I compiti che vorrei

Natale è alle porte, le vacanze stanno per iniziare e tutti siamo in piena “agitazione da compiti per le vacanze”. Sui vari siti e blog spuntano articoli a decine, i guru della didattica si sprecano in saggi e spiegazioni e così, giusto per placare il mio complesso di inferiorità da editor, anche io dico la mia!

Da un lato abbiamo chi sostiene la necessità dei compiti, con le seguenti ragioni:

#1 I compiti delle vacanze allenano al sacrificio, alla sopportazione della fatica necessaria nella vita

Questa è assurda, ma per davvero. Quando desidero qualcosa, quando ho un obiettivo, non vivo il sacrifico negativamente. Lo sportivo non ha paura di faticare nei suoi allenamenti, così come il bambino, quando si impegna per un fine, da fondo alle sue riserve di energia. Secondo me non ci si allena a sacrificarsi. Chi sostiene questa teoria secondo me vive una vita terribilmente infelice e desidera ardentemente che qualcuno condivida la stessa sorte.

#2 I compiti delle vacanze servono a non dimenticare quello che si è fatto

Infatti, risolvere dieci espressioni tra un panettone e l’altro, scartando i regali, con l’aiuto di calcolatrice, formulario, fratellone/sorellona di turno e perché no del parentado intero è un esercizio formidabile! Chi sostiene questa teoria è semplicemente ingenuo.

#3 I compiti delle vacanze servono a far studiare chi non ha studiato durante l’anno

Perché chi non ha studiato da settembre a dicembre si metterà per certo sui libri il giorno di Natale. Questi oltre che ingenui non hanno capito nulla della natura umana.

#4 Far leggere un libro durante le vacanze farà amare la lettura

Odio leggere libri scelti da altri, tanto adesso quanto da bambino. Il punto 4 è vero al contrario signori: costringete un ragazzo a leggere un libro e sarà l’ultimo della sua vita (l’ho mai detto che in Italia leggiamo pochissimo? Sarà che troppi insegnanti la pensano così?!)

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Leggi. Sì, ma quello che ti piace!

In effetti, non ci sono buoni motivi per fare i compiti!
Non serve uno studio scientifico per capire che i punti che ho riportato (ce ne sarebbero altri, ma a ben guardare ricadono in queste categorie) sono deboli, debolissimi. Così, una nutrita schiera di menti brillanti si schiera contro i compiti, con tante belle argomentazioni:

#1 Le vacanze devono essere vacanze per tutti

Vero, giusto, applausi! Possiamo dire che un periodo di ossigenazione e riposo gioverebbe tanto ai cervelli sovraccarichi dei bambini.

#2 I compiti sono inutili perché non vengono svolti con impegno

A questo sono filosoficamente contrario: se devi fare qualcosa, falla per bene o non farla. Qui sta il problema, almeno nel nostro paese: pur di seguire le direttive, ci abituiamo a lavorare sommariamente, senza cura. Capisco la difficoltà di essere ribelli, ma già che va di moda ribellarsi a tutto, non vedo perché il libro delle vacanze dovrebbe essere diverso

#3 Meglio un libro che esercizi noiosi

L’altra faccia della medaglia rispetto a prima: la lettura è utile, a patto di cercare titoli che interessino i vostri ragazzi.  E se proprio siete in crisi, su Portale Bambini trovate un bel po’ di storie e racconti

Esercitiamoci. Sì, alla creatività!

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Soprattutto: fate volare la fantasia.

Tutto questo parlar di compiti e scuola, secondo me, è fuorviante. Il problema non è se i compiti servono o no (per quello la mia posizione si è già capita); il problema è che una buona scuola dovrebbe insegnare il piacere dello studio, della lettura, del lavoro intellettuale; piaceri che non si insegnano con le equazioni né con l’analisi logica, ma solo facendo leva sulla curiosità dei bambini, sul loro senso creativo.

Se io fossi un insegnante, punterei tutto sull’originalità, assegnando compiti che ai bambini possano piacere e che attivino la mente. Del tipo:

  1. Peso medio delle decorazioni del tuo albero di Natale
  2. Analisi di UN libro che hai letto: cosa ti è piaciuto nella trama? In quale dei personaggi sei riuscito a immedesimarti meglio? Perché?
  3. (da assegnare prima delle vacanze) Prepara un addobbo per la casa – così ci togliamo i riferimenti religiosi di torno  e siamo “politically correct” – e descrivine la preparazione

Oltre non mi spingerei, se non raccomandando di divertirsi e impiegare il tempo per prenderci cura delle persone a cui vogliamo bene.

Nota conclusiva

Vacanze significa, per il 70% dei ragazzi moderni, passare una media di 7 ore al giorno incollati di fronte a uno schermo. Io facevo lo stesso e sono ancora qui, pensante e cresciuto; tuttavia, l’istinto mi dice di sconsigliarvelo.

Buon Natale a tutti coloro che non ripasseranno su Portale Bambini in questi giorni,
possa essere occasione di divertimento e tempo ben speso!

 

Approfondimenti

Ovvero, la nota che nessuno leggerà mai. Però volevo suggerire qualche articolo ben scritto sui compiti delle vacanze.

Primo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/02/scuola-i-compiti-per-le-vacanze-hanno-fallito/2001194/
Secondo: http://www.lastampa.it/2015/05/30/italia/cronache/compiti-per-le-vacanze-utili-o-dannosi-due-punti-di-vista-hQK38qcKRb9M7cP01TUA9I/pagina.html
Terzo: http://italiasalute.leonardo.it/news.asp?id=9122

 

Matteo Princivalle

Un bambino nel prato: storia in bianco e nero per capire le sfumature della vita

Il bianco e nero è astratto; il colore non lo è. Guardando una foto in bianco e nero, si sta già guardando un mondo diverso.
Joel Sternfeld

IL BIANCO E IL NERO, PER COGLIERE I SIGNIFICATI NASCOSTI

Il coaching creativo di oggi parte da una storia che abbiamo inventato qualche tempo fa. Era da un po’ di tempo che pensavamo ai contrasti tra colori e, soprattutto, al potere del non colore. La scelta non è casuale: fino agli Anni Settanta, la quasi totalità delle foto era in bianco e nero.

Ancora oggi, il bianco e nero non è scomparso, ma si è ritagliato una nicchia per le sue peculiari capacità espressive. Cosa vogliamo dirti? Semplice: non limitarti mai alla prima apparenza. Dietro l’accostamento di bianco e nero, a saperle vedere, si nascondono molteplici sfumature. Così è la vita, basta saper cambiare prospettiva.

UN DUAL BOOK IN BIANCO E NERO PER RIFLETTERE SULLE SFUMATURE DELLA VITA

Come dicevamo, il coaching creativo di oggi si ispira ad una storia semplice, semplicissima: parla di natura, di un bimbo e dell’attenzione verso ciò che ci è caro. La trama è pensata per esser letta a bambini di 3-4 anni. La particolarità è che da una storia ne abbiamo prodotte due: una con immagini e testi bianchi e fondo nero, l’altra in negativo. Guarda le immagini che seguono, ti serviranno per lavorare su te stesso.

COACHING CREATIVO: CAMBIAMO PROSPETTIVA, PER COMBATTERE LA NEGATIVITÀ

“È la mente che fa sani o malati, che rende tristi o infelici, ricchi o poveri.” Questa frase di Edmund Spenser sintetizza un errore che spesso commettiamo, identificando noi stessi con i pensieri negativi che ci affliggono.

Per superare questa empasse, prova a lavorare su questi punti:

  • sei l’unico/a responsabile dei tuoi pensieri
  • solo tu puoi ricondizionare ciò che ti passa per la mente, innalzando la tua consapevolezza ed evitando di colpevolizzarti
  • la realtà è esattamente come tu la vedi: per trasformarla in ciò che desideri, devi cambiare prospettiva, come ti ricorda il nostro dual book
  • puoi passare dal bianco al nero e viceversa, lavorando sul pensiero positivo

 

La margherita e il cuoricino che voleva volare

Vi voglio raccontare la storia di una margherita bianca che viveva in un prato dove il cielo si riempiva d’azzurro e di nuvole. Il prato era situato al limite di un bosco. Verde e fiero era il guardiano della montagna.

La margherita viveva stretta con le altre e si lasciavano baciare dal sole. Guardavano tutte verso il bosco che nascondeva strane creature fatate. Ognuna di loro pensava che un giorno sarebbe arrivata la fata dalle lunghe ali per prenderle e portarle dove il verde si faceva scuro e l’acqua sgorgava dai massi.margherita_cuoricino

E mentre un raggio le si posò al centro della corolla, uno strappo la portò in alto.Si ritrovò a camminare appuntata su un giacchetto viola. Guardava il mondo dondolando ad ogni passo.

«Conoscerò il bosco finalmente

Il suo bosco però si allontanava.

Sentiva il vento che le scompigliava i petali, la gente che parlava di panorami e ascoltava pensieri di un tempo incastrato in un altro tempo.

Nello stesso momento un cuoricino prendeva il vento per gioco. Lui il bosco non le aveva mai visto. Sognava le cime degli alberi mentre faceva le capriole e rincorreva i suoi amici. Voleva farsi trasportare fino a dove le fate giocano tra le tende fatti di rami degli abeti. La margherita invece si era accoccolata su se stessa. Malinconica si era stretta intorno alla sua corolla e aveva disegnato cerchi di dolcezza sulla giacca viola della ragazza. Sentiva nostalgia del suo bosco. Chissà dove stava andando.

Il cuoricino intanto si era fatto raccogliere. Aveva rallentato la sua corsa sui gradini di una chiesa dopo il passaggio degli sposi. Due mani che non volevano perderlo, l’avevamo stretto forte.

Lui cercava una nuvola, per volare nel bosco magico sentito un giorno per caso mentre ruzzolava per i cortili affollati di bambini. Lì i cuoricini come lui diventavano qualcosa di più. Sperava che quelle mani lo portassero proprio dove lui voleva.

La ragazza dalla giacca viola incontrò il ragazzo dai pantaloni rossi in una giornata ventosa. Era lontana dalle sue montagne e dal bosco che ogni giorno guardava dalla finestra della sua camera. Aveva portato con sé una margherita per sentirsi meno sola. Il ragazzo le aveva regalato un cuoricino perché con le parole non era bravo. La ragazza lo sistemò in una scatolina per evitare di perderlo. Il cuoricino guardò quelle pareti verdine e pensò di essere vicino a realizzare il suo sogno.

«Vuoi stare qui anche tu?»

La ragazza si rivolse alla margherita che si era piegata. Non poteva parlare così appoggiò la corolla un po’ più in basso mimando per la ragazza un timido sì. Il cuoricino e la margherita erano così capitati insieme dopo una giornata di vento e sole. Ognuno di loro si è appoggiato all’altro. La margherita e il cuoricino erano due gocce dello stesso mare divise dal sale. Due tinte dello stesso colore con sfumature diverse. Due pezzi dello stesso puzzle, ma ancora non lo sapevano.

« Da dove vieni?»

«Dal bosco. E tu?»

«Dalla strada.»

«Dove stiamo andando?»

Il ragazzo dai pantaloni rossi e la ragazza dal giacchetto viola si strinsero la mano. I loro occhi si incontrarono e cominciarono a camminare. La strada la decisero loro. Ogni tanto la ragazza pensava al bosco e alle favole lette da bambina.

C’era una volta… Così cominciano e a noi piace finirle nello stesso modo perché in fondo questa è la storia di una margherita che si è addormentata su un cuoricino, ma è anche la storia di un cuoricino che fa da cuscino al piccolo mondo bianco e giallo di quell’amica strappata al prato.  E’ la storia di un bosco che lassù in montagna fa il custode. Si fa accarezzare dal vento, protegge le fate e le margherite, diventa sogno per un pezzettino di carta.

Un cuore in fondo cos’è?

Un foglio con le ali che sogna insieme a una piccola amica la nuvola giusta per volare dove il blu e il verde del bosco si confondono diventando magia.

 

Samantha Terrasi

“I tre porcellini” al Binario 7

I TRE PORCELLINI

Rosa, Rosetta e Rosmarino

 i tre porcellini

Monza, 9 dicembre. Domenica 20 dicembre, alle ore 16.00, il Teatro Binario 7 propone un nuovo appuntamento dedicato alle famiglie con bambini dai 3 anni in su. 

In scena un’originale rilettura di una delle più celebri fiabe della tradizione I Tre Porcellini. Rosa Rosetta e Rosmarino di Ketti Grunchi

 

Lo spettacolo ripercorre, con poesia e delicatezza, la conosciuta vicenda dei tre fratelli che devono lasciare la casa d’origine e avventurarsi nel bosco, affrontando un sentiero pieno di incognite, in una foresta popolata da esseri fantastici e strane creature.

Attraverso le vicende dei tre protagonisti, Rosa, Rosetta e Rosmarino, si intende mettere in risalto i temi legati alla crescita, alla famiglia, all’autonomia e alla formazione della personalità approfondendo anche il concetto di pericolo e di diversità grazie al ruolo che le fiabe rivestono come strumento di crescita per i bambini.

L’allestimento privilegia il linguaggio narrativo del corpo e della gestualità, senza trascurare l’aspetto sonoro, utilizzando musiche, canzoni e rumori. Attraverso suggestioni emozionali sarà quindi possibile esplorare il concetto di pericolo e, di contro, quello di casa come luogo sicuro, protettivo e resistente alle avversità.

 

Lo spettacolo, nato all’interno del progetto di formazione permanente “Fabbricateatro” – diretto da Ketti Grunchi ed avviato con l’obiettivo di promuovere la cultura e l’innovazione teatrale coltivando una nuova generazione di attori – si è avvalso, nella fase di indagine, di un gruppo di lavoro e della collaborazione di Bruno Cappagli – regista e attore della compagnia teatrale La Baracca di Bologna e di Miriam Bardini – attrice della compagnia teatrale Nautai Teatro di FirenzeI tre porcellini 1

Blu mare, verde bosco

Un’altra storia di Alessia e del piccolo Edoardo per il nostro contest di scrittura “Il mare in mezzo al bosco

Blu mare, verde bosco

C’erano una volta, nemmeno poi così lontana, due animaletti dispettosi che vivevano nascosti nel bosco Ratapam!
Che nome strano per  un miscuglio di arbusti e muschi che sapevano di antico.
Eppure il bosco si chiamava così perché spesso il silenzio era interrotto dagli squittii degli scoiattolo ma, soprattutto, dalle corse degli animaletti che giocavano e spesso ruzzolavano sulle foglie umide facendo, appunto, Ratapam!
Tra scoiattoli, gufetti, formiche birichine e cerbiatti spiccavano loro due, i più monelli del gruppo: il Riccio Matto e la Tartaruga Melodia. A dirla tutta, non andavano d’accordo nemmeno un po’.
Il primo era spigliato, la battuta sempre pronta, uno sguardo al bosco e uno alla luce fuori dalla radura.
Non stava fermo un minuto e non riusciva proprio a capire perché la sua amica dalla ruvida corazza non amasse correre in giro e parlare con tutti come faceva lui.
La seconda era mite e taciturna, passava il tempo a guardarsi intorno sbattendo le lunghe ciglia e a canticchiare le strofe che le venivano in mente.
Passava il tempo vicino ai funghi a insegnare nuove rime alle farfalle, che poi si libravano leggere nell’aria disperdendo la sua musica ai quattro venti.
Se ne stava lì, buona buona, e non riusciva proprio a sopportare quel fanfarone che le sembrava una grancassa con tutto quel vociare in giro.
Il bosco Ratapam!, quando quei due bisticciavano, risuonava delle loro voci dalla mattina alla sera. E non c’era modo di riappacificarli: ci provavano senza risultati Ugo l’Orso, Serafina la Marmotta, la Coccinella Caramella. Ma niente, litigavano e litigavano senza sosta e senza risparmiarsi un colpo.tortoise

“Monella, non mi ascolti!!!”

“Il monello sei tu che parli a vanvera!!!”
Ad un certo punto gli amici del Riccio Matto e della Tartaruga Melodia decisero che bisognava fare qualcosa.
“Quei due non possono continuare così” disse Serafina la Marmotta.
“Hai ragione, qui non fanno altro che passare le giornate a discutere. E con tutto questo blablabla non si combina nulla” osservò Ugo l’Orso.
Fu così che la Coccinella Caramella si infilò dentro il tronco nodoso di una quercia e ne uscì, aiutata dal Picchio Rimpiattino, con un sacchetto di stoffa iridescente.
Dentro c’era la polvere “Chiama-fatine”. Era potentissima: ne bastava un minuscolo, impalpabile pizzico per far apparire una creatura magica e chiederle aiuto.
Fu così che in men che non si dica, la Fata Principianta, la più bella e dolce di tutte le creature fatate, si trovò lì, con le ali iridescenti che sbattevano velocissime, in mezzo al gruppo di amici.
“Come posso aiutarvi?” chiese agli animaletti del bosco.
“Il Riccio Matto e la Tartaruga Melodia devono fare la pace e non litigare più”.
La fatina si fece spiegare bene la situazione, annuì e poi si volatilizzò in un batter baleno così come era apparsa.
In men che non si dica apparve alle spalle della Tartaruga Melodia. La osservò per qualche attimo in silenzio, prima di avvicinarsi a lei. Aveva il collo tirato per specchiarsi nelle acque di un piccolo stagno, assorta come sempre nei suoi pensieri.

“Cosa ti turba, mia piccola amica?” le chiese Principianta.
“Sono triste. Il Riccio Matto non mi ascolta. E io non so come fare a spiegargli che c’è un mare in mezzo al bosco” rispose Melodia, prima di rivolgere alla fata la sua domanda: “Tu lo vedi il mare in mezzo al bosco?”
“Certo” disse sicura la fata “E’ proprio lì, sotto le foglie, se chiudo gli occhi posso sentire il rumore delle onde e, se li riapro, vedo lo scintillio delle acque sotto le foglie e un mondo incantato che ci aspetta”.
“Ed infatti è così” esclamò la tartarughina “Ma il Riccio Matto dice che mi invento le cose, non mi capisce. E io non so come fare”.

La fatina poggiò una delle sue delicate manine sulla corazza di Melodia, intenerita da quelle parole.

“Non ti preoccupare, ci penso io”. E non finì la frase, perché era già volata via. Per riapparire, in un baleno, accanto al Riccio Matto, che stava tenendo banco presso il ruscello, dibattendo con la Trota Argentina e l’Anatra Moretta. Principianta non perse tempo: “Ehi tu, posso avere l’onore di parlarti un minuto?”
“Ma certo” rispose il Riccio mostrando il musetto impertinente circondato da un’aureola di aculei.
“Ho parlato con la Tartaruga Melodia, che è molto triste perché non la ascolti”.
“Ah, quella sognatrice … Lei vede il mare in mezzo al bosco, ma io continuo a dirle che è il bosco ad essere in mezzo al mare. Guarda: è proprio lì, sotto le foglie … Se chiudi gli occhi puoi sentire il rumore delle onde e, se li riapri, vedere lo scintillio delle acque sotto le foglie e un mondo incantato che ti aspetta”.

La fatina sorrise: “Ma è la stessa cosa che dice la Tartaruga Melodia!”

“Non è così” sbuffo il Riccio “Io vedo il bosco in mezzo al mare, lei vede il mare in mezzo al bosco. No, no e ancora no! Non è la stessa cosa!”

Principianta gli chiese di chiudere gli occhi, lo sollevò come se fosse una piuma anche se in realtà era decisamente più grande di lei e, in un batter d’occhio, lo posò accanto alla Tartaruga Melodia che, nel frattempo, era rimasta a specchiarsi mogia nelle acque dello stagno e a guardare un gruppo di girini che facevano le piroette.

“Melodia, guarda chi c’è!”

“Uffa ancora lui” esclamò stizzita la tartaruga.

“Non fare così” esortò la fata “Ascolta me! Chiudi gli occhi e descrivimi a voce alta il mare in mezzo al bosco. E tu, sì, dico a te Riccio Matto, fai lo stesso: chiudi gli occhi e descrivi il bosco in mezzo al mare”.

Le parole si sovrapposero armoniosamente: “E’ proprio lì, sotto le foglie … Se chiudi gli occhi puoi sentire il rumore delle onde e, se li riapri, vedere lo scintillio delle acque sotto le foglie e un mondo incantato che ti aspetta”.

Non c’è da stupirsi se, riaperti gli occhi e incrociati gli sguardi, il Riccio Matto e la Tartaruga Melodia si ritrovarono senza accorgersi con le zampette posate una sopra all’altra.

“Vedi le stesse cose che vedo io” disse Melodia.

“Sì! Le chiamo soltanto in modo diverso” osservò il Riccio Matto.
Da quel giorno, i due si ritrovarono, guardati a distanza dalla fatina Principianta, radiosa come non mai, a osservare insieme lo scintillio sotto le foglie e a fantasticare su quali pesciolini potevano nuotare in quel mare incantato. C’erano tritoni, sirene, delfini e conchiglie colorate. Non importava se non tutti potevano vederli. L’importante è che, con l’aiuto della fantasia, loro riuscissero a parlare una lingua comune.
Principianta era felice di quel risultato e con lei tutti gli amici dei due animaletti che si riunivano in un colorato girotondo accanto a loro, cercando di vedere il blu del mare e il verde del bosco.
Da quel momento, non ci fu più il bosco in mezzo al mare o il mare in mezzo al bosco. Solo blu mare e verde bosco, mischiati in un’unica tavolozza magica.

“Non siamo tutti uguali” si dissero la tartaruga e il riccio sorridendo “Ma il mondo sarà più bello se impareremo a voler bene anche a chi è diverso da noi”.

Alessia de Falco – Edoardo Riela

Straluccio il Cavalluccio e la Stella Martina

Straluccio il Cavalluccio passava le giornate nascosto vicino a un anemone.
Non sembra tanto divertente detto così, ma a lui piaceva; infatti, dietro ai tentacoli spugnosi della pianta marina, c’era lei, a guardarlo, poggiata alla ruvida ostrica Perla.
Straluccio il cavalluccio non sapeva se quella stella marina di cui non conosceva il nome amava giocare a nascondino o cosa.Ma se ne stava sempre lì, a guardarlo dritto dritto negli occhi senza parlare.“Chissà cosa pensa di me?” Si chiedeva, a volte incuriosito, a volte imbarazzato.Incerto se fare un passo avanti oppure retrocedere, faceva passare le giornate così. Ad osservarla pensoso.Ogni tanto lei si allontanava, perché Ricciolo il Paguro la chiamava o Orione il Barracuda rapiva il suo sguardo.
Però a fine giornata tornava sempre lì a parlare con Perla e a guardarlo di sottecchi, ridendo per il solletico che le facevano i tentacoli dell’anemone intrecciati alle sue lunghe braccia arancioni.Un giorno la stellina sparì. Non per poche ore, come spesso accadeva, ma per un tempo che dire infinito sembrava poco.Straluccio il Cavalluccio era inquieto. E’ vero che non si parlavano, per dir la verità nemmeno conosceva il suo nome.
Ma se lei non c’era era come se gli mancasse un pezzetto, non capiva bene cosa stesse succedendo, era come avere un buchetto nel cuore.
“Cosa le sarà capitato?”. E fu così che andò a cercarla.Grande fu la sorpresa quando se la ritrovò davanti, solo pochi metri più in là. Lo aspettava dietro ad un piccola roccia incrostata di muschi verdi e azzurri. “Perché te ne sei andata?” chiede Straluccio.“Perché mi hai seguito?” lo sfidò lei.
“Perché non ti vedevo. E senza di te mi manca un pezzetto di cuore”.
“Mi chiamo Martina. E se tu non ci sei anche a me manca un pezzetto di cuore”.
Allora Straluccio prese un bel respiro e ci mise tutto il coraggio che aveva nel dirle queste poche parole che a lui sembravano un lungo racconto: “Tanto piacere Martina. Io sono Straluccio. Non ho molte pretese, ma, se tu lo vuoi, possiamo diventare amici e fare insieme un pezzetto di strada”.
“Sì Straluccio, mi faresti felice. Però non deludermi, non deludermi mai. E sarai sempre mio amico”.Il cavalluccio marino non capì bene il senso di quella frase, ma le parole uscirono più in fretta del pensiero: “Non ti deluderò mai, prometto. Non ci riuscirei nemmeno provandoci”. Fu così che divennero amici. Non importava quanto sarebbe stato lungo il percorso e se avrebbe to trovato lungo la strada il famelico pesce Vampiro o l’antipatica murena Violetta.
Il fatto di sapersi vicini, tra l’anemone giallo e la ruvida ostrica, rendeva più piacevole il cammino.

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