Troppo spesso sentiamo ancora parlare di nativi digitali: i fantomatici bambini e ragazzi nati nell’era di smartphone e tablet dalle abilità informatiche eccezionali. Ma dietro la retorica e l’immagine divertente di questi “piccoli geni dell’informatica” cosa c’è di vero? Se lasciamo perdere la stampa, che da sempre si diverte coi titoli folkloristici, ben poco!
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Chi sono i nativi digitali: definizione ed evidenze scientifiche
Il termine nativi digitali, dall’inglese digital natives, viene coniato nel 2001 da Marc Prensky, scrittore e consulente nel campo dell’educazione che pubblica il suo articolo più celebre: Digital natives, digital immigrants (ovvero nativi digitali, immigrati digitali). Secondo l’articolo, i nativi digitali, nati nell’era in cui pc e interfacce digitali sono di uso comune, sin da piccolissimi utilizzano questi strumenti
Una prima osservazione: l’articolo non è supportato da dati scientifici, non deriva da una ricerca quantitativa accurata ma unicamente dalla visione pedagogica e dalle osservazioni di Prensky. Che peraltro, ha ampiamente corretto il suo pensiero ritornando sul concetto di nativi digitali e ridimensionandolo fortemente.
Quindi, il fenomeno dei nativi digitali è tutto giornalistico, non scientifico! Al contrario, gli studi scientifici mostrano un quadro assai diverso: i giovani sono sì “smanettoni”, nel senso che hanno una particolare dimestichezza con le interfacce digitali, ma questo è dovuto esclusivamente all’uso intensivo. Quanto a consapevolezza tecnica, sono ignoranti allo stesso modo degli immigrati digitali.
In altre parole: i cosiddetti nativi digitali sanno utilizzare le mille App che il mercato serve loro, ma non sono in grado di sviluppare la propria (se non in percentuale analoga al resto della popolazione). Sanno navigare in rete ma non conoscono l’HTML (il linguaggio di mark-up utilizzato dalle pagine web, proprio come questa). Si adattano all’ambiente ma non lo padroneggiano in modo consapevole. E qui si nasconde il pericolo.
I pericoli di un mondo digitale
L’ambiente in cui vivono questi nativi digitali, in cambio di una certa dimestichezza con la tecnologia, rischia però di produrre più danni che altro: disturbi dell’apprendimento, solitudine digitale (concetto che Prensky ha cominciato ad indagare più recentemente), deficit dell’attenzione e indebolimento generale del pensiero, disaffezione verso la lettura.
Insomma, questo mondo è tutt’altro che idilliaco. I nativi digitali si trovano immersi in un mondo dominato da logiche di mercato, non pedagogiche. Rischiano di essere esaltati come il futuro, ma di essere nei fatti la cavia da laboratorio di qualche grande azienda del digitale.
Media education e Gio-Coaching per valorizzare i nativi digitali
Non ci piace passare per quelli che vorrebbero abolire il digitale. Il mondo in cui viviamo è sicuramente molto migliore di quello del passato e non c’è da lamentarsi. La tecnologia rende più comode le nostre vite e pensare al ritorno al passato è assurdo. Però, abbiamo il dovere educativo di tutelare i nativi digitali, di pensare criticamente al loro benessere, presente e futuro. Ma come?
Cominciamo dalla media education, la disciplina che educa all’uso consapevole della comunicazione e dei media; purtroppo l’interesse che riscuote nella scuola, nelle istituzioni e tra le famiglie è bassissima. Ce ne siamo resi conto in questi anni, tentando di farla conoscere al grande pubblico. Eppure sarebbe un rimedio fenomenale tanto all’analfabetismo funzionale quanto alla fragilità cognitiva dei nativi digitali.
La media education si occupa di educare ad un uso critico e creativo dei media, capace tanto di potenziare e sviluppare il talento personale (oltre a promuovere l’armonia della comunicazione) quanto di generare consapevolezza dei meccanismi mediatici. Si tratta di due capacità che i nativi digitali non sviluppano in modo naturale, in quanto sono controintuitive. Eppure, sono l’unico modo per offrire una panoramica realmente utile e completa sul mondo digitale.
Vi consigliamo di approfondire il tema leggendo la nostra guida alla media education; gli esercizi proposti sono per la scuola, ma potete replicarli anche a casa:
MEDIA EDUCATION: un percorso a scuola (e a casa) per imparare ad usare i media
Approfondimenti sul tema dei nativi digitali
Oltre all’articolo originale di Prensky, disponibile gratuitamente in lingua inglese, vi consigliamo la lettura di un testo accademico, Le insidie dell’ovvio (peraltro fonte bibliografica di questo articolo): una panoramica sul mondo dei giovani e della tecnologia, specialmente a scuola e nella metodologia didattica. Raccoglie tutti i più interessanti studi degli ultimi anni in materia di tecnologie didattiche come anche di rapporto tra ragazzi e tecnologia.
a cura di Matteo Princivalle
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Avete già provato la sabbia cinetica? Si tratta di un giocattolo originale, un’alternativa alle paste modellabili che imita l’effetto della sabbia bagnata. Unite il fascino della sabbia al fatto che non sporca e che, se riposta adeguatamente, non secca (a differenza, ad esempio, della pasta sale) e otterrete un giocattolo di incredibile successo.
Naturalmente, potete sperimentare tutti questi giochi anche con la sabbia naturale, sulla spiaggia!
Oggi presentiamo alcuni giochi che possiamo insegnare ai bambini per stimolarli ad utilizzare la sabbia cinetica e aiutarli a divertirsi con poco, utilizzando la fantasia e la creatività per rendere interessante anche un semplice sacchetto di sabbia!
Giochi da provare con la sabbia cinetica
La battaglia dei tunnel
Tipologia: competitiva Materiale occorrente: sabbia cinetica, sabbiera (di solito è inclusa in tutte le confezioni base di sabbia cinetica, ma potete usare qualsiasi cassetta di plastica), cannucce, flotta di 4 scavatori di diverse dimensioni (vanno benissimo dei blocchetti Lego di dimensioni differenti, oppure oggetti simili) Giocatori: si gioca in due Dove si gioca: camera, salotto
Il primo giocatore, senza che l’altro lo veda, posiziona sul fondo della sabbiera la sua flotta di scavatori, poi ricopre tutto con la sabbia
Il gioco può iniziare: il secondo giocatore, affondando verticalmente la cannuccia nella sabbia, deve cercare di colpire gli scavatori
Bisogna tener traccia del numero di affondi che vengono fatti dal secondo giocatore; per questa ragione ciascuno di essi deve essere chiaramente distinguibile
Dopo 20 affondi, si conteggiano il numero di scavatori colpiti
Adesso i ruoli si invertono: il secondo giocatore insabbia la sua flotta ed il primo avrà a disposizione 20 affondi per colpirli
Alla fine dei due match, vincerà il giocatore che ha inferto più colpi alla flotta avversaria
Il gioco è una riproduzione, in versione sabbia, della battaglia navale: lo svolgimento a turni, un colpo dopo l’altro, così come lo schieramento lo rendono adatto come primo gioco di strategia per i più piccoli (dai 6 anni in su, indicativamente).
Tesori da scovare
Tipologia: gioco sensoriale, esplorativo e imitativo Materiale occorrente: sabbia cinetica, sabbiera, tesoro (un piccolo oggetto, potrebbe essere una moneta da 1 Cent per esempio), cucchiaino da caffè Giocatori: giocatore singolo, ma è possibile organizzare delle brevi sfide di caccia al tesoro Dove si gioca: cameretta, salotto
Si sotterra nella sabbia il tesoro, compattando per bene la sabbia cinetica sopra di esso
Il bambino deve riuscire a recuperarlo utilizzando unicamente il cucchiaino da caffè per smuovere la sabbia
Giocare a nascondere piccoli oggetti è uno dei passatempi preferiti dai bambini, che poi passano al ruolo di “archeologi” e si mettono a cercarli. Si tratta di un gioco particolarmente utile, che unisce la componente sensoriale a quella esplorativa ed imitativa.
Gioco delle forme di sabbia
Tipologia: gioco sensoriale Materiale occorrente: sabbia cinetica, cartoncini (meglio se plastificati) decorati con semplici forme, ad esempio, quadrati, triangoli e stelline Giocatori: giocatore singolo; possono partecipare più bambini, ma il loro lavoro sarà parallelo Dove si gioca: cameretta, salotto
Si assegna al bambino un cartoncino con una forma, oltre ad una porzione di sabbia cinetica
Il bambino deve, modellando la sabbia, rendere la figura tridimensionale, ovvero ricostruirla con la sabbia utilizzando il cartoncino come base
Una volta completata una forma, potete passare ad un’altra un po’ più complicata
Questo gioco è adatto specialmente ai bambini più piccoli, sotto i 6 anni, come esercizio motorio: si impara infatti a controllare la propria motricità fine
Se vi abbiamo incuriosito, leggete anche la nostra pagina dedicata alla sabbia cinetica, oppure date un’occhiata al catalogo online. Scoprirete che ci sono playset di sabbia cinetica tematici per tutti i cartoni preferiti dai bambini, come Frozen e Paw Patrol.
a cura di Matteo Princivalle
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L’analfabetismo funzionale è una piaga diffusa, in Italia e all’estero. Colpisce senza distinzione di fascia, ceto e cultura. In cosa consiste? Lo ha chiarito l’Unesco nel 1978:
Una persona è funzionalmente alfabetizzata se può essere coinvolta in tutte quelle attività nelle quali l’alfabetizzazione è richiesta per il buon funzionamento del suo gruppo e della sua comunità e per permetterle di continuare a usare la lettura, la scrittura e la computazione per lo sviluppo proprio e della sua comunità.
Ancora più dettagliata l’Enciclopedia Treccani, che così definisce l’analfabetismo funzionale:
Espressione riferita a quella quota di alfabetizzati che, senza l’esercitazione delle competenze alfanumeriche, regredisce perdendo la capacità di utilizzare il linguaggio scritto per formulare e comprendere messaggi. L’analfabetismo di ritorno ha dunque effetti determinanti sulla capacità di un soggetto di esprimere il proprio diritto alla cittadinanza (dal voto al diritto all’informazione, alla tutela sul lavoro ecc.) e di potersi inserire socialmente in modo autonomo.
In pratica, un analfabeta funzionale legge e scrive, ma spesso non capisce a pieno il senso del testo che si trova davanti. Risultato? Il proliferare di bufale sul web, di pareri dati sull’onda dell’impulso emotivo, senza in realtà documentarsi adeguatamente. Ma anche, come evidenziato dalla Treccani, la difficoltà ad inserirsi nel tessuto sociale ed esprimere a pieno i propri diritti.
A lanciare l’allarme, già qualche anno fa, era stato il linguista Tullio De Mauro, per il quale gli analfabeti funzionali in Italia sarebbero addirittura l’80 per cento.
De Mauro sostiene, sulla base di indagini statistiche condotte tra il 2000 ed il 2006, che “soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.
In Italia, secondo quanto segnalato da Il Corriere della sera, i dati Ocse-Piaac del 2016 evidenziano come l’analfabetismo funzionale riguardi il 27,9% degli italiani tra i 16 e i 65 anni, nella drammatica percentuale di uno su tre.
Già in precedenza il progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills – Letteratismo e abilità per la vita), aveva condotto ricerche tra il 2003-2004 su un campione della popolazione compresa tra 16 e 65 anni, denunciando uno scenario sconfortante il 46,1% del campione era al primo livello, il 35,1% al secondo livello e solo il 18,8% è a un livello di competenza più elevata. Insomma, c’è parecchio da fare.
Perché esiste l’analfabetismo funzionale
L’analfabetismo funzionale trova terreno fertile nella disaffezione alla cultura. Anche chi ha le competenze minime di lettura e scrittura, se non le stimola adeguatamente, finisce per perdere la capacità di utilizzarle in maniera costruttiva.
Purtroppo l’analfabetismo funzionale ha delle conseguenze molto preoccupanti: scarsa integrazione nel mondo del lavoro, una socializzazione più difficile ma anche, una incapacità di vivere a pieno la propria vita. Spesso ad incentivare questo degrado mentale ci sono i flussi di informazione sempre più parziali e superficiali, nonché la mancanza di allenamento mentale. Le nostre competenze non sono statiche, vanno coltivate e stimolate. Il modo migliore per farlo è leggere e documentarsi, non perdere la curiosità ed il senso critico.
Come combattere l’analfabetismo culturale
Come dicevamo, l’alfabetizzazione è dinamica e va allenata. Per farlo, occorre insistere sulle competenze di “letteratismo”, un insieme di abilità fa applicare nei diversi contesti della vita quotidiana. In particolare citiamo:
Prose e document literacy: significa saper comprendere testi, grafici, tabelle, raggiungendo i propri obiettivi e accrescendo le proprie potenzialità;
Numeracy: vuol dire saper utilizzare strumenti come rappresentazioni dirette, simboli, formule che modellizzano relazioni tra grandezze e variabili;
Problem solving: è capacità di analisi e soluzione di problemi, ovvero l’attività ragionata in azione, quella del pensiero orientato ad uno scopo in una situazione per cui non esiste soluzione precostituita.
La psicologa Sylvia Scribner, in un saggio del 1984, sintetizzò utilizzando tre metafore le diverse nozioni di alfabetismo (literacy), catturando tre aspetti importanti, seppur non esaustivi:
alfabetismo come adattamento, valorizzando la capacità di problem solving e senso critico
alfabetismo come forma di potere: anche in senso non egemonico significa poter produrre significati fruibili e comprensibili
alfabetismo come stato di grazia, come forma di crescita personale.
A noi piace l’idea di riprendere la metafora adattiva perché valorizza il significato universale di alfabetizzazione: una forma di rispetto e contatto, che favorisce dialogo e confronto.
Analfabetismo funzionale e social network
I social network, fin dalla loro nascita, sono stati nell’occhio del ciclone a proposito del collegamento con l’analfabetismo funzionale. Per la stessa struttura e logica di funzionamento dei social media, è inevitabile che le informazioni spesso non siano accurate o palesemente false o fuorvianti, come le famigerate fake news.
I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.
U. Eco
Di recente Enrico Mentana ha coniato il neologismo “webete”, crasi tra le parole web ed ebete, per indicare le caratteristiche antropologico-sociali dell’analfabeta funzionale che si affaccia al mondo dei social network.
Con la media education combattiamo l’analfabetismo funzionale
Come fare a porre un freno a questo fenomeno dilagante che vede protagonisti in prima persona adulti e adolescenti alle prese con il mondo virtuale e non dell’informazione? La soluzione si chiama media education ed è una disciplina spesso bistrattata ma, ora più che mai, estremamente valida. Il potere dei media va controllato, non demonizzato, allenando il nostro senso critico e quello dei bambini. Leggere insieme un quotidiano, commentare una notizia, confrontarsi, lasciare sempre aperto il dialogo:ecco i pilastri per trasformare la media education in uno strumento di crescita e confronto per la famiglia partono dal quotidiano. D. Buckingham, uno dei principali teorici di questa disciplina, sostiene che la media education dovrebbe essere un metodo per esplorare la conoscenza in modo trasversale, critico e creativo.
Gio-Coaching contro l’analfabetismo funzionale
Qui trovate un esercizio di Gio-Coaching da fare in famiglia:
Si tratta di alcuni esercizi di analisi delle fonti e di pensiero critico, particolarmente utili nel mondo del web. Non dimentichiamo, in questo contesto, l’importanza di lettura e creatività per sviluppare un senso critico-creativo utile a vivere bene. Coltivandole in parallelo, combatterete l’analfabetismo funzionale e contribuirete a costruire una società più evoluta e rispettosa, grazie alla consapevolezza e al senso critico.
a cura di Alessia de Falco
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Ecco un elenco dei principali origami che abbiamo realizzato. Per ciascuno di loro, su Portale Bambini puoi trovare un tutorial passo-a-passo con le foto per ciascun passaggio.
Origami: l’arte di piegare la carta ed allenare pazienza e fantasia
“Scriverò pace sulle tue ali intorno al mondo volerai perché i bambini non muoiano più così”. Sadako Sasaki e le mille gru
Partiamo da perché, prima che dal cosa. Perché imparare a fare un origami? Perché è un’arte adatta ad ogni età, che richiede soltanto carta, pazienza e fantasia, tre ingredienti che possono essere facilmente reperiti ed allenati sin da piccoli (anzi, fa molto bene farlo!). Conoscere la storia di quest’arte orientale così antica e sempre attuale, ci aiuta a riflettere su quanto la bellezza a volte si concentri in piccoli gesti e la fantasia permetta, partendo da materiali semplici, di ottenere dei capolavori.
Ed ora veniamo al cosa: origami. Che significa questa parola? Letteralmente indica l’arte di piegare la carta, dal giapponese “ori” piegare e “kami” carta. In origine le creazioni di carta erano collegate alla religione shintoista: i primi esempi di origami, detti go-hei, erano striscioline di carta ripiegate geometricamente e unite ad un filo o una bacchetta di legno, per delimitare gli spazi sacri.
Per lo shintoismo, la fragilità della carta simboleggia l’accettazione del ciclo della vita, della rinascita, come i templi che vengono ricostruiti ogni venti anni (un concetto simile all’impermanenza dei mandala, che i monaci realizzano con le sabbie colorate, per poi distruggerli). Ancora oggi in Giappone è diffusa la tradizione di donare un origami a forma di gru, come simbolo di purezza. Nel tempo, gli origami si sono diffusi anche in Occidente, appassionando grandi e piccini che, partendo da un foglio quadrato, scoprono la magia di creare, attraverso una sequenza di pieghe, varietà pressoché infinite di oggetti e animali. A differenza dei primi modelli, oggi non si usano tagli, soltanto pieghe.
Le due sfide degli origami
Viviamo in un’epoca dove, a causa dell’uso e dell’abuso delle tecnologie, spesso trascuriamo le occasioni per sviluppare, attraverso la riscoperta della creatività e della manualità, il pensiero logico spaziale, il coordinamento oculo-manuale e la motricità fine. Sono tutte competenze alla base dell’apprendimento che, per essere allenate, non necessitano di particolari esercizi. Basta che i bambini vengano lasciati liberi di sperimentare, di provare e, anche, di sbagliare. Proporre gli origami ai bambini, ci aiuta a trasmettere due messaggi:
Educazione alla bellezza: creare “cose belle” è un modo per sviluppare l’attitudine all’arte, così come accompagnare i bambini al museo, alle mostre, avvicinarli all’ascolto di buona musica, accostarli agli albi illustrati per la letteratura per l’infanzia. L’armonia degli origami è un messaggio di bellezza.
Educazione al fallimento (e al successo): la motivazione è alla base dell’educazione. Insegnare l’arte degli origami, che richiedere pazienza e volontà, è un’ottima palestra. Non tutte le ciambelle riescono con il buco: ma già tentare, significa essere arrivati a metà dell’opera. Non dimentichiamo che la sfida dell’educazione sta tutta qui: riconoscere, da adulti quali siamo, che il bambino è competente. E può farcela, se gli stiamo accanto motivandolo.
Gli origami e la tradizione
La tradizione degli origami è affascinante almeno quanto la gamma di creazioni da realizzare con la carta. Qui proponiamo tre delle storie più affascinanti e significative.
La festa delle bambine e dei bambini: nel periodo Heian, noto per la raffinatezza della corte imperiale, una delle feste più attese era l’Hinamatsuri o festa delle bambine. Protagonista delle cerimonie era una bambola fluttuante, realizzata appunto con la carta, che veniva deposta in una barca di carta, lasciata tra il flutti del fiume, fino ad arrivare al mare. Pian piano, alla semplice bambola si sostituì la creazione di tutta la corte imperiale, negli abiti rituali. Ebbe così origine la festa delle bambine, bambole cartacee sistemate su piattaforme di stoffa rossa, secondo un ordine gerarchico prestabilito.
Le mille gru: in Giappone, a partire dal così detto periodo Edo, uno degli origami più noti è la gru, simbolo di immortalità. Per la leggenda, per vedere esauditi i propri desideri occorre piegare mille gru. E’ un’idea affascinante che ci riporta alla realtà e ci ricorda gli orrori della guerra, ma anche la forza della speranza. Questa leggenda è infatti spesso ricollegata al nome di Sadako Sasaki, una bambina esposta alle radiazioni della bomba atomica. Ammalatasi, com’è capitato a tanti bambini che come lei hanno subito quell’immane dramma, durante la degenza in ospedale provò, senza purtroppo riuscirci, a realizzare le mille gru. Sue sono le parole che abbiamo pubblicato nella nostra introduzione, volutamente, per ricordarci il significato delle gru e il messaggio toccante che vuole restituirci. Sadako non ce l’ha fatta ma è diventata un simbolo di pace: dopo di lei altri hanno cercato di portare a compimento il suo lavoro, terminando di piegare le mille gru. Nel romando di Karl Bruckner, Il gran sole di Hiroshima, è un compagno della bambina a realizzare i modelli restanti, per esaudire il suo desiderio. La festa delle carpe e della rana: durante la festa definita Tango no Sekku, i bambini realizzavano delle carpe di carta da appendere all’uscio di casa, per tenere lontani gli spiriti maligni. Questa tradizione si collega strettamente ad un’altra celeberrima usanza, la festa del Kodomo no hi, che prevede, in primavera, di realizzare barchette di carta da affidare alle acque dei fiumi. primaverile durante la quale venivano affidate alle acque di un fiume tradizionali barchette di carta che, secondo l’usanza, avrebbero aiutato le anime dei defunti a raggiungere il loro mondo. Contestualmente, un’usanza tipica prevedeva la realizzazione delle rane di carta, dette kaeru, come simbolo di buon auspicio per chi si apprestava ad intraprendere un lungo viaggio.
Friedrich Frobel ed il progetto educativo degli origami
Friedrich Froebel fu tra i primi a riconoscere il potenziale educativo degli origami, proponendo la piegatura, “paperfalten” come strumento di lavoro all’interno dei suoi giardini d’infanzia (kindergarten). Quest’attività rientrava a pieno nel progetto pedagogico dello studioso, che sosteneva l’importanza di attività manuali per promuovere lo sviluppo del bambino e, contemporaneamente, metterlo in contatto con il mondo circostante.
Indipendentemente dalla corrente pedagogica, se ci pensiamo, l’origami racchiude un significato educativo universale: mai fermarsi di fronte alla difficoltà, alla complessità. Procedendo a piccoli passi verso l’obiettivo, piano piano si conquista la meta. Del resto, realizzare l’origami della gru giapponese può essere complesso: ma chi di noi, almeno una volta nella vita, non si è divertito a piegare un foglio di carta per realizzare un aereo o una barchetta? Partite da lì: ci siete riusciti. Ora potete sperimentare e osare qualcosa di nuovo. La creatività, in fondo, è anche capacità di superare gli ostacoli con la giusta dose di problem solving.
Ecco come cominciare: i materiali
Per prima cosa recuperate la carta, ingrediente base di ogni origami. Potete iniziare con i fogli A4, per impratichirvi, passando poi ai fogli appositi per origami, in vendita anche online. Ci sono varianti che prevedono la carta velina, metalizzata o la “carta sandwitch”, ottenuta incollando più strati di velina uno sopra all’altro. Quest’ultima viene utilizzata per i modelli più complessi.
Giocare con gli origami
Qui di seguito vi proponiamo alcune soluzioni su come utilizzare gli origami nei momenti di gioco con i bambini, in casa o all’aperto. Per la realizzazione, vi rimandiamo a pubblicazioni specifiche, come ad esempio I miei primi origami di Joel Stern o Magici origami. Facili e per bambini di Rita Foelker.
Origami da viaggio: passatempo per rilassare e calmare i bimbi
Già dai cinque, sei anni, si può iniziare con le prime figure: si tratta di un’attività rilassante, creativa e utile come scaccia noia durante i viaggi.
Se ci pensate al ristorante, in aereo, in treno, basta un piano di appoggio ed un foglio di carta per cimentarsi con nuove creazioni, partendo chiaramente dalle figure più semplici.
Perchè non preparare un piccolo kit portatile? Si possono stampare i modelli dalla rete e recuperare da origami colorata. Se nel vostro kit aggiungete anche pennarelli e adesivi, i bambini potranno anche divertirsi a colorare e decorare le loro creazioni. Un’idea interessante è studiare quali figure possono essere abbinate al viaggio o alla vacanza che state facendo: un pesciolino o un granchietto se siete al mare, un fiore per la montagna …. Le combinazioni sono infinite, così come le storie che potrete inventare insieme ai vostri piccoli, narrando le avventure dei vostri personaggi origami.
Origami da casa: responsabilizzare i bambini facendoli giocare
Conoscete il gioco “inferno-paradiso”, o quadrato magico? E’ in realtà un origami semplicissimo da realizzare. Potreste ad esempio utilizzarlo per insegnare i piccoli compiti in casa (lo diciamo sempre, imparare la collaborazione, in famiglia e a scuola, è fondamentale). Nella parte interna del vostro origami (sulle pareti diagonali che appaiono aprendo e chiudendo il cartoncino), scrivete dei compiti da svolgere (apparecchiare, sparecchiare, ecc). Sulla parte esterna scrivete delle ricompense che vorreste assegnare ai vostri bambini una volta svolti quei compiti. Un gioco, ma anche un modo per insegnare le regole.
Libri sugli origami
Sugli origami si è scritto molto. Tra i principali autori troviamo il giapponese Akira Yoshizawa, che ha contribuito alla diffusione degli origami nel mondo contemporaneo. Oggi l’antica arte si è arricchita di nuove tecniche, come ad esempio il wet folding, che richiede di inumidire i fogli durante la lavorazione, ed il soft folding, che permette di creare effetti particolari. Vi è poi la cosiddetta variazione degli origami modulari, in cui molti modelli vengono assemblati per formare un unico insieme decorativo. I primi libri occidentali sugli origami risalgono agli Anni Trenta del secolo scorso: Fun with Paperfolding di Murray e Rigney, seguito dal Paper Magic di Robert Harbin (in gran parte basato, a sua volta, sugli studi Gershon Legman).
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Parlare di album fotografici nell’era del digitale appare quantomeno démodé, se non proprio obsoleto. Le immagini restano custodite nella memoria di smartphone, sul desktop del pc o, nel caso migliore, scaricate in dvd da riguardare sullo schermo. Sicuramente la tecnologia ha i suoi vantaggi, ma il fascino di sfogliare con calma un album delle foto resta indiscutibile.
Eppure digitale e cartaceo possono andare d’accordo e diventare un modo per stimolare la creatività. Come? E’ semplice: con lo scrapbooking, il collage foto che abbina le immagini a decorazioni e disegni, creando poster ed album fotografici unici. Si tratta di una tecnica che nasce nell’Ottocento, proprio con lo sviluppo delle prime tecniche fotografiche. La parola significa “album dei ritagli”, perché proprio di questo si tratta: una tecnica che abbina disegni, fotografie e decorazioni.
I primi esempi li troviamo in Inghilterra, nel XV secolo, quando ancora le foto non esistevano, ma in compenso era molto in auge conservare lettere, poesie e memorie varie. Nel tempo questa tecnica si arricchì con le fotografie, sviluppandosi prevalentemente negli Stati Uniti, dove è tutt’oggi molto diffusa ed utilizzata per feste e ricorrenze (oltre ad album e poster si possono realizzare inviti e biglietti di auguri personalizzati).
Come si realizza un collage foto, con un pizzico di tecnologia
Premettiamo che un collage di foto può essere bellissimo anche senza ricorrere allo scrapbooking. In questo senso ci vengono incontro le tecnologie, che oggi permettono di combinare foto, creare effetti speciali, fare ritocchi quasi professionali, attraverso l’utilizzo di diffusissime app come Instagram o Enlight.
Noi come sempre siamo dell’avviso che si debba prendere il meglio di tutto: in questo caso la tecnologia può essere la base di partenza per ritoccare le foto, giocare sugli effetti, procedendo poi alla stampa e alla personalizzazione in cartaceo. Non è un passaggio obbligato: le foto possono essere bellissime “al naturale”.
App per collage fotografici
Qui vi forniamo qualche suggerimento su software e app per lavorare le foto rendendole un collage. Dopodiché, passeremo alla fase che ci piace di più, ovvero il vero e proprio collage fotografico attraverso lo scrapbooking. Come dicevamo, noi preferiamo procedere in cartaceo, ma nulla vieta di provare soluzioni differenti e, magari, abbinarle.
Instagram: attraverso la specifica funzione layout permette di selezionare ed abbinare foto in un mini poster scaricabile e stampabile.
Shape Collage: è un altro software gratuito, su Windows e su MacOS, per realizzare composizioni di immagini partendo da sagome predefinite, come cuori, rettangoli, cerchi, etc …
Infine, ma ce ne sono molti altri se cercate in rete, vi segnaliamo CollageIt, anche in questo caso disponibile per Windows e MacOS e facilmente utilizzabile.
Cosa serve per fare lo scrapbooking
Se siete curiosi di provare a realizzare il vostro album o poster cartaceo di foto, decorandolo con ciò che la fantasia vi suggerisce, recuperate come prima cosa i materiali che vi serviranno. Qui trovate un breve elenco, per essere certi che non manchi nulla:
Per realizzare la base del collage:cartoncini di diversi colori, formati e spessori, servono a comporre lo sfondo dello scrap.
Recuperate anche carta da regalo, carta da riso, e volendo, anche la carta delle riviste o dei depliants pubblicitari: serviranno a creare motivi e ritagli personalizzati.
Per scrivere frasi o disegnare: vanno benissimo i pennarelli, anche ad acqua; per ulteriori decori potete usare i glitter e le penne in rilievo.
Per tagliare e fissare le immagini: colla (stick va benissimo), forbici, righello, scotch, taglierino.
Per decorare: sbizzarritevi con piccoli oggetti per abbellire il collage: vanno benissimo bottoni, perline, ciondoli, pizzi, nastri, fermacampioni, brillantini, passamaneria, ma anche materiali naturali come sassolini, piccole conchiglie, legnetti, fiori essiccati, sabbia. Un modo per organizzare fantastiche esplorazioni al mare o in montagna alla ricerca dei materiali per rendere ancora più speciali i nostri ricordi.
Le misure di un album: è molto importante scegliere il formato delle foto e stabilire almeno in linea di massima il numero di pagine dell’album e le dimensioni. Solitamente gli gli album possono essere 30×30 cm, 20×20 cm, ma anche sagomati e con misure variabili. I principianti possono partire da fogli spessi o cartoncini A4, da conservare in raccoglitori ad anelli.
Come fare un collage foto con lo scrapbooking
La prima cosa da fare è scegliere il tema che guiderà la nostra narrazione per immagini: le vacanze, le foto di famiglia, gli hobby, qualsiasi argomento stuzzichi la nostra immaginazione. Visto che siamo in piena estate, vi suggeriamo di partire proprio dalle vacanze e di approfittare della ricchezza di mare o montagna per fare scorta di materiali naturali che potrebbero andare ad arricchire il vostro album.
Individuato il tema, scegliete lo stile e i colori per lo sfondo, lasciandovi guidare dal gusto personale. Nello scrapbooking, il collage prevede una mascherina di fondo, che può essere realizzata a mano o stampata. Si procederà poi a incollare le foto e i decori.
Organizzate la narrazione: scegliete quali e quante foto posizionare in ogni pagina, avendo l’accortezza di lasciare lo spazio per il titolo ed il journaling, cioè i testi che andrete ad inserire: vi consigliamo di lasciare degli spazi o di applicare ritagli bianchi qua e là per i vostri appunti, commenti, dediche o semplicemente per fissare luogo e data. E’ il modo migliore per raccontare la vostra storia e, un domani, viverla insieme in famiglia. Un’idea interessante e realizzabile grazie al contributo di genitori e bimbi, è lo studio di una sorta di story line, con una cronologia. Sarà in questo modo molto più facile anche aggiungere i contributi scritti che possono essere anche strofe delle canzoni dell’estate, frasi che ci hanno fatto sorridere, etc …
Collage foto: perché realizzarli con i bambini
Assemblare un poster e decorarlo, o realizzare un album delle vacanze, è uno splendido progetto da realizzare d’estate insieme ai bambini.
Permette di lasciar libera la fantasia, di unire elementi secondo la propria visione del mondo e di lavorare sul ricordo. Al di là dell’aspetto ludico e creativo, lavorare con le foto ha una valenza ancora più profonda: focalizzare l’attenzione sulla dimensione del ricordo. Ricordare non vuol dire soltanto memorizzare, fissare nella memoria, ma lavorare sulla nostra parte emotiva e costruire, attraverso il passato, il nostro presente.
L’esperienza del ricordo, bello o brutto che sia, ci permette di tornare quando ne sentiamo il bisogno a luoghi a noi cari, agli affetti, a passaggi che hanno arricchito la nostra vita. Rivedere il passato, senza ancorarsi ad esso, serve a insegnarci il flusso, la narrazione: a raccontare, per crescere. Ecco perché ci sembra bello riuscire a trovare, partendo dall’estate, un po’ di tempo per lavorare con i bambini sui collage di foto, usando la creatività per lavorare sui ricordi.
Libri su collage foto e scrapbooking
Se cercate qualche idea per lavorare insieme ai bimbi ed ispirarvi, vi segnaliamo Corso rapido di Scrapbooking; un albo per prendere confidenza con le basi e lanciarsi poi con i propri progetti creativi. Se invece cercate la carta colorata per lo scrapbooking, potete trovarla qui.
a cura di Alessia de Falco
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Quiet Book, activity Book, busy Book: sono termini che spesso vengono usati indistintamente per indicare un tipo particolare di libri che, nella traduzione letterale, dovrebbero essere “Libri della calma” o “Libri della quiete”.
I quiet book sono piccoli libri tattili, generalmente in stoffa o altro materiale morbido (spesso feltro), utilizzati per far sperimentare ai bimbi più piccoli una serie di attività manuali e stimoli sensoriali.
Spesso rappresentano il primo libro che un bimbo si trova a sfogliare, incuriosito da forme e colori, oltre che dalla scoperta di materiali da toccare.
Ecco un classico quiet book, con le sue pagine in feltro o pannolenci.
I quiet book di solito vengono realizzati con materiali da riciclo, quali ad esempio pezzetti di stoffa, ritagli di feltro, lana, velcro, nastri fibbie e bottoni. Molti artigiani li producono e li vendono anche online.
Per i genitori più creativi è possibile realizzarli a casa: per alcuni modelli, in prevalenza quelli che impiegano il feltro, non è nemmeno necessario cucire. Il feltro è un materiale che non si sfrangia e quindi non ha bisogno di impunture, a tutto vantaggio di chi non ama destreggiarsi tra ago e filo.
Ultimissima precisazione: quiet book e silent book sono due cose diverse. I secondi sono costituiti da una sequenza di immagini illustrate senza parole e, a nostro avviso, rappresentano una tappa successiva nella lettura. Siamo nati per leggere ma, prima ancora, siamo nati per scoprire. I Quiet Book sono l’inizio di questa meravigliosa avventura.
Di seguito trovate alcuni suggerimenti per acquistare o realizzare in casa i quiet book, ma anche una riflessione sui benefici che apportano e sulle fasce di età a cui proporli.
DOVE TROVARE I QUIET BOOK
In commercio è possibile trovare diversi quiet book, specialmente online. Purtroppo, la selezione è ancora limitata, a meno di ricorrere ad un artigiano che realizzi un quiet book personalizzato appositamente per voi. Questa soluzione, però, ha costi che difficilmente scendono al di sotto dei 40-50€.
Ecco alcuni esempi di quel che possiamo acquistare in rete:
Un libro in tessuto morbido, che ricalca il feeling artigianale tipico dei quiet book. Il libro contiene varie attività 3D tipiche dei libri delle attività, come il pesciolino da infilare e sfilare dal suo elastico, una lumachina da infilare e sfilare in una tasca e così via. Secondo noi è il miglior compromesso per chi vorrebbe un prodotto già fatto senza spendere cifre eccessive.
Un altro marketplace online sul quale potete trovare numerose idee artigianali è Etsy. Nei prossimi giorni inseriremo una rassegna dei migliori quiet book disponibili lì.
REALIZZARE UN QUIET BOOK: MATERIALI E IDEE
Non temete: è più semplice di quanto si pensi! Intanto procuratevi feltro o pannolenci su cui potrete ricalcare le sagome dai cartamodelli disponibili in rete, ritagliarle ed incollarle sulla pagina. Ecco i fondamentali:
velcro per le figure da attaccare e staccare (Himry produce un bel kit da 450 paia di velcri, anche colorati, a meno di 10€)
pistola per la colla a caldo se decidete di non cucire le forme in feltro (questa è quella che vi consigliamo sempre, per chi ancora deve recuperarne una)
A questi elementi, ciascuno potrà aggiungere le sue attività preferite: lacci, bottoni, zip, animaletti in feltro, etc. Se volete personalizzare con bottoni o fili, abbiate l’accortezza di fissarli in modo sicuro, così da impedire che inavvertitamente il bambino li stacchi e li metta in bocca. Per il resto: lasciate spazio alla fantasia o, per rendere più personalizzata la vostra creazione, intervistate il piccolo “futuro lettore”.
QUALCHE CONSIGLIO PRATICO
individuiamo come prima cosa il tema su cui lavorare: può essere una favola, immagini tratte dalla vita quotidiana, mezzi di trasporto, animaletti della fattoria, lettere dell’alfabeto
proviamo a fare una bozza su carta degli elementi che disegnereste ed applichereste: questo esercizio vi serve a capire come “sceneggiare” la vostra storia e che grado di difficoltà introdurre
scegliamo i materiali: definiamo a priori come realizzare il nostro libro di stoffa, pensando a stimolare i sensi del bambino e ad incuriosirlo; possiamo avvalerci di materiali diversissimi tra loro, come ad esempio: plastica e carta, perline, stoffa, pannolenci, tulle, velcro
per disegnare i profili da ritagliare sul feltro potremmo utilizzare le formine dei biscotti e, per fissarli, per chi non ha voglia di cucire, va bene anche la colla a caldo
CHE ATTIVITÀ INSERIRE NEL QUIET BOOK?
Come dicevamo, è possibile attraverso un quiet book stimolare lo sviluppo sensoriale e la motricità fine. Di seguito vi proponiamo una galleria di spunti da cui trarre ispirazione:
Alleniamoci a scoprire forme e colori: ad esempio si possono creare pagine in cui si associano forme e colori. Il bambino deve applicare la forma sull’immagine corrispondente.
Alleniamoci ad aprire e chiudere: le cerniere servono ad allenare la motricità fine: potete usarle per far aprire e chiudere una casetta, un arcobaleno o semplicemente creare un mini pannello sensoriale.
Alleniamoci a mettere e togliere: realizzare una piccola tasca in cui infilare oggetti di cartone o da cui estrarli è una grande idea per lavorare sulla motricità fine e sul concetto di dentro/fuori.
Alleniamoci ad abbottonare e sbottonare: usate bottoni e asole di varie dimensioni per allenare la manualità: potreste creare una ragnatela intorno ai bottini o corolle di fiori da abbottonare allo stelo.
Alleniamoci a contare: utilizzare delle piccole tesserine con i numeri, magari abbinate ad una mano di feltro sulla quale muovere le dita è un ottimo esercizio per imparare a manipolare le quantità.
Allacciamoci ad allacciare e slacciare: imparare ad allacciarsi le scarpe è sempre un’impresa: perché non partire con un training divertente, con una pagina dedicata alle scarpine di panno da allacciare? Sono un’ottima palestra per i più piccoli.
SVILUPPO SENSORIALE E ATTENZIONE: COLTIVIAMOLI CON I QUIET BOOK
Maria Montessori ci insegna l’importanza della “mano che sfiora, che tocca, che inventa, che accarezza, che costruisce. La mano, strumento che ci rende umani. La mano, organo dell’intelligenza”. Lo sviluppo sensoriale è una tappa cruciale dell’apprendimento ed è propedeutico allo sviluppo cognitivo ed affettivo. Toccare, per un bambino è il primo modo di scoprire il mondo: questa è una grande lezione che possiamo cogliere dal metodo Montessori.
Sempre a questo proposito, la Montessori parla di periodi sensitivi, intendendo quei particolari momenti dello sviluppo in cui le attività sono focalizzate all’apprendimento di determinate competenze. Il Materiale Sensoriale nasce ispirato da questo principio e raggruppa una serie di oggetti a seconda di colori, forma, suoni, peso temperatura e stato di ruvidezza.
… I sensi sono punti di contatto con l’ambiente e la mente esercitandosi ad osservare l’ambiente acquista l’uso più raffinato di questi organi…
… non vi è educazione dei sensi, senza un lavoro totale, dell’intelligenza e del movimento insieme…
… con i materiali sensoriali noi diamo una guida…
… i sensi, essendo gli esploratori dell’ambiente, aprono la via alla conoscenza. I materiali per l’educazione dei sensi sono offerti come una specie di chiave per aprire una porta all’esplorazione delle cose esterne, come un lume che fa vedere più cose e più particolari che al buio non si potrebbero vedere…
M. Montessori, La mente del bambini
Gli strumenti didattici non devono essere dunque intesi come un modo per fare lezione, ma come un contatto con il mondo dei più piccoli, che così sviluppano le loro capacità motorie e mentali. Rappresentano un modo per allenare l’attenzione, la concentrazione e l’autonomia.
I quiet book sposano a pieno questa filosofia: i bambini che si relazionano con questa proposta di gioco vengono catturati dai colori e dai materiali, alla scoperta di sensazioni, stimoli, mondi da esplorare. Per questo vi consigliamo di proporli ai vostri bambini: l’ideale sarebbe provare a realizzarli sulla base delle loro preferenze, ma in ogni caso anche un quiet book pronto all’uso va benissimo e in commercio ce ne sono parecchi davvero interessanti.
A CHE ETÀ COMINCIARE?
I quiet book possono essere utilizzati sin dalla primissima infanzia, dai sei mesi in su. Per i bimbi più piccoli, è preferibile usare fondi e immagini a contrasto, semplici motivi geometrici, rappresentazioni di oggetti comuni e silhouette di animali.
Crescendo si possono introdurre nuove sperimentazioni sensoriali, lavorando sul tatto sull’udito e, perché no, sull’olfatto. Dopo i 24 mesi, si possono proporre libri con attività di vita pratica (ci si può ispirare ai pannelli sensoriali), grazie anche all’utilizzo di cerniere, bottoni con asola, velcro, bottoni con clip, fibbie, ecc. E’ un modo per allenare la coordinazione oculo-manuale e la motricità fine della mano.
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