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Media Education a scuola: perché è importante insegnare i media

Cos’è la Media Education?

La Media Education (o educazione ai media) è il processo di insegnamento e apprendimento centrato sui media. I ragazzi educati ai media sono in grado di utilizzarli in modo critico e creativo, dando giudizi consapevoli sui messaggi a cui sono esposti.

Media Literacy

La Media Literacy, o alfabetizzazione ai media, è la competenza relativa ai mezzi e ai linguaggi della comunicazione; è saper leggere e scrivere i media.

Perché è importante la Media Education?

Immaginate un mondo in cui la pubblicità non ci persuade a comprare in modo indiscriminato; immaginate un mondo in cui le notizie non vengono copia-incollate da un social network all’altro; pensate a persone che utilizzino i media per trasmettere messaggi critici e creativi.

Questa non è utopia; è il risultato di un’autentica e capillare operazione di media education. E’ una società evoluta, responsabile e soprattutto padrona di sé. Non è un risultato scontato: il nostro cervello, se può, ci fa semplificare, ridurre, evitare di pensare. Diciamo così: siamo nemici naturali del pensiero critico, in quanto consuma energie in abbondanza. Conseguenza? Quel pensiero critico-creativo obiettivo della media education deve essere insegnato con abilità ed ingegno.

Media Education a scuola

Il primo luogo in cui è possibile fare media education è senz’altro la scuola. Si tratta di un insegnamento trasversale, che si può applicare tanto alla letteratura quanto alla storia e alle scienze.

Analisi delle fonti, per stabilirne l’attendibilità e la completezza, analisi del contesto in cui un’informazione ci viene fornita, analisi del messaggio. Sono tutte operazioni che si dovrebbero insegnare in modo trasversale, un vero e proprio metodo. Ecco, la media education dovrebbe configurarsi come un metodo per esplorare la conoscenza, critico e creativo per dirla con D. Buckingham.

Vediamo in concreto qualche esempio di attività per costruire un progetto di media education:

Realizzare un giornalino scolastico e analizzarlo in classe

Molte scuole dedicano tempo alla pubblicazione di un giornalino d’istituto. Eppure poche di queste fanno analizzare ai bambini come funziona un giornale; ancora meno sono coloro che organizzano laboratori con editori ed esperti del settore, che invece aiuterebbero moltissimo a comprendere.

Quindi, vediamo come produrre ed utilizzare un giornalino finalizzato alla media education, per punti:

  • prima della produzione, si tiene un modulo in cui si presenta il funzionamento di una testata giornalistica, meglio se con l’intervento di qualche esperto del settore; in questo modo tutti gli studenti avranno un’infarinatura di base
  • se optate per un giornale digitale o un blog di classe, potete fare la stessa cosa invitando un blogger o il responsabile di qualche sito o portale (se volete progettare un percorso con noi, scriveteci, siamo sempre disponibili a portare un contributo)
  • la redazione pubblica i contenuti, con dei precisi obiettivi: distribuire un certo numero di copie, diffondere solo contenuti utili e veritieri, realizzare un piccolo evento di presentazione; ricordatevi che per i ragazzi giocare a fare i redattori è un’esperienza formativa, bellissima ma anche impegnativa, sarà necessario molto sostegno da parte di insegnanti e famiglie
  • in classe si leggono gli articoli e se ne analizzano i contenuti, le fonti, lo stile

Analisi delle informazioni

In un mondo dove qualcuno ha racimolato milioni grazie a siti di bufale, è fondamentale insegnare ai bambini il ciclo delle notizie. Quest’attività è trasversale, si applica alla storia come alle scienze e alla letteratura. Insegnate a fare ricerche, a valutare l’attendibilità delle fonti. Ecco tre linee guida per lavorare in classe:

  • Da dove vengono queste informazioni? Si tratta di una fonte attendibile? E’ sicuro utilizzarle?
  • Informazioni, pubblicità, etica dell’informazione (per la scuola media però, i bambini della primaria sono un po’ piccoli per capire il nesso tra gli argomenti)
  • Integrazione di fonti diverse: oltre il copia-incolla. La società digitale sta perdendo la capacità di riflettere e rielaborare le informazioni a cui è esposta, finendo per limitarsi a copiare stralci e assemblarli insieme.

Approfondimenti

Oltre ai testi di D. Buckingham, del quale citiamo Media Education, manuale decisamente scorrevole e utile agli insegnanti e agli educatori per impadronirsi della materia, possiamo citare P. C. Rivoltella con il suo Le virtù del digitale. Questi due sono pietre miliari per chi abbia a che fare con i ragazzi: infatti, è necessario conoscere, comprendere e saper sfruttare i nuovi media digitali.

Esiste inoltre una rivista scientifica gratuita, Media Education, a cura dell’associazione MED media education. E’ sufficiente registrarsi in modo gratuito per poter leggere le rassegne di articoli sull’argomento, a cura di docenti universitari ed altri esperti del campo.

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La Demenza Digitale, ovvero: perché internet ci rende stupidi. E’ il titolo di un bellissimo saggio, ma soprattutto un’evidenza basata su alcune importanti ricerche scientifiche. Cosa è emerso dall’analisi delle capacità dei nativi digitali?

Educazione Emotiva a scuola. Se siete così lungimiranti da studiare la media education, probabilmente avete già sentito parlare di educazione emotiva. Ecco tre semplici proposte per metterla in pratica in classe.

Fake news

L’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli ha pubblicato un interessante osservatorio digitale (puoi leggerlo gratuitamente qui), che analizza le abitudini digitali degli italiani e la qualità del nostro ecosistema digitale. È allarme fake news.
Il 44% degli intervistati sostiene che l’ecosistema digitale sia invaso di fake news. Purtroppo, però, solo tre italiani su dieci (34,54%) riescono a distinguere una notizia vera da una falsa. Il dato peggiora ulteriormente per quanto riguarda notizie e profili Facebook: meno di due italiani su dieci (17,17%) riescono a distinguere i falsi sulla famosa piattaforma social.
Colpa dei media digitali (che sviluppano strategie sempre più sofisticate per promuovere le notizie false) e della disintermediazione, che permette a chiunque di pubblicare. Ma non è raro vedere fake news su giornali e riviste autorevoli.

Il tema delle fake news, particolarmente attuale, riveste una certa importanza educativa. Rispetto ad una volta, oggi l’informazione pesa in modo molto maggiore sulla vita delle persone. L’educazione deve tenere conto di questo fatto e promuovere la valorizzazione di tutti quei meccanismi utili a combattere il sovraccarico cognitivo e il condizionamento da fake news.

La soluzione, ieri come oggi, è educare al giornalismo e all’informazione (lo sosteneva, tra gli altri, Umberto Eco). Qualche tempo fa abbiamo suggerito l’importanza di leggere i giornali e le notizie in classe. Molti di voi, ci hanno fatto notare che gli articoli di giornale sono scritti sempre peggio, con una qualità dell’informazione scandalosamente bassa.
Tuttavia, se vogliamo costruire un ecosistema migliore, dobbiamo partire proprio da lì. L’esercizio potrebbe spingersi oltre la semplice lettura, passando attraverso la rielaborazione dell’articolo in modo tale da produrre un testo di qualità. Fuggire dalle notizie per timore del falso e della mediocrità non migliorerà la qualità di quel che leggiamo. Solo la coscienza critica e la partecipazione attiva alla costruzione dell’informazione può farlo.

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Come Insegnare ai Bambini a Disegnare

Come si insegna ai bambini a disegnare?

Il disegno è spontaneo nel bambino. Tuttavia, è possibile insegnare a disegnare ai bambini rapidamente e con precisione seguendo questa scaletta: 1) insegnando a tracciare le linee e le forme, 2) insegnando a colorare le figure rispettando i bordi esterni e 3) insegnando ad osservare.



L’importanza del disegno come strumento espressivo

In tutte le culture i bambini fanno uso del disegno, ma il suo sviluppo dipende dall’ambiente. Il disegno è un mezzo molto importante per comunicare le proprie emozioni, i propri stati d’animo quindi date molta importanza già nei primi anni. La cosa migliore sarebbe incoraggiare i bambini a fare scarabocchi e a giocare coi colori già nei primi due anni di vita.

Proprio come la scrittura, anche il disegno e la pittura sono strumenti per incanalare le proprie emozioni. Ovviamente non possiamo chiedere l’impossibile: un bambino di due anni non sarà mai in grado di dipingere perfettamente un albero. Qualche tempo fa avevamo pubblicato un articolo in cui si parlava di come i bambini imparano a disegnare, nel corso della crescita, che vi suggeriamo per un’idea generale.

Non ci stancheremo mai di ripetere l’importanza delle emozioni: disegnare può essere un bel modo per mettere su carta il proprio stato d’animo.

Prima di insegnare a disegnare, insegnare su cosa si disegna

Può sembrare ovvio, ma per un bambino è molto meno ovvio che sui muri non si disegna e che i mobili del ‘600 del nonno non sono il posto giusto per far pratica con le tempere. Sin da piccoli, insegnate ai vostri bambini su cosa si può disegnare e cosa invece non si deve toccare! E permettetegli di sperimentare più materiali e di far pratica su fogli, cartoncini, scatole e quant’altro.

Alla base del disegno c’è l’osservazione

Crescere in un ambiente ricco di stimoli visivi produce schemi grafici migliori rispetto a chi non ha simili opportunità. Questo può essere un suggerimento interessante per i genitori: fornire ai vostri bambini libri illustrati, immagini da colorare e tante, tante foto svilupperà in loro una maggior motivazione al disegno, determinando di conseguenza un incremento delle loro abilità.

Potete utilizzare come modelli le immagini dei loro personaggi preferiti, ma anche figure geometriche o elementi naturali. Insomma, un ambiente sensibile all’arte è il miglior terreno perché si sviluppi nei bambini la passione per il disegno. Lasciate che i bambini sfoglino riviste o fumetti, ammirino le insegne e i palazzi della città; è importante riuscire a cogliere un’immagine nella sua interezza e fissarla a mente per riuscire più avanti a riprodurla.

Albi illustrati: guardare per imparare a disegnare

Una buona pratica è quella di regalare ai bambini qualche albo illustrato, meglio se le figure sono lineari e non troppo dettagliate. Questo facilita il passaggio dall’osservazione alla raffigurazione. Il nostro consiglio è di non esagerare col numero: bastano pochi libri, puntate sulla qualità! I bambini si affezioneranno a uno o due albi al massimo, che porteranno sempre con sè, è inutile che riempiate loro una libreria.

Eccezionale la serie dedicata a Tutino: pochissime linee e colori, forme elementari ma curatissime. Secondo noi è un buon esempio per favorire l’assimilazione delle forme. Qui trovate l’albo: Tutino e il vento e qui la nostra recensione: Tutino.

forme semplici per insegnare a disegnare
Forme semplici e con pochi colori sono ideali per essere imitate dai bambini attraverso il disegno

I primi passi per far disegnare: forme e figure

Tra i 3 e 4 anni i bambini iniziano a rappresentare gli oggetti costruendo le figure a blocchi (per avere qualche informazione sulle fasi del disegno infantile consigliamo la guida: come disegnano i bambini? ). In questa prima fase l’obiettivo dell’apprendimento è riuscire a costruire figure geometriche con tratto fermo, oltre alla capacità di metterle insieme.

Suggerimenti operativi? Date ai bambini dei fogli con qualche figura costruita con forme geometriche e tanto spazio libero: potranno esercitarsi a copiarla e lavorare in autonomia sul tratto. Il disegno non deve mai essere imposto. Evitate di pressare i bambini e sfruttate la loro naturale curiosità.

Disegno a mano libera e copie

Dopo i 5 anni sarà possibile cominciare a dare ai bambini dei modelli da copiare e possiamo aspettarci che le figure a blocchi vengano sostituite da riproduzioni più fedeli della realtà. I bambini disegnano per imitare la realtà ma possiamo insegnar loro a disegnare imitando un altro disegno; proprio questo è il segreto per far sviluppare delle buone doti artistiche.

Con l’ingresso alla scuola primaria potrete cominciare ad insegnare a giocare utilizzando le guide che, passo dopo passo, spiegano come realizzare un disegno ben costruito. Ricordatevi però che deve essere sempre un gioco.

Colorare: l’arte di rispettare i contorni

Una volta terminati i contorni, è il momento di colorare. In questa fase è bene seguire i bambini per evitare che spargano colore per tutta la casa, ed è anche il loro momento preferito. Provate di volta in volta tecniche diverse e sentitevi liberi di sperimentare. Si può iniziare dai 3-4 anni utilizzando figure semplici;  non aspettatevi da subito risultati perfetti, che richiedono tempo ed esercizio. Lavorate molto sulla motivazione: è l’unico vero strumento in grado di assicurare il successo.

come insegnare ai bambini a disegnare col coloring
Colorare è un divertimento ma anche apprendimento. Potete iniziare con i numerosi disegni da colorare che trovate in rete.

Coloring per tutti

Un classico intramontabile sono gli album da colorare: il coloring è proprio l’arte di rispettare i contorni delle figure riempendone l’interno con precisione. Esiste un bellissimo albo da colorare di Harry Potter, ad esempio. Se non volete acquistare un albo è possibile stampare dal web la grande maggioranza dei protagonisti di cartoni animati e fumetti in versione da colorare. Portale Bambini ha una sezione dedicata al coloring astratto e all’art therapy.




Se siete alla ricerca di un intero albo gratuito con figure pensate apposta per insegnare ai bambini a colorare, perché non date un’occhiata alla nostra storia “La capretta e la luna?” Un’avventura buffa, due animali parlanti e tante, tante illustrazioni che aspettano solo di essere colorate. Scaricate il PDF stampabile da questo link: la capretta e la luna PDF.

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Lavoretti creativi, la sezione del portale dedicata alle attività artistiche e manuali. Il disegno non è l’unica forma d’arte con cui i bambini devono cimentarsi. Nella nostra pagina dedicata ai lavoretti trovate un’ampia selezione!

Come disegnano i bambini? Un articolo per capire cosa dice la psicologia sul disegno dei bimbi;  scoprite quali sono le tappe del disegno e come si sviluppano le abilità.

Mandala di primavera, che in realtà vanno bene per tutte le stagioni. Sono un ottimo esercizio per il disegno astratto, per colorare e per scarabocchiare con ordine e metodo sul foglio di carta.

a cura di Matteo Princivalle

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Dire “Grazie!”, un investimento per la vita

“La felicità, in fondo, è una piccola cosa” diceva Trilussa. E in effetti ci soffermiamo molto spesso su temi ampi e sfidanti, come l’educazione alla felicità e le potenzialità dello sviluppo dell’intelligenza emotiva dimenticandoci che i discorsi più astratti e teorici partono in realtà dalle piccole cose del quotidiano.

Prendiamo ad esempio la parola “grazie”. Quante volte la diciamo? Non solo, magari, in segno di riconoscenza per una gentilezza concreta, ma anche per testimoniare quanto riteniamo importante la disponibilità che l’altro ha nei nostri confronti. Grazie significa, anche se spesso lo dimentichiamo, “mi ricordo che mi vuoi bene e che questo non è mai una cosa scontata”. Non si tratta dunque soltanto di un’abitudine sociale che indica mutuo rispetto, una convenzione, ma un investimento per la vita: convivere in armonia parte da piccoli gesti che insegnano la tolleranza e il giusto equilibrio nelle interazioni.

Forse in passato questo discorso era più ovvio, perché le generazioni che ci hanno preceduto non usavano queste parole solo come forma di cortesia, ma anche come investimento sui valori sociali. Oggi si pensa spesso che siano convenzioni, tant’é che capita spesso di vedere bambini e ragazzi incuranti delle più semplici norme sociali. Eppure il rispetto, la buona convivenza e, non ultimo, la gestione equilibrata delle proprie relazioni sociali partono da poche semplici parole, cui difficilmente prestiamo l’attenzione che meritano.

Educare al rispetto e alla gentilezza

Le parole contano, anche da piccoli. Ecco perchè è così importante insegnare sin da bambini le norme di cortesia: educare al rispetto significa educare all’amore. Molti genitori pensano di dover trasmettere queste norme ai bambini solo quando incominciano a parlare. In realtà, essendo il “cervello sociale” dei più piccoli estremamente ricettivo, sono importanti, oltre alla comprensione del significato dei vocaboli, anche altri stimoli dati dal tono di voce e dalle espressioni facciali.

Non dimentichiamolo ma, per crescere bambini felici occorre investire sulle emozioni e sulla reciprocità: si tratta del primo passo per la creazione di una società fondata sul rispetto e sulla tolleranza, partendo proprio da alcune parole e gesti molto piccoli. Approfittiamo della grande sensibilità in materia emotiva data dal patrimonio che i bambini portano dentro di sè. I bambini sono fisiologicamente portati a “connettersi” con gli altri, anche attraverso le attività quotidiane più banali.

La felicità nasce dai piccoli gesti

Chi viene abituato sin da piccolo ad ascoltare la parola grazie la utilizzerà a sua volta come rinforzo positivo e la interiorizzerà nelle sue relazioni con l’altro, pur non comprendendone a pieno il significato.

Piaget denominava lo “stadio dell’intelligenza intuitiva” l’età magica compresa tra i 2 e i 7 anni: si tratta di un periodo della vita dei bambini dove, pur non comprendendo a pieno il mondo degli adulti, vengono coltivati e sviluppati quotidianamente concetti come l’empatia, il senso della giustizia e, ovviamente, la reciprocità.

Paulo Freire sosteneva che “l’educazione non cambia il mondo, cambia le persone che cambieranno il mondo“. Partire da un grazie che può sembrare un’abitudine sociale ed arrivare ad un grazie che è effettivamente una forma di rispetto dell’altro rappresenta un pilastro dell’educazione: trattare gli altri con rispetto significa anche rispettare se stessi, agire d’accordo ai valori e ad un senso di convivenza basato su un pilastro sociale ed emotivo importante: la reciprocità. Allora, non ci resta che fissare qualche appunto, che sicuramente abbiamo già interiorizzato nelle nostre vite, ma che ora può rappresentare una piccola guida operativa.

Coaching creativo: alleniamo il cuore alla gentilezza

L’esercizio di oggi è molto semplice ed estremamente pratico. Ecco nove domande da porci e da porre ai bambini tutti i giorni, riflettendo sempre sulle risposte da dare:

Sei entrato in un qualsiasi posto? Saluta, dì buongiorno o buonasera.
Vai via? Rispondi arrivederci.
Ti hanno fatto un favore o dato qualcosa? Rispondi grazie.
Ti stanno parlando? Ascolta.
Senti qualcosa? Condividilo.
Non possiedi qualcosa che un tuo amico ha? Non invidiarlo.
Hai preso qualcosa che non è tuo? Restituiscilo.
Vuoi che facciano qualcosa per te? Chiedilo per favore.
Ti sei sbagliato? Chiedi scusa.

 


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Le paludi dell’infelicità

Lo spirito, quanto più si avvicina all’eccellenza, tanto meno lascia alla noia.

A. Schopenauer

I mali che affligono i bambini del ventunesimo secolo

Franco Frabboni, nella sua prefazione al bellissimo saggio Educazione e Felicità evidenzia quattro insidie che rischiano di trascinare i bambini nella spirale dell’infelicità, quattro voragini che definisce paludi dell’infelicità.

Prima Palude – Il pensiero unico

La nostra società  ci sta imponendo con la forza dei canoni e dei modelli, un “abito unico” rappresentato dalle mode e dalla distribuzione di massa, un “piatto unico”, quello dell’industria alimentare multinazionale e delle grandi catene di ristoranti e fast food, dei “sentimenti unici” propagandati dai media, “week end e vacanze uniche”, insomma, stiamo assistendo alla nascita della mente unica. Questa conduce all’infelicità.

La mente è una macchina che va esercitata, utilizzare i dati preconfezionati forniti dal mondo finisce per metterla fuori uso. E la felicità non si trova negli oggetti, bensì nella rielaborazione che la nostra mente offre per quegli oggetti. In sostanza, se la società dei consumi divora la nostra capacità di analisi, di sintesi, di rielaborazione, si sta portando via con esse nientemeno che la felicità.

Scopri i danni del consumismo: i bambini viziati e che hanno troppo sono incapaci di essere felici.

Seconda Palude – Il bambino del sabato

Il nostro mondo guarda all’età adulta come alla stagione migliore della vita. Gli adulti lavorano, producono e consumano. I bambini no. E allora, trasformiamo i bambini in piccoli adulti! Mandiamoli a scuola prima, facciamo sì che conludano prima gli studi, riduciamo l’infanzia a un bonsai. Questo è avvenuto, l’infanzia si è ridotta a una miniatura deforme di quel che era.

Il nostro mondo fornisce ai bambini degli occhiali speciali per vedere meglio: sono le lenti che fanno vedere con gli occhi di un adulto. Il prezzo, però, è salato: il mondo apparirà loro confuso, annebbiato, inadeguato.

Terza Palude – L’infanzia coca cola

Nelle città ci sono sempre meno spazi per i bambini, i parchi stanno scomparendo e così tutti i momenti destinati al ritrovo infantile. Ormai l’alternanza è casa-scuola, con qualche puntata nei vari centri sportivi.

Citando Frabboni:

L’infanzia è desaparecida nei territori metropolitani. E’ sempre più irrintracciabile e introvabile nelle strade, nelle piazze, negli spazi di aggregazione dei territori urbani. Dunque, un’infanzia in scatola, in gabbia, in lattina.

Questo trend funesto rende infelici i bambini in quanto impedisce loro di frequentare gli spazi che gli sarebbero propri.

Quarta Palude – Lo scolaro senza cuore

Ultima insidia è costituita dal mondo scolastico, che non è più in grado di ascoltare le domande che gli studenti covano nel profondo del cuore. Si tratta di un vero tradimento pedagogico: non vogliamo ascoltare e non sappiamo dialogare con i bambini, con gli studenti.

Leggi anche: come l’intelligenza emotiva può renderci la vita migliore

In questo modo la dimensione emotiva viene snobata, atrofizzata, passata in cavalleria, fino all’estraniazione: per i nostri ragazzi le emozioni sono debolezza, sono qualcosa di astruso che è meglio nascondere. Un approccio di questo tipo non può che rendere infelici.

Potrebbe interessarti: le emozioni sui banchi di scuola, un libro che parla al cuore

Proprio come nel celebre Trittico del Giardino delle delizie di Bosch, rischiamo di trasformare il paradiso dell’infanzia in un inferno se ci impantaniamo nelle quattro paludi dell’infelicità.

Uscire dall’infelicità

Queste quattro paludi devono essere bonificate a tutti i costi se vogliamo gettare le fondamenta della felicità. Dobbiamo riappropriarci della dimensione bambino, delle sue prerogative, dei suoi spazi e del suo tempo.

Conoscere queste derive può aiutarci nella progettazione educativa, sia che siamo genitori sia che siamo professionisti dell’educazione. Possiamo prendere consapevolezza che gli spazi di incontro libero infantile sono necessari, che dobbiamo promuovere il pensiero critico e la diversità, che dobbiamo prestare attenzione all’emotività.  

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Lo Chef Fantasma

lo chef fantasma

LO CHEF FANTASMA

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta Luigi, un fantasma con un unico grande desiderio: aprire un ristorante tutto suo e diventare un famoso chef. Questo è un desiderio molto buffo: chi mai si farebbe servire la cena da un fantasma? “E’ un’idea abbastanza sciocca” gli dicevano i suoi amici “Nessuno entrerà mai in un ristorante popolato da fantasmi” dicevano tutti quelli con cui parlava. “Scapperanno a gambe levate!” lo rimproverava sua mamma.

Luigi però non si lasciò spaventare: scelse una casetta abbandonata lungo la strada e cominciò a lavorarci. Passava le notti a sistemare i vecchi tavoli, a cucire delle belle tovaglie a scacchi azzurri e a pensare al menù che avrebbe servito. Dopo un mese di preparativi, finalmente il ristorante era pronto. Luigi lo chiamò: La Luna Piena”, appendendo fuori dalla porta una bella insegna colorata. Gli abitanti della città, incuriositi da quel locale comparso così dal nulla, si fermavano a leggere il menù appeso alla porta.

Gelatina di funghi
Tagliatelle al sugo di cetrioli
Pesciolini fritti con insalata di alghe
Gelato al muschio

Qualcuno storceva il naso, ma molti decisero di entrare a provare la cucina dello chef della Luna Piena. Luigi, per non spaventare i suoi clienti, portava sempre un grembiule bianco da cuoco e indossava una maschera, in modo che nessuno si accorgesse della sua vera natura. Pensate un po’, un cuoco mascherato! In poco tempo la voce si sparse in città: tutti volevano assaggiare il gelato al muschio dello chef mascherato Luigi. Il ristorante era talmente pieno che dovette chiedere a due amici fantasmi di fare i camerieri, mascherati anche loro.

Il loro successo però infastidiva un altro grande chef, Gnoccofritto, che a causa loro aveva perso molti clienti. Costui era un omaccione spietato, pensate che il suo ultimo concorrente era finito in forno e servito come arrosto e pensò bene di andare a vedere cosa combinava Luigi. Così, una notte, si nascose dietro un cestino lungo la strada, aspettando che lo chef uscisse dalle cucine. Immaginate la sua faccia quando vide uscire dalla porta sul retro tre fantasmi. Per un attimo diventò tutto bianco dalla paura. Poi tornò in sé: aveva già in mente un piano malvagio. “Un fantasma eh? Vedremo quando tutti lo scopriranno chi ancora andrà a mangiare alla Luna Piena!”

La sera successiva Gnoccofritto prenotò un posto al ristorante. Si sedette a tavola e cominciò ad assaggiare la gelatina di funghi. Era buonissima. “Non sono mai riuscito a fare una gelatina così saporita” si disse fra sé. Questo lo fece arrabbiare ancora di più: solo lui doveva cucinare piatti prelibati! Arrivato al primo, si alzò, fingendo di dover andare in bagno; arrivato accanto allo chef gli diede uno spintone, facendogli cadere la maschera. “Un fantasma? Aiuto!” urlò Gnoccofritto, facendo finta di essere terrorizzato. Tutti i clienti del ristorante fissarono Luigi, poi scoppiarono a piangere, a urlare, a correre via. In un baleno La Luna Piena era deserta.

Luigi era disperato: passò la notte a piangere sulla porta del ristorante. Gnoccofritto lo aveva rovinato: nessuno sarebbe più andato nel suo ristorante. Mentre singhiozzava così, passò un bambino, un monellaccio che passava tutta la notte in giro per la città. “Perché piangi?” chiese al fantasma “I fantasmi dovrebbero far paura, non piangere”. “Il mio ristorante, adesso che tutti sanno che sono un fantasma non ci verrà più nessuno!” rispose Luigi, con le lacrime agli occhi. “Ma cosa dici! Alle persone piacciono i posti strani, però non dovrai più nasconderti. Facciamo così: io ti aiuterò a far tornare i clienti in questo posto e diventerò il tuo aiutante.”

Il fantasma decise di accettare. Gigi, così si chiamava il ragazzo, cominciò a dipingere un bel fantasma sulla porta d’ingresso. Poi, sui vetri del locale scrisse: “L’unico ristorante fantasma al mondo!” Infine preparò dei volantini da distribuire in giro per la città, in cui sbandierava in lungo e in largo la cucina dei fantasmi. “Ma così non entrerà più nessuno” gli obiettò Luigi. L’idea del ragazzo non lo convinceva affatto, ma decise di dargli una possibilità. Il giorno successivo La Luna Piena riaprì i battenti. Entrò un’unica famiglia per la cena: volevano vedere questo chef fantasma di cui tanto si parlava in giro. Rimasero entusiasti per la cucina e Gigi ne approfittò per regalare un sacchetto di confetti fantasma, caramelle di zucchero trasparenti. La sera dopo i tavoli pieni erano quattro. Tutti vollero fare quattro chiacchiere con il fantasma e tutti uscirono col sorriso. In breve, il ristorante tornò pieno come prima e anzi, più di prima. Luigi non dovette più nascondersi e diventò un famosissimo chef; tutti per strada lo fermavano e volevano conoscerlo.

Immaginate Gnoccofritto quando venne a sapere che fuori dalla Luna Piena c’era una fila di cento persone in attesa di vedere lo chef fantasma e assaggiare le sue prelibatezze. Furioso, si coprì con un telo bianco e cominciò a dire di essere anche lui un fantasma. Purtroppo il trucchetto non funzionò come sperava: una sera si trovò il ristorante pieno di fantasmi che volevano assaggiare il suo budino e, per lo spavento, morì.

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Creatività

creatività

Che cos’è la creatività? Sarebbe bello poter rispondere a questa domanda in modo semplice, univoco e condiviso da tutti. La verità è che, al momento, non siamo ancora in grado di “definire la creatività”.

Nonostante questo, molti studiosi hanno approcciato il tema della creatività cercando di individuare delle teorie della creatività e delle tecniche creative (tipiche delle persone creative e che chiunque può allenare). In questa scheda trovate le principali

TEORIE DELLA CREATIVITÀ

I principali studiosi della creatività hanno descritto dei “modelli”, cercando di spiegare qual è il meccanismo della mente creativa e come essa funziona. Ecco le teorie più conosciute che vengono utilizzate:

  • Secondo Edward de Bono, studioso di fama mondiale conosciuto per aver definito e studiato il pensiero laterale, la creatività nasce da un’applicazione corretta delle tecniche di pensiero laterale; in altre parole, i grandi creativi nella storia dell’uomo sono stati grandi pensatori laterali;
  • Secondo J. P. Guilford, la creatività è il risultato dell’applicazione del pensiero divergente (a cui si contrappone il pensiero convergente); questo pensiero sarebbe caratterizzato da tre caratteristiche: la fluidità, l’originalità e la flessibilità;
  • Secondo Basadur e i suoi colleghi, la creatività “inventa e risolve buoni problemi”; le persone creative, secondo questo modello, riescono a ristrutturare i dati della realtà per generare problemi e analizzarne le soluzioni possibili;
  • Secondo il modello psicologico dei “Big Five” di Costa e McCrae, le persone più creative sono quelle che non temono le nuove esperienze e le persone curiose, non convenzionali; di riflesso, saranno meno propense alla disciplina personale, all’autocontrollo e alla responsabilità.

TECNICHE CREATIVE

La creatività può presentarsi a livello di intuizione; in questo caso si parla di serendipità (ovvero di una piacevole scoperta casuale): è quello che è capitato a molti grandi pensatori e che li ha condotti. Questa forma di creatività è difficile da prevedere, allenare e canalizzare.

Esistono poi delle “tecniche creative”, ovvero schemi di pensiero che, secondo psicologi ed esperti del pensiero creativo, sono tipiche delle persone creative. Ecco qualche esempio:

  • Le mappe mentali di Tony Buzan;
  • Le tecniche di pensiero laterale, di Edward de Bono;
  • Il problem solving, ed esempio, il problem solving strategico di Giorgio Nardone;
  • Le tecniche per risolvere problemi complessi di Basadur e colleghi.

Queste tecniche presentano delle differenze importanti, ma anche delle analogie. La più significativa è la capacità di ristrutturare i dati di un problema in modo tale da guardarlo da prospettive differenti.

CREATIVITÀ: I MITI DA SFATARE

Il primo mito da sfatare è quello secondo cui la creatività si può imbrigliare. Secondo Robert Sutton della Harvard Business School, è impossibile pensare di gestire la creatività secondo regole e modelli tradizionali. La creatività nasce dalla ribellione e dalla disobbedienza e non può essere diversamente.

Il secondo mito da sfatare riguarda il pensiero secondo cui la creatività sia una “skill“, un’abilità che si può allenare e quantificare.  La creatività è piuttosto un atteggiamento mentale verso gli stimoli, un mix di curiosità, capacità critica e capacità di innovazione molto, molto difficile da replicare.

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