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Film per bambini

In questa pagina abbiamo preparato una lista dei nostri film preferiti da guardare con i bambini. Si tratta di classici, affiancati da qualche titolo meno conosciuto e dalle nostre riflessioni su come trasformare il momento film in qualcosa di magico.

60 FILM PER BAMBINI DA GUARDARE IN FAMIGLIA

Questa è la check-list dei nostri titoli preferiti. I primi 20 film della lista sono gli “imperdibili”: secondo noi si tratta di capolavori d’animazione da vedere almeno una volta in famiglia.

  1. La città incantata
  2. Frozen
  3. Dragon Trainer
  4. Il mio vicino Totoro
  5. Big hero 6
  6. Oceania
  7. Ribelle – The brave
  8. Il castello nel cielo
  9. Rango
  10. Zootropolis
  11. Dragon Trainer 3
  12. Dragon Trainer 2
  13. Kiki consegne a domicilio
  14. Il castello errante di Howl
  15. Astro boy
  16. Il gigante di ferro
  17. Mulan
  18. Maleficient
  19. Nightmare before Christmas
  20. Coraline e la porta magica
  21. La fabbrica di cioccolato
  22. Inside out
  23. Ratatouille
  24. Cars
  25. Ponjo sulla scogliera
  26. Il GGG (Grande Gigante Gentile)
  27. Hotel Transylvania
  28. Hotel Transylvania 2
  29. Fantasia
  30. Wall-e
  31. Minions
  32. Bolt. Un eroe a quattro zampe
  33. Gli incredibili
  34. La bella addormentata nel bosco
  35. Biancaneve
  36. Cenerentola
  37. Barbie avventura stellare
  38. Rapunzel – L’intreccio della torre
  39. Nausicaa della valle del vento
  40. Cars 2
  41. Hugo Cabret
  42. Alice in Wonderland
  43. Robin Hood
  44. Shrek
  45. La storia infinita
  46. Kung Fu Panda
  47. Il grande e potente Oz
  48. Il re leone
  49. Galline in fuga
  50. Up
  51. Frankenweenie
  52. La bella e la bestia
  53. A bug’s life
  54. Aladdin
  55. Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro
  56. Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno
  57. L’era glaciale
  58. Le 5 leggende
  59. Mary Poppins
  60. La carica dei 101

ECCO COME RENDERE SPECIALE LA “SERATA CINEMA”

Come abbiamo appena detto, non sentitevi obbligati a scegliere film educativi, a ragionarci sopra a fine visione. Cercate unicamente di trasformare la serata cinema in un momento atteso dai bambini e che possano ricordare con piacere. Di seguito, ecco cosa facciamo noi:

  • Trasformatela in un rituale: scegliete un giorno alla settimana da dedicare ai film; diventerà un momento atteso, un piccolo rituale settimanale
  • Fate una pausa a metà: per i bambini è difficile concentrarsi per l’intera durata del film ma possiamo aiutarli facendo un intervallo a metà. Le prime volte potrebbero rimanere interdetti, ecco perché di solito utilizziamo questo momento per mangiare qualcosa
  • Preparate un piccolo spuntino per l’intervallo: possono essere tramezzini e succo se sceglierete di guardare il film nel pomeriggio, oppure una camomilla o una cioccolata calda per la sera; ad ogni modo, l’accostamento di film e qualcosa di buono da mangiare o bere è sempre garanzia di successo
  • Copertina per l’inverno: è un classico che, al di là dell’apparente banalità, aiuta a ritrovare quel senso di casa e di tepore che i danesi chiamano hygge (e se lo dicono loro, che sono il popolo più felice al mondo…)

COME SCEGLIERE UN  FILM PER BAMBINI

Siamo bombardati da tutte le parti da istruzioni: chi dice di evitare i film violenti, chi quelli che non propongano la parità di genere, chi quelli in cui c’è un animale domestico, proprio perché non dovremmo sottomettere e addomesticare le bestie. C’è una grande confusione, un polverone che rende impossibile dettare delle linee guida sensate per scegliere un film. Forse quindi conviene fare un passo indietro e chiedersi: come sceglieremmo un film per adulti?

Ecco, rispondete a questa domanda, poi adattatela con buonsenso ai più piccoli. Noi ad esempio (utilizziamo il “noi” proprio perché ci troviamo in un campo non scientifico, che ha più a che vedere con l’esperienza personale che non con l’educazione) cerchiamo pellicole che suscitino emozioni, che facciano vivere un viaggio. Ci piace pensare che anche nella semplicità di un film i bambini possano vivere un’esperienza estetica, abituarsi al bello e al fantastico. Non a caso, il nostro regista preferito è Hayao Miyazaki, un maestro della narrativa fantastica.

i film per bambini più belli

I FILM SONO UNO STRUMENTO EDUCATIVO!

I film sono un ottimo spunto per riflettere sul sull’educazione in famiglia. Ha senso trasformare il film della domenica in un’occasione educativa? Dobbiamo fare un cineforum? No, non è necessario: guardate il vostro film in libertà, svagatevi e approfittate per godervi un momento di relax.

Spesso tendiamo a confondere l’educazione con “un’educazione”: quella dell’arricchimento culturale, che vorrebbe sfruttare ogni momento come “mattoncino culturale” (non è proprio così, anche il modello dell’arricchimento culturale è ricco di spunti interessanti, però tende a cristallizzare un po’ troppo i momenti di libertà). E così, diventa “roba da fissati”, qualcosa da evitare a tutti i costi. Non a torto, ma il problema non è l’educazione, ma come noi la interpretiamo.
Educare guardando un film non significa scrivere un trattato sulle emozioni dei personaggi dello stesso, quanto piuttosto imparare a godersi un momento di felicità in famiglia. In questo senso potete lavorare: provate a trasformare il momento film in un’ora di pura felicità. Tenete vicino un succo di frutta e, nella stagione fredda, una copertina e la cioccolata calda. Come potete vedere, non si tratta di ragionare sulla morale della storia o scrivere un tema sui personaggi, ma semplicemente imparare a migliorare la qualità del nostro tempo, cominciando con i piccoli gesti.

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Libri sulla resilienza, per grandi e bambini

Nel nostro MINI-SAGGIO sulla resilienza abbiamo citato alcune letture che possono aiutarvi ad approfondire questa tematica.

Perché è importante documentarsi su questo tema?

Pensiamo che leggere saggi e racconti sulla resilienza ci aiuti a lavorare su ingredienti fondamentali come flessibilità, creatività e problem solving.
Resilienza non è solo una qualità fondamentale per sopravvivere alle grandi tragedie, come le guerre e la povertà, ma anche a contesti quotidiani sempre più sfidanti, in un mondo che cambia in fretta e spesso ci coglie impreparati.

A pensarla in maniera un po’ fumettistica, la resilienza assomiglia molto a Robin, l’aiuto fidato di Batman che lo supporta silenziosamente, ma c’è sempre al momento del bisogno. Noi dovremmo riuscire a trovare questo aiuto fidato dentro di noi, prima ancora di cercare il sostegno degli affetti, che restano ugualmente una risorsa preziosa. Lasciamoci dunque ispirare da storie, spunti e riflessioni.

La lettura fa crescere, in ogni campo. Ecco dunque tre libri per adulti e tre per bambini: ve li proponiamo con l’obiettivo di approfondire questa tematica, a seconda dell’età, riflettendo in modo particolare sulle risorse da attivare. Per crescere insieme, in famiglia e al di fuori.

Per mamme e papà

Resisto dunque sono dello psicologo Pietro Trabucchi.

Il libro propone una tecnica che l’autore definisce ABCDE e che ci aiuta a prendere consapevolezza della nostra forza interiore: le reazioni di fronte a una difficoltà dipendono non solo dalla gravità dell’evento, ma anche da come noi lo percepiamo. Qui sta il nostro potere: siamo noi a scegliere il significato da attribuire a ciò che ci accade.

libri sulla resilienza trabucchi

Resilienza e creatività di Cristina Castelli, esperta in psicologia evolutiva

Si tratta di un saggio che parte dall’esperienza in contesti di vulnerabilità ed emergenza, per poi spaziare a processi più strettamente collegati all’ambito familiare. Il testo evidenzia come la creatività possa rappresentare una chiave di lettura per fare del trauma un’occasione di crescita ed esperienza di sé. In particolare l’autrice richiama Winnicott, sottolineando l’importanza del senso di continuità. Esso viene determinato in parallelo dalle relazioni significative che riusciamo a costruire con gli altri e dalle attività simboliche, spesso legate a tecniche espressive e creative come musica, teatro, pittura, fiabe e narrazioni.

Opzione B di Sheryl Sandberg, top manager di Facebook

L’autrice sostiene che molte persone che hanno vissuto un lutto credano fallacemente al “mito delle tre P”: il lutto è Personale (sono responsabile di ciò che è successo); il lutto è Pervasivo (la tristezza si propagherà in ogni dimensione della mia vita); il lutto è Permanente (il dolore non passerà).
Solo dopo aver trasposto le sue emozioni in un diario ed aver ascoltato le parole di un buon amico, Sandberg scoprirà l’opzione B. Si ricomincia, cambiando.

Per i bambini

Il Pentolino di Antonino di Isabelle Carrier

Un albo illustrato delicato e poetico che narra le avventure di Antonino, un piccolo ippopotamo a cui è capitata una disavventura: un giorno gli è caduto in testa un pentolino rosso, senza apparente ragione. Da quel momento Antonino non se ne separa mai, trasformandolo in una fonte inesauribile di risorse: serve per nutrire un gatto, per sedersi ad ascoltare la musica, persino come vaso porta fiori. Per gli amici che lo osservano è un elemento “strano … e anche inquietante”, qualcosa di cui liberarsi. Peccato che, per Antonino, non sia così semplice. Ci vorrà del tempo per imparare a a conviverci, affrontando le proprie paure. Perchè quel pentolino altro non è che un piccolo accumulo di paure, da vincere con l’affetto e la comprensione.

Il piccolo ragno tesse e tace di Eric Carle

Tutto ha inizio una mattina all’alba, quando un piccolo ragno, spinto dalle folate del vento, finisce tra i pali di un recinto, dove inizia a tessere la sua tela. Tutti gli altri animali che pian piano sopraggiungono cercano di distoglierlo dalla sua impresa ma …. Si tratta di una storia affascinante che può essere letta su più piani. Capita di non attribuire la giusta importanza alle azioni altrui o, anche, alle nostre. Un messaggio per i più piccoli, ma anche per gli adulti, che spesso non capiscono l’importanza dei tempi e delle azioni dei bambini, immersi nel loro piccolo mondo fatto di scoperte.
Eli Sottovoce di Laura Bellini

Si tratta di una collana di silent book pieni di illustrazioni evocative. La protagonista è la libellula Eli, piccolo insetto intraprendente che non si arrende mai e che spesso affronta i problemi con una soluzione creativa. Non arrendersi significa trovare nuove prospettive, nuove chiavi di lettura anche quanto le cose non vanno come vorremmo. In questo caso, a parlare sono le immagini, piene di contenuti che spesso la scrittura circoscrive ad un’interpretazione univoca. In un libro senza parole, i bambini sono incentivati a inventare significati, storie, a sentire e parlare il linguaggio delle emozioni. A capire in profondità quello che le parole non sempre possono spiegare.

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Leadership: guidare gli altri con autorevolezza

leadership

“La grandezza di una leadership si fonda su qualcosa di molto primitivo: la capacità di far leva sulle emozioni”.
Daniel Goleman

“I leader creano squadre. Non emanano ordini dall’alto”.
Dale Carnegie

“Ci accorgiamo di essere prossimi alla grandezza, quando riusciamo ad essere veramente umili”.
Rabindranath Tagore

COS’È LA LEADERSHIP

Oggi si parla molto di leadership e leader. Spesso però questi due termini vengono collegati a un concetto sbagliato: stare al comando, essere capo.
Nella letteratura scientifica psico-sociale il termine leadership tende ad indicare spesso la capacità di influenzare e mobilitare i membri di un gruppo sociale verso il raggiungimento degli obiettivi fissati da un’organizzazione. Si tratta tuttavia di una definizione parziale, che non esprime la complessità del ruolo del leader e la molteplicità dei compiti che è chiamato a svolgere.

In una società focalizzata sulla competizione ed il successo, questa visione non ha portato grandi benefici. incrementando stress, frustrazione, invidie.
E’ per questo che oggi si tende a rivedere la figura del leader e ciò che la leadership comporta, sul lavoro, in famiglia e, più in generale, in gruppo.
Lo studioso statunitense Peter Drucker, considerato tra i fondatori del management moderno, pone l’attenzione sul fatto che i nuovi leader non debbano dire “io”, perché non devono pensare “io”. Un leader moderno accetta la responsabilità, dando credito al “noi”. Si parla di leadership prevalentemente nei contesti aziendali, ma questa concezione collaborativa è utile anche in ambiti extra-lavorativi. Per questo motivo abbiamo pensato di approfondirla sulle pagine di un sito che si rivolge a genitori e bambini.
Partiamo dagli albori della sociologia e della psicologia, per poi tornare ai giorni nostri.

Uno degli autori che più vengono menzionati a riguardo nelle scienze sociali è Max Weber che ha studiato approfonditamente la figura carismatica come fattore di leadership e di mutamento sociale. In parallelo possiamo citare W.F. Whyte, che studiò, con la metodologia dell’osservazione partecipante, la funzione del leader all’interno delle dinamiche di un gruppo di pari. Nell’ambito degli studi psicologici K. Lewin, R. Lipitt e R.K. White hanno contribuito a creare una distinzione dei tre tipi di leadership sulla base dello stile adottato dal leader nel gestire la partecipazione dei membri del gruppo nelle sue attività:

  • autoritario, volto ad accentrare le decisioni e ridurre la partecipazione attiva degli altri
  • democratico, volto a favorire la partecipazione dei membri, richiedendone il contributo
  • laissez-faire, con alto potere di deroga sulla gestione e coordinamento dei membri

Gia ai tempi dello studio, pionere nell’ambito della psicologia sociale e risalente alla prima metà del secolo scorso, era emerso l’aspetto cruciale della leadership che, per essere efficace, deve integrare i tre stili e scegliere quale adottare a seconda del contesto.

ESSERE LEADER: ECCO LE COMPETENZE IN GIOCO

In passato, gli studi in materia hanno evidenziato principalmente l’aspetto strumentale della leadership, cioè il raggiungimento dello scopo prefissato per il gruppo. Tuttavia nel tempo sono emersi altri fattori cruciali e più relazionali, come ad esempio la coesione sociale ed il rafforzamento dell’identità collettiva. L’attenzione si è progressivamente spostata sulle interazioni tra leader e gruppo, sulle caratteristiche socio-caratteriali che definiscono un membro come leader e sulle aspettative e condotte caratterizzanti la leadership. La leadership si è trasformata, diventando collaborativa.

Riportiamo le parole scritte dall’economista Jeremy Rifkin nel 2014:

“Nell’era che si sta affacciando, impegnarsi a fondo nel Commons collaborativo assumerà la stessa importanza che nell’economia di mercato ha avuto lavorare duramente e l’accumulazione di capitale sociale diventerà preziosa quanto lo è stata l’accumulazione del capitale di mercato. A definire il grado di realizzazione esistenziale degli individui saranno l’attaccamento alla comunità e la ricerca di trascendenza e significato e non la ricchezza materiale. I ragazzi della generazione di Internet concepiscono se stessi più come giocatori che come lavoratori, considerano le proprie qualità personali più doti che competenze, e preferiscono esprimere la loro creatività in un social network anziché lavorando in postazioni d’ufficio o svolgendo attività autonome in un contesto di mercato. L’internet delle cose libererà gli essere umani dall’economia di mercato per orientarli alla ricerca di interessi comuni e immateriali nel Commons collaborativo”.

In pratica il leader oggi non è più “colui che guida e comanda”, ma colui che sa sviluppare una cultura collaborativa. Ecco l’identikit del leader contemporaneo:

  • è assertivo
  • è un facilitatore
  • sa ascoltare
  • invia messaggi chiari quando assegna i compiti
  • riesce a valorizzare i talenti

In questo modo, attraverso l’intelligenza emotiva e l’empatia, infonde fiducia e motivazione alla squadra, aumentando l’autostima dei singoli. Non è mica facile essere leader vero? In realtà è molto più semplice di quanto si pensi! Bisogna però fare un attento lavoro su se stessi e poi coltivare il team building, per diventare davvero squadra.

PERCHÉ DOVRESTI DIVENTARE UN GENITORE LEADER?

Come evidenziato nel nostro articolo Genitori leader non si nasce, si diventa: scopriamo le soft skills, l’arrivo di un bebè porta spesso scompiglio in famiglia. Di colpo cambiano le dinamiche familiari e bisogna imparare a gestire un sistema complesso, ottimizzando risorse, stabilendo obiettivi e priorità, eliminando il superfluo. Paradossalmente il genitore è chiamato ad essere leader, in famiglia ancor prima che sul lavoro: dovrà essere una guida autorevole, trasmettere fiducia, comprendere desideri e necessità, aiutare il bambino a crescere in modo autonomo e consapevole

Che cosa fa esattamente un leader? Lo spiega l’origine della parola. “Leader” deriva da to lead che in inglese significa guidare. Parliamo dunque di una persona in grado di dare l’orientamento al gruppo grazie all’esempio e al carisma. Noi più che genitori leader, amiamo parlare di genitori coach, perché pensiamo che, in famiglia, si debba crescere insieme attraverso l’allenamento della squadra. Riteniamo che, per essere un buon leader, un genitore debba lavorare su quattro aree:

  • insegnare il problem solving, anche avvalendosi di approcci “lateralisti”; date un’occhiata a questo proposito ai nostri approfondimenti su pensiero laterale, problem solving e provate con qualche enigma da risolvere, come ad esempio gli indovinelli logici;
  • responsabilizzare, insegnando che ciascuno può contribuire al successo della squadra, anche a casa; fondamentale in questo caso coltivare l’autonomia, sin dalla più tenera età.
  • insegnare a non temere i cambiamenti, che fanno parte della vita, guardando al futuro con fiducia e positività e affrontando le sfide senza abbattersi. Provateci con il gioco del cambiamento
  • vincere la paura dell’insuccesso; spesso non si accettano le proprie imperfezioni o, peggio, quelle dei figli. Il compito di un leader è insegnare la teoria del fallimento, per la quale si può cadere ma, nel rialzarsi, bisogna cogliere nuove opportunità e imparare la lezione

Il compito più arduo per il genitore leader è vincere il senso di colpa, il rimorso per non aver fatto abbastanza: bisogna credere in se stessi, per aumentare l’autostima dei propri bambini. E’ dunque opportuno evitare, dove possibile, l’atteggiamento definito da “genitore spazzaneve”. Anteporci ai figli, tenerli sotto una campana di vetro per evitare loro di scontrarsi con gli ostacoli lungo il cammino, non li renderà più forti. Al contrario, saranno impreparati alla vita.

Prima di andare a vedere nello specifico alcuni spunti operativi, qui vogliamo focalizzare l’attenzione su due aspetti della leadership in famiglia: intelligenza emotiva ed autorevolezza.

I GENITORI LEADER SONO ALLENATORI EMOTIVI

Nella pratica, come possiamo fare ad essere leader in famiglia ed aiutare i bambini nel percorso verso la felicità? Innanzitutto lavorando sulle emozioni E’ fondamentale che i genitori educhino alla disciplina, nell’accezione di saper usare le peculiarità di ciascun individuo in modo positivo, anzichè distruttivo.

E’ stato lo psicologo John Gottman a definire quattro macrocategorie di stili genitoriali, come già approfondito nell’articolo Andiamo a scuola di emozioni: sviluppiamo l’intelligenza emotiva nei bambini:

Genitori noncuranti, che sminuiscono, ridicolizzano o addirittura ignorano le emozioni negative dei figli. (“E’ ridicolo che tu non voglia andare all’asilo. Non c’è nulla di cui aver paura. Li ci sono i tuoi amichetti e ti divertirai. Dai su, ora passiamo in pasticceria a comprare un dolcetto, così ti passa.”)

Genitori censori, che criticano le espressioni di sentimenti negativi e che possono arrivare a rimproverare o punire i figli per queste manifestazioni emotive. (“E’ ridicolo che tu non voglia andare all’asilo. Sono stanca di questo comportamento, non sei più un neonato. Agisci da grande! Se continui così questa è la volta buona che le prendi.”)

Genitori lassisti, che accettano le emozioni dei figli e si dimostrano empatici, ma non riescono a offrire loro una guida o a porre limiti al loro comportamento, spesso rimandano il problema, distraendolo ad esempio con un gioco, fino a che si ripresenterà la volta successiva. (“Oh come ti capisco! E’ naturale che vuoi rimanere a casa con la tua mamma. Anche io sono triste. Magari giochiamo insieme dieci minuti e poi usciamo senza piangere però.”)

Genitori allenatori emotivi, che partono come i genitori lassisti, empatizzando con i sentimenti del bambino, ma poi colgono l’occasione per parlare del sentimento, dargli un nome, e imparando a riconoscerlo.

I GENITORI LEADER SONO GENITORI AUTOREVOLI

Prima regola: no a dittatorialità e permissivismo. Sì a un sistema di regole condiviso. Spesso si confonde autorità con autorevolezza: sono due concetti completamente diversi. Facciamo un po’ di chiarezza:

Con il termine autoritarismo (dal latino auctoritas) si fa riferimento a un modello gerarchico in cui il capo ricopre il vertice più alto, con poteri direttivi e funzioni di comando, esigendo obbedienza da parte dei sottoposti. L’autorevolezza (dal latino gravitas) è invece una qualità non imposta, ma riconosciuta a una persona che dimostra un atteggiamento partecipativo piuttosto che direttivo, coinvolgendo gli altri e influenzando i comportamenti del team.

Vi ricordate quando abbiamo menzionato la leadership collaborativa? Ecco, l’autorevolezza ne costituisce un pilastro. Un genitore deve essere guida, non amico, del figlio. Per questo è necessario dare delle regole, come abbiamo evidenziato nel nostro articolo Bambini senza regole: un danno da evitare.

LEADERSHIP IN PRATICA

  • i bambini senza regole sono più stressati e manifestano spesso problemi comportamentali seri
  • i bambini che rispettano regole ragionevoli crescono più sicuri
  • non si è buoni educatori se si lascia fare di tutto, ma se si coltiva l’autorevolezza

Peraltro, l’intelligenza emotiva e l’autorevolezza si combinano nel rispetto delle regole. Leggete a questo proposito lo spunto dedicato, intitolato: Le regole? Insegniamole con l’intelligenza emotiva.

Per allenarci, abbiamo individuato cinque linee guida:

Trovate una soluzione senza necessariamente ricorrere alla violenza: insegnate a gestire le emozioni evitando quanto più possibile le manifestazioni di rabbia e violenza.

Non giudicate dalle apparenze: imparate a guardare dentro le persone, a valorizzare ciò che seriamente conta, trasmettendo questo valore ai vostri figli.

Date e chiedete rispetto: insegnate a motivare le proprie scelte e farsi rispettare, argomentando in maniera equilibrate.

Non rimuginate: è fisiologico sbagliare, ma crucciarsi non serve: uno sbaglio può costituire un’occasione di crescita, basta porsi in modo costruttivo di fronte ai problemi.

Affrontate la vita con la giusta prospettiva: pensate positivo: riuscire a non darsi per vinti, a vedere le opportunità, è il modo migliore per crescere.

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Serendipità: il piacere delle scoperte casuali

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Che cos’è la serendipità?

La serendipità indica due cose: una scoperta casuale, ma fatta mentre si cercava qualcos’altro, oppure una scoperta fortuita, insperata. Questa parola è in realtà un neologismo, coniato nel XVIII secolo dallo scrittore Horace Walpole.

Questa parola bizzarra è la trasposizione esatta dell’inglese serendipity, a sua volta ispirato da un’antica leggenda persiana, I tre principi di Serendippo. In questa fiaba, i tre principini, nel corso dei loro viaggi continuavano a fare scoperte eccezionali, completamente a caso. Non erano animati dalla voglia di cercare, eppure nuove intuizioni continuavano ad affiorare alle loro menti.

Walpole, nel corso dei suoi viaggi e delle sue ricerche, si rese conto che anche nella scienza è insito un elemento di forte casualità. Elemento che ribattezzò, appunto, serendipità.


E voi, ci credete che tante scoperte scientifiche, alcune vere e proprie rivoluzioni, sono state fatte per caso? Ad esempio, la penicillina, ma anche i raggi X, il pianeta Urano e i neuroni specchio.

Allenare la serendipità? Cominciamo liberandoci dall’ossessione per la perfezione

Secondo noi è un concetto molto importante, perché va a braccetto con quello di non-metodo e di ricerca della felicità. Innanzitutto, ammettere l’esistenza della serendipità (e questo ci sembra fuori discussione) indica che esiste un modo di scoprire le cose alternativo alla ricerca compulsiva e al rigore metodologico. Questo ci dovrebbe aiutare a capire che spesso non è una ricerca perfetta che conduce all’innovazione, ma una mente aperta, elastica, pronta a cogliere anche l’imprevisto.

E quindi: concediamo più spazio alla felicità, alla ricerca di un equilibrio interiore e dell’armonia. La serendipità non si allena facilmente, proprio per la sua natura casuale. Però, con un po’ d’impegno, possiamo educare la nostra mente ad uscire dagli schemi, a non rimanere in modo rigido sulle sue posizioni.

Serendipità in famiglia

Come abbiamo detto, sulla serendipità non si lavora direttamente. Si può tuttavia favorire, realizzando un ambiente che valorizzi le intuizioni e le riflessioni dei singoli, facendole diventare una ricchezza condivisa. Così accade in molte aziende giapponesi: i manager sono incredibilmente attenti a cogliere tutto il potenziale, spesso casuale, che deriva dalle loro risorse umane. Il risultato? Si diventa virtuosi, innovativi e si crea un clima di generale benessere e fiducia, fiducia che viene estesa anche al più umile degli operai.

Una visione simile, anche se libera dai precetti aziendali, è quella che secondo noi dovremmo portare nella vita di tutti i giorni.

Gio-Coaching per poter fare piacevoli scoperte

Secondo noi, il punto di partenza è il pensiero laterale, ovvero la capacità di uscire dai propri panni di “logici pensatori” e abbracciare un pensiero composto e articolato, fatto sì di numeri ma anche di emozioni, sensazioni ed intuizioni.

Importante è anche l’attitudine al pensiero positivo, alla mente elastica e fiduciosa. Per questo vi rimandiamo al MINI-SAGGIO sul pensiero positivo.







Libri sulla serendipità e sul non-metodo

Ci sono due testi particolarmente utili per riflettere sul concetto di serendipità, sulle scoperte casuali e su un modo migliore di intendere la scienza. Si tratta di Contro il metodo, di K. Feyerabend e Il mancino zoppo, di M. Serres. Entrambi i testi fanno ampio uso di metafore ed esperimenti mentali, con l’obiettivo di dimostrare che non di solo metodo vive la scienza. L’obiettivo è quello di rivalutare l’elemento casuale nel processo sperimentale, rivalutando insieme ad esso la figura del ricercatore: persona semplice, che commette errori e non ha certo la verità in tasca, ma proprio grazie a queste caratteristiche riesce a fare grandi, inaspettate, scoperte.  Sono letture impegnative, adatte ai coraggiosi che credono che la filosofia abbia ancora qualcosa da insegnarci.

a cura di Matteo Princivalle

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Giochi in spiaggia per bambini: ecco i migliori

Una guida ai migliori giochi in spiaggia da provare quest’anno

Quando si va al mare, ecco che la spiaggia si trasforma in uno sconfinato parco giochi. E se i bambini sanno inventare moltissimi giochi in autonomia (dai castelli di sabbia alle corse), ecco qualche suggerimento per rendere l’estate indimenticabile.

Caccia al tesoro sulla spiaggia

Avete letto la nostra guida alla caccia al tesoro? Sapete che è possibile organizzare una caccia al tesoro anche nella sabbia? Bisognerà però fare un paio di modifiche al regolamento.

Ecco come la giochiamo noi: realizziamo una mappa del tesoro (solitamente sotterrato vicino all’ombrellone, sotto un lettino o comunque nell’area che solitamente occupate nella spiaggia) su un foglio A4. Poi la tagliamo in pezzi (6 o 8) e nascondiamo ciascun pezzo di mappa nella sabbia. Ciascun indizio sarà indicato da un paletto che pianteremo in prossimità del luogo in cui è nascosto, per individuare l’area di ricerca.

I giocatori dovranno scavare alla ricerca di tutti gli indizi, poi ricomporre la mappa ed infine mettersi alla ricerca del tesoro nascosto.

Un’accortezza: è fondamentale, mentre un adulto prepara la caccia al tesoro, che un altro distragga i bambini portandoli in un’area diversa da quella del gioco (in modo tale che non vedano gli indizi che vengono nascosti, o peggio il tesoro). Dai nostri esperimenti questa caccia al tesoro piace tantissimo. E se ci fossero più partecipanti? Semplice: basta dividerli in squadre e preparare un percorso per ciascuna.

Cacciatori di conchiglie

Il meccanismo di questo gioco è simile a quello della caccia al tesoro, ma non c’è bisogno di prepararlo prima (quindi è ideale per mamme e papà coach last minute!). Una delle attività con cui i bambini si divertono di più in spiaggia è proprio la raccolta delle conchiglie. Proviamo a trasformarla in un gioco.

Si raccolgono 10, 20 o 30 conchiglie, a seconda della difficoltà: potete farle raccogliere ai bambini prima di iniziare. Poi si benda/no il/i giocatore/i (basta coprire gli occhi con un asciugamano o una maglietta) e si nascondono nei pressi del lettino tutte le conchiglie, avendo cura poi di rastrellare per bene la sabbia in modo da nascondere i punti in cui si sono nascoste. L’obiettivo è recuperarle tutte. Una bellissima sfida che è anche un bel modo per tenere tranquilli i bambini impegnandoli con un’attività sensoriale.

bambini che giocano sulla spiaggia

Castelli di sabbia e fortini

I castelli di sabbia sono un classico che tutti i bambini dovrebbero provare almeno una volta. Ma c’è una variante ancora più entusiasmante: riempirli di soldatini, come delle vere fortezze. Inoltre, con un po’ d’acqua è possibile creare canali, fossati e scenari mozzafiato.

Ricapitolando: kit secchiello e paletta da spiaggia, una confezione di soldatini e via, si comincia!

UNO H2O

Di solito la spiaggia è il luogo migliore per perdere e rovinare i mazzi di carte, anche quelli plastificati. Una soluzione è il mazzo di UNO H2O: carte completamente impermeabilizzate e anti-strappo, pensate proprio per l’uso in spiaggia. Inoltre, hanno un comodo moschettone a cui agganciare l’intero mazzo, per evitare di perdere qualche carta. Eccole qui.

Aquilone

Un gioco un po’ retrò, ma che continua a piacere. Potreste approfittare delle ore più calde della giornata per realizzare a casa un aquilone (bastano pochi materiali, carta velina o stoffa, stecche di legno e corda sottile) da far volare al tramonto. Correre sulla spiaggia con il proprio aquilone è per i piccoli una gioia immensa.

Battaglia d’acqua

La spiaggia è il luogo ideale per portare pistole e fucili ad acqua e scatenare un bel duello. Si possono costruire barricate e trincee nella sabbia, organizzarsi in squadre e al via, scatenare l’inferno!

L’importante è giocare nel massimo rispetto di chi frequenta la spiaggia. Quindi, niente schizzi sui lettini vicini o corse accanto a chi prende il sole. Ecco un’altra grande potenzialità del gioco libero: scatenandosi, imparare a rispettare gli altri.

Bolle di sapone

Abbiamo già scritto una bella guida alle bolle di sapone. Per scoprire come farle in casa, vi rimandiamo a quella. Ricordatevi di portarle in spiaggia: è uno dei posti più suggestivi per provarle.

Giochi con acqua e sabbia

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Come realizzare un acchiappasogni

acchiappasogni

L’acchiappasogni (o dreamcatcher in inglese) è un oggetto appartenente alla tradizione degli Indiani d’America, oggi diffuso in tutto il mondo. Sapete di che cosa si tratta?

Nella tradizione, il tempo dei sogni è caratterizzato da energie positive e negative: la rete dell’acchiapasogni serve ad intrappolare i brutti sogni, inghiottendoli nel foro centrale e facendoli svanire al sorgere del sole. Un acchiappasogni ha una struttura standard, anche se estramamente personalizzabile:

  • un cerchio esterno fa da supporto e rappresenta l’universo e il ciclo della vita
  • una ragnatela di fili intrecciati, spesso decorata con perline, volta a trattenere i brutti sogni, lasciando scorrere i bei sogni nel punto centrale
  • corde decorative che terminano con piume, per ricordare il volo degli uccelli, liberi nell’aria

Perché vi raccontiamo come realizzare un acchiappasogni? Perché questo oggetto antico ed affascinante, oltre ad essere un elemento decorativo, ha un significato profondo: tenere lontani gli incubi, favorendo il buon riposo. Magari non è così, ma è sicuramente un pensiero suggestivo.
Di seguito vi raccontiamo quali sono le origini di questo oggetto così particolare e come realizzarne uno. E se anche non dovesse evitare gli incubi di adulti e bambini, ma può essere un buon modo per parlarne e sdrammatizzarli. Di questo parliamo alla fine del nostro approfondimento.

LE ORIGINI DEGLI ACCHIAPPASOGNI

L’acchiappasogni nasce nel Nord America, tanto tempo fa, diffondendosi tra le tribù di indiani, in particolare Cheyenne e Dakota. L’origine però è attribuita alla popolazione Ojibwa: il nome originale dell’amuleto è “asabikeshiinh”, che vuol dire ragno. L’altro nome originale è “bawaajige nagwaagan” o ceppo dei sogni.

Si parla addirittura di frammenti risalenti al 300 a.c, più o meno all’epoca delle Guerre Puniche dall’altra parte del mondo! Anche se questo oggetto è associato prevalentemente agli indiani d’America, sono stati rinvenuti reperti anche nel Sud dell’India, in Asia. Evidentemente il problema di garantirsi un sonno tranquillo e di scacciare brutti pensieri era, ed è, condiviso!

Tornando al luogo d’origine, nelle tribù degli indiani d’America sembra fosse usato non solo con il significato attribuito oggi, ma anche per indicare quale professione praticava l’abitante della tenda. Per questo venivano utilizzati colori, piume e perle differenti. Il concetto attuale di acchiappasogni è stato attribuito successivamente: si pensa che, alla nascita di ogni bambino, ne venisse realizzato e donato uno, che lo avrebbe accompagnato lungo l’arco della vita.

Gli Ojibwa costruivano gli acchiappasogni intrecciando fili di salice intorno a un “nucleo” di forma circolare del diametro di 9-10 centrimetri.
Una volta realizzato il supporto, incrociavano fibra di ortica tinta di rosso, creando una ragnatela. La tribù credeva che i sogni buoni, passando attraverso la rete, arrivassero ai dormienti. Gli incubi venivano catturati dalla ragnatela.

Gli Ojibwa iniziarono a vendere acchiappasogni negli anni Sessanta, subendo grandi critiche dalle altre tribù, che consideravano questo commercio una profanazione. Non ci sentiamo di dargli torto, visto che oggi gli acchiappasogni hanno perso quasi del tutto il loro significato originale, trasformandosi prevalentemente in decorazioni. Ci sembra tuttavia utile riscoprire questa tradizione e, soprattutto, lasciarci ispirare per un laboratorio con materiali da recupero.

Non possiamo garantire che gli acchiappasogni allontanino davvero gli incubi e l’energia negativa, ma conoscerne la storia è un modo per accostarsi a una cultura antica e a tradizioni millenarie. Per farlo, vi proponiamo la leggenda degli acchiappasogni: può anche essere una lettura serale, da fare insieme ai bimbi. Se poi l’argomento vi appassionasse, ecco un bel libro sugli indiani d’America per i più piccini.

LA LEGGENDA DEGLI ACCHIAPPASOGNI

In realtà esistono più leggende sull’origine dell’acchiappasogni. Di seguito ve ne proponiamo due, le più diffuse. L’elemento comune, che poi ritroviamo anche nell’amuleto, è la presenza della tela che intrappola la negatività.

ASIBIKAASHI, LA DONNA RAGNO

C’era una volta una donna-ragno, il cui nome era Asibikaashi. Aveva un compito davvero importante: ogni giorno vegliava su tutte le creature del nostro mondo, intessendo sottili trame sopra le culle e i letti dei bambini. Così intrappolava tutto il male tra i suoi fili, facendolo svanire all’alba.
Il problema è che, a poco a poco, le tribù iniziarono a disperdersi in tutta l’America del Nord, un territorio vasto, ricco di laghi, montagne rocciose, verdi e altissime sequoie. Per la donna-ragno, divenne difficile prendersi cura di tutti, viaggiando da una parte all’altra dell’immenso territorio. Così la sacra arte fu trasmessa alle mamme e alle nonne indiane che iniziarono a tessere le magiche trame, continuando a proteggere i loro bimbi dai brutti sogni.
Oggi alcuni attribuiscono un significato diverso agli acchiappasogni, immaginando che servano ad ottenere ciò che ci prefiggiamo. In questo modo la parola sogno assume la connotazione di aspirazione, desiderio, speranza.

IKTOMI, IL SAGGIO SPIRITO

Un’altra leggenda racconta che un capo indiano dei Lakota un giorno ebbe una visione, mentre meditava su un monte. Era Iktomi, lo spirito della saggezza, che gli era apparso sotto forma di ragno e aveva iniziato a tessere la sua tela. Che significava tutto ciò?
Iktomi stava mandando un messaggio prezioso: nella nostra vita incontreremo forze buone e forze cattive. Dobbiamo imparare a dare ascolto alle prime, ignorando e seconde. Man mano che Iktoni parlava, continuava a tessere. Ben presto la tela si era trasformata in un cerchio perfetto con un foro al centro. Quel simbolo avrebbe aiutato le persone a ispirarsi, facendo uso di idee, sogni e visioni per raggiungere i propri obiettivi. Il Grande Spirito avrebbe vegliato sul mondo dei sogni per aiutare le persone a percorrere la loro strada.

COME REALIZZARE UN ACCHIAPPASOGNI

Se siete rimasti affascinati dai racconti e dalle leggende dei nativi americani, perché non lasciate andare la vostra creatività e vi cimentate con la realizzazione di un acchiappasogni tutto vostro? Nei negozi di bricolage trovate materiali, colori, piume, fili e perline. Tuttavia vi proponiamo di sfruttare la ricchezza della natura e procurarvi i materiali durante una passeggiata: sassolini, conchiglie, rametti.

Ecco cosa serve:

  • Materiale da riciclo a forma di circonferenza (guarnizioni della moka, tubicini in pvc, cartoncino). In alcune varianti fai-da-te vengono utilizzate le grucce metalliche.
  • Tessuto
  • Cordini colorati
  • Spago da cucina (quello per gli arrosti)
  • Piume
  • Perline

Ricordate di tenere a portata di mano le forbici ed una colla tipo Super Attack.

acchiappasogni fai da te

  • Partiamo dalla realizzazione del supporto circolare. Se usiamo la gruccia o i tubicini in pvc, occorre piegarli e chiuderli in forma circolare, aiutandovi con lo scotch (meglio quello nero per le applicazioni elettriche che ha maggior tenuta). Se invece usate il cartone, stendetelo sul piano di lavoro e ricavate una circonferenza con un piatto, disegnandone a matita il contorno, Con un piatto più piccolo disegnate all’interno una seconda circonferenza, in modo tale da ottenere una sagoma ad anello da ritagliare.
  • Procediamo rivestendo la sagoma ad anello precedentemente ritagliata: potete usare lana colorata o nastri, passando il capo della lana o del tessuto da dentro verso fuori, fino a ricoprire l’intera superficie del cerchio (presente quando realizzate i pom pom?)
  • A questo punto si passa alla ragnatela. Prendete una matassa di lana, un gomitolo di cotone o del banale filo di nylon per realizzare l’intelaiatura. Fate un doppio nodo sulla porzione superiore del cerchio principale, mantenendo fermo il nodo e tendendo il filo fino a raggiungere il margine destro del cerchio (il filo deve creare un angolo di circa 60 gradi rispetto al nodo principale). Fate un piccolo nodo e riportate il nastro sino a metà del segmento che collega le ore 8 con le 12. Legate il triangolo equilatero riportando il nastro sino al vertice della figura geometrica (a metà del segmento tra ore 12 ed ore 4). Per creare ulteriori corone nel vostro acchiappasogni dovete riprendere il procedimento. Infilatee delle conchiglie forate e delle perline nello spago man mano che si crea l’intreccio.

ACCHIAPPASOGNI ALL’UNICNETTO

acchiappasogni uncinetto

acchiappasogni uncinetto

PERCHÉ CI PIACCIONO GLI ACCHIAPPASOGNI

Troviamo che realizzare un acchiapasogni sia un valido modo per affrontare uno dei temi caldi dell’infanzia: i brutti sogni.
Spesso i bambini si svegliano nel cuore della notte urlanti: è fisiologico, da piccoli come da grandi. Possiamo aiutare i bambini a conoscere ed affrontare l’emozione della paura stando loro vicino, senza drammi, ma anche senza sminuire ciò che provano.
Un valido aiuto ci viene dalla rielaborazione di ciò che è stato vissuto, ad esempio riparlandone l’indomani e proponendo di disegnare insieme il brutto sogno. Dar forma a ciò che ci angoscia serve ad esorcizzare le paure.
In quest’ottica, realizzare insieme un acchiappasogni può rappresentare una forma di sdrammatizzazione: una volta appeso in cameretta, potremmo inventare la storia del nostro acchiappasogni che diventa sempre più ciccione perché si mangia gli incubi e i mostri.
Ogni volta che il bambino si sveglia spaventato, consoliamolo e facciamoci raccontare l’incubo, inventandoci un finale divertente (vi ricordate la formula magica “Riddiculus!” di Harry Potter?).

Creare un ambiente tranquillo è il modo migliore per garantire un sonno sereno a grandi e piccini. E’ un lavoro che si fa prevalentemente di giorno. Ricordate che i bambini sono molto sensibili alle immagini e alle situazioni di tensione. Senza metterli sotto una campana di vetro, imparate a:

  • limitare immagini e contenuti violenti: anche i cartoni animati possono agitare il bambino, se i contenuti sono inadeguati, prestateci attenzione!
  • cercate di mantenere regolari i ritmi sonno-veglia dei bambini: i piccoli sono abitudinari, cambiare le routine significa agitarli e può ripercuotersi sulla qualità del sonno;
  • praticate l’empatia, specialmente nel periodo più “fantasmatico” dell’infanzia. Giudicare o, peggio, sminuire, non è di conforto, così come ingigantire le fobie.

Ascoltate e dialogate, sarete voi il miglior acchiappasogni.

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