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Leadership: guidare gli altri con autorevolezza

leadership

“La grandezza di una leadership si fonda su qualcosa di molto primitivo: la capacità di far leva sulle emozioni”.
Daniel Goleman

“I leader creano squadre. Non emanano ordini dall’alto”.
Dale Carnegie

“Ci accorgiamo di essere prossimi alla grandezza, quando riusciamo ad essere veramente umili”.
Rabindranath Tagore

COS’È LA LEADERSHIP

Oggi si parla molto di leadership e leader. Spesso però questi due termini vengono collegati a un concetto sbagliato: stare al comando, essere capo.
Nella letteratura scientifica psico-sociale il termine leadership tende ad indicare spesso la capacità di influenzare e mobilitare i membri di un gruppo sociale verso il raggiungimento degli obiettivi fissati da un’organizzazione. Si tratta tuttavia di una definizione parziale, che non esprime la complessità del ruolo del leader e la molteplicità dei compiti che è chiamato a svolgere.

In una società focalizzata sulla competizione ed il successo, questa visione non ha portato grandi benefici. incrementando stress, frustrazione, invidie.
E’ per questo che oggi si tende a rivedere la figura del leader e ciò che la leadership comporta, sul lavoro, in famiglia e, più in generale, in gruppo.
Lo studioso statunitense Peter Drucker, considerato tra i fondatori del management moderno, pone l’attenzione sul fatto che i nuovi leader non debbano dire “io”, perché non devono pensare “io”. Un leader moderno accetta la responsabilità, dando credito al “noi”. Si parla di leadership prevalentemente nei contesti aziendali, ma questa concezione collaborativa è utile anche in ambiti extra-lavorativi. Per questo motivo abbiamo pensato di approfondirla sulle pagine di un sito che si rivolge a genitori e bambini.
Partiamo dagli albori della sociologia e della psicologia, per poi tornare ai giorni nostri.

Uno degli autori che più vengono menzionati a riguardo nelle scienze sociali è Max Weber che ha studiato approfonditamente la figura carismatica come fattore di leadership e di mutamento sociale. In parallelo possiamo citare W.F. Whyte, che studiò, con la metodologia dell’osservazione partecipante, la funzione del leader all’interno delle dinamiche di un gruppo di pari. Nell’ambito degli studi psicologici K. Lewin, R. Lipitt e R.K. White hanno contribuito a creare una distinzione dei tre tipi di leadership sulla base dello stile adottato dal leader nel gestire la partecipazione dei membri del gruppo nelle sue attività:

  • autoritario, volto ad accentrare le decisioni e ridurre la partecipazione attiva degli altri
  • democratico, volto a favorire la partecipazione dei membri, richiedendone il contributo
  • laissez-faire, con alto potere di deroga sulla gestione e coordinamento dei membri

Gia ai tempi dello studio, pionere nell’ambito della psicologia sociale e risalente alla prima metà del secolo scorso, era emerso l’aspetto cruciale della leadership che, per essere efficace, deve integrare i tre stili e scegliere quale adottare a seconda del contesto.

ESSERE LEADER: ECCO LE COMPETENZE IN GIOCO

In passato, gli studi in materia hanno evidenziato principalmente l’aspetto strumentale della leadership, cioè il raggiungimento dello scopo prefissato per il gruppo. Tuttavia nel tempo sono emersi altri fattori cruciali e più relazionali, come ad esempio la coesione sociale ed il rafforzamento dell’identità collettiva. L’attenzione si è progressivamente spostata sulle interazioni tra leader e gruppo, sulle caratteristiche socio-caratteriali che definiscono un membro come leader e sulle aspettative e condotte caratterizzanti la leadership. La leadership si è trasformata, diventando collaborativa.

Riportiamo le parole scritte dall’economista Jeremy Rifkin nel 2014:

“Nell’era che si sta affacciando, impegnarsi a fondo nel Commons collaborativo assumerà la stessa importanza che nell’economia di mercato ha avuto lavorare duramente e l’accumulazione di capitale sociale diventerà preziosa quanto lo è stata l’accumulazione del capitale di mercato. A definire il grado di realizzazione esistenziale degli individui saranno l’attaccamento alla comunità e la ricerca di trascendenza e significato e non la ricchezza materiale. I ragazzi della generazione di Internet concepiscono se stessi più come giocatori che come lavoratori, considerano le proprie qualità personali più doti che competenze, e preferiscono esprimere la loro creatività in un social network anziché lavorando in postazioni d’ufficio o svolgendo attività autonome in un contesto di mercato. L’internet delle cose libererà gli essere umani dall’economia di mercato per orientarli alla ricerca di interessi comuni e immateriali nel Commons collaborativo”.

In pratica il leader oggi non è più “colui che guida e comanda”, ma colui che sa sviluppare una cultura collaborativa. Ecco l’identikit del leader contemporaneo:

  • è assertivo
  • è un facilitatore
  • sa ascoltare
  • invia messaggi chiari quando assegna i compiti
  • riesce a valorizzare i talenti

In questo modo, attraverso l’intelligenza emotiva e l’empatia, infonde fiducia e motivazione alla squadra, aumentando l’autostima dei singoli. Non è mica facile essere leader vero? In realtà è molto più semplice di quanto si pensi! Bisogna però fare un attento lavoro su se stessi e poi coltivare il team building, per diventare davvero squadra.

PERCHÉ DOVRESTI DIVENTARE UN GENITORE LEADER?

Come evidenziato nel nostro articolo Genitori leader non si nasce, si diventa: scopriamo le soft skills, l’arrivo di un bebè porta spesso scompiglio in famiglia. Di colpo cambiano le dinamiche familiari e bisogna imparare a gestire un sistema complesso, ottimizzando risorse, stabilendo obiettivi e priorità, eliminando il superfluo. Paradossalmente il genitore è chiamato ad essere leader, in famiglia ancor prima che sul lavoro: dovrà essere una guida autorevole, trasmettere fiducia, comprendere desideri e necessità, aiutare il bambino a crescere in modo autonomo e consapevole

Che cosa fa esattamente un leader? Lo spiega l’origine della parola. “Leader” deriva da to lead che in inglese significa guidare. Parliamo dunque di una persona in grado di dare l’orientamento al gruppo grazie all’esempio e al carisma. Noi più che genitori leader, amiamo parlare di genitori coach, perché pensiamo che, in famiglia, si debba crescere insieme attraverso l’allenamento della squadra. Riteniamo che, per essere un buon leader, un genitore debba lavorare su quattro aree:

  • insegnare il problem solving, anche avvalendosi di approcci “lateralisti”; date un’occhiata a questo proposito ai nostri approfondimenti su pensiero laterale, problem solving e provate con qualche enigma da risolvere, come ad esempio gli indovinelli logici;
  • responsabilizzare, insegnando che ciascuno può contribuire al successo della squadra, anche a casa; fondamentale in questo caso coltivare l’autonomia, sin dalla più tenera età.
  • insegnare a non temere i cambiamenti, che fanno parte della vita, guardando al futuro con fiducia e positività e affrontando le sfide senza abbattersi. Provateci con il gioco del cambiamento
  • vincere la paura dell’insuccesso; spesso non si accettano le proprie imperfezioni o, peggio, quelle dei figli. Il compito di un leader è insegnare la teoria del fallimento, per la quale si può cadere ma, nel rialzarsi, bisogna cogliere nuove opportunità e imparare la lezione

Il compito più arduo per il genitore leader è vincere il senso di colpa, il rimorso per non aver fatto abbastanza: bisogna credere in se stessi, per aumentare l’autostima dei propri bambini. E’ dunque opportuno evitare, dove possibile, l’atteggiamento definito da “genitore spazzaneve”. Anteporci ai figli, tenerli sotto una campana di vetro per evitare loro di scontrarsi con gli ostacoli lungo il cammino, non li renderà più forti. Al contrario, saranno impreparati alla vita.

Prima di andare a vedere nello specifico alcuni spunti operativi, qui vogliamo focalizzare l’attenzione su due aspetti della leadership in famiglia: intelligenza emotiva ed autorevolezza.

I GENITORI LEADER SONO ALLENATORI EMOTIVI

Nella pratica, come possiamo fare ad essere leader in famiglia ed aiutare i bambini nel percorso verso la felicità? Innanzitutto lavorando sulle emozioni E’ fondamentale che i genitori educhino alla disciplina, nell’accezione di saper usare le peculiarità di ciascun individuo in modo positivo, anzichè distruttivo.

E’ stato lo psicologo John Gottman a definire quattro macrocategorie di stili genitoriali, come già approfondito nell’articolo Andiamo a scuola di emozioni: sviluppiamo l’intelligenza emotiva nei bambini:

Genitori noncuranti, che sminuiscono, ridicolizzano o addirittura ignorano le emozioni negative dei figli. (“E’ ridicolo che tu non voglia andare all’asilo. Non c’è nulla di cui aver paura. Li ci sono i tuoi amichetti e ti divertirai. Dai su, ora passiamo in pasticceria a comprare un dolcetto, così ti passa.”)

Genitori censori, che criticano le espressioni di sentimenti negativi e che possono arrivare a rimproverare o punire i figli per queste manifestazioni emotive. (“E’ ridicolo che tu non voglia andare all’asilo. Sono stanca di questo comportamento, non sei più un neonato. Agisci da grande! Se continui così questa è la volta buona che le prendi.”)

Genitori lassisti, che accettano le emozioni dei figli e si dimostrano empatici, ma non riescono a offrire loro una guida o a porre limiti al loro comportamento, spesso rimandano il problema, distraendolo ad esempio con un gioco, fino a che si ripresenterà la volta successiva. (“Oh come ti capisco! E’ naturale che vuoi rimanere a casa con la tua mamma. Anche io sono triste. Magari giochiamo insieme dieci minuti e poi usciamo senza piangere però.”)

Genitori allenatori emotivi, che partono come i genitori lassisti, empatizzando con i sentimenti del bambino, ma poi colgono l’occasione per parlare del sentimento, dargli un nome, e imparando a riconoscerlo.

I GENITORI LEADER SONO GENITORI AUTOREVOLI

Prima regola: no a dittatorialità e permissivismo. Sì a un sistema di regole condiviso. Spesso si confonde autorità con autorevolezza: sono due concetti completamente diversi. Facciamo un po’ di chiarezza:

Con il termine autoritarismo (dal latino auctoritas) si fa riferimento a un modello gerarchico in cui il capo ricopre il vertice più alto, con poteri direttivi e funzioni di comando, esigendo obbedienza da parte dei sottoposti. L’autorevolezza (dal latino gravitas) è invece una qualità non imposta, ma riconosciuta a una persona che dimostra un atteggiamento partecipativo piuttosto che direttivo, coinvolgendo gli altri e influenzando i comportamenti del team.

Vi ricordate quando abbiamo menzionato la leadership collaborativa? Ecco, l’autorevolezza ne costituisce un pilastro. Un genitore deve essere guida, non amico, del figlio. Per questo è necessario dare delle regole, come abbiamo evidenziato nel nostro articolo Bambini senza regole: un danno da evitare.

LEADERSHIP IN PRATICA

  • i bambini senza regole sono più stressati e manifestano spesso problemi comportamentali seri
  • i bambini che rispettano regole ragionevoli crescono più sicuri
  • non si è buoni educatori se si lascia fare di tutto, ma se si coltiva l’autorevolezza

Peraltro, l’intelligenza emotiva e l’autorevolezza si combinano nel rispetto delle regole. Leggete a questo proposito lo spunto dedicato, intitolato: Le regole? Insegniamole con l’intelligenza emotiva.

Per allenarci, abbiamo individuato cinque linee guida:

Trovate una soluzione senza necessariamente ricorrere alla violenza: insegnate a gestire le emozioni evitando quanto più possibile le manifestazioni di rabbia e violenza.

Non giudicate dalle apparenze: imparate a guardare dentro le persone, a valorizzare ciò che seriamente conta, trasmettendo questo valore ai vostri figli.

Date e chiedete rispetto: insegnate a motivare le proprie scelte e farsi rispettare, argomentando in maniera equilibrate.

Non rimuginate: è fisiologico sbagliare, ma crucciarsi non serve: uno sbaglio può costituire un’occasione di crescita, basta porsi in modo costruttivo di fronte ai problemi.

Affrontate la vita con la giusta prospettiva: pensate positivo: riuscire a non darsi per vinti, a vedere le opportunità, è il modo migliore per crescere.

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Serendipità: il piacere delle scoperte casuali

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Che cos’è la serendipità?

La serendipità indica due cose: una scoperta casuale, ma fatta mentre si cercava qualcos’altro, oppure una scoperta fortuita, insperata. Questa parola è in realtà un neologismo, coniato nel XVIII secolo dallo scrittore Horace Walpole.

Questa parola bizzarra è la trasposizione esatta dell’inglese serendipity, a sua volta ispirato da un’antica leggenda persiana, I tre principi di Serendippo. In questa fiaba, i tre principini, nel corso dei loro viaggi continuavano a fare scoperte eccezionali, completamente a caso. Non erano animati dalla voglia di cercare, eppure nuove intuizioni continuavano ad affiorare alle loro menti.

Walpole, nel corso dei suoi viaggi e delle sue ricerche, si rese conto che anche nella scienza è insito un elemento di forte casualità. Elemento che ribattezzò, appunto, serendipità.


E voi, ci credete che tante scoperte scientifiche, alcune vere e proprie rivoluzioni, sono state fatte per caso? Ad esempio, la penicillina, ma anche i raggi X, il pianeta Urano e i neuroni specchio.

Allenare la serendipità? Cominciamo liberandoci dall’ossessione per la perfezione

Secondo noi è un concetto molto importante, perché va a braccetto con quello di non-metodo e di ricerca della felicità. Innanzitutto, ammettere l’esistenza della serendipità (e questo ci sembra fuori discussione) indica che esiste un modo di scoprire le cose alternativo alla ricerca compulsiva e al rigore metodologico. Questo ci dovrebbe aiutare a capire che spesso non è una ricerca perfetta che conduce all’innovazione, ma una mente aperta, elastica, pronta a cogliere anche l’imprevisto.

E quindi: concediamo più spazio alla felicità, alla ricerca di un equilibrio interiore e dell’armonia. La serendipità non si allena facilmente, proprio per la sua natura casuale. Però, con un po’ d’impegno, possiamo educare la nostra mente ad uscire dagli schemi, a non rimanere in modo rigido sulle sue posizioni.

Serendipità in famiglia

Come abbiamo detto, sulla serendipità non si lavora direttamente. Si può tuttavia favorire, realizzando un ambiente che valorizzi le intuizioni e le riflessioni dei singoli, facendole diventare una ricchezza condivisa. Così accade in molte aziende giapponesi: i manager sono incredibilmente attenti a cogliere tutto il potenziale, spesso casuale, che deriva dalle loro risorse umane. Il risultato? Si diventa virtuosi, innovativi e si crea un clima di generale benessere e fiducia, fiducia che viene estesa anche al più umile degli operai.

Una visione simile, anche se libera dai precetti aziendali, è quella che secondo noi dovremmo portare nella vita di tutti i giorni.

Gio-Coaching per poter fare piacevoli scoperte

Secondo noi, il punto di partenza è il pensiero laterale, ovvero la capacità di uscire dai propri panni di “logici pensatori” e abbracciare un pensiero composto e articolato, fatto sì di numeri ma anche di emozioni, sensazioni ed intuizioni.

Importante è anche l’attitudine al pensiero positivo, alla mente elastica e fiduciosa. Per questo vi rimandiamo al MINI-SAGGIO sul pensiero positivo.







Libri sulla serendipità e sul non-metodo

Ci sono due testi particolarmente utili per riflettere sul concetto di serendipità, sulle scoperte casuali e su un modo migliore di intendere la scienza. Si tratta di Contro il metodo, di K. Feyerabend e Il mancino zoppo, di M. Serres. Entrambi i testi fanno ampio uso di metafore ed esperimenti mentali, con l’obiettivo di dimostrare che non di solo metodo vive la scienza. L’obiettivo è quello di rivalutare l’elemento casuale nel processo sperimentale, rivalutando insieme ad esso la figura del ricercatore: persona semplice, che commette errori e non ha certo la verità in tasca, ma proprio grazie a queste caratteristiche riesce a fare grandi, inaspettate, scoperte.  Sono letture impegnative, adatte ai coraggiosi che credono che la filosofia abbia ancora qualcosa da insegnarci.

a cura di Matteo Princivalle

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Giochi in spiaggia per bambini: ecco i migliori

Una guida ai migliori giochi in spiaggia da provare quest’anno

Quando si va al mare, ecco che la spiaggia si trasforma in uno sconfinato parco giochi. E se i bambini sanno inventare moltissimi giochi in autonomia (dai castelli di sabbia alle corse), ecco qualche suggerimento per rendere l’estate indimenticabile.

Caccia al tesoro sulla spiaggia

Avete letto la nostra guida alla caccia al tesoro? Sapete che è possibile organizzare una caccia al tesoro anche nella sabbia? Bisognerà però fare un paio di modifiche al regolamento.

Ecco come la giochiamo noi: realizziamo una mappa del tesoro (solitamente sotterrato vicino all’ombrellone, sotto un lettino o comunque nell’area che solitamente occupate nella spiaggia) su un foglio A4. Poi la tagliamo in pezzi (6 o 8) e nascondiamo ciascun pezzo di mappa nella sabbia. Ciascun indizio sarà indicato da un paletto che pianteremo in prossimità del luogo in cui è nascosto, per individuare l’area di ricerca.

I giocatori dovranno scavare alla ricerca di tutti gli indizi, poi ricomporre la mappa ed infine mettersi alla ricerca del tesoro nascosto.

Un’accortezza: è fondamentale, mentre un adulto prepara la caccia al tesoro, che un altro distragga i bambini portandoli in un’area diversa da quella del gioco (in modo tale che non vedano gli indizi che vengono nascosti, o peggio il tesoro). Dai nostri esperimenti questa caccia al tesoro piace tantissimo. E se ci fossero più partecipanti? Semplice: basta dividerli in squadre e preparare un percorso per ciascuna.

Cacciatori di conchiglie

Il meccanismo di questo gioco è simile a quello della caccia al tesoro, ma non c’è bisogno di prepararlo prima (quindi è ideale per mamme e papà coach last minute!). Una delle attività con cui i bambini si divertono di più in spiaggia è proprio la raccolta delle conchiglie. Proviamo a trasformarla in un gioco.

Si raccolgono 10, 20 o 30 conchiglie, a seconda della difficoltà: potete farle raccogliere ai bambini prima di iniziare. Poi si benda/no il/i giocatore/i (basta coprire gli occhi con un asciugamano o una maglietta) e si nascondono nei pressi del lettino tutte le conchiglie, avendo cura poi di rastrellare per bene la sabbia in modo da nascondere i punti in cui si sono nascoste. L’obiettivo è recuperarle tutte. Una bellissima sfida che è anche un bel modo per tenere tranquilli i bambini impegnandoli con un’attività sensoriale.

bambini che giocano sulla spiaggia

Castelli di sabbia e fortini

I castelli di sabbia sono un classico che tutti i bambini dovrebbero provare almeno una volta. Ma c’è una variante ancora più entusiasmante: riempirli di soldatini, come delle vere fortezze. Inoltre, con un po’ d’acqua è possibile creare canali, fossati e scenari mozzafiato.

Ricapitolando: kit secchiello e paletta da spiaggia, una confezione di soldatini e via, si comincia!

UNO H2O

Di solito la spiaggia è il luogo migliore per perdere e rovinare i mazzi di carte, anche quelli plastificati. Una soluzione è il mazzo di UNO H2O: carte completamente impermeabilizzate e anti-strappo, pensate proprio per l’uso in spiaggia. Inoltre, hanno un comodo moschettone a cui agganciare l’intero mazzo, per evitare di perdere qualche carta. Eccole qui.

Aquilone

Un gioco un po’ retrò, ma che continua a piacere. Potreste approfittare delle ore più calde della giornata per realizzare a casa un aquilone (bastano pochi materiali, carta velina o stoffa, stecche di legno e corda sottile) da far volare al tramonto. Correre sulla spiaggia con il proprio aquilone è per i piccoli una gioia immensa.

Battaglia d’acqua

La spiaggia è il luogo ideale per portare pistole e fucili ad acqua e scatenare un bel duello. Si possono costruire barricate e trincee nella sabbia, organizzarsi in squadre e al via, scatenare l’inferno!

L’importante è giocare nel massimo rispetto di chi frequenta la spiaggia. Quindi, niente schizzi sui lettini vicini o corse accanto a chi prende il sole. Ecco un’altra grande potenzialità del gioco libero: scatenandosi, imparare a rispettare gli altri.

Bolle di sapone

Abbiamo già scritto una bella guida alle bolle di sapone. Per scoprire come farle in casa, vi rimandiamo a quella. Ricordatevi di portarle in spiaggia: è uno dei posti più suggestivi per provarle.

Giochi con acqua e sabbia

Avete mai visto i bambini che giocano a sotterrarsi nella sabbia? O che si coprono di sabbia bagnata come se fossero mostri di fango? Dietro questo gioco all’apparenza banale ci sono due elementi importantissimi: l’esercizio sensoriale, che rasserena e tranquillizza nonché il gioco naturale. Giocare a diretto contatto con la natura, esercitando il senso del tatto, è un’esperienza formativa unica. La maggior parte dei grandi pedagogisti ha parlato dei benefici di queste esperienze, dalla Montessori a Dewey: lasciateli fare!

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Come realizzare un acchiappasogni

acchiappasogni

L’acchiappasogni (o dreamcatcher in inglese) è un oggetto appartenente alla tradizione degli Indiani d’America, oggi diffuso in tutto il mondo. Sapete di che cosa si tratta?

Nella tradizione, il tempo dei sogni è caratterizzato da energie positive e negative: la rete dell’acchiapasogni serve ad intrappolare i brutti sogni, inghiottendoli nel foro centrale e facendoli svanire al sorgere del sole. Un acchiappasogni ha una struttura standard, anche se estramamente personalizzabile:

  • un cerchio esterno fa da supporto e rappresenta l’universo e il ciclo della vita
  • una ragnatela di fili intrecciati, spesso decorata con perline, volta a trattenere i brutti sogni, lasciando scorrere i bei sogni nel punto centrale
  • corde decorative che terminano con piume, per ricordare il volo degli uccelli, liberi nell’aria

Perché vi raccontiamo come realizzare un acchiappasogni? Perché questo oggetto antico ed affascinante, oltre ad essere un elemento decorativo, ha un significato profondo: tenere lontani gli incubi, favorendo il buon riposo. Magari non è così, ma è sicuramente un pensiero suggestivo.
Di seguito vi raccontiamo quali sono le origini di questo oggetto così particolare e come realizzarne uno. E se anche non dovesse evitare gli incubi di adulti e bambini, ma può essere un buon modo per parlarne e sdrammatizzarli. Di questo parliamo alla fine del nostro approfondimento.

LE ORIGINI DEGLI ACCHIAPPASOGNI

L’acchiappasogni nasce nel Nord America, tanto tempo fa, diffondendosi tra le tribù di indiani, in particolare Cheyenne e Dakota. L’origine però è attribuita alla popolazione Ojibwa: il nome originale dell’amuleto è “asabikeshiinh”, che vuol dire ragno. L’altro nome originale è “bawaajige nagwaagan” o ceppo dei sogni.

Si parla addirittura di frammenti risalenti al 300 a.c, più o meno all’epoca delle Guerre Puniche dall’altra parte del mondo! Anche se questo oggetto è associato prevalentemente agli indiani d’America, sono stati rinvenuti reperti anche nel Sud dell’India, in Asia. Evidentemente il problema di garantirsi un sonno tranquillo e di scacciare brutti pensieri era, ed è, condiviso!

Tornando al luogo d’origine, nelle tribù degli indiani d’America sembra fosse usato non solo con il significato attribuito oggi, ma anche per indicare quale professione praticava l’abitante della tenda. Per questo venivano utilizzati colori, piume e perle differenti. Il concetto attuale di acchiappasogni è stato attribuito successivamente: si pensa che, alla nascita di ogni bambino, ne venisse realizzato e donato uno, che lo avrebbe accompagnato lungo l’arco della vita.

Gli Ojibwa costruivano gli acchiappasogni intrecciando fili di salice intorno a un “nucleo” di forma circolare del diametro di 9-10 centrimetri.
Una volta realizzato il supporto, incrociavano fibra di ortica tinta di rosso, creando una ragnatela. La tribù credeva che i sogni buoni, passando attraverso la rete, arrivassero ai dormienti. Gli incubi venivano catturati dalla ragnatela.

Gli Ojibwa iniziarono a vendere acchiappasogni negli anni Sessanta, subendo grandi critiche dalle altre tribù, che consideravano questo commercio una profanazione. Non ci sentiamo di dargli torto, visto che oggi gli acchiappasogni hanno perso quasi del tutto il loro significato originale, trasformandosi prevalentemente in decorazioni. Ci sembra tuttavia utile riscoprire questa tradizione e, soprattutto, lasciarci ispirare per un laboratorio con materiali da recupero.

Non possiamo garantire che gli acchiappasogni allontanino davvero gli incubi e l’energia negativa, ma conoscerne la storia è un modo per accostarsi a una cultura antica e a tradizioni millenarie. Per farlo, vi proponiamo la leggenda degli acchiappasogni: può anche essere una lettura serale, da fare insieme ai bimbi. Se poi l’argomento vi appassionasse, ecco un bel libro sugli indiani d’America per i più piccini.

LA LEGGENDA DEGLI ACCHIAPPASOGNI

In realtà esistono più leggende sull’origine dell’acchiappasogni. Di seguito ve ne proponiamo due, le più diffuse. L’elemento comune, che poi ritroviamo anche nell’amuleto, è la presenza della tela che intrappola la negatività.

ASIBIKAASHI, LA DONNA RAGNO

C’era una volta una donna-ragno, il cui nome era Asibikaashi. Aveva un compito davvero importante: ogni giorno vegliava su tutte le creature del nostro mondo, intessendo sottili trame sopra le culle e i letti dei bambini. Così intrappolava tutto il male tra i suoi fili, facendolo svanire all’alba.
Il problema è che, a poco a poco, le tribù iniziarono a disperdersi in tutta l’America del Nord, un territorio vasto, ricco di laghi, montagne rocciose, verdi e altissime sequoie. Per la donna-ragno, divenne difficile prendersi cura di tutti, viaggiando da una parte all’altra dell’immenso territorio. Così la sacra arte fu trasmessa alle mamme e alle nonne indiane che iniziarono a tessere le magiche trame, continuando a proteggere i loro bimbi dai brutti sogni.
Oggi alcuni attribuiscono un significato diverso agli acchiappasogni, immaginando che servano ad ottenere ciò che ci prefiggiamo. In questo modo la parola sogno assume la connotazione di aspirazione, desiderio, speranza.

IKTOMI, IL SAGGIO SPIRITO

Un’altra leggenda racconta che un capo indiano dei Lakota un giorno ebbe una visione, mentre meditava su un monte. Era Iktomi, lo spirito della saggezza, che gli era apparso sotto forma di ragno e aveva iniziato a tessere la sua tela. Che significava tutto ciò?
Iktomi stava mandando un messaggio prezioso: nella nostra vita incontreremo forze buone e forze cattive. Dobbiamo imparare a dare ascolto alle prime, ignorando e seconde. Man mano che Iktoni parlava, continuava a tessere. Ben presto la tela si era trasformata in un cerchio perfetto con un foro al centro. Quel simbolo avrebbe aiutato le persone a ispirarsi, facendo uso di idee, sogni e visioni per raggiungere i propri obiettivi. Il Grande Spirito avrebbe vegliato sul mondo dei sogni per aiutare le persone a percorrere la loro strada.

COME REALIZZARE UN ACCHIAPPASOGNI

Se siete rimasti affascinati dai racconti e dalle leggende dei nativi americani, perché non lasciate andare la vostra creatività e vi cimentate con la realizzazione di un acchiappasogni tutto vostro? Nei negozi di bricolage trovate materiali, colori, piume, fili e perline. Tuttavia vi proponiamo di sfruttare la ricchezza della natura e procurarvi i materiali durante una passeggiata: sassolini, conchiglie, rametti.

Ecco cosa serve:

  • Materiale da riciclo a forma di circonferenza (guarnizioni della moka, tubicini in pvc, cartoncino). In alcune varianti fai-da-te vengono utilizzate le grucce metalliche.
  • Tessuto
  • Cordini colorati
  • Spago da cucina (quello per gli arrosti)
  • Piume
  • Perline

Ricordate di tenere a portata di mano le forbici ed una colla tipo Super Attack.

acchiappasogni fai da te

  • Partiamo dalla realizzazione del supporto circolare. Se usiamo la gruccia o i tubicini in pvc, occorre piegarli e chiuderli in forma circolare, aiutandovi con lo scotch (meglio quello nero per le applicazioni elettriche che ha maggior tenuta). Se invece usate il cartone, stendetelo sul piano di lavoro e ricavate una circonferenza con un piatto, disegnandone a matita il contorno, Con un piatto più piccolo disegnate all’interno una seconda circonferenza, in modo tale da ottenere una sagoma ad anello da ritagliare.
  • Procediamo rivestendo la sagoma ad anello precedentemente ritagliata: potete usare lana colorata o nastri, passando il capo della lana o del tessuto da dentro verso fuori, fino a ricoprire l’intera superficie del cerchio (presente quando realizzate i pom pom?)
  • A questo punto si passa alla ragnatela. Prendete una matassa di lana, un gomitolo di cotone o del banale filo di nylon per realizzare l’intelaiatura. Fate un doppio nodo sulla porzione superiore del cerchio principale, mantenendo fermo il nodo e tendendo il filo fino a raggiungere il margine destro del cerchio (il filo deve creare un angolo di circa 60 gradi rispetto al nodo principale). Fate un piccolo nodo e riportate il nastro sino a metà del segmento che collega le ore 8 con le 12. Legate il triangolo equilatero riportando il nastro sino al vertice della figura geometrica (a metà del segmento tra ore 12 ed ore 4). Per creare ulteriori corone nel vostro acchiappasogni dovete riprendere il procedimento. Infilatee delle conchiglie forate e delle perline nello spago man mano che si crea l’intreccio.

ACCHIAPPASOGNI ALL’UNICNETTO

acchiappasogni uncinetto

acchiappasogni uncinetto

PERCHÉ CI PIACCIONO GLI ACCHIAPPASOGNI

Troviamo che realizzare un acchiapasogni sia un valido modo per affrontare uno dei temi caldi dell’infanzia: i brutti sogni.
Spesso i bambini si svegliano nel cuore della notte urlanti: è fisiologico, da piccoli come da grandi. Possiamo aiutare i bambini a conoscere ed affrontare l’emozione della paura stando loro vicino, senza drammi, ma anche senza sminuire ciò che provano.
Un valido aiuto ci viene dalla rielaborazione di ciò che è stato vissuto, ad esempio riparlandone l’indomani e proponendo di disegnare insieme il brutto sogno. Dar forma a ciò che ci angoscia serve ad esorcizzare le paure.
In quest’ottica, realizzare insieme un acchiappasogni può rappresentare una forma di sdrammatizzazione: una volta appeso in cameretta, potremmo inventare la storia del nostro acchiappasogni che diventa sempre più ciccione perché si mangia gli incubi e i mostri.
Ogni volta che il bambino si sveglia spaventato, consoliamolo e facciamoci raccontare l’incubo, inventandoci un finale divertente (vi ricordate la formula magica “Riddiculus!” di Harry Potter?).

Creare un ambiente tranquillo è il modo migliore per garantire un sonno sereno a grandi e piccini. E’ un lavoro che si fa prevalentemente di giorno. Ricordate che i bambini sono molto sensibili alle immagini e alle situazioni di tensione. Senza metterli sotto una campana di vetro, imparate a:

  • limitare immagini e contenuti violenti: anche i cartoni animati possono agitare il bambino, se i contenuti sono inadeguati, prestateci attenzione!
  • cercate di mantenere regolari i ritmi sonno-veglia dei bambini: i piccoli sono abitudinari, cambiare le routine significa agitarli e può ripercuotersi sulla qualità del sonno;
  • praticate l’empatia, specialmente nel periodo più “fantasmatico” dell’infanzia. Giudicare o, peggio, sminuire, non è di conforto, così come ingigantire le fobie.

Ascoltate e dialogate, sarete voi il miglior acchiappasogni.

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Speranza: colorare il futuro con le emozioni

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Speranza in pillole

La speranza è riuscita a colorare di emozioni anche la più grossolana delle nostre fantasie.

C. Mina

Sperare significa emozionarsi; significa mescolare gioia e timore e legarli a filo doppio a un evento futuro che ci piacerebbe vedere realizzato. Senza speranza, probabilmente, non ci sarebbe progresso se non per serendipità. E nemmeno per quello, perché quanti scienziati sperimentano solo con la certezza di un determinato risultato e non con la sua speranza?

Eterna risorge sempre la speranza, come un fungo velenoso.

Charles Bukowski

E in effetti, è una condizione tipica dell’uomo, forse una delle più tipiche. Ma sarà davvero come un fungo velenoso o piuttosto ci aiuta a vivere un’esistenza soddisfacente?

Cos’è la speranza?

Definizione

La speranza è l’aspettativa di qualcosa di buono, sufficientemente incerto per distinguerla dall’attesa (se la mamma mi ha telefonato dicendomi che sta tornando a casa la attendo, ma non nutro speranza nel suo ritorno, quanto piuttosto una ragionevole certezza) e sufficientemente probabile per distinguerla dall’impossibile (nessuno spera di svegliarsi con le ali, al massimo lo sogna, al più lo desidera). Al crescere della speranza, come per riflesso, cresce il timore della sua evanescenza, la paura che l’evento possa non realizzarsi.


La speranza abita una terra colorata di gioia e di timore, mescolati in parti uguali. Anzi, si potrebbe dire propriamente che la speranza sia il sentimento derivante dalla fusione di gioia e timore verso qualcosa. E’ quindi profondamente legata alle emozioni.

Perché l’uomo spera nel futuro?

Sulla speranza si sono espressi i più illustri filosofi, da Aristotele a Cartesio, ma anche teologi e tanti altri intellettuali. Secondo la teologia cristiana, la speranza è una delle tre virtù teologali, quelle che mettono l’uomo nelle condizioni di avvicinarsi alla Trinità. Esiste addirittura una Teologia della Speranza.

La speranza esiste in quanto gli uomini vivono progettando il futuro (questa tesi è stata sostenuta sempre da un filosofo, Edmund Husserl): essa nasce dalla capacità di immaginare un evento o uno stato prima che questo si compia. Da un lato vi è la capacità di immaginare, che utilizza risorse cognitive e creative, dall’altro la speranza, che compie un lavoro analogo ma con le emozioni.

E voi, siete pieni di speranza?

Qualche domanda per centrare l’attenzione sul tema. Siete persone a cui piace sperare?

  • Che esperienze avete con la speranza? 
  • Secondo voi sperare in qualcosa ci rende più forti o ci rende solo degli illusi? 
  • I pensieri influenzano la realtà? 

Speranza in famiglia

E’ necessaria in famiglia un’educazione alla speranza? Secondo noi, no: la speranza è il risultato, naturale e perlopiù spontaneo, del nostro pensiero. Anche le persone che dicono di non sperare mai in nulla (a parte qualche caso di apatia piuttosto grave) nella realtà, in qualcosa, sperano eccome. Quel che piuttosto andrebbe educato è proprio il modo in cui pensiamo. Morin ha detto di preferire una testa ben fatta ad una ben piena. Ecco, in questo caso, per riempirci il cuore e la mente di buone speranze per il futuro non serve altro che abituarci a pensar bene.

In questo senso, è fondamentale educar-si a dirigere i propri pensieri in modo positivo. A questo proposito, vi invitiamo a leggere il MINI-SAGGIO dedicato al pensiero positivo. Si tratta di una dote tanto rara quanto utile: è la chiave di volta per essere felici.

Gio-Coaching per chi spera in un mondo migliore

Gli esercizi di Gio-Coaching per la speranza rientrano nel gruppo più ampio degli esercizi per riscoprire la felicità attraverso il cambiamento e la progettazione del futuro. Sono giochi che insegnano a pensare positivamente, a tirar fuori risorse quali il pensiero laterale ed il pensiero creativo







a cura di Matteo Princivalle

 

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Team building: l’arte di diventare una squadra

Team building in pillole

Una singola freccia si rompe facilmente, ma non dieci frecce tenute assieme.

Proverbio giapponese

In queste poche parole, è racchiuso il significato più profondo del lavoro di squadra: un individuo può avere dei limiti che vengono superati dalla collaborazione con altre persone, condividendo lo stesso obiettivo.

Che cos’è il team building?

Definizione

L’espressione team building è molto diffusa, specialmente in ambito aziendale, dove sono estremamente rilevanti la coesione del gruppo e la condivisione delle competenze. In inglese significa costruire una squadra, dove “costruire” rappresenta il nocciolo del problema: scegliere un numero più o meno ampio di persone da far collaborare è diverso dal far sentire queste persone una squadra. Eppure è un’esigenza e, insieme, un valore aggiunto, sperimentabile non solo nel mondo del lavoro, ma anche in famiglia e a scuola. Per questo è necessario lavorare su coesione, fiducia, motivazione ed autostima.

Il team building si può allenare, sin da piccoli. Non esistono persone incapaci di lavorare in squadra, per caratteristiche fisiche o mentali: bisogna però attivare i giusti canali, di comunicazione e motivazione, per creare il network di esperienze, mettendo in contatto tutti i membri del gruppo.
Serve lavorare in questo modo all’interno di una famiglia? Assolutamente sì! Sentirsi squadra non mette al riparo dalle difficoltà, ma aiuta a reagire agli imprevisti con maggior reattività (divenendo resilienti) e una capacità di problem solving.

Per fare questo, bisogna imparare a non temere il giudizio degli altri e mettersi in ascolto, senza pregiudizi. Perché la squadra funzioni, servono tempo e volontà di cambiare, in meglio. Il leader in questo senso ha un ruolo fondamentale perché motiva la squadra e ricorda l’obiettivo comune, valorizzando i talenti di ciascuno. Pensiamoci: non è il compito fisiologico di ogni mamma e papà?

E voi, siete una squadra?

Ecco un elenco di domande chiave per capire se ragionate da singoli o come una squadra; rispondete ascoltando il cuore: è il modo migliore per capire su quali punti lavorare.

  • Come reagite di fronte a un problema?
  • Vi chiudete in voi stessi?
  • Sapete lodare i risultati ottenuti dai bambini senza eccessi, in modo costruttivo?
  • Riuscite a darvi degli obiettivi sfidanti ma raggiungibili?
  • Conoscete punti di forza e debolezza di ciascun membro della famiglia? 
  • Riuscite a supportarvi per esaltare le forze e coprire le debolezze? 

Mini kit di allenamento per mamme e papà: team building in 3 mosse

Saper stare in gruppo porta degli indiscutibili vantaggi. Lo spirito di collaborazione può essere incoraggiato sin da piccoli, tra la fine della scuola dell’infanzia e l’ingresso alla primaria. Come sempre, ogni bambino ha i suoi tempi e non va forzato: è compito del genitore capire e rispettare i ritmi del figlio. Riflettiamo su ciò che ci accade: a volte noi per primi sentiamo che il senso di appartenenza ci viene imposto, che dobbiamo fare cose per essere etichettati come “bravi genitori”. Ecco, dobbiamo pensarla come leader: imparare a superare gli schemi ed i pregiudizi e lavorare per il bene comune della squadra, trovando il nostro obiettivo, tralasciando quelli imposti dalla società. Non è così difficile, vero?

Di seguito tre spunti per guidare mamma e papà nella ricerca dei propri obiettivi familiari:

Essere sempre un valido esempio: se noi per primi ci adoperiamo per essere socialmente attivi, collaborando, aiutando, diamo un messaggio molto più forte delle semplici dichiarazioni di intenti. E i bambini, in questo modo, imparano sicuramente più in fretta;
Responsabilizzare: ciascuno può fare qualcosa per il bene della squadra; bastano piccole attività da svolgere in autonomia per educare alla cooperazione.
Valorizzare i meriti e i talenti di ciascuno: per lavorare bene con gli altri, serve aver fiducia in se stessi. Un genitore può aumentare l’autostima dei bambini, lasciandolo sperimentare e sbagliare, sostenendolo nei possibili fallimenti ed incoraggiandolo a riprovare.

Più in generale, un gruppo che funziona ha un alto tasso di intelligenza emotiva, utile non solo ad empatizzare, ma anche ad accettare un sistema di regole condivise. In questo, gioca un ruolo fondamentale lo stile di comunicazione: messaggi chiari, non ambivalenti, decisi, sempre mettendosi nei panni del destinatario.

Team building in famiglia

Educare al team-building rappresenta un investimento per il futuro dei figli e della famiglia. Se si impara da piccoli a relazionarsi con gli altri ed apprezzare il lavoro di squadra, da grandi sarà più facile cooperare. In questo senso gli sport aiutano, purché la competizione sia sana, non eccessiva o poco costruttiva: bisogna sapere perdere, oltre che vincere.

Stare bene in gruppo aiuta lo sviluppo psicologico, aumentando l’autostima. L’importante è insegnare che, all’interno del gruppo, ognuno ha ruoli diversi e bisogna lavorare insieme, anziché focalizzarsi su gare e rivalità. Discorso applicabile anche a voti scolastici e preconcetti diffusi.

Gio-Coaching per un lavoro di squadra efficace

Il Gio-Coaching di questa sezione vuole essere un aiuto a fissare gli obiettivi della famiglia, da raggiungere insieme. Vi proponiamo di scrivere il vostro quaderno delle emozioni, individuando la vostra storia, da dove siete partiti, dove volete arrivare. E’ un modo per costruire la propria mappa mentale, un aiuto, una sorta di coordinamento implicito. Trovate qui altri spunti:

Il secondo punto su cui vi chiediamo di focalizzare l’attenzione è la comunicazione, verbale e non: spesso i gruppi falliscono perché il messaggio non è stato veicolato in modo efficace. Bombardati da informazioni su più fronti, spesso ci dimentichiamo che la comunicazione è fatta di regole, rispetto, ascolto e senso critico. Leggete qui:

Infine, il team building ha alcuni preziosi alleati: la natura e il gioco. Immersi nella natura, trovare l’armonia e fare squadra è più semplice. Provateci con una caccia al tesoro:

  • CACCIA AL TESORO, una guida-manuale per organizzare una giornata di gioco strepitosa
  • GIOCHI DI GRUPPO, in casa e all’aperto, per imparare a cooperare e collaborare







Libri sul team building

Il modo più semplice per parlare di team building ai bambini è parlare di amicizia: cosa c’è di più bello di aiutare un amico in difficoltà? Quanto è emozionante crescere insieme, condividere gioie, ma anche piccoli dolori? I libri per bambini sull’amicizia sono parecchi. Qui vi proponiamo un classico da riscoprire Il Piccolo Principe, il cui messaggio universale è che l’amore, come l’amicizia, non conosce confini. Ecco il principio base per essere una squadra.

a cura di Alessia de Falco

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