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Dire “Grazie!”, un investimento per la vita

“La felicità, in fondo, è una piccola cosa” diceva Trilussa. E in effetti ci soffermiamo molto spesso su temi ampi e sfidanti, come l’educazione alla felicità e le potenzialità dello sviluppo dell’intelligenza emotiva dimenticandoci che i discorsi più astratti e teorici partono in realtà dalle piccole cose del quotidiano.

Prendiamo ad esempio la parola “grazie”. Quante volte la diciamo? Non solo, magari, in segno di riconoscenza per una gentilezza concreta, ma anche per testimoniare quanto riteniamo importante la disponibilità che l’altro ha nei nostri confronti. Grazie significa, anche se spesso lo dimentichiamo, “mi ricordo che mi vuoi bene e che questo non è mai una cosa scontata”. Non si tratta dunque soltanto di un’abitudine sociale che indica mutuo rispetto, una convenzione, ma un investimento per la vita: convivere in armonia parte da piccoli gesti che insegnano la tolleranza e il giusto equilibrio nelle interazioni.

Forse in passato questo discorso era più ovvio, perché le generazioni che ci hanno preceduto non usavano queste parole solo come forma di cortesia, ma anche come investimento sui valori sociali. Oggi si pensa spesso che siano convenzioni, tant’é che capita spesso di vedere bambini e ragazzi incuranti delle più semplici norme sociali. Eppure il rispetto, la buona convivenza e, non ultimo, la gestione equilibrata delle proprie relazioni sociali partono da poche semplici parole, cui difficilmente prestiamo l’attenzione che meritano.

Educare al rispetto e alla gentilezza

Le parole contano, anche da piccoli. Ecco perchè è così importante insegnare sin da bambini le norme di cortesia: educare al rispetto significa educare all’amore. Molti genitori pensano di dover trasmettere queste norme ai bambini solo quando incominciano a parlare. In realtà, essendo il “cervello sociale” dei più piccoli estremamente ricettivo, sono importanti, oltre alla comprensione del significato dei vocaboli, anche altri stimoli dati dal tono di voce e dalle espressioni facciali.

Non dimentichiamolo ma, per crescere bambini felici occorre investire sulle emozioni e sulla reciprocità: si tratta del primo passo per la creazione di una società fondata sul rispetto e sulla tolleranza, partendo proprio da alcune parole e gesti molto piccoli. Approfittiamo della grande sensibilità in materia emotiva data dal patrimonio che i bambini portano dentro di sè. I bambini sono fisiologicamente portati a “connettersi” con gli altri, anche attraverso le attività quotidiane più banali.

La felicità nasce dai piccoli gesti

Chi viene abituato sin da piccolo ad ascoltare la parola grazie la utilizzerà a sua volta come rinforzo positivo e la interiorizzerà nelle sue relazioni con l’altro, pur non comprendendone a pieno il significato.

Piaget denominava lo “stadio dell’intelligenza intuitiva” l’età magica compresa tra i 2 e i 7 anni: si tratta di un periodo della vita dei bambini dove, pur non comprendendo a pieno il mondo degli adulti, vengono coltivati e sviluppati quotidianamente concetti come l’empatia, il senso della giustizia e, ovviamente, la reciprocità.

Paulo Freire sosteneva che “l’educazione non cambia il mondo, cambia le persone che cambieranno il mondo“. Partire da un grazie che può sembrare un’abitudine sociale ed arrivare ad un grazie che è effettivamente una forma di rispetto dell’altro rappresenta un pilastro dell’educazione: trattare gli altri con rispetto significa anche rispettare se stessi, agire d’accordo ai valori e ad un senso di convivenza basato su un pilastro sociale ed emotivo importante: la reciprocità. Allora, non ci resta che fissare qualche appunto, che sicuramente abbiamo già interiorizzato nelle nostre vite, ma che ora può rappresentare una piccola guida operativa.

Coaching creativo: alleniamo il cuore alla gentilezza

L’esercizio di oggi è molto semplice ed estremamente pratico. Ecco nove domande da porci e da porre ai bambini tutti i giorni, riflettendo sempre sulle risposte da dare:

Sei entrato in un qualsiasi posto? Saluta, dì buongiorno o buonasera.
Vai via? Rispondi arrivederci.
Ti hanno fatto un favore o dato qualcosa? Rispondi grazie.
Ti stanno parlando? Ascolta.
Senti qualcosa? Condividilo.
Non possiedi qualcosa che un tuo amico ha? Non invidiarlo.
Hai preso qualcosa che non è tuo? Restituiscilo.
Vuoi che facciano qualcosa per te? Chiedilo per favore.
Ti sei sbagliato? Chiedi scusa.

 


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Le paludi dell’infelicità

Lo spirito, quanto più si avvicina all’eccellenza, tanto meno lascia alla noia.

A. Schopenauer

I mali che affligono i bambini del ventunesimo secolo

Franco Frabboni, nella sua prefazione al bellissimo saggio Educazione e Felicità evidenzia quattro insidie che rischiano di trascinare i bambini nella spirale dell’infelicità, quattro voragini che definisce paludi dell’infelicità.

Prima Palude – Il pensiero unico

La nostra società  ci sta imponendo con la forza dei canoni e dei modelli, un “abito unico” rappresentato dalle mode e dalla distribuzione di massa, un “piatto unico”, quello dell’industria alimentare multinazionale e delle grandi catene di ristoranti e fast food, dei “sentimenti unici” propagandati dai media, “week end e vacanze uniche”, insomma, stiamo assistendo alla nascita della mente unica. Questa conduce all’infelicità.

La mente è una macchina che va esercitata, utilizzare i dati preconfezionati forniti dal mondo finisce per metterla fuori uso. E la felicità non si trova negli oggetti, bensì nella rielaborazione che la nostra mente offre per quegli oggetti. In sostanza, se la società dei consumi divora la nostra capacità di analisi, di sintesi, di rielaborazione, si sta portando via con esse nientemeno che la felicità.

Scopri i danni del consumismo: i bambini viziati e che hanno troppo sono incapaci di essere felici.

Seconda Palude – Il bambino del sabato

Il nostro mondo guarda all’età adulta come alla stagione migliore della vita. Gli adulti lavorano, producono e consumano. I bambini no. E allora, trasformiamo i bambini in piccoli adulti! Mandiamoli a scuola prima, facciamo sì che conludano prima gli studi, riduciamo l’infanzia a un bonsai. Questo è avvenuto, l’infanzia si è ridotta a una miniatura deforme di quel che era.

Il nostro mondo fornisce ai bambini degli occhiali speciali per vedere meglio: sono le lenti che fanno vedere con gli occhi di un adulto. Il prezzo, però, è salato: il mondo apparirà loro confuso, annebbiato, inadeguato.

Terza Palude – L’infanzia coca cola

Nelle città ci sono sempre meno spazi per i bambini, i parchi stanno scomparendo e così tutti i momenti destinati al ritrovo infantile. Ormai l’alternanza è casa-scuola, con qualche puntata nei vari centri sportivi.

Citando Frabboni:

L’infanzia è desaparecida nei territori metropolitani. E’ sempre più irrintracciabile e introvabile nelle strade, nelle piazze, negli spazi di aggregazione dei territori urbani. Dunque, un’infanzia in scatola, in gabbia, in lattina.

Questo trend funesto rende infelici i bambini in quanto impedisce loro di frequentare gli spazi che gli sarebbero propri.

Quarta Palude – Lo scolaro senza cuore

Ultima insidia è costituita dal mondo scolastico, che non è più in grado di ascoltare le domande che gli studenti covano nel profondo del cuore. Si tratta di un vero tradimento pedagogico: non vogliamo ascoltare e non sappiamo dialogare con i bambini, con gli studenti.

Leggi anche: come l’intelligenza emotiva può renderci la vita migliore

In questo modo la dimensione emotiva viene snobata, atrofizzata, passata in cavalleria, fino all’estraniazione: per i nostri ragazzi le emozioni sono debolezza, sono qualcosa di astruso che è meglio nascondere. Un approccio di questo tipo non può che rendere infelici.

Potrebbe interessarti: le emozioni sui banchi di scuola, un libro che parla al cuore

Proprio come nel celebre Trittico del Giardino delle delizie di Bosch, rischiamo di trasformare il paradiso dell’infanzia in un inferno se ci impantaniamo nelle quattro paludi dell’infelicità.

Uscire dall’infelicità

Queste quattro paludi devono essere bonificate a tutti i costi se vogliamo gettare le fondamenta della felicità. Dobbiamo riappropriarci della dimensione bambino, delle sue prerogative, dei suoi spazi e del suo tempo.

Conoscere queste derive può aiutarci nella progettazione educativa, sia che siamo genitori sia che siamo professionisti dell’educazione. Possiamo prendere consapevolezza che gli spazi di incontro libero infantile sono necessari, che dobbiamo promuovere il pensiero critico e la diversità, che dobbiamo prestare attenzione all’emotività.  

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Lo Chef Fantasma

lo chef fantasma

LO CHEF FANTASMA

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta Luigi, un fantasma con un unico grande desiderio: aprire un ristorante tutto suo e diventare un famoso chef. Questo è un desiderio molto buffo: chi mai si farebbe servire la cena da un fantasma? “E’ un’idea abbastanza sciocca” gli dicevano i suoi amici “Nessuno entrerà mai in un ristorante popolato da fantasmi” dicevano tutti quelli con cui parlava. “Scapperanno a gambe levate!” lo rimproverava sua mamma.

Luigi però non si lasciò spaventare: scelse una casetta abbandonata lungo la strada e cominciò a lavorarci. Passava le notti a sistemare i vecchi tavoli, a cucire delle belle tovaglie a scacchi azzurri e a pensare al menù che avrebbe servito. Dopo un mese di preparativi, finalmente il ristorante era pronto. Luigi lo chiamò: La Luna Piena”, appendendo fuori dalla porta una bella insegna colorata. Gli abitanti della città, incuriositi da quel locale comparso così dal nulla, si fermavano a leggere il menù appeso alla porta.

Gelatina di funghi
Tagliatelle al sugo di cetrioli
Pesciolini fritti con insalata di alghe
Gelato al muschio

Qualcuno storceva il naso, ma molti decisero di entrare a provare la cucina dello chef della Luna Piena. Luigi, per non spaventare i suoi clienti, portava sempre un grembiule bianco da cuoco e indossava una maschera, in modo che nessuno si accorgesse della sua vera natura. Pensate un po’, un cuoco mascherato! In poco tempo la voce si sparse in città: tutti volevano assaggiare il gelato al muschio dello chef mascherato Luigi. Il ristorante era talmente pieno che dovette chiedere a due amici fantasmi di fare i camerieri, mascherati anche loro.

Il loro successo però infastidiva un altro grande chef, Gnoccofritto, che a causa loro aveva perso molti clienti. Costui era un omaccione spietato, pensate che il suo ultimo concorrente era finito in forno e servito come arrosto e pensò bene di andare a vedere cosa combinava Luigi. Così, una notte, si nascose dietro un cestino lungo la strada, aspettando che lo chef uscisse dalle cucine. Immaginate la sua faccia quando vide uscire dalla porta sul retro tre fantasmi. Per un attimo diventò tutto bianco dalla paura. Poi tornò in sé: aveva già in mente un piano malvagio. “Un fantasma eh? Vedremo quando tutti lo scopriranno chi ancora andrà a mangiare alla Luna Piena!”

La sera successiva Gnoccofritto prenotò un posto al ristorante. Si sedette a tavola e cominciò ad assaggiare la gelatina di funghi. Era buonissima. “Non sono mai riuscito a fare una gelatina così saporita” si disse fra sé. Questo lo fece arrabbiare ancora di più: solo lui doveva cucinare piatti prelibati! Arrivato al primo, si alzò, fingendo di dover andare in bagno; arrivato accanto allo chef gli diede uno spintone, facendogli cadere la maschera. “Un fantasma? Aiuto!” urlò Gnoccofritto, facendo finta di essere terrorizzato. Tutti i clienti del ristorante fissarono Luigi, poi scoppiarono a piangere, a urlare, a correre via. In un baleno La Luna Piena era deserta.

Luigi era disperato: passò la notte a piangere sulla porta del ristorante. Gnoccofritto lo aveva rovinato: nessuno sarebbe più andato nel suo ristorante. Mentre singhiozzava così, passò un bambino, un monellaccio che passava tutta la notte in giro per la città. “Perché piangi?” chiese al fantasma “I fantasmi dovrebbero far paura, non piangere”. “Il mio ristorante, adesso che tutti sanno che sono un fantasma non ci verrà più nessuno!” rispose Luigi, con le lacrime agli occhi. “Ma cosa dici! Alle persone piacciono i posti strani, però non dovrai più nasconderti. Facciamo così: io ti aiuterò a far tornare i clienti in questo posto e diventerò il tuo aiutante.”

Il fantasma decise di accettare. Gigi, così si chiamava il ragazzo, cominciò a dipingere un bel fantasma sulla porta d’ingresso. Poi, sui vetri del locale scrisse: “L’unico ristorante fantasma al mondo!” Infine preparò dei volantini da distribuire in giro per la città, in cui sbandierava in lungo e in largo la cucina dei fantasmi. “Ma così non entrerà più nessuno” gli obiettò Luigi. L’idea del ragazzo non lo convinceva affatto, ma decise di dargli una possibilità. Il giorno successivo La Luna Piena riaprì i battenti. Entrò un’unica famiglia per la cena: volevano vedere questo chef fantasma di cui tanto si parlava in giro. Rimasero entusiasti per la cucina e Gigi ne approfittò per regalare un sacchetto di confetti fantasma, caramelle di zucchero trasparenti. La sera dopo i tavoli pieni erano quattro. Tutti vollero fare quattro chiacchiere con il fantasma e tutti uscirono col sorriso. In breve, il ristorante tornò pieno come prima e anzi, più di prima. Luigi non dovette più nascondersi e diventò un famosissimo chef; tutti per strada lo fermavano e volevano conoscerlo.

Immaginate Gnoccofritto quando venne a sapere che fuori dalla Luna Piena c’era una fila di cento persone in attesa di vedere lo chef fantasma e assaggiare le sue prelibatezze. Furioso, si coprì con un telo bianco e cominciò a dire di essere anche lui un fantasma. Purtroppo il trucchetto non funzionò come sperava: una sera si trovò il ristorante pieno di fantasmi che volevano assaggiare il suo budino e, per lo spavento, morì.

AUDIOFIABA

UN LIBRO PER VOI: I FOLLETTI DEI FIORI E IL DONO DELL’AMICIZIA

Se vi piace leggere insieme ai vostri bambini, vi raccomandiamo il nostro albo illustrato “I folletti dei fiori e il dono dell’amicizia”.

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Creatività

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Che cos’è la creatività? Sarebbe bello poter rispondere a questa domanda in modo semplice, univoco e condiviso da tutti. La verità è che, al momento, non siamo ancora in grado di “definire la creatività”.

Nonostante questo, molti studiosi hanno approcciato il tema della creatività cercando di individuare delle teorie della creatività e delle tecniche creative (tipiche delle persone creative e che chiunque può allenare). In questa scheda trovate le principali

TEORIE DELLA CREATIVITÀ

I principali studiosi della creatività hanno descritto dei “modelli”, cercando di spiegare qual è il meccanismo della mente creativa e come essa funziona. Ecco le teorie più conosciute che vengono utilizzate:

  • Secondo Edward de Bono, studioso di fama mondiale conosciuto per aver definito e studiato il pensiero laterale, la creatività nasce da un’applicazione corretta delle tecniche di pensiero laterale; in altre parole, i grandi creativi nella storia dell’uomo sono stati grandi pensatori laterali;
  • Secondo J. P. Guilford, la creatività è il risultato dell’applicazione del pensiero divergente (a cui si contrappone il pensiero convergente); questo pensiero sarebbe caratterizzato da tre caratteristiche: la fluidità, l’originalità e la flessibilità;
  • Secondo Basadur e i suoi colleghi, la creatività “inventa e risolve buoni problemi”; le persone creative, secondo questo modello, riescono a ristrutturare i dati della realtà per generare problemi e analizzarne le soluzioni possibili;
  • Secondo il modello psicologico dei “Big Five” di Costa e McCrae, le persone più creative sono quelle che non temono le nuove esperienze e le persone curiose, non convenzionali; di riflesso, saranno meno propense alla disciplina personale, all’autocontrollo e alla responsabilità.

TECNICHE CREATIVE

La creatività può presentarsi a livello di intuizione; in questo caso si parla di serendipità (ovvero di una piacevole scoperta casuale): è quello che è capitato a molti grandi pensatori e che li ha condotti. Questa forma di creatività è difficile da prevedere, allenare e canalizzare.

Esistono poi delle “tecniche creative”, ovvero schemi di pensiero che, secondo psicologi ed esperti del pensiero creativo, sono tipiche delle persone creative. Ecco qualche esempio:

  • Le mappe mentali di Tony Buzan;
  • Le tecniche di pensiero laterale, di Edward de Bono;
  • Il problem solving, ed esempio, il problem solving strategico di Giorgio Nardone;
  • Le tecniche per risolvere problemi complessi di Basadur e colleghi.

Queste tecniche presentano delle differenze importanti, ma anche delle analogie. La più significativa è la capacità di ristrutturare i dati di un problema in modo tale da guardarlo da prospettive differenti.

CREATIVITÀ: I MITI DA SFATARE

Il primo mito da sfatare è quello secondo cui la creatività si può imbrigliare. Secondo Robert Sutton della Harvard Business School, è impossibile pensare di gestire la creatività secondo regole e modelli tradizionali. La creatività nasce dalla ribellione e dalla disobbedienza e non può essere diversamente.

Il secondo mito da sfatare riguarda il pensiero secondo cui la creatività sia una “skill“, un’abilità che si può allenare e quantificare.  La creatività è piuttosto un atteggiamento mentale verso gli stimoli, un mix di curiosità, capacità critica e capacità di innovazione molto, molto difficile da replicare.

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Giocare con le costruzioni

Tra i giochi che piacciono di più ai bambini troviamo le costruzioni. Torri, castelli, treni e tante altre forme si possono ricavare a partire da cubetti di legno o plastica. Si tratta di un’attività dal grande valore educativo che dovremmo proporre a tutti i più piccoli. 

Giochi di costruzioni per tutte le età

giochi di costruzioni bambini

Da 0 a 12 mesi

Nel primo anno di vita i bambini giocano utilizzando i sensi, esplorando tutti gli oggetti che li circondano con le mani e con la bocca. In questa fase non costruiranno intenzionalmente oggetti complessi.

Molti suggeriscono l’uso di costruzioni morbide, ad esempio i mattoncini di gomma. Noi vi consigliamo questa scatola della Clementoni, che per 12€ vi offre 24 pezzi colorati. Essendo oggetti da esplorare ancora non c’è la necessità di avere tanti pezzi diversi e, una o due scatole di costruzioni saranno più che sufficienti.

Tuttavia, anche una scatola di blocchi di legno di grosse dimensioni potrebbe essere una buona idea, meglio se con forme diverse per facilitare la loro esplorazione.

Dai 2 ai 3 anni

scatola-giochi-costruzioni
Una bella scatola di costruzioni è uno dei regali migliori che si possano fare ad un bambino: occupa poco spazio in casa ed impegnerà le sue giornate in modo intelligente.

Dopo il primo anno i bambini iniziano a costruire nel vero senso della parola: compaiono le prime torri di mattoncini, che vengono costruite e distrutte. Questo esercizio aiuta i piccoli a sperimentare le relazioni spaziali e l’equilibrio. Si tratta di un esercizio importantissimo, che giova allo sviluppo intellettivo divertendo: grazie alle costruzioni si affinano le competenze spaziali.

In seguito i bambini cercheranno di modellare i loro primissimi oggetti, solitamente case o treni. All’inizio i risultati non saranno così soddisfacenti e le torri resteranno la principale attrattiva.

Dai 4 ai 6 anni

Crescendo i bambini affinano la capacità di rappresentare gli oggetti e gli scenari che vedono, ma anche di costruire sulla base di una semplice rappresentazione mentale dell’oggetto da costruire.

Il gioco delle costruzioni, in tal senso, è perfettamente scalare: al crescere dell’età e della competenza migliora la qualità delle realizzazioni. Tutte le moderne marche di giocattoli offrono costruzioni minuziosamente dettagliate e si può arrivare alla realizzazione di veri e propri capolavori in miniatura. In sottofondo, ricordiamolo, c’è sempre il cervello in piena attività che elabora informazioni sullo spazio.

Questa caratteristica fa sì che non venga abbandonato dopo poco tempo o al passaggio ad una fase di sviluppo successivo: non sono rari i casi di adolescenti appassionati di costruzioni, è una vera e propria passione che nasce, si sviluppa e spesso non muore mai, trasformandosi in passioni hobbistiche come il modellismo.

giochi di costruzioni scalari
Ecco cosa intendiamo quando diciamo che i giochi di costruzioni sono scalari

Dopo i 6 anni

Con l’ingresso alla scuola primaria per i bambini si apre un mondo nuovo nella rappresentazione della realtà: si viene introdotti alle lettere, ai numeri e alla scienza. Inizia dunque un percorso di perfezionamento delle modalità di costruzione e si comincia a pretendere di più da cubi e blocchetti. Per quest’età ci sono scatole di costruzioni molto dettagliate e piuttosto complesse da assemblare.

Da quest’età i piccoli costruttori saranno particolarmente attenti alla qualità dei loro materiali, ve ne chiederanno spesso di nuovi e insisteranno per avere alcuni pezzi specifici. È l’era dei LEGO, che hanno saputo sfruttare queste caratteristiche producendo serie a tema con i vari cartoni animati, film e saghe amate dai ragazzi.

Scegliere i giochi di costruzioni: il legno per i più piccoli

Nei primi anni di età non è difficile che i bambini mettano in bocca i blocchetti delle costruzioni e qualcuno proverà anche a rosicchiarli. E’ del tutto normale e la soluzione più semplice è quella di utilizzare costruzioni di legno. Noi vi consigliamo di utilizzare quelle non verniciate e che abbiano subito meno trattamenti possibili.

Secondo noi 5-6 anni sono una buona età per introdurre le costruzioni di plastica, come i Lego. Ormai non c’è più pericolo che i pezzi di piccole dimensioni possano venire ingoiati e anche eventuali rosicchiamenti sono da ritenersi scongiurati.

costruzioni-di-legno-offerte

Costruire e…distruggere

Uno dei fatti più curiosi quando si parla di costruzioni è la fine che fanno torri, treni e quant’altro: i bambini più piccoli, una volta costruita la forma che li soddisfa, la distruggono e ricominciano da capo. E’ molto difficile vedere un bambino di 12 mesi che “mette via” la sua torre.

Crescendo, assistiamo a una crescita esponenziale del “conservatorismo”: i bambini si rifiutano di distruggere quello che hanno creato e cercano di conservarlo a lungo nel tempo. Ma il rifiuto di distruggere è positivo? Questa tendenza andrebbe assecondata o contrastata?

Creazione e distruzione sono processi armonici e paralleli, non c’è l’uno senza l’altro. Dunque, ritengo corretto insegnare a conservare i pezzi che ci piacciono, ma senza perdere la bella abitudine di ripartire da zero, azzerando il lavoro fatto finora. In questo modo si insegna l’abitudine a rimboccarsi le maniche e ripartire, a destreggiarsi anche tra le macerie (simboliche, ovviamente). E’ un esercizio di resilienza e iniziativa non indifferente.

Con o senza mamma e papà?

Le costruzioni sono un gioco che si adatta bene sia ad esser praticato in solitudine che in compagnia. Può essere divertente costruire un piccolo castello insieme. I genitori – o gli educatori – oltre al ruolo di fornire spazi e materiali per il gioco, possono diventare preziosi aiutanti e partecipanti secondari.

Una buona idea potrebbe essere quella di non intervenire a meno che la presenza non sia richiesta (senza metterci al servizio dei bambini, deve essere uno spazio di gioco stabilito prima) ma non disdegnare una buona mezz’ora di costruzioni in compagnia dei propri bambini.

Piccola guida all’acquisto di giochi di costruzioni

Abbiamo ritenuto utile inserire i link ad un paio di kit di qualità e a buon mercato.

Tra le costruzioni in legno per bambini, vi segnaliamo la confezione HEROS da 50 pezzi, offerta a 15€ o, se fate le cose in grande, quella da 100, per poco meno del doppio.

Anche Beluga produce una confezione da 100 pezzi, colorati e ad un costo leggermente inferiore, 24€.

C’è poi una confezione originalissima di costruzioni di spessore ridotto, fenomenali per esercitarsi a costruire le torri.

Infine, i LEGO sono costosi, ma piacciono tanto ai bambini, soprattutto quelli un po’ più grandicelli. Vi segnaliamo una delle astronavi di Star Wars meno impegnative, ma preparatevi: può accontentarli come sorpresa per il prossimo Natale ma presto chiederanno qualcosa di immenso.

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Basta “genitori spazzaneve”!

“I bravi genitori non preparano il cammino per il loro figli, preparano i loro figli per il cammino”.
Anonimo

Le nonne, una volta, dicevano “sbagliando si impara”. I manager, oggi, chiamano “lesson learned” la capacità di apprendere dai propri errori, facendoli diventare un’opportunità e non un fallimento. Il trait d’union tra filosofia popolare e professionalità moderne è un concetto che spesso non trova riscontro in ambito familiare; stiamo parlando del valore dell’insuccesso.

Sempre più genitori, però, nel tentativo di proteggere i propri bambini finiscono per proteggerli in modo eccessivo, prendendo decisioni al posto loro ed evitando qualsiasi contatto con i “pericoli” del mondo reale.

Gli inglesi chiamano queste mamme e questi papà un po’ troppo presenti “genitori spazzaneve”: in effetti, seppur armati delle migliori intenzioni, cercano di ripulire ogni cosa davanti ai loro figli, per far sì che non ci siano intoppi e nulla leda l’autostima dei bambini. Evitare che i propri figli vivano delle difficoltà, delle delusioni e dei fallimenti è dannoso prima ancora che impossibile.

Così facendo si impedisce loro di vivere esperienze di vita fondamentali, formative, mettendo in atto tutte quelle capacità e competenze che spesso non si sa di avere fino al momento di difficoltà. Per un bambino, la gioia di far da sè è superiore alla tristezza di una caduta: ci si rialza, sempre!

“Una cosa è sostituirsi ai ragazzi, un’altra è dare consigli”, è l’affermazione del rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone. I dati confermano queste parole: LinkedIn evidenzia che meno della metà (il 48%) delle famiglie italiane dà ai figli la possibilità di decidere liberamente il proprio futuro professionale. La restante parte sceglie al loro posto atenei e corsi di laurea, facendo gli spazzaneve a vita e tarpando le ali e la libertà di scelta.

EVITA DI DIVENTARE UN “GENITORE SPAZZANEVE”: INSEGNA IL VALORE DEL FALLIMENTO

La società attuale prevede un ideale di vita che difficilmente contempla il fallimento, l’invecchiamento, l’imperfezione, la lentezza, la non competitività, il non giudizio. Questo porta i genitori a proteggere i propri figli in modo eccessivo.

Purtroppo, però, esiste un effetto psicologico definito profezia che si autoavvera (o effetto Pigmalione). Succede anche con i genitori spazzaneve: più ci si preoccupa delle conseguenze di un evento, più si mettono in atto atto comportamenti (spesso non lucidi ed inevitabilmente condizionati dalla paura delle conseguenze dell’evento temuto) che, inevitabilmente, finiranno per farlo verificare. In altre parole, più i genitori sono spaventati da un eventuale futuro fallimento del proprio figlio, quanto più è probabile che essi lo stiano inconsapevolmente alimentando.

Vince Thomas Lombardi, allenatore di football americano: “il maggior successo non consiste nel non cadere mai, ma nel rialzarsi dopo ogni caduta”. Quando assale il “momento spazzaneve” ricordiamoci questa frase e immaginiamoci di fronte ad un obiettivo da raggiungere nella sfera personale o professionale.

Per approfondire la pedagogia del fallimento e l’importanza di sbagliare, cadere e rialzarsi ti suggeriamo di leggere:

 

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