Blog

Il potere della speranza

Ti è mai capitato di pensare che la speranza sia inutile? O che sia la virtù degli ingenui? Ebbene: secondo la scienza, la speranza, a prescindere da come la si voglia definire, aiuta a raggiungere i propri obiettivi. Ecco come ce lo spiega Daniel Goleman, in “Intelligenza emotiva“:

Sebbene vi foste posti l’obiettivo di prendere un B, quando vi restituiscono il punteggio del vostro primo esame, che inciderà sulla vostra votazione finale per un 30 per cento, ricevete un D. Adesso è passata una settimana da quando l’avete saputo. Che cosa fate?
In questo caso, tutta la differenza sta nella capacità di sperare. La risposta data da studenti che possedevano un elevato livello di tale capacità fu che avrebbero studiato di più ed escogitato una serie di contromisure per aumentare la votazione finale. Gli studenti capaci di nutrire solo moderate speranze pensavano a vari modi con i quali alzare la propria media, ma erano molto meno determinati dei primi ad andare fino in fondo. Comprensibilmente, gli studenti poco inclini alla speranza rinunciavano a far conti, demoralizzati.
Il problema, d’altra parte, non è solo teorico. Quando C. R. Snyder, lo psicologo della Kansas University che fece questo studio, confrontò i reali risultati accademici delle matricole, scoprì che la loro naturale propensione alla speranza, classificata in due categorie, come elevata o scarsa, era un fattore predittivo delle votazioni del primo semestre più efficace del Sat (che è altamente correlato al Q.I., e presumibilmente dovrebbe prevedere il successo universitario). Anche qui, in soggetti con capacità intellettuali pressappoco simili, erano le doti nella sfera emotiva a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. La spiegazione di Snyder era la seguente: “Gli studenti più inclini alla speranza si prefiggono obiettivi più ambiziosi e sanno quanto devono impegnarsi per raggiungerli. Quando si confrontano i risultati accademici di studenti con doti intellettuali equivalenti, ciò che li distingue è proprio la speranza”.

Un buon modo per coltivare la speranza è ricorrere alla tecnica del “non ancora”: la tecnica, di cui abbiamo parlato in questo articolo, invece di scoraggiare un bambino mettendo in evidenza la sua capacità di compiere un’azione, proietta quell’incapacità in una dimensione temporale. In altre parole, invece di dire: “non sai svolgere una moltiplicazione”, si dice “non sai ancora svolgere le moltiplicazioni; per farlo, devi prima imparare a …”. Sembra una sciocchezza, ma a conti fatti è una questione di speranza.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
D. Goleman, Intelligenza emotiva, BUR, 2011

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Così animali domestici ci rendono la vita migliore

Le famiglie che hanno adottato un amico a quattro zampe lo sanno bene: cani, gatti e altri animali domestici fanno un gran bene all’atmosfera di casa, ma soprattutto ai bambini. Oltre a scaldarci il cuore con una relazione entusiasmante e con il loro amore incondizionato, la loro presenza si riflette positivamente su tanti aspetti della vita famigliare.

COME GLI ANIMALI DOMESTICI CI RENDONO LA VITA MIGLIORE

In realtà i benefici sono molto, molto numerosi; la scienza da qualche decennio si occupa di indagare il rapporto tra noi umani e i nostri amici animali, giungendo a conclusioni importanti e dimostrando che ci sono davvero tante ragioni per vivere insieme. Noi ne abbiamo selezionati tre che riteniamo significativi e particolarmente importanti all’interno della famiglia.

INSEGNANO A COLLABORARE

Sapevate che i bambini che hanno in casa un cane o un gatto partecipano con più impegno ed interesse alla vita domestica (Focus, 2017)? La ragione è semplice: collaborare nella gestione di un animale è un compito altamente motivante e suscita l’interesse dei più piccoli. Dalla pappa alla passeggiata, per i più piccoli la gestione di un animale sarà una sfida per crescere. Naturalmente, non deve mai mancare la supervisione di un adulto. Tale collaborazione si rifletterà anche in una maggiore empatia nonché in una serie di benefici nella sfera comunicativa e sociale.

COMBATTONO LA TRISTEZZA

Gli amici a quattro zampe ricoprono un ruolo fondamentale nel fornire un sostegno emotivo. Gli animali domestici ispirano fiducia e il legame affettivo che si instaura tra loro e i bambini sarà un prezioso alleato per superare al meglio i momenti di stress o di tristezza (American Phsycologic Association). Specialmente in adolescenza, abbracciare il proprio cagnolone in seguito ad una tempesta emotiva può essere decisivo per ritrovare la serenità.

RIDUCONO IL RISCHIO DI ALLERGIE

Ad una prima analisi potremmo pensare che avere in casa un animale domestico sia poco igienico. In realtà, autorevoli studi scientifici (potete trovare una rassegna divulgativa sul TIME, in lingua inglese)hanno evidenziato come la convivenza con cani e gatti riduca il rischio di allergie e stimoli il sistema immunitario. Entrando in contatto con piccole quantità di batteri, i bambini hanno modo di rinforzare le proprie difese evitando tanti piccoli disturbi. Insomma, è vero che lo sforzo per mantenere la casa pulita sarà un pochino maggiore, ma non c’è proprio da preoccuparsi per gli eventuali problemi d’igiene!

MA ATTENZIONE ALLA CORRETTA GESTIONE

Avere un compagno a quattro zampe è fantastico. Ma come cerchiamo sempre di evidenziare, bisogna prestare attenzione alla corretta gestione dei tempi e dei rapporti tra i vari membri della famiglia, umani e non. Come il nostro esperto aveva sottolineato in un vecchio articolo (I cani più adatti ai bambini) esistono una serie di accorgimenti e buone pratiche per evitare spiacevoli inconvenienti e per garantire una convivenza davvero magica, tanto ai bambini quanto a cani e gatti.

 

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

A cosa serve l’educazione emotiva? Ecco gli obiettivi

Vi siete mai domandati “a cosa serve l’educazione emotiva“? In questo articolo risponderà ai vostri dubbi.

L’educazione emotiva rientra in quel curricolo pedagogico che viene anche chiamato “scienza del sé“: un corpo di insegnamenti trasversali con l’obiettivo di educare bambini, ragazzi (e adulti) a conoscere meglio sé stessi, i propri schemi emotivi e gli schemi mentali.

Conoscere sé stessi e il modo in cui ci relazioniamo con gli altri produce alcuni benefici notevoli. Infatti ci aiuta a:

  1. Essere autoconsapevoli: osservare se stessi e riconoscere i propri sentimenti; costruire un vocabolario per i sentimenti; conoscere il rapporto tra pensieri, sentimenti e reazioni.
  2. Decidere personalmente: esaminare le proprie azioni e conoscerne le conseguenze; sapere se una decisione è dettata dal pensiero o dal sentimento; applicare queste idee a questioni quali il sesso e la droga.
  3. Controllare i sentimenti: “colloquiare con se stessi” allo scopo di cogliere messaggi negativi come le autodenigrazioni; capire che cosa c’è dietro un sentimento (ad esempio il senso di offesa che è sotteso alla collera); trovare modi di controllare le paure e le ansie, la collera e la tristezza.
  4. Controllare lo stress: imparare il valore dell’esercizio, della immaginazione guidata e dei metodi di rilassamento.
  5. Essere empatici: comprendere i sentimenti e le preoccupazioni degli altri e assumere il loro punto di vista; apprezzare i diversi modi con cui le persone guardano alla realtà.
  6. Comunicare: parlare dei sentimenti con efficacia; saper ascoltare e saper domandare; distinguere tra ciò che qualcuno fa o dice e le tue reazioni o i tuoi giudizi al riguardo; esporre il proprio punto di vista invece di incolpare gli altri.
  7. Essere aperti: apprezzare l’apertura e costruire la fiducia in un rapporto; sapere quando si può parlare dei propri sentimenti privati senza correre rischi.
  8. Essere perspicaci: identificare modelli tipici nella propria vita emotiva e nelle proprie reazioni; riconoscere modelli simili negli altri.
  9. Autoaccettarsi: sentirsi orgoglioso di sé e considerarsi in una luce positiva; riconoscere i propri punti forti e le proprie debolezze; essere capaci di ridere di se stessi.
  10. Essere personalmente responsabili: assumersi le responsabilità; riconoscere le conseguenze delle proprie decisioni e azioni; accettare i propri sentimenti e umori; portare a compimento gli impegni assunti (ad esempio nello studio).
  11. Essere sicuri di sé: affermare i propri interessi e sentimenti senza rabbia o passività.
  12. Saper entrare nella dinamica di gruppo: saper collaborare; sapere quando e come comandare e quando e come eseguire.
  13. Saper risolvere i conflitti: saper affrontare lealmente gli altri ragazzi, i genitori, gli insegnanti; saper negoziare i compromessi in maniera che ambo le parti restino soddisfatte.

Sono questi gli obiettivi dell’educazione emotiva. Traguardi tutt’altro che scontati o banali: diventare competenti in queste aree significa diventare adulti socialmente competenti, capaci di vivere in comunità e di apportare un contributo significativo alla propria rete sociale.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
D. Goleman, Intelligenza emotiva, BUR, 2011
Karen F. Stone e Harold Q. Dillehunt, “Self Science: The Subiect Is Me”, Santa Monica, Goodyear Publishing Co., 1978.

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Educare alle emozioni

In questa sezione di portalebambini.it potete trovare il nostro percorso di educazione emotiva. Abbiamo raccolto letture, approfondimenti e attività pratiche frutto di 8 anni di ricerca e lavoro sul campo. Prima di cominciare, vi consigliamo di leggere la nostra introduzione “Perché abbiamo bisogno di educazione emotiva“.

Percorso di educazione emotiva

Imparare a conoscere le proprie emozioni è fondamentale per affrontare con successo le sfide della vita quotidiana e per stare bene. Numerosi studi sull’intelligenza emotiva hanno dimostrato che le competenze emotive (empatia, autoconsapevolezza emotiva, controllo delle emozioni) si possono esercitare esattamente come faremmo per l’intelligenza linguistica o quella logico-matematica, attraverso l’educazione e l’esercizio. Se siete curiosi di sapere qual è il vostro grado di intelligenza emotiva dovreste provare questo test (bastano pochi minuti).

Abbiamo realizzato il nostro laboratorio di educazione emotiva a partire dal nostro libro Cuorfolletto e i suoi amici. Per conoscere a fondo gli obiettivi di questo laboratorio vi consigliamo di leggere il nostro articolo “A cosa serve l’educazione emotiva? Ecco gli obiettivi“. Se volete proporre questo laboratorio in classe vi sarà utile leggere i suggerimenti contenuti nell’articolo “Educazione emotiva in classe“.

1 – CONOSCERE LE EMOZIONI

2 – DESCRIVERE LE EMOZIONI

Questo modulo presenta molte attività pratiche per aiutare i bambini a comprendere e verbalizzare le proprie emozioni.

3 – CONTROLLARE LE EMOZIONI

Laboratori di educazione positiva

4 – LE EMOZIONI DEGLI ALTRI

5 – FOCUS SULLA GRATITUDINE

PERCORSO PER GENITORI

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

Tag: educazione emotiva, educazione emotiva a scuola, educazione affettiva, educare alle emozioni

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

La risonanza emotiva

Il nostro cervello è predisposto per interagire con quello degli altri. I neuroni specchio e il meccanismo dell’empatia sono due prove forti a sostegno di questa convinzione. Questo vale anche per il clima sociale: le nostre emozioni e i nostri sentimenti interagiscono con quelli degli altri.

Nel nostro cervello si trovano alcuni neuroni molto particolari, i neuroni specchio. Tutti noi possediamo un intero sistema di neuroni specchio. Quando vediamo una persona che parla, il sistema specchio attiva nel nostro cervello le aree legate al linguaggio. Allo stesso modo, quando vediamo una persona che muove una mano, il sistema specchio attiva nel nostro cervello le aree legate alla motricità.
Ma i neuroni specchio non si limitano a replicare le azioni fisiche: sono alla base della cognizione sociale, dei nostri pensieri sugli altri e delle nostre interazioni con la comunità. Ad esempio, recentemente è stato dimostrato che il sistema dei neuroni specchio non riconosce esclusivamente le azioni altrui, ma anche le loro intenzioni (ovvero ciò che ha causato quelle azioni).
Probabilmente, anche l’empatia, ovvero la capacità di comprendere gli stati d’animo altrui è attivata da un meccanismo simile.

I gruppi sono incubatori emotivi. Ogni interazione sociale crea emozione. In un gruppo, ci sono molte emozioni e ognuna di esse può generare una spirale positiva o negativa. Le emozioni possono generare frustrazione o anche aumentare la collaborazione, incentivando la volontà di ascoltare e condividere le migliori idee.

Tendenzialmente, i membri di un gruppo possono modellare le loro emozioni sulla base del sentiment di gruppo per integrarsi meglio o socializzare, favorendo la coesione nel gruppo. È tuttavia importante distinguere (Kelman, 1961) tra:

  • il concetto di adattamento per imitazione (o “imitative compliance”)
  • il concetto di impegno interiorizzato (o “internalization of emotional commitment”)

Nel primo caso abbiamo un mero adeguamento al fine di sembrare conformi al gruppo; nel secondo caso, si tratta di una vera identificazione nei valori del gruppo. Per ottenere del vero impegno (commitment), occorre che il gruppo incoraggi i suoi membri a mostrare ciò che provano, al fine di creare uno stile emozionale comune che sia in grado di agire nel profondo.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.

Empatia

Cosa significa empatia? L’empatia viene definita dalla psicologia come “la capacità di percepire le emozioni, i sentimenti e gli stati d’animo altrui”. Questa comprensione è intuitiva: le persone empatiche non hanno bisogno di troppe spiegazioni; sono in grado di percepire quasi istintivamente le emozioni degli altri.
L’empatia viene spesso indicata come uno degli aspetti dell’intelligenza emotiva. Nel primo studio sull’intelligenza emotiva (condotto nel 1990 da Peter Salovey e John Meyer), ad esempio, è annoverata tra le cinque componenti dell’intelligenza emotiva. Secondo le scienze del carattere (e in particolare secondo la classificazione del VIA Institute), l’empatia confluisce in una delle 24 forze caratteriali: l’intelligenza sociale, ovvero la capacità di comprendere i pensieri e le emozioni degli altri.

La manifestazione delle proprie emozioni varia da cultura a cultura e questo rende l’empatia particolarmente preziosa. Nel mondo occidentale è abbastanza fisiologico mostrare entusiasmo per un successo, sorridere, cercare un contatto fisico come rinforzo positivo, quale ad esempio una stretta di mano. Nel mondo orientale tutto ciò va contenuto, controllato, perché l’autodisciplina è un fattore importante nella relazione con gli altri. Persino all’interno della stessa cultura o di una stessa famiglia, le persone sentono le emozioni con una diversa intensità.

SIGNIFICATO ED ETIMOLOGIA DEL TERMINE EMPATIA

Empatia deriva dal greco antico “en” (che significa dentro) e “pathein” (che significa sentire). Letteralmente il termine empatia significa “sentire dentro”, che indica la nostra comunione con gli altri, al punto di sentire ciò che si muove dentro i loro cuori.
Il termine empatia è piuttosto recente, ed è stato coniato dagli psicologi del XIX secolo. Tuttavia, la capacità di percepire le emozioni degli altri e di costruire un legame emotivo è molto, molto più antica!

L’empatia nei confronti di un’altra persona ha molteplici sfaccettature. Significa entrare nell’intimo mondo della percezione altrui e farlo diventare la nostra casa. Significa essere sensibili, momento dopo momento, al cambiamento, sentendo il flusso delle emozioni dell’altra persona. (…) Significa vivere temporaneamente nel mondo percettivo dell’altro e muoversi in esso delicatamente, senza dare giudizi. Significa dare senso a ciò per cui l’altro fatica a trovare consapevolezza, senza cercare di far emergere troppo esplicitamente le emozioni di cui non è ancora pienamente consapevole, per non spaventarlo. Significa comunicare all’altro il senso che diamo al mondo, offrendo il nostro punto di vista pieno di nuovi significati, ispiranti per l’altro. Voi siete dei fidati compagni dell’altro, nel viaggio che compie attraverso il suo mondo interiore. Aiutando ad affrontare il senso dell’esperienza, potete aiutare gli altri a dare un significato alle proprie emozioni. In questo modo l’altra persona può vivere più prodondamente i significati e tradurli in esperienza”. (C. Rogers, 1957)

Ecco un breve video introduttivo sull’empatia:

“La civiltà dell’empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all’intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un’empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario?”
J. Rifkin

Oggi il termine empatia è usato di frequente sulla stampa e sul web, alla stregua di una moda stagionale. E’ come se tutto d’un colpo si fosse scoperta la necessità di accostarsi all’altro, di mettersi nei suoi panni. Perché questo bisogno? Non dovrebbe essere qualcosa di assolutamente naturale?

In un mondo che va molto di fretta, probabilmente no. Ecco, allora, l’esigenza non solo di riscoprire un concetto, di approfondirlo, ma anche di farlo nostro, tornando a sentire. Del resto, non è un tema esclusivo della modernità: ne parlavano già nell’Ottocento gli autori romantici tedeschi, come ad esempio Herder e Novalis, descrivendo l’esperienza di fusione dell’anima con la natura.

Nel 1906 è il filosofo e psicologo tedesco Theodor Lipps, con il saggio “Empatia e godimento estetico”, a definire questa funzione psicologica, fondamentale per l’esperienza estetica: empatia è la percezione delle proprie energie, forze vitali, ricongiungimento dell’individuo con l’universo. Lo spunto più interessante, che poi è forse il motivo per cui oggi si parla tanto di empatia, viene da un’idea dello psicologo americano R.H. Woodworth.
Lo studioso sottolinea come l’osservatore tenda ad identificarsi con una parte di ciò che vede, restandone emozionalmente coinvolto.

Guardando un tempio greco, veniamo colpiti dalle cariatidi, immedesimandoci nell’atto, letterale o metaforico, di sopportare il peso sovrastante. Ma si tratta pur sempre di una parte, non del tutto. Ecco perché, forse, oggi parliamo tanto di empatia. Nella frenesia, nell’apatia del quotidiano, abbiamo un bisogno lancinante di emozioni e, contemporaneamente, sperimentiamo la paura di esserne travolti. Cosa che, a volte, ci fa circoscrivere ciò che sentiamo, distorcendolo o, a volte, negandolo, come accade con l’analfabetismo affettivo, di cui abbiamo parlato in un approfondimento correlato.

Empatia significa sentire l’altro ma, per farlo, è necessario prima sentire noi stessi, nella nostra complessità. Avere occhi più grandi e cuore più aperto, per vedere quel tutto che spesso riduciamo volontariamente ad una parte, ad un pilastro dell’edificio. L’empatia permette di avere una panoramica sull’intero edificio e sul paesaggio che lo circonda.

L’empatia rappresenta lo strumento per leggere le emozioni altrui. Come “animale sociale”, l’uomo ha bisogno di confrontarsi con l’altro, di relazionarsi con chi gli sta intorno. Per farlo, non serve solo quella che viene definita capacità di mentalizzazione (o anche teoria della mente).

La teoria della mente è una caratteristica tipica dell’uomo e serve a comprendere gli stati mentali e affettivi dell’altro, senza esserne davvero partecipi. L’empatia porta oltre questo concetto, permettendo la valorizzazione dei sentimenti: insegna a capire la persona nella nella situazione in cui si trova, anche se noi, nella stessa circostanza, la penseremmo in modo diverso. In questo senso, essa rappresenta contemporaneamente una competenza emotiva (una componente fondamentale dell’intelligenza emotiva) ed un’abilità sociale.

L’assenza di empatia produce effetti nefasti: isolamento, infelicità, incapacità di coltivare relazioni virtuose e durature. In altre parole, se manca l’empatia siamo in presenza di analfabetismo emotivo.

Dell’empatia gli studiosi, Freud e Kohut in primis, hanno evidenziato inizialmente la componente emotiva ed affettiva. Successivamente, negli Anni Trenta del secolo scorso, Mead ha focalizzato l’attenzione sulla componente cognitiva dell’empatia, concetto poi ripreso ed ampliato dalle teorie dei neuroni a specchio. In particolare è Gallese, tra gli studiosi italiani scopritori dei neuroni specchio, a spiegare che, per percepire un’azione, bisogna simularla internamente, con un meccanismo di modellizzazione prelinguistico ed automatico.

Ecco un piccolo identikit della persona empatica (sulla base della definizione di Choi-Kain e Gunderson, le persone empatiche hanno tre caratteristiche, riscontrabili nelle diverse teorie in materia):

  • sono capaci di una reazione emotiva di condivisione dello stato d’animo altrui
  • riescono, attraverso le loro capacità cognitive, ad immaginare la prospettiva altrui
  • mantengono stabilmente la distinzione sé-altro

Spendiamo due parole sull’ultimo punto. L’empatia porta sicuramente vantaggi nella vita sociale: favorisce la comunicazione ed anche il problem solving. Bisogna però non incappare nell’estremo opposto, il rischio di empatizzare eccessivamente.

In questo è necessario allenarsi: se da un lato mettersi nei panni dell’altro serve a capire ed anche aiutare, non dobbiamo mai dimenticare di non scollegarci dal nostro io più profondo. Sentire troppo significa farsi travolgere. Al contrario, per sentire bene, dobbiamo prenderci innanzitutto cura di noi stessi.

E TU, SEI EMPATICA/O?

Per misurare la tua empatia, prova con sincerità a rispondere a queste domande, facendo riferimento ad esperienze vissute e a come ti sei comportata/o. E’ un piccolo test per capire come lavorare su di te, prima ancora che insieme ai tuoi bambini:

  • Sai ascoltare e comprendere i sentimenti degli altri , sospendendo la tua valutazione?
  • Sei in grado di consolare con un abbraccio, senza limitarti alle parole?
  • Sai sdrammatizzare, anche usando l’ironia?

Ricordati sempre che, come tutte le componenti dell’intelligenza emotiva, anche l’empatia può (e deve) essere allenata, a prescindere dalla dotazione emotiva di ciascuno. Di seguito una serie di piccoli esercizi da sperimentare su te stessa/o e da riproporre in famiglia.

MINI KIT DI ALLENAMENTO PER L’EMPATIA

Scendiamo dal piedistallo: non sono solo i nostri problemi ad essere importanti.
Pesiamo le parole: feriscono a volte più di una spada … Mai scordarsi il “grazie”.
Non dimentichiamo di sorridere alla vita: è gratis e fa bene!

EMPATIA IN FAMIGLIA

L’empatia è un membro della famiglia, facciamola entrare nelle nostre case. Come? Con piccoli gesti quotidiani:

  • Sorriso: siamo ciò che le nostre azioni dicono di noi, le intenzioni sono solo decorazioni. Per cui affrontiamo la vita pensando positivo e con un bel sorriso per i nostri bimbi
  • Comunicazione: parlare e comunicare sono due concetti completamente differenti, bisogna imparare il linguaggio del cuore
  • Ascolto: per ascoltare ci vuole innanzitutto disponibilità verso l’altro, chiunque egli sia e di qualunque problema voglia parlarci
  • Gratitudine: le parole sono importanti, anche da piccoli. E’ fondamentale insegnare le norme di cortesia: educare al rispetto significa educare all’amore.

PER EDUCARE CON LE FAVOLE:

Per aiutare i più piccoli a riconoscere le emozioni e a coltivare le buone pratiche che ci fanno stare meglio abbiamo scritto la raccolta di racconti “Cuorfolletto e i suoi amici”.

libri cuorfolletto e i suoi amici

TORNA A:

BIBLIOGRAFIA
“Emotional Intelligence” (Salovey P. e Meyer J., Emotional Intelligence, Baywood, 1990)
https://www.viacharacter.org/character-strengths/social-intelligence

Non avete trovato il contenuto che stavate cercando? Chiedetecelo: ogni mese realizziamo i materiali più richiesti dai lettori! Ecco il modulo per le nuove richieste: Chiedi un contenuto.

Iscrivetevi alla Newsletter o al canale Telegram per ricevere gli ultimi aggiornamenti dal sito.