadra che ha lanciato più palle di neve nell’area avversaria
  • Mentre gli studenti tornano ai loro posti, due di loro, uno per squadra, raccoglieranno le palle di neve e le butteranno nel cestino

Questo gioco ha una durata complessiva di 3-5 minuti; il lancio di palline inoffensive, in realtà, è un esercizio di potenziamento oculo-motorio che offre ai ragazzi un’occasione di movimento sempre più rara al giorno d’oggi (specialmente nelle grandi città).
L’insegnante dovrà stabilire precise regole all’inizio: evitare urla e strepiti, tornare al proprio posto in modo ordinato al termine della partita.

Il primo libro divulgativo in lingua italiana per promuovere la tecnica delle pause attive è “Maestra facciamo una pausa?” di Raffaella Mulato e Stephan Riegger, che offrono ai lettori una panoramica sulle sperimentazioni in atto oltre a dedicare un intero capitolo agli esempi pratici. Le pause attive sono esercizi brevi e sicuri, da svolgere in classe; possono durare uno o due minuti, massimo cinque. Il libro contiene anche un supporto multimediale, contenente diversi filmati che mostrano proprio come mettere in pratica la tecnica delle pause attive.

Se sei curioso di saperne di più, puoi leggere gratuitamente le prime 20 pagine del libro su Issuu, cliccando qui.

PRO E CONTRO DELLA PAUSA ATTIVA

I punti di forza di questa tecnica didattica sono:

  • Il fatto che piacerà moltissimo ai bambini 
  • Il mantenimento dell’attenzione attraverso le micro-pause 
  • La stimolazione motoria, che migliora la qualità dell’apprendimento ed è sempre più necessaria a bambini e ragazzi

Il principale svantaggio, invece, è:

  • La difficoltà di organizzare delle pause attive “disciplinate”; infatti, se i bambini si disperdono e non rientrano nei ranghi al termine di ciascuna pausa, si rischia di perdere molto più tempo. Inoltre, se non giocano in silenzio, potrebbero disturbare le classi vicine

Per ovviare a questo inconveniente, è necessario un certo allenamento da parte dei docenti. Da un lato, è una buona pratica la lettura attenta del testo “Maestra facciamo una pausa?”, che contiene numerose testimonianze ed esempi pratici; dall’altro, ci vorrà un po’ di esercizio.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

 

 

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

PHILOSOPHY FOR CHILDREN: EDUCHIAMO IL PENSIERO

philosophy for children

La Philosophy for Children (P4C) è uno fra i programmi di educazione al pensiero più conosciuti al mondo; cronologicamente la P4C è la prima esperienza di pratica filosofica nel contesto educativo.

P4C: COS’È E COME FUNZIONA

La Philosophy for Children o P4C, detta anche “ curricolo”, nasce alla fine degli anni 70 negli Stati Uniti per opera di Matthew Lipman, che volle attuare un progetto educativo di origine deweyana centrato sulla pratica del filosofare per generare una comunità di ricerca anche fra i più piccoli.

Il curricolo di P4C è un percorso di introduzione non alla filosofia ma al pensiero filosofico ed al filosofare intesi come peculiari modalità cognitive. E’ riconosciuto da studiosi come Gardner e Sternberg come il più completo programma di “educazione del pensiero” attualmente in uso a livello internazionale.

La P4C è costruita in base a precise coordinate di ordine pedagogico e psico-pedagogico, parte dal presupposto che si possa imparare a pensare e che tale processo di “costruzione del pensiero” avvenga sempre come “pensiero condiviso”, attraverso un ricercare insieme.

LA PRATICA: IDEE, MATERIALI, PROCESSO

In un setting educativo si crea una vera e propria comunità di ricerca; questa si avvale di:

  • un facilitatore, che può essere un insegnante, un pedagogista, uno psicologo, adeguatamente formato
  • materiali didattici di tipo dialogico-argomentativo, ovvero una serie di racconti in forma dialogica costruiti appositamente per stimolare l’indagine e la riflessione filosofica
  • i protagonisti: i bambini e i ragazzi

Il facilitatore non deve guidare il dialogo ma lo deve accompagnare con interventi mirati, egli deve conoscere in precedenza i temi e le idee guida intorno ai quali si svilupperà il piano di discussione e, quindi, il dialogo. I bambini sono in grado di mettere in circolo domande, ipotesi, idee, emozioni e punti di vista formando una comunità di ricerca con regole condivise, in cui ognuno si arricchisce reciprocamente.

Cosa si intende per dialogo? Il dialogo, secondo la Philosophy for Children è:

  • un processo di ricerca che presuppone: un problema come oggetto di indagine, un pensiero che indaga su un oggetto, un linguaggio attraverso cui il pensiero si esprime e si costruisce
  • una relazione pedagogica comunicativa che si configura come: relazione ermeneutica (ciò che orienta il dialogo è l’intenzione di comprendere il pensiero dell’altro), relazione epistemologica (ciò che muove il dialogo è la necessità di conoscere e ri-conoscere oggetti ed esperienze).

Il materiale da utilizzare deve essere:

  • materiale che pone problemi di natura filosofica;
  • materiale che tocca una pluralità di temi e che presenta una molteplicità di idee guida;
  • materiale di facile lettura e comprensione.
  • testi brevi, con pochi personaggi, focalizzati su uno o più temi importanti (ex. la giustizia, la verità, il dolore, la diversità etc.);
  • immagini ricche di simboli, evocative, oppure estremamente essenziali ma aperte ad una pluralità di interpretazioni;
  • pellicole che rappresentino una situazione, che narrino una storia, che inducano a riflettere senza avere intento esplicitamente didascalico;

Da evitare, secondo il protocollo, l’utilizzo :

  • testi troppo lunghi, complicati, con un numero eccessivo di personaggi;
  • materiali esplicitamente costruiti a scopo didattico ma per un uso diverso dalla discussione filosofica in quanto spesso già intenzionalmente indirizzati ad uno specifico obiettivo cognitivo;
  • materiali troppo poveri di contenuto o eccessivamente banali.

Esempi di materiale:

  • opere d’arte: un quadro, una scultura
  • racconti (“Il Piccolo Principe”, “La coscienza di Zeno”, “Gli indifferenti”)
  • film vari che toccano temi di natura filosofica (la morte, la solitudine, l’indifferenza, la scelta, l’esistenza di Dio, la comunicazione e l’incomunicabilità, il fluire del tempo storico)

Dopo aver scelto il materiale si passa alla redazione del piano di discussione che definisce un possibile nucleo di interesse a cui andrà ad indirizzarsi la sessione di lavoro e intorno cui verterà il dialogo.

Esso può essere realizzato:

  • formulando domande fondamentali e generali che evocano la definizione di un concetto (che cos’è la verità ? cosa significa decidere? tutti gli esseri viventi devono decidere?)

  • formulando domande specifiche che richiedono risposte in merito a: le cause, le origini, i motivi, le conseguenze, le implicazioni di un fenomeno.

I BENEFICI EDUCATIVI E FORMATIVI

La filosofia per i bambini proposta secondo il metodo Philosophy for Children offre diversi benefici:

  • mira a potenziare e sviluppare: abilità di ragionamento e di argomentazione, abilità di pensiero critico, abilità di pensiero creativo, abilità cognitive di altro livello e di ordine superiore, abilità meta cognitive, abilità di pensiero narrativo di matrice bruneriana;
  • sviluppa abilità di pensiero logico formale ed abilità di pensiero logico informale;
  • promuove dal punto di vista cognitivo le competenze trasversali (metodo di studio, abilità di pensiero, abilità logico-argomentative, relazionali, ecc.)
  • consente l’acquisizione e lo sviluppo di abilità sociali e socio-emozionali, (empatia, difficoltà di socializzazione, comportamenti violenti e fenomeni di bullismo)
  • favorisce l’acquisizione e lo sviluppo di competenze linguistico-espressive;
  • favorisce il rispetto e l’integrazione dell’altro da sé: un’educazione al dialogo interculturale e al rispetto delle regole democratiche.

a cura della dott.ssa Antonia Ragone
pedagogista e docente,
gestisce “educazione, promozione della salute e scenari pedagogici

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Esercizi per sviluppare grinta e resilienza

È facile motivare i bambini a fare qualcosa di semplice, ma quando ci scontriamo contro il muro della difficoltà, il gioco diventa molto più difficile. Qualsiasi campo, dall’arte allo sport (senza dimenticare la scuola), richiede dedizione ed esercizio per raggiungere dei risultati soddisfacenti.
Una premessa è doverosa: non intendiamo esaltare la cultura della competizione; quando parliamo di risultati soddisfacenti non intendiamo necessariamente il primeggiare. Il punto è un altro: se i bambini non raggiungono un certo grado di abilità, all’entusiasmo subentra la frustrazione e l’attività viene abbandonata.

Una tecnica che è stata studiata a lungo dai ricercatori è quella della pratica consapevole (deliberate practice): questa tecnica consiste nel ripetere degli esercizi per acquisire consapevolmente una determinata abilità (con l’obiettivo preciso di migliorare in futuro). I ricercatori suggeriscono che già dall’età di cinque anni sia possibile esercitarsi consapevolmente.

La pratica consapevole si appoggia su quattro principi fondamentali:

  • Si lavora sulle proprie debolezze: a differenza dell’approccio centrato sui punti di forza, nella pratica consapevole si lavora in modo mirato per superare le proprie debolezze e imparare a fare ciò che non si sa fare.
  • La concentrazione è essenziale: la pratica consapevole è impossibile in un ambiente ricco di distrazioni come smartphone, tablet e altre persone. Quando ci si esercita, parte dell’esercizio consiste nella scelta di un ambiente di lavoro tranquillo e privo di distrazioni.
  • Il feedback è fondamentale: la pratica consapevole è possibile e proficua soltanto se abbiamo una persona esperta (insegnante, coach) che ci restituisce un feedback al termine degli esercizi e in vista degli esercizi successivi.
  • Ci si allena fino a padroneggiare l’abilità: la pratica consapevole prevede che ci si eserciti fino a raggiungere un certo grado di padronanza dell’abilità sulla quale ci si sta esercitando. È importante che questo grado sia esplicitato fin dall’inizio.

La pratica consapevole è difficile: ecco perché è fondamentale motivare i ragazzi per evitare di disperdere le loro energie e per evitare che “gettino la spugna” abbandonandosi alle distrazioni. Ma come possiamo motivare i bambini affinché perseverino nella loro pratica? Ecco qualche idea:

  • Abituate i bambini a pensare che “sbagliare è OK”: il fallimento è una parte essenziale del processo di pratica consapevole. Si diviene maestri soltanto dopo aver imparato da centinaia, se non migliaia di errori e fallimenti. A questo fine, è utile raccontare ai bambini le storie di persone di successo che raccontano i propri errori e ciò che hanno imparato da essi.
  • Abituate i bambini a tollerare la frustrazione e la confusione: quando si lavora sulle proprie debolezze, la frustrazione e la confusione (la sensazione di “non capirci niente”) sono di casa. Questo non è un brutto segno: al contrario, indica che dobbiamo tenere duro e perseverare.
  • Mettete in discussione l’idea del talento: molti di noi hanno idea che il talento sia una capacità innata e che sia determinante nel successo. In realtà, i ricercatori hanno dimostrato che la pratica consapevole è due volte più importante del talento nel portarci all’eccellenza.

Sarebbe un errore pensare che la pratica consapevole sia un esercizio utile soltanto ai bambini: anche i grandi ne traggono un grande beneficio. Ecco perché è una buona idea ritagliarsi dei momenti per la pratica consapevole in famiglia, diventando degli esempi virtuosi per i nostri bambini.

Esercizi di resilienza per genitori

La resilienza è un tratto indispensabile per un genitore: serve per resistere alle notti insonni, ai mille impegni e ai problemi che si presenteranno giorno dopo giorno.

Essere resilienti (o diventare resilienti) non necessariamente ti porterà al successo; invece, ti insegnerà ad alzarti col sorriso tutti i giorni, a non gettare la spugna nemmeno di fronte ad una situazione disperata; la resilienza ti permetterà di piegarti senza spezzarti.

Come si allena la resilienza? Esiste un training specifico per imparare a rialzarsi dopo qualsiasi ostacolo? Oggi ti proponiamo due esercizi:

  • Impara dagli eventi: cosa hanno in comune una lezione di fisica, una corsa in un prato, una brutta indigestione e un matrimonio? Ciascuno di questi eventi può insegnarci moltissime cose; a patto, però, di imparare a guardare. Il primo esercizio di coaching per diventare resilienti è guardare ad ogni evento negativo della nostra giornata come ad un maestro che spiega. Cosa ci sta insegnando? Cosa possiamo imparare?
  • Per ogni situazione spiacevole, ammira ciò che di bello ti riserva: c’è sempre un altro lato della medaglia, fosse anche solo il sole che splende. Impara a concentrare la tua attenzione sul bicchiere mezzo pieno, sempre e comunque: ti sarà utile per affrontare i problemi con energia e lucidità.
  • Fa’ in modo di trovarti in situazioni più grandi di te; non importa quanto tu possa sentirti a disagio, non importa se diventa difficile conciliare tutti gli aspetti della tua vita; se hai una grande causa per cui batterti, nel suo nome sopporterai qualsiasi cosa: è quello che succede ad ogni genitore con i suoi figli.

I primi due esercizi si possono praticare anche insieme ai bambini; quando vi trovate in una situazione spiacevole (non trovate il gioco che stavate cercando al supermercato, è finita la cioccolata, avete perso un autobus), cominciate a ragionare su quel che potreste imparare da quella situazione e dai risvolti positivi che potrebbe portarvi. Se proprio non riuscite, esercitatevi prima con il problem solving e con il pensiero laterale: vi serviranno come allenamento per vedere le cose da più angolazioni differenti.

Una mamma col suo bambino – per fare un esempio tratto dalle nostre esperienze di vita – un giorno, persero un tram; abbattuti, si avviarono a piedi verso casa: fu così che scoprirono un quartiere della città che non avevano mai attraversato prima e, ciliegina sulla torta, scoprirono il negozio di granite più buono della città. Da quel giorno tornano a casa a piedi!

A proposito, hai fatto caso allo stretto legame che c’è tra resilienza e pensiero positivo? In effetti, le persone più tenaci, quelle che non si piegano di fronte a nulla, solitamente sono anche degli inguaribili ottimisti (e idealisti). Ecco perché conviene allenarsi insieme ai bambini: loro sono già campioni di pensiero positivo!

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
INGUGLIA C., LO COCO A. (2013), Resilienza e vulnerabilità psicologica nel corso dello sviluppo, Il Mulino, Bologna
TRABUCCHI P. (2007), Resisto dunque sono, Corbaccio

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Ogni problema ha una soluzione

Alessandro Magno, durante la sua campagna per conquistare l’oriente, si trovò di fronte ad una fortezza tra le montagne: vi era un unico sentiero che portava alla fortezza e assalirla passando da lì significava essere un bersaglio facile per gli arcieri nemici. Le pareti rocciose, però, erano verticali e perfettamente lisce; aggirare la fortezza sarebbe stato impossibile.

Il condottiero, dopo essersi consultato con i suoi consiglieri, con i generali e perfino con il suo maestro di retorica (che era Aristotele, ndr), concluse che l’unico modo per passare era riuscire ad attaccare la fortezza dall’alto; un assedio dal sentiero, infatti, sarebbe stato una sconfitta certa. In altre parole, il problema non era come attaccare la fortezza, ma come riuscire a scalare le pareti rocciose che la fiancheggiavano.

Alessandro, ebbe un’idea: utilizzò i pioli metallici che si utilizzavano per piantare le tende al suolo e li fece conficcare nella roccia, in modo tale da creare degli appigli; poi, fece passare una corda negli anelli di ciascun piolo: quel giorno nacque la scalata in cordata, la tecnica alpinistica che ancora oggi si utilizza per superare le pareti rocciose verticali.

Si narra che il comandante della fortezza, quando vide gli uomini di Alessandro sulle cime delle montagne, convinto di avere a che fare con delle divinità, si arrese senza lanciare neppure una freccia e consegnò loro le chiavi del bastione.

IL VERO PROBLEMA È INDIVIDUARE IL PROBLEMA

La storiella qui sopra, tratta dal testo di Giorgio Nardone Problem solving strategico da tasca, ci serve a comprendere una lezione preziosa: di fronte a un problema, è facile pensare che il problema sia trovare una soluzione. In verità, però, il vero problema è individuare il problema; questo è possibile solo se siamo in grado di scomporre i suoi elementi in modo abbastanza efficace e abbastanza creativo da trovare una strada alternativa.

Nel caso di Alessandro Magno, il condottiero si accorse che il punto non era tanto come assediare la fortezza, ma come scalare le pareti di roccia. Se si fosse concentrato sulle possibili tecniche per l’assedio, cercando un modo per arginare lo svantaggio dettato dalla posizione del sentiero, quasi certamente avrebbe perso.

Il segreto, in questo caso, è fare un passo indietro: invece di cercare una soluzione al problema, bisogna prima di tutto cercare di guardare il problema da punti di vista diversi. Per farlo, può essere di grande aiuto esercitare il proprio pensiero laterale.

Ecco come procedere nella pratica:

  • Sei di fronte ad un problema; prima di risolverlo, devi inquadrare per bene il problema
  • Immagina come un’altra persona potrebbe vedere il problema, dall’esterno
  • Solitamente interpretiamo i problemi sulla base dei nostri pregiudizi, dei preconcetti e spesso lo facciamo ricorrendo a stereotipi; è normale. Analizza uno ad uno gli elementi del problema e assicurati che non siano vittima dei tuoi preconcetti

In quest’ultimo caso, focalizzati su queste parole:

“Se si ha solo un martello, tutte le soluzioni avranno la forma di un chiodo”.
Bill Gates

Il trucco, è pensare che un martello potrebbe essere molto di più – o molto altro – che un semplice martello. Mettiti alla prova con un secondo problema: cerca di risolvere il test di Watzlawick; lo trovi qui:

Dopo averlo risolto, troverai anche degli altri approfondimenti per affinare la tua comprensione e la capacità di affrontare e risolvere problemi.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

IL MODO MIGLIORE PER INSEGNARE AI BAMBINI? IL GIOCO!

gioco del riordino

Sara ha un grosso problema con le sue due bambine, di 5 e 7 anni: non riesce in nessun modo a convincerle che devono riordinare la cameretta dopo averci giocato; per di più, trova i loro disegni e i peluches sparsi ovunque per casa. Sara, però, non vuole ricorrere alle maniere forti: la disciplina è sacrosanta, ma non è esagerato rimproverare o punire un bambino perché ha lasciato in giro i suoi giocattoli? Così, ha un’idea: rispolvera la token economy e la trasforma in un gioco.

Prepara un grande tabellone, con un percorso, simile a quello di un gioco dell’oca (un grosso serpentone formato da tante caselle). Poi, prepara tre pedine realizzando due semplicissimi origami colorati: uno per ciascuna delle sue bimbe e una per sé. Infine, prepara un gigantesco mostro da un foglio di cartoncino.

Sara mette le tre pedine colorate sulla casella 1 e il mostro sulla casella zero; poi, spiega alle sue bimbe le regole del gioco: ogni giorno che riordineranno la cameretta e i loro giocattoli, la sera, prima di andare a dormire, avanzeranno di una casella. Se raggiungeranno le caselle 5, 10 e 15, riceveranno un premio via via più grande.  Ogni sera, però, anche il mostro (che chiameremo “Disordinivoro”) avanza di una casella: se raggiunge una delle pedine, tutti quanti dovranno ripartire da capo. Il gioco, animato con entusiasmo dalla mamma, è un grande successo: per tutto il mese le bimbe riordinano la cameretta con impegno e dedizione, aiutate di volta in volta da Sara.

E così, è nata una nuova, buona abitudine: quella a riordinare gli spazi personali.

UN GIOCO PER IMPARARE A RIORDINARE? PSICOLOGICAMENTE GENIALE!

Sara ha improvvisato una soluzione sulla base della sua fantasia e del suo istinto di mamma (che spesso aiuta nel problem solving più di mille corsi!); in realtà, il gioco che ha escogitato è un’applicazione (nella variante “di percorso”) della token economy.
Si tratta di  una tecnica psicologica di stampo comportamentale utilizzata per incentivare i comportamenti positivi senza ricorrere alla punzione (che, in psicologia comportamentle, si chiama punizione positiva).

Nel suo caso, ha avuto il merito di trasmettere il suo entusiasmo alle bambine, partecipando al gioco insieme a loro.

PRO E CONTRO DEL “GIOCO DEL RIORDINO”

Il gioco del riordino, ovvero la versione “casalinga” della token economy ideata da mamma Sara, presenta alcuni notevoli benefici:

  • Offre alle sue bambine un contratto educativo chiaro e coerente: le piccole sapranno in qualsiasi momento a cosa vanno incontro agendo in un modo o nell’altro
  • Evita le sfuriate e le alterazioni, contribuendo ad un clima di serenità in famiglia
  • Utilizza premi e rinforzi che qualsiasi genitore elargirebbe ai suoi bambini come elementi per incentivare comportamenti positivi e socialmente utili

Purtroppo, la token economy, così come le altre tecniche di stampo comportamentale, non sono ben viste nel nostro paese; le si accusa di calpestare i sentimenti e l’individualità del singolo, di essere fredde e impersonali, perfino di distruggere la comunicazione tra educatore e educando.

A questo proposito, vale la pena citare due righe, magistrali, di Claudio Ajmone, noto psicologo piemontese: “Le remore sull’uso di questa procedura si possono superare se si considera che è generalmente usata laddove altre procedure hanno fallito, che come tutti gli interventi ha carattere di provvisorietà, che è certamente preferibile a procedure punitive (e sarebbe ipocrisia ignorare che esistono), che il dare e l’avere è nella logica della vita quotidiana”.

In ogni caso, la versione che ha utilizzato Sara prevede anche la partecipazione dell’adulto; non vi è quindi “freddezza” o distacco; al contrario, è riuscita a creare un clima di scambio e condivisione, pur senza rinunciare alla sua autorevolezza.

A proposito, questo gioco vale anche in classe, sai? Ne abbiamo parlato a proposito del Good Behaviour Game.

BIBLIOGRAFIA E APPROFONDIMENTI

  • AJMONE C. (1985), Token Economy, Dalla rivista Psicologia e Scuola, numero 23,Febbraio-Marzo 1985, Giunti Barbèra ed.
  • KAZDIN A. (1977), The token economy: a review and evaluation, Plenum Pub Corp
  • PARKER H. (1995), Behaviour management at home, Specialty Pr
  • TOKEN ECONOMY, in Portale Bambini, Glossario

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.