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Combattere l’apatia: riscopriamo la motivazione

Un mondo senza passioni

Bambini che non hanno voglia di giocare; bambini che non hanno voglia di studiare. Persone che vivono senza passioni e senza interessi. L’apatia è un problema del nostro mondo tanto quanto la frenesia.

L’apatia è la mancanza di reazioni emotive di fronte a una fonte di motivazione, ovvero uno stato di indifferenza nei confronti del mondo e dei suoi stimoli. Apatia non è depressione, in quanto l’apatico non sperimenta malessere psicologico per via della sua condizione.

Nel mondo ci sono sempre più bambini e genitori apatici. E’ un problema?

Riscopriamo la motivazione per vincere l’apatia

“I ricercatori hanno annunciato di aver finalmente trovato una cura per l’apatia. Purtroppo i pazienti non sembrano interessati.”

George Carlin

Per vincere l’apatia, dobbiamo riscoprire le motivazioni. Sin da bambini riceviamo mille stimoli, fino a rimanerne frastornati. Questo ci porta a due risultati: il primo, di fronte al troppo, va a finire che scegliamo il nulla. Secondo: viviamo senza mai scoprire cosa ci piace davvero.

Abbiamo cercato le soluzioni migliori per rivitalizzare la motivazione dei nostri bambini. Questi sono i nostri spunti:

  • Aiutiamo i bambini a scoprire cosa li appassiona. Senza obblighi e senza angosciarci; spesso sono loro stessi a chiedere e mostrarsi curiosi.
  • Non scegliamo noi per loro. Lasciamo che i bambini possano esplorare e seguire le proprie passioni.
  • Diamogli occasioni di confrontarsi con altri bambini che hanno le stesse passioni. Questo è anche un buon modo per socializzare, proprio come i bambini felici di una volta. Fare in compagnia è molto meglio che fare.
  • Insegniamogli a porsi degli obiettivi e delle sfide; senza esasperarle. Se non c’è competizione non c’è motivazione, ma senza esagerare. La sfida più grande è con se stessi.
  • Tempo libero: alla mente servono dei momenti di vuoto e di noia per poter rielaborare quello che sta facendo. Nel tempo libero diamo forma a noi stessi e facciamo un po’ di ordine mentale.

E se fossero mamma e papà ad essere un tantino apatici?

Succede. I ritmi di vita frenetici e la mancanza di tempo per sé stessi sono la causa principale di apatia in età adulta. Cosa fare in questo caso?

Prima di tutto: dovete prendervi del tempo per le vostre passioni. Cominciate con 15 minuti al giorno. Poi passate a 30. Se avete i bimbi per casa, abbiamo scritto una guida dedicata ad alcuni giochi che li tengono impegnati mentre voi fate altro. Anche la sabbia cinetica funziona bene allo scopo: sono giochi che stimolano i sensi e li fanno concentrare.

Una buona soluzione è scegliere un obiettivo (qualcosa che avreste voluto fare da bambini, una lingua da imparare, un libro da leggere) e un tempo limite per raggiungerlo.

Riscoprite l’empatia: emozionatevi ed emozionate, nelle piccole cose. Riscoprite un hobby, cucinate, prendetevi cura delle piante o dell’acquario. Impegnatevi ad essere d’esempio per i bambini, a fare tutto con entusiasmo.

#PROVIAMOCI!

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Genitori, siate felici: solo così lo saranno i vostri figli

Genitori, alleniamoci a credere in noi stessi: cresceremo bambini felici

Consigli e trucchi di sopravvivenza per imparare ogni giorno ad essere motivati e felici. Vi hanno detto che la buon’anima della Montessori insegnava l’autonomia. Vero. Che Goleman ha svelato al mondo i segreti dell’intelligenza emotiva. Vero anche questo. Vi hanno addirittura raccontato le sei regole d’oro per far mangiare le zucchine alle sette e mettere a letto i bambini alle nove sorridenti e radiosi come angeli. Vi hanno ricordato che i videogiochi fanno male, che bisogna portare i bambini al parco una volta al giorno insieme al cane, che devono dipingere e leggere fiabe danesi strappalacrime.

E’ stato tutto bellissimo ed istruttivo. Ora facciamo sul serio e diventiamo genitori coach. E allora la Montessori non serve?

Finora nessuno ha osato pronunciare il mantra che, dal giorno in cui siamo entrati in casa con il nostro fagottino, ci ripetetiamo tutti i giorni: “Cavolo se è difficile!”.
Nessuno ci ha detto la verità quando abbiamo deciso di mettere su famiglia: sarà complicato. Sarà faticoso. Non sempre sarà bello come lo avevate immaginato. Lo sapevamo, implicitamente, perché abbiamo visto le rughe solcare il volto dei vostri genitori negli anni, le amiche con le occhiaie dopo le notti insonni, i matrimoni saltare peggio che i petardi a Capodanno.

Ma solo dopo averci sbattuto la testa abbiamo scoperto che quelle difficoltà nascondono un grande segreto: si cresce insieme ai propri figli. E l’unico modo per dirsi felici è accettare questa verità: noi, con loro, siamo bambini che crescono ogni giorno. Impariamo allora a farlo al meglio con qualche spunto di riflessione e mirato.

Diventiamo coach di noi stessi. Saremo pronti ad essere allenatori emotivi dei nostri figli.

Prima domanda (da non fare): sono un bravo genitore? Partiamo da una domanda che non deve essere mai fatta. Nessuno qui vi sta chiedendo se vi sentite bravi o cattivi genitori. Nè ve lo chiederà mai.
E il motivo è semplice: non serve saperlo. Anzi, meno ci pensiamo, meglio è. In questo spazio chiediamo di pensare a noi stessi, soltanto a noi. Siamo uomini e donne, non dimentichiamolo, prima che genitori.

Prima lo capiremo, prima faremo nostra l’educazione alla felicità. Vogliamo aiutarvi a intraprendere un percorso incentrato su voi stessi, prima che sui vostri bambini. Crediamo che per rendere i concetti di empatia, resilienza, intelligenza emotiva parte del nostro bagaglio di competenze e risorse, si debba lavorare su di sé.

Chiediamoci se siamo felici, prima di pensare alla felicità dei nostri bambini. Domandiamoci se ci manca qualcosa e come raggiungerlo. Interroghiamoci su come cambieremmo la nostra vita. E facciamolo. In famiglia, sul lavoro, con i figli.

Ecco qualche spunto di riflessione e, per chi lo vorrà, un po’ di palestra delle emozioni da sperimentare insieme. Ultima dritta: parliamo, raccontiamoci e ascoltiamo. Noi vi proponiamo quotidianamente spunti di riflessione. Ma, se ci sono dubbi, chiedete senza paura.

L’educazione non cade dall’alto, ma si costruisce giorno dopo giorno. Cresciamo insieme ai nostri figli, non dimenticatelo. Come faccio ad insegnare la felicità al mio bambino? Ogni giorno, cara mamma o caro papà che ci leggi, alzati facendoti una domanda: cosa mi piacerebbe fare oggi? Questo prima ancora di chiederti cosa potrebbe piacere al tuo bambino. Ci sforzate di leggergli fiabe, di creare con loro, di dedicargli tempo. Spesso sacrificando (con gioia chiaramente) il nostro. Eppure non sempre siamo soddisfatti, spesso ci assale l’ansia di non fare abbastanza, di non essere all’altezza. Ecco, è arrivato il momento di imparare ad accettare la propria imperfezione. Tanto nessuno di noi è perfetto e ai bambini non interessa affatto (agli adulti che ci vogliono bene nemmeno).

Per crescere insieme, occorre trovare la quadra tra la propria felicità e quella dei propri figli. Mentre spesso ci dimentichiamo di noi stessi, nella frenesia di dare più che possiamo ai bambini. Riscopriamoci. Solo così i bambini scopriranno la felicità che è in loro. Riflettendosi nella nostra.

SPUNT-ESERCIZIO: lavoriamo con la tecnica del pomodoro

Qui vi proponiamo un esercizio, molto breve. Provate a farlo e scommettete sui voi stessi e sulla capacità di mantenere l’obiettivo, Si chiama tecnica del pomodoro: recuperate un timer da cucina (vi concediamo che non sia necessariamente un pomodoro). Puntatelo per dieci minuti, Ricordatevi che in quel lasso temporale esistete solo voi. Dimenticatevi del resto. Sembra una banalità. Ma è il primo passo verso l’autoconsapevolezza: ho dieci minuti in cui non sono mamma. Non sono papà. Sono soltanto io. Fatevi aiutare dall’altro genitore, se siete a casa con i bambini. O sperimentate quando siete soli. Dieci minuti non sono un’eternità.

Ma autoimporvi di ritagliarvi questo tempo è il primo segno di amore per voi stessi. Seguirà l’amore per i vostri figli, reso più armonioso dal vostro benessere.

a cura di Alessia de Falco

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Chi ha paura dei compiti? Come farli fare e controllarli.

Il Compitometro e altri spunti originali se i bambini non fanno volentieri i compiti

ETÀ: 6-11 anni

I compiti, questo nemico terribile. Ci hanno rovinato le domeniche e l’ultimo mese di vacanza. Eppure, di abolirli non si parla proprio. Anzi, molto psicologi ed educatori ne sostengono l’importanza. Ma cosa c’è di buono nei compiti?

  • i compiti insegnano il senso del dovere e della responsabilità
  • il problema non è se i compiti sono perfetti o meno. E’ importante che il bambino ce l’abbia fatta, che abbia perseverato e concluso il suo compito
  • imparare a fare i compiti vuol dire imparare a gestire la frustrazione, a non fare solo ciò che piace

E allora, vediamo come si possono aiutare i bambini a lavorare meglio e soprattutto in modo più responsabile.

La regola del tè e dei biscottini

aiutare i bambini a fare i compiti

E’ inutile dire ai bambini che i compiti sono divertenti, non ci crederanno e l’unica cosa che possiamo ottenere è una gran confusione nella loro testa. Non serve nemmeno fare i compiti al posto loro, perché così non imparano ad assumersi le proprie responsabilità. 

Invece, una buona soluzione pratica è quella di trasformare il momento dei compiti in un rituale. Il bambino è abitudinario, per cui avere uno spazio e un tempo sempre uguale lo rassicurerà. Dove e quando si fanno i compiti non è un dettaglio, è importantissimo! Scegliete un posto per i compiti e cercate di farli fare sempre nello stesso momento della giornata (es. sabato mattina).

I genitori possono aiutare notevolmente; basta essere accoglienti. Ad esempio, portare il tè coi biscotti a un bambino che fa i compiti. O una spremuta d’arancia. Insomma, non un premio ma un piccolo rinfresco che il bambino può associare allo sforzo di lavorare. Questo lasciandogli però la possibilità di concentrarsi. Essere accoglienti è il modo migliore di infondere sicurezza e aumentare la motivazione.

Prima o poi i bambini forzeranno quest’abitudine e proveranno a chiedervi il tè anche di domenica. La cosa migliore è però lasciare la magia dello spazio-compiti allo spazio-compiti. Quindi la cosa migliore è un po’ di fermezza.

Arrabbiarsi non serve

Ci stressiamo noi genitori e il bambino diventerà più insicuro. Non c’è davvero nessuna buona ragione per arrabbiarsi a causa dei compiti. Resistete anche alla tentazione di completare voi i compiti che mancano o correggere ogni errore: è importante che il bambino diventi responsabile di quello che ha fatto.

Stabilire un momento specifico per fare i compiti serve anche a questo: si evitano le sfuriate dell’ultimo minuto perché ci siamo accorti che mancava qualcosa.

Il Compitometro: auto-controllare i compiti in modo spiritoso

E’ la nostra soluzione “da battaglia”, si tratta di un tabellone con i vari giorni della settimana. Alla sera, dopo cena, è il momento di compilare il Compitometro: il bambino controlla i compiti che ha fatto e decide che valutazione assegnarsi. Si possono usare delle faccine colorate, dei simboli o quello che volete. Nascendo come gioco conviene cercare di renderlo un momento da vivere insieme, un momento di condivisione.

Il Compitometro ha alcune funzioni che lo rendono una strategia creativa efficace:

  • stando alle regole, è il bambino che si autogestisce le valutazioni; questo è importante per la sua autostima e per la sicurezza
  • chiedetegli perché si è dato un giudizio piuttosto che un altro: stimolerete il suo senso critico
  • con la scusa di un gioco potrete controllare ogni sera che abbia portato a termine i suoi compiti (e in caso intervenire in tempo utile)
  • si può sfruttare per eseguire il noioso controllo dei compiti giocando

Prepara il tuo compitometro

1) Comincia prendendo un foglio di carta o cartoncino. Noi abbiamo usato un foglio da disegno A3, ma può andar bene qualsiasi formato.
2) Scegli dove appenderlo: in cameretta o in cucina? Questo dipende molto dagli spazi che usate di solito. Se dopo cena i bambini vanno in camera ha senso metterlo lì, altrimenti è meglio una posizione più centrale.

bambini che non fanno i compiti
Il compitometro è una scheda giornaliera su cui assegnare una valutazione ai compiti fatti ogni giorno. Un modo giocoso per controllarli, stimolando il pensiero critico

3) Scegliete che simboli usare per valutare i compiti. Vanno bene i personaggi di un cartone o qualsiasi cosa attiri l’attenzione dei bambini e la loro curiosità. Magari, una forma che non sia troppo complessa.
4) E’ il momento di usarlo: ogni sera si fa un controllo e si segna l’autovalutazione corrispondente. Mi raccomando, la riflessione critica va molto bene ma non dite voi al bimbo come giudicarsi.

Esercizio per genitori coach: trasformiamo il momento dei compiti in uno spazio di attività creativa e stimoliamo la riflessione e il senso critico

Con gli esercizi precedenti del percorso genitori coach abbiamo imparato i giochi che rilassano i bambini, ma anche soluzioni creative per evitare i capricci e per i bambini che non vogliono mangiare. Questa volta mettiamo insieme le due cose: per affrontare con successo i compiti serve un ambiente rilassante ma anche tanta fantasia. Vi sentite pronti per sperimentare il Compitometro?

a cura di Alessia de Falco e Matteo Princivalle

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Evitare i capricci con un gioco: arriva il barattolo porta-capricci

Una soluzione tascabile per risolvere il problema dei capricci

ETÀ: 3-10 anni

Capricci, questi soliti noti. Chi di noi non si è ritrovato almeno una volta di fronte al proprio bambini urlante e scalpitante, senza alcuna idea su come calmarlo? Ebbene questo articolo fa al caso vostro. Come al solito, non vi stiamo per proporre una formula magica, ma un’idea salvavita nel momento in cui la situazione si fa ingestibile.

Una soluzione semplice è quella di lavorare sull’autocontrollo attraverso un gioco. Bisogna fare in modo che i bambini riconoscano quando stanno perdendo le staffe e riescano a fermarsi prima. Noi abbiamo provato con il barattolo porta-capricci, un gioco che aiuti i piccoli a controllarsi.
Provate, scoprire che basta davvero poco per gestire una situazione che tutti i genitori, prima o poi, vivono e temono.

Fermare i capricci dei bambini con il barattolo porta-capricci

I capricci sono molto diversi da vizi e brutte abitudini. Sono delle piccole esplosioni emotive in cui un bambino diventa irritabile e distruttivo. Nulla di cui preoccuparsi seriamente, ma avere una soluzione può essere un grande aiuto. I capricci dipendono da una mancanza di autocontrollo. Quindi, la cosa migliore è progettare un gioco che aiuti i piccoli a controllarsi, naturalmente prima che sia troppo tardi.

Gli esperti ci hanno insegnato alcune cose: ad esempio, a non assecondare i capricci e non cedere ai ricatti; poi, a non alzare la voce e a non esagerare coi premi per calmare i bambini. Già, ma a volte non è per nulla facile non alzare la voce. Alla ricerca di una soluzione creativa per risparmiarci i capricci, abbiamo inventato una specie di gioco a punti: il barattolo porta-capricci.

Ecco il gioco che evita i capricci

Il barattolo porta-capricci è una specie di salvadanaio in cui i bambini rinchiudono un “token” (ovvero una pedina, un segnalino) ogni volta che riescono a contenersi quando stanno per fare una scenata capricciosa.  Mamma o papà, se vedono che il bambino si è controllato (qui torniamo all’autocontrollo), gli danno un capriccio da mettere nel loro barattolo. Quando è pieno, ovvero quando abbiamo raggiunto il numero prestabilito di capricci da rinchiudere, si vince un piccolo premio.

Ma gli esperti saranno contenti di questa soluzione?

  • Ci aiuta a non alzare la voce, in quanto basta richiamare un bambino che sta per sbottare e invitarlo a calmarsi per avere il suo token
  • Ci aiuta a non cedere
  • Non asseconda il capriccio, in quanto lo fermiamo distraendo il bambino con il nostro gioco
  • Non si esagera coi premi: il premietto finale ricompensa l’autocontrollo nel corso del tempo ed è uno solo dopo dieci o venti capricci evitati

Quindi dovrebbe andar bene. Nella pratica l’esperimento è riuscito bene; bisogna ingegnarsi un po’ ad animare la cosa e dare molto peso al barattolo porta-capricci, ma i risultati ci sono stati!

Come costruire il barattolo porta-capricci

Come prima cosa scegliete il numero di capricci che andranno rinchiusi nel barattolo prima di dare un premio. Noi abbiamo optato per 20. I numeri bassi, tra dieci e trenta, funzionano meglio, soprattutto coi bambini più piccoli. Questo perché non hanno ancora sviluppato la capacità di concentrarsi per raggiungere un obiettivo lontano nel tempo.

A questo punto, dovrete realizzare i “token”, ossia i capricci da rinchiudere. Potete usare dei sassolini colorati, degli stecchini, delle palline. I più creativi potrebbero dipingere dei sassi-capriccio. Se cercate idee, potete dare un’occhiata alla nostra sezione creativa.

giocare coi capricci
Ecco dei token molto, molto originali

Infine, è il turno del barattolo: può essere un contenitore di plastica (meglio evitare il vetro visto che lo maneggeranno i bambini) trasparente o decorato. La scelta è tutta vostra e soprattutto dei bimbi. E’ possibile anche utilizzare un sacchetto di stoffa per contenere i capricci. In questo modo il bambino può tenerlo nello zainetto o nella giacca e averlo sempre con sé.

A questo punto dobbiamo scegliere il premio: i premi migliori sono piccole attività da fare tutti insieme, come andare a prendere un gelato. Quando si parla di premi, non giocate con l’affetto: non fare intendere ai bambini che se non riempiranno il barattolo gli vorrete meno bene. Basta una ricompensa golosa!
Fatto? Bene, siamo pronti ad utilizzare il nostro barattolo.

Esercizio n. 2 per diventare genitori coach: alleniamoci ad evitare i capricci attraverso qualche stratagemma creativo

Abbiamo già imparato alcune attività per tenere calmi i bambini per una mezz’ora. Se impariamo anche a evitare i picchi di emotività incontrollata, ne guadagneremo tutti in calma e serenità. Cosa ne dite di provare sul campo il barattolo porta-capricci e di escogitare altre soluzioni originali per risolvere il problema?
#proviamoci!

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Media Education a scuola: perché è importante insegnare i media

Cos’è la Media Education?

La Media Education (o educazione ai media) è il processo di insegnamento e apprendimento centrato sui media. I ragazzi educati ai media sono in grado di utilizzarli in modo critico e creativo, dando giudizi consapevoli sui messaggi a cui sono esposti.

Media Literacy

La Media Literacy, o alfabetizzazione ai media, è la competenza relativa ai mezzi e ai linguaggi della comunicazione; è saper leggere e scrivere i media.

Perché è importante la Media Education?

Immaginate un mondo in cui la pubblicità non ci persuade a comprare in modo indiscriminato; immaginate un mondo in cui le notizie non vengono copia-incollate da un social network all’altro; pensate a persone che utilizzino i media per trasmettere messaggi critici e creativi.

Questa non è utopia; è il risultato di un’autentica e capillare operazione di media education. E’ una società evoluta, responsabile e soprattutto padrona di sé. Non è un risultato scontato: il nostro cervello, se può, ci fa semplificare, ridurre, evitare di pensare. Diciamo così: siamo nemici naturali del pensiero critico, in quanto consuma energie in abbondanza. Conseguenza? Quel pensiero critico-creativo obiettivo della media education deve essere insegnato con abilità ed ingegno.

Media Education a scuola

Il primo luogo in cui è possibile fare media education è senz’altro la scuola. Si tratta di un insegnamento trasversale, che si può applicare tanto alla letteratura quanto alla storia e alle scienze.

Analisi delle fonti, per stabilirne l’attendibilità e la completezza, analisi del contesto in cui un’informazione ci viene fornita, analisi del messaggio. Sono tutte operazioni che si dovrebbero insegnare in modo trasversale, un vero e proprio metodo. Ecco, la media education dovrebbe configurarsi come un metodo per esplorare la conoscenza, critico e creativo per dirla con D. Buckingham.

Vediamo in concreto qualche esempio di attività per costruire un progetto di media education:

Realizzare un giornalino scolastico e analizzarlo in classe

Molte scuole dedicano tempo alla pubblicazione di un giornalino d’istituto. Eppure poche di queste fanno analizzare ai bambini come funziona un giornale; ancora meno sono coloro che organizzano laboratori con editori ed esperti del settore, che invece aiuterebbero moltissimo a comprendere.

Quindi, vediamo come produrre ed utilizzare un giornalino finalizzato alla media education, per punti:

  • prima della produzione, si tiene un modulo in cui si presenta il funzionamento di una testata giornalistica, meglio se con l’intervento di qualche esperto del settore; in questo modo tutti gli studenti avranno un’infarinatura di base
  • se optate per un giornale digitale o un blog di classe, potete fare la stessa cosa invitando un blogger o il responsabile di qualche sito o portale (se volete progettare un percorso con noi, scriveteci, siamo sempre disponibili a portare un contributo)
  • la redazione pubblica i contenuti, con dei precisi obiettivi: distribuire un certo numero di copie, diffondere solo contenuti utili e veritieri, realizzare un piccolo evento di presentazione; ricordatevi che per i ragazzi giocare a fare i redattori è un’esperienza formativa, bellissima ma anche impegnativa, sarà necessario molto sostegno da parte di insegnanti e famiglie
  • in classe si leggono gli articoli e se ne analizzano i contenuti, le fonti, lo stile

Analisi delle informazioni

In un mondo dove qualcuno ha racimolato milioni grazie a siti di bufale, è fondamentale insegnare ai bambini il ciclo delle notizie. Quest’attività è trasversale, si applica alla storia come alle scienze e alla letteratura. Insegnate a fare ricerche, a valutare l’attendibilità delle fonti. Ecco tre linee guida per lavorare in classe:

  • Da dove vengono queste informazioni? Si tratta di una fonte attendibile? E’ sicuro utilizzarle?
  • Informazioni, pubblicità, etica dell’informazione (per la scuola media però, i bambini della primaria sono un po’ piccoli per capire il nesso tra gli argomenti)
  • Integrazione di fonti diverse: oltre il copia-incolla. La società digitale sta perdendo la capacità di riflettere e rielaborare le informazioni a cui è esposta, finendo per limitarsi a copiare stralci e assemblarli insieme.

Approfondimenti

Oltre ai testi di D. Buckingham, del quale citiamo Media Education, manuale decisamente scorrevole e utile agli insegnanti e agli educatori per impadronirsi della materia, possiamo citare P. C. Rivoltella con il suo Le virtù del digitale. Questi due sono pietre miliari per chi abbia a che fare con i ragazzi: infatti, è necessario conoscere, comprendere e saper sfruttare i nuovi media digitali.

Esiste inoltre una rivista scientifica gratuita, Media Education, a cura dell’associazione MED media education. E’ sufficiente registrarsi in modo gratuito per poter leggere le rassegne di articoli sull’argomento, a cura di docenti universitari ed altri esperti del campo.

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La Demenza Digitale, ovvero: perché internet ci rende stupidi. E’ il titolo di un bellissimo saggio, ma soprattutto un’evidenza basata su alcune importanti ricerche scientifiche. Cosa è emerso dall’analisi delle capacità dei nativi digitali?

Educazione Emotiva a scuola. Se siete così lungimiranti da studiare la media education, probabilmente avete già sentito parlare di educazione emotiva. Ecco tre semplici proposte per metterla in pratica in classe.

Fake news

L’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli ha pubblicato un interessante osservatorio digitale (puoi leggerlo gratuitamente qui), che analizza le abitudini digitali degli italiani e la qualità del nostro ecosistema digitale. È allarme fake news.
Il 44% degli intervistati sostiene che l’ecosistema digitale sia invaso di fake news. Purtroppo, però, solo tre italiani su dieci (34,54%) riescono a distinguere una notizia vera da una falsa. Il dato peggiora ulteriormente per quanto riguarda notizie e profili Facebook: meno di due italiani su dieci (17,17%) riescono a distinguere i falsi sulla famosa piattaforma social.
Colpa dei media digitali (che sviluppano strategie sempre più sofisticate per promuovere le notizie false) e della disintermediazione, che permette a chiunque di pubblicare. Ma non è raro vedere fake news su giornali e riviste autorevoli.

Il tema delle fake news, particolarmente attuale, riveste una certa importanza educativa. Rispetto ad una volta, oggi l’informazione pesa in modo molto maggiore sulla vita delle persone. L’educazione deve tenere conto di questo fatto e promuovere la valorizzazione di tutti quei meccanismi utili a combattere il sovraccarico cognitivo e il condizionamento da fake news.

La soluzione, ieri come oggi, è educare al giornalismo e all’informazione (lo sosteneva, tra gli altri, Umberto Eco). Qualche tempo fa abbiamo suggerito l’importanza di leggere i giornali e le notizie in classe. Molti di voi, ci hanno fatto notare che gli articoli di giornale sono scritti sempre peggio, con una qualità dell’informazione scandalosamente bassa.
Tuttavia, se vogliamo costruire un ecosistema migliore, dobbiamo partire proprio da lì. L’esercizio potrebbe spingersi oltre la semplice lettura, passando attraverso la rielaborazione dell’articolo in modo tale da produrre un testo di qualità. Fuggire dalle notizie per timore del falso e della mediocrità non migliorerà la qualità di quel che leggiamo. Solo la coscienza critica e la partecipazione attiva alla costruzione dell’informazione può farlo.

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Come Insegnare ai Bambini a Disegnare

Come si insegna ai bambini a disegnare?

Il disegno è spontaneo nel bambino. Tuttavia, è possibile insegnare a disegnare ai bambini rapidamente e con precisione seguendo questa scaletta: 1) insegnando a tracciare le linee e le forme, 2) insegnando a colorare le figure rispettando i bordi esterni e 3) insegnando ad osservare.



L’importanza del disegno come strumento espressivo

In tutte le culture i bambini fanno uso del disegno, ma il suo sviluppo dipende dall’ambiente. Il disegno è un mezzo molto importante per comunicare le proprie emozioni, i propri stati d’animo quindi date molta importanza già nei primi anni. La cosa migliore sarebbe incoraggiare i bambini a fare scarabocchi e a giocare coi colori già nei primi due anni di vita.

Proprio come la scrittura, anche il disegno e la pittura sono strumenti per incanalare le proprie emozioni. Ovviamente non possiamo chiedere l’impossibile: un bambino di due anni non sarà mai in grado di dipingere perfettamente un albero. Qualche tempo fa avevamo pubblicato un articolo in cui si parlava di come i bambini imparano a disegnare, nel corso della crescita, che vi suggeriamo per un’idea generale.

Non ci stancheremo mai di ripetere l’importanza delle emozioni: disegnare può essere un bel modo per mettere su carta il proprio stato d’animo.

Prima di insegnare a disegnare, insegnare su cosa si disegna

Può sembrare ovvio, ma per un bambino è molto meno ovvio che sui muri non si disegna e che i mobili del ‘600 del nonno non sono il posto giusto per far pratica con le tempere. Sin da piccoli, insegnate ai vostri bambini su cosa si può disegnare e cosa invece non si deve toccare! E permettetegli di sperimentare più materiali e di far pratica su fogli, cartoncini, scatole e quant’altro.

Alla base del disegno c’è l’osservazione

Crescere in un ambiente ricco di stimoli visivi produce schemi grafici migliori rispetto a chi non ha simili opportunità. Questo può essere un suggerimento interessante per i genitori: fornire ai vostri bambini libri illustrati, immagini da colorare e tante, tante foto svilupperà in loro una maggior motivazione al disegno, determinando di conseguenza un incremento delle loro abilità.

Potete utilizzare come modelli le immagini dei loro personaggi preferiti, ma anche figure geometriche o elementi naturali. Insomma, un ambiente sensibile all’arte è il miglior terreno perché si sviluppi nei bambini la passione per il disegno. Lasciate che i bambini sfoglino riviste o fumetti, ammirino le insegne e i palazzi della città; è importante riuscire a cogliere un’immagine nella sua interezza e fissarla a mente per riuscire più avanti a riprodurla.

Albi illustrati: guardare per imparare a disegnare

Una buona pratica è quella di regalare ai bambini qualche albo illustrato, meglio se le figure sono lineari e non troppo dettagliate. Questo facilita il passaggio dall’osservazione alla raffigurazione. Il nostro consiglio è di non esagerare col numero: bastano pochi libri, puntate sulla qualità! I bambini si affezioneranno a uno o due albi al massimo, che porteranno sempre con sè, è inutile che riempiate loro una libreria.

Eccezionale la serie dedicata a Tutino: pochissime linee e colori, forme elementari ma curatissime. Secondo noi è un buon esempio per favorire l’assimilazione delle forme. Qui trovate l’albo: Tutino e il vento e qui la nostra recensione: Tutino.

forme semplici per insegnare a disegnare
Forme semplici e con pochi colori sono ideali per essere imitate dai bambini attraverso il disegno

I primi passi per far disegnare: forme e figure

Tra i 3 e 4 anni i bambini iniziano a rappresentare gli oggetti costruendo le figure a blocchi (per avere qualche informazione sulle fasi del disegno infantile consigliamo la guida: come disegnano i bambini? ). In questa prima fase l’obiettivo dell’apprendimento è riuscire a costruire figure geometriche con tratto fermo, oltre alla capacità di metterle insieme.

Suggerimenti operativi? Date ai bambini dei fogli con qualche figura costruita con forme geometriche e tanto spazio libero: potranno esercitarsi a copiarla e lavorare in autonomia sul tratto. Il disegno non deve mai essere imposto. Evitate di pressare i bambini e sfruttate la loro naturale curiosità.

Disegno a mano libera e copie

Dopo i 5 anni sarà possibile cominciare a dare ai bambini dei modelli da copiare e possiamo aspettarci che le figure a blocchi vengano sostituite da riproduzioni più fedeli della realtà. I bambini disegnano per imitare la realtà ma possiamo insegnar loro a disegnare imitando un altro disegno; proprio questo è il segreto per far sviluppare delle buone doti artistiche.

Con l’ingresso alla scuola primaria potrete cominciare ad insegnare a giocare utilizzando le guide che, passo dopo passo, spiegano come realizzare un disegno ben costruito. Ricordatevi però che deve essere sempre un gioco.

Colorare: l’arte di rispettare i contorni

Una volta terminati i contorni, è il momento di colorare. In questa fase è bene seguire i bambini per evitare che spargano colore per tutta la casa, ed è anche il loro momento preferito. Provate di volta in volta tecniche diverse e sentitevi liberi di sperimentare. Si può iniziare dai 3-4 anni utilizzando figure semplici;  non aspettatevi da subito risultati perfetti, che richiedono tempo ed esercizio. Lavorate molto sulla motivazione: è l’unico vero strumento in grado di assicurare il successo.

come insegnare ai bambini a disegnare col coloring
Colorare è un divertimento ma anche apprendimento. Potete iniziare con i numerosi disegni da colorare che trovate in rete.

Coloring per tutti

Un classico intramontabile sono gli album da colorare: il coloring è proprio l’arte di rispettare i contorni delle figure riempendone l’interno con precisione. Esiste un bellissimo albo da colorare di Harry Potter, ad esempio. Se non volete acquistare un albo è possibile stampare dal web la grande maggioranza dei protagonisti di cartoni animati e fumetti in versione da colorare. Portale Bambini ha una sezione dedicata al coloring astratto e all’art therapy.




Se siete alla ricerca di un intero albo gratuito con figure pensate apposta per insegnare ai bambini a colorare, perché non date un’occhiata alla nostra storia “La capretta e la luna?” Un’avventura buffa, due animali parlanti e tante, tante illustrazioni che aspettano solo di essere colorate. Scaricate il PDF stampabile da questo link: la capretta e la luna PDF.

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a cura di Matteo Princivalle

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