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Speranza: colorare il futuro con le emozioni

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Speranza in pillole

La speranza è riuscita a colorare di emozioni anche la più grossolana delle nostre fantasie.

C. Mina

Sperare significa emozionarsi; significa mescolare gioia e timore e legarli a filo doppio a un evento futuro che ci piacerebbe vedere realizzato. Senza speranza, probabilmente, non ci sarebbe progresso se non per serendipità. E nemmeno per quello, perché quanti scienziati sperimentano solo con la certezza di un determinato risultato e non con la sua speranza?

Eterna risorge sempre la speranza, come un fungo velenoso.

Charles Bukowski

E in effetti, è una condizione tipica dell’uomo, forse una delle più tipiche. Ma sarà davvero come un fungo velenoso o piuttosto ci aiuta a vivere un’esistenza soddisfacente?

Cos’è la speranza?

Definizione

La speranza è l’aspettativa di qualcosa di buono, sufficientemente incerto per distinguerla dall’attesa (se la mamma mi ha telefonato dicendomi che sta tornando a casa la attendo, ma non nutro speranza nel suo ritorno, quanto piuttosto una ragionevole certezza) e sufficientemente probabile per distinguerla dall’impossibile (nessuno spera di svegliarsi con le ali, al massimo lo sogna, al più lo desidera). Al crescere della speranza, come per riflesso, cresce il timore della sua evanescenza, la paura che l’evento possa non realizzarsi.


La speranza abita una terra colorata di gioia e di timore, mescolati in parti uguali. Anzi, si potrebbe dire propriamente che la speranza sia il sentimento derivante dalla fusione di gioia e timore verso qualcosa. E’ quindi profondamente legata alle emozioni.

Perché l’uomo spera nel futuro?

Sulla speranza si sono espressi i più illustri filosofi, da Aristotele a Cartesio, ma anche teologi e tanti altri intellettuali. Secondo la teologia cristiana, la speranza è una delle tre virtù teologali, quelle che mettono l’uomo nelle condizioni di avvicinarsi alla Trinità. Esiste addirittura una Teologia della Speranza.

La speranza esiste in quanto gli uomini vivono progettando il futuro (questa tesi è stata sostenuta sempre da un filosofo, Edmund Husserl): essa nasce dalla capacità di immaginare un evento o uno stato prima che questo si compia. Da un lato vi è la capacità di immaginare, che utilizza risorse cognitive e creative, dall’altro la speranza, che compie un lavoro analogo ma con le emozioni.

E voi, siete pieni di speranza?

Qualche domanda per centrare l’attenzione sul tema. Siete persone a cui piace sperare?

  • Che esperienze avete con la speranza? 
  • Secondo voi sperare in qualcosa ci rende più forti o ci rende solo degli illusi? 
  • I pensieri influenzano la realtà? 

Speranza in famiglia

E’ necessaria in famiglia un’educazione alla speranza? Secondo noi, no: la speranza è il risultato, naturale e perlopiù spontaneo, del nostro pensiero. Anche le persone che dicono di non sperare mai in nulla (a parte qualche caso di apatia piuttosto grave) nella realtà, in qualcosa, sperano eccome. Quel che piuttosto andrebbe educato è proprio il modo in cui pensiamo. Morin ha detto di preferire una testa ben fatta ad una ben piena. Ecco, in questo caso, per riempirci il cuore e la mente di buone speranze per il futuro non serve altro che abituarci a pensar bene.

In questo senso, è fondamentale educar-si a dirigere i propri pensieri in modo positivo. A questo proposito, vi invitiamo a leggere il MINI-SAGGIO dedicato al pensiero positivo. Si tratta di una dote tanto rara quanto utile: è la chiave di volta per essere felici.

Gio-Coaching per chi spera in un mondo migliore

Gli esercizi di Gio-Coaching per la speranza rientrano nel gruppo più ampio degli esercizi per riscoprire la felicità attraverso il cambiamento e la progettazione del futuro. Sono giochi che insegnano a pensare positivamente, a tirar fuori risorse quali il pensiero laterale ed il pensiero creativo







a cura di Matteo Princivalle

 

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Team building: l’arte di diventare una squadra

Team building in pillole

Una singola freccia si rompe facilmente, ma non dieci frecce tenute assieme.

Proverbio giapponese

In queste poche parole, è racchiuso il significato più profondo del lavoro di squadra: un individuo può avere dei limiti che vengono superati dalla collaborazione con altre persone, condividendo lo stesso obiettivo.

Che cos’è il team building?

Definizione

L’espressione team building è molto diffusa, specialmente in ambito aziendale, dove sono estremamente rilevanti la coesione del gruppo e la condivisione delle competenze. In inglese significa costruire una squadra, dove “costruire” rappresenta il nocciolo del problema: scegliere un numero più o meno ampio di persone da far collaborare è diverso dal far sentire queste persone una squadra. Eppure è un’esigenza e, insieme, un valore aggiunto, sperimentabile non solo nel mondo del lavoro, ma anche in famiglia e a scuola. Per questo è necessario lavorare su coesione, fiducia, motivazione ed autostima.

Il team building si può allenare, sin da piccoli. Non esistono persone incapaci di lavorare in squadra, per caratteristiche fisiche o mentali: bisogna però attivare i giusti canali, di comunicazione e motivazione, per creare il network di esperienze, mettendo in contatto tutti i membri del gruppo.
Serve lavorare in questo modo all’interno di una famiglia? Assolutamente sì! Sentirsi squadra non mette al riparo dalle difficoltà, ma aiuta a reagire agli imprevisti con maggior reattività (divenendo resilienti) e una capacità di problem solving.

Per fare questo, bisogna imparare a non temere il giudizio degli altri e mettersi in ascolto, senza pregiudizi. Perché la squadra funzioni, servono tempo e volontà di cambiare, in meglio. Il leader in questo senso ha un ruolo fondamentale perché motiva la squadra e ricorda l’obiettivo comune, valorizzando i talenti di ciascuno. Pensiamoci: non è il compito fisiologico di ogni mamma e papà?

E voi, siete una squadra?

Ecco un elenco di domande chiave per capire se ragionate da singoli o come una squadra; rispondete ascoltando il cuore: è il modo migliore per capire su quali punti lavorare.

  • Come reagite di fronte a un problema?
  • Vi chiudete in voi stessi?
  • Sapete lodare i risultati ottenuti dai bambini senza eccessi, in modo costruttivo?
  • Riuscite a darvi degli obiettivi sfidanti ma raggiungibili?
  • Conoscete punti di forza e debolezza di ciascun membro della famiglia? 
  • Riuscite a supportarvi per esaltare le forze e coprire le debolezze? 

Mini kit di allenamento per mamme e papà: team building in 3 mosse

Saper stare in gruppo porta degli indiscutibili vantaggi. Lo spirito di collaborazione può essere incoraggiato sin da piccoli, tra la fine della scuola dell’infanzia e l’ingresso alla primaria. Come sempre, ogni bambino ha i suoi tempi e non va forzato: è compito del genitore capire e rispettare i ritmi del figlio. Riflettiamo su ciò che ci accade: a volte noi per primi sentiamo che il senso di appartenenza ci viene imposto, che dobbiamo fare cose per essere etichettati come “bravi genitori”. Ecco, dobbiamo pensarla come leader: imparare a superare gli schemi ed i pregiudizi e lavorare per il bene comune della squadra, trovando il nostro obiettivo, tralasciando quelli imposti dalla società. Non è così difficile, vero?

Di seguito tre spunti per guidare mamma e papà nella ricerca dei propri obiettivi familiari:

Essere sempre un valido esempio: se noi per primi ci adoperiamo per essere socialmente attivi, collaborando, aiutando, diamo un messaggio molto più forte delle semplici dichiarazioni di intenti. E i bambini, in questo modo, imparano sicuramente più in fretta;
Responsabilizzare: ciascuno può fare qualcosa per il bene della squadra; bastano piccole attività da svolgere in autonomia per educare alla cooperazione.
Valorizzare i meriti e i talenti di ciascuno: per lavorare bene con gli altri, serve aver fiducia in se stessi. Un genitore può aumentare l’autostima dei bambini, lasciandolo sperimentare e sbagliare, sostenendolo nei possibili fallimenti ed incoraggiandolo a riprovare.

Più in generale, un gruppo che funziona ha un alto tasso di intelligenza emotiva, utile non solo ad empatizzare, ma anche ad accettare un sistema di regole condivise. In questo, gioca un ruolo fondamentale lo stile di comunicazione: messaggi chiari, non ambivalenti, decisi, sempre mettendosi nei panni del destinatario.

Team building in famiglia

Educare al team-building rappresenta un investimento per il futuro dei figli e della famiglia. Se si impara da piccoli a relazionarsi con gli altri ed apprezzare il lavoro di squadra, da grandi sarà più facile cooperare. In questo senso gli sport aiutano, purché la competizione sia sana, non eccessiva o poco costruttiva: bisogna sapere perdere, oltre che vincere.

Stare bene in gruppo aiuta lo sviluppo psicologico, aumentando l’autostima. L’importante è insegnare che, all’interno del gruppo, ognuno ha ruoli diversi e bisogna lavorare insieme, anziché focalizzarsi su gare e rivalità. Discorso applicabile anche a voti scolastici e preconcetti diffusi.

Gio-Coaching per un lavoro di squadra efficace

Il Gio-Coaching di questa sezione vuole essere un aiuto a fissare gli obiettivi della famiglia, da raggiungere insieme. Vi proponiamo di scrivere il vostro quaderno delle emozioni, individuando la vostra storia, da dove siete partiti, dove volete arrivare. E’ un modo per costruire la propria mappa mentale, un aiuto, una sorta di coordinamento implicito. Trovate qui altri spunti:

Il secondo punto su cui vi chiediamo di focalizzare l’attenzione è la comunicazione, verbale e non: spesso i gruppi falliscono perché il messaggio non è stato veicolato in modo efficace. Bombardati da informazioni su più fronti, spesso ci dimentichiamo che la comunicazione è fatta di regole, rispetto, ascolto e senso critico. Leggete qui:

Infine, il team building ha alcuni preziosi alleati: la natura e il gioco. Immersi nella natura, trovare l’armonia e fare squadra è più semplice. Provateci con una caccia al tesoro:

  • CACCIA AL TESORO, una guida-manuale per organizzare una giornata di gioco strepitosa
  • GIOCHI DI GRUPPO, in casa e all’aperto, per imparare a cooperare e collaborare







Libri sul team building

Il modo più semplice per parlare di team building ai bambini è parlare di amicizia: cosa c’è di più bello di aiutare un amico in difficoltà? Quanto è emozionante crescere insieme, condividere gioie, ma anche piccoli dolori? I libri per bambini sull’amicizia sono parecchi. Qui vi proponiamo un classico da riscoprire Il Piccolo Principe, il cui messaggio universale è che l’amore, come l’amicizia, non conosce confini. Ecco il principio base per essere una squadra.

a cura di Alessia de Falco

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Tristezza: un’occasione per affrontare noi stessi

Tristezza in pillole

Per arrivare all’alba, non c’è altra via che la notte.

Kahlil Gibran

In queste parole, con una metafora, troviamo racchiuso il significato di tristezza: un’emozione che a volte ci coglie impreparati, avvolgendo di oscurità le nostre vite, ma solo per prepararci ad affrontare nuovamente la luce. Nell’idea comune, la tristezza è l’opposto di gioia e felicità. Per comprendere meglio il concetto, immaginiamoci i protagonisti di Inside Out, il celebre cartone animato sulle emozioni: Gioia è accesa, luminosa e sbarazzina; Tristezza è blu, tutta curva su se stessa e avviluppata nel suo maglione.

Ridi, e il mondo riderà con te; piangi, e piangerai da solo.

Charles Chaplin

Perché ci assale la tristezza? Come va affrontata?

Cos’è la tristezza?




Definizione

La tristezza è un’emozione basica (dette anche emozioni primarie), di per sé non ha connotazione positiva o negativa. Non è difficile descriverla: tutti noi l’abbiamo sperimentata nel corso della nostra vita, di fronte ad eventi che ci hanno profondamente scosso. La tristezza ha un linguaggio tutto suo, fatto di meccanismi di difesa e sfogo: le lacrime sono il modo più evidente per esprimerla, ma spessa si cela dietro uno sguardo più mesto, la poca voglia di fare e l’apatia.

La tristezza è fisiologica e va ascoltata: se affrontata nel modo giusto, rappresenta qualcosa di molto simile alla tempesta prima dell’arcobaleno. Non c’è alba senza notte … si diceva all’inizio.
Il cervello umano è in grado di reagire alle difficoltà mettendo in atto strategie di protezione. E’ il caso ad esempio dei ricordi registrati nella nostra memoria: un aiuto per superare i momenti in cui ci sembra di affondare nel gorgo dei pensieri negativi. L’importante è riuscire a distinguere, o almeno provarci, le emozioni fisiologiche dalla patologia: depressione, ansia sono situazioni che vanno affrontante con l’aiuto di un esperto e mai sottovalutate. Il modo migliore, in ogni caso, anche quando la voglia manca, è cercare il dialogo. Spesso il conforto di chi ci vuole bene è la medicina migliore.

Perchè è importante affrontare la tristezza?

La tristezza può essere un fattore di crescita. Affrontarla in modo positivo significa imparare ad attuare strategie di resilienza, a trovare la nostra risposta alle difficoltà. Nel dolore, impariamo tanto su come siamo fatti. Solo scoprendoci nel nostro io più intimo, nel conoscerci, potremo irrobustire la corazza e difenderci dalle avversità. La cosa più difficile da accettare è lo stato di “persona triste”. In un mondo che ci vorrebbe perfetti, ammettere che un ingranaggio si è inceppato può apparire come un segnale di debolezza.

In realtà la tristezza ci permette di imparare più di qualsiasi altra emozione. L’importante è vivere le emozioni come dei mezzi per crescere, senza dare peso soltanto a quelle positive come indicatori della qualità della vita. Non esiste una formula magica, ma di seguito vogliamo offrirvi alcuni spunti di riflessione:

  • Libertate il dolore: se trattenete le vostre emozioni, la sofferenza diventerà più sempre più profonda.
  • Accettatevi e accettate le vostre emozioni: rispettare la tristezza, come stato transitorio che può capitare a tutti è l’unico modo per superarla, senza mistificazioni. E’ assolutamente inutile fingere di star bene: meglio ammettere il proprio malessere e cercare a poco a poco la luce.
  • Condividete la vostra tristezza: anche se è molto diffuso il concetto di persona tossica, intendendo chi non fa altro che scaricare il proprio malessere sugli altri, parlare in realtà aiuta e aiuta tantissimo. E’ vero, vedere una persona triste non ci piace affatto. Ma la vita non è un campo di girasoli, o meglio può esserlo sono nella misura in cui accettiamo le nostre debolezze.

Ricordatevi che la tristezza è negativa solo se diventa un alibi, un modo per trincerarsi dietro ad una barriera, per non affrontare i problemi. Non abituatevi ad usarla per evitare lo sforzo di combattere, non diventate apatici. A questo proposito l’intelligenza emotiva gioca un ruolo fondamentale: lavorate sul dialogo, scrivete un diario, uscite a fare una passeggiata. La cosa più importante da fare è imparare a gestire le proprie emozioni. Tutte le emozioni.

E voi, sapete affrontare la tristezza?

Provate a provi queste domande, dandovi una risposta sincera:

  • Quante volte dite al vostro bambino in lacrime “Non piangere”?
  • Fingete di stare bene anche quando siete tristi?
  • Quando vi hanno detto “non essere triste”, vi sentivate proprio così?
  • Essere tristi è sbagliato?

Mini kit di allenamento per mamme e papà: meno tristi in 3 mosse

Accettazione: bisogna imparare a vivere i cambiamenti in modo positivo, affrontandoli come uno stimolo per la crescita personale, per vivere nuove esperienze. L’accettazione prevede un atteggiamento attivo e si distingue dalla rassegnazione (questa differenza è fondamentale, provate a leggere il nostro articolo sull’importanza dell’accettazione) e dal chinare la testa. Significa sapere accogliere i “no” che non ci aspettiamo, le decisioni che non vogliamo prendere. Significa anche saper perdonare e sapersi perdonare: in una parola, far pace con se stessi.

Resilienza: Si tratta di una caratteristica fondamentale per accettare la sfida costituita dagli eventi negativi, attingendo dal bagaglio delle proprie risorse emotive, senza farsi sopraffare. Leggete il nostro MINI-SAGGIO sulla resilienza, troverete approfondimenti e spunti.

Pensiero positivo: Pensieri ed emozioni interagiscono, influenzandosi reciprocamente. Pensare positivo può aiutarci a focalizzare l’attenzione sul presente, sui doni che riceviamo ogni giorno.
Rimuginare sul passato o angustiarsi per il futuro è estremamente controproducente, La cosa da fare è acquisire progessivamente consapevolezza dei propri pensieri, qualsiasi essi siano.

La tristezza in famiglia

Abbiamo detto che affrontare la tristezza significa imparare a viverla, senza nascondersi. Questo è il primo passo per educarsi alla felicità: capire le nostre forze e anche le nostre debolezze. E’ però importante portare nella vita il sorriso: non nell’espressione forzata di chi finge che vada tutto bene, ma nell’attitudine di chi è grato alla vita perché, accanto alle cose brutte, se aspettiamo un po’, ci troveremo sempre qualcosa di bello.
Il sorriso per noi è il miglio metodo educativo: provateci!

Gio-Coaching: rielaboriamo la tristezza attraverso il gioco

Ecco qualche esempio di Gio-Coaching per rielaborare la tristezza:

E non dimenticatevi che la mindfulness e la meditazione possono dare una grande mano sia agli adulti che ai bambini a focalizzarsi su di sé per capire meglio.

Libri sulla tristezza

Nella moltitudine di testi che affrontano questo tema, vi segnaliamo “Un mare di tristezza” di Anna Iudica, Chiara Vignocchi e Silvia Borando, Ed. Minibombo. Se è vero che inizialmente una grande tristezza colpisce tutti i personaggi, a partire dal pesciolino protagonista, alla fine della nuotata, cambiando un po’ il punto di vista, le cose appariranno molto diverse: più belle!
Dalla storia, riprendiamo un suggerimento; provate a passare in rassegna tutti gli stati d’animo che vi vengono in mente, dai più comuni a quelli più improbabili. Armatevi di pastelli o matite e date sfogo alla fantasia, rappresentando le espressioni dei protagonisti del libro. Creerete così il vostro mare di emozioni! Se cercate altri libri sul tema della tristezza, date un’occhiata alla nostra pagina dedicata proprio ai libri sulla tristezza.

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Assertività: il modo giusto di comunicare e comportarsi

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Assertività in pillole

Essere assertivi non vuol dire mandare a quel paese la gente, significa sostanzialmente esprimere le proprie opinioni, i propri sentimenti e far valere i propri diritti nel rispetto di quelli altrui.

Alessandra Faiella, Toglimi quel piede dalla testa, per favore, 2010

Avete mai incontrato qualcuno che vi abbia detto di no ma senza farvi sentire degli idioti? Qualcuno che vi abbia invitato a rispettarlo ma senza per questo comportarsi in modo aggressivo e senza abusare del suo potere? Se sì, probabilmente vi siete trovati faccia a faccia con una persona assertiva.

Cos’é l’assertività?

Quando ci relazioniamo con gli altri, possiamo scegliere se assecondarli o farci valere; spesso il concetto di “farsi valere” non è così immediato, al punto che occorre una buona dose di aggressività per farcela. Corretto? Non proprio.

Tra i due stati di squilibrio che abbiamo citato, l’atteggiamento di sottomissione e la reazione aggressiva, ve n’è un terzo: l’assertività. E’ quella dote rara e preziosa che accomuna i leader, capaci di farsi seguire senza bisogno di alzare la voce.

Definizione

Si intende per assertività la capacità di affermare il proprio pensiero e i propri diritti in modo chiaro e determinato, ma non per questo aggressivo oppure offensivo.

Etimologicamente, assertività deriva dal latino asserere (o ad serere), asserire. Prendiamo come esempio proprio un’asserzione, o meglio, una frase assertiva (“Oggi c’è il sole.”): è una frase sicura di sé, diversamente dal dubbio che si solleva ponendo una domanda (“Oggi c’è il sole?”); è anche equilibrata, lontana dallo slancio dell’esclamazione (“Oggi c’è il sole!”). Una frase assertiva indica che non si sta cercando consenso o condivisione, che siamo sufficientemente sicuri di noi da esprimere il nostro pensiero con rispetto ma con fermezza.

Assertività e psicologia

Il comportamento assertivo è tipico delle persone con un elevato livello di autostima. Per poter essere assertivi, è necessario trovare un equilibrio tra l’aggressività, reazione insicura a una minaccia (o a uno stimolo percepito come una minaccia) e la sottomissione, reazione tipica di chi cerca affiliazione e consenso.

Le persone assertive vengono spesso identificate come leader, come persone che esercitano un’influenza estremamente positiva sugli altri; dunque, potremmo dire che l’assertività è il modo equilibrato di relazionarsi con gli altri, senza lederne i diritti ma senza rinunciare ai propri.

E voi, siete assertivi?

Per testare l’assertività, provate a ripensare a tutte le occasioni in cui vi siete trovati in disaccordo (o in conflitto) con gli altri. Ripercorrendo le vostre reazioni e i vostri pensieri riuscirete ad autovalutarvi.

  • Come vi comportate quando vi trovate in disaccordo con qualcuno a proposito di qualcosa che riguarda entrambi (il menù della cena, un lavoro, la casa da acquistare, le vacanze, la fila al supermercato)? 
  • Vi è mai capitato di chinare la testa e sottomettervi per evitare discussioni? 
  • Vi è mai capitato di “aggredire” (metaforicamente, si spera) qualcuno per imporre il vostro pensiero?

Mini kit di allenamento per mamma e papà: assertivi in 3 mosse

Assertività in famiglia

L’assertività è una dote ideale da portare in famiglia, sia per quanto riguarda l’allenamento che per utilità. Genitori assertivi riescono a far rispettare le regole senza dover ricorrere a urla, strepiti e castighi, ma anche a costruire un dialogo di qualità.

Gio-Coaching: impariamo ad essere assertivi giocando

Libri sull’assertività

a cura di Matteo Princivalle

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Apatia: quando emozioni e motivazioni vanno in letargo

Apatia in pillole

Più simile a un sasso che ad un animale. Definizione di apatia.

Anonimo

L’epigramma è un tantino drastico, ma non vi è mai capitato di incontrare persone così? Persone che non si scompongono di fronte a nulla, ma che non hanno nemmeno passioni o obiettivi?

Tra la morte e l’apatia, sceglierei cento volte la prima. La morte ti coglie una volta per tutte, l’apatia ti consuma un poco alla volta, facendoti morire ogni giorno un poco di più.

C. Livo

Come vedete, i contemporanei non sono certo teneri con l’apatia, che viene vista come una malattia terribile, in grado di consumare una persona rendendola simile in tutto e per tutto ad uno zombie.

Cos’è l’apatia?

Secondo i filosofi antichi, l’apatia era una virtù: teneva lontani dagli eccessi di passioni (oggi li chiameremmo “picchi emotivi”) ed era sinonimo di equilibrio, di saggezza. L’apatico, libero dalle emozioni, poteva esercitare al massimo grado l’esercizio della ragione.

Oggi, invece, è considerata il grande male del nostro mondo: dopo due millenni passati ad evitare le emozioni in favore della razionalità pura, ci siamo resi conto che siamo ugualmente infelici. Quindi, ci tocca cambiare rotta e rimetterci in cammino verso il sentiero della felicità.

Per comprendere appieno l’apatia, dobbiamo partire dal concetto di motivazione, ovvero il motivo che spinge un individuo a compiere delle azioni finalizzate a raggiungere uno scopo. Ad esempio, chi è spinto dalla motivazione della fame, cercherà di procurarsi del cibo. E così via. Pensate ad una persona apatica come a qualcuno che non avverte la fame, dunque non ha nessun interesse a nutrirsi. Rischia di morire di fame, e per giunta, senza rendersene conto! Questa è la definizione psicologica di apatia: difficoltà ad esprimere la motivazione.



Definizione

L’apatia è una condizione caratterizzata da una difficoltà ad esprimere le proprie motivazioni. Da questo derivano i tratti tipici: assenza o scarsità di reazioni emotive, fiacchezza, scarso interesse verso il mondo e le attività quotidiane, indifferenza.

apatia

L’apatia in psicologia

Vi starete chiedendo: ma è una malattia? No, l’apatia è una condizione non patologica. In quanto tale non necessita di cure mediche o psicologiche. L’apatia, però, è anche un sintomo presente in varie patologie: dal disturbo depressivo alla sindrome di Alzheimer; alle volte, invece, è causata da uno squilibrio fisico. La linea di confine è quella del benessere psicologico: una persona apatica non soffre per la sua condizione (semplicemente, riducendosi le motivazioni si riducono le fonti di emozioni positive e appagamento: leggi “la vita diventa monotona e noiosa”), non pensa al suicidio né ha crisi di panico o attacchi d’ansia. Se l’apatia diventa un elemento di sofferenza, probabilmente c’è dell’altro: in questo caso è bene consultare il proprio medico.

Questo è un piccolo identikit della persona apatica:

  • sembra non provare emozioni per nulla
  • mostra profondo disinteresse verso l’ambiente, le persone e la vita
  • non ha obiettivi, non persegue alcuna passione
  • non reagisce di fronte agli stimoli

E voi, vi sentite apatici?

Alcune domande a cui è utile rispondere per fare il punto quando vi sentite stanchi, senza forze o indifferenti a tutto e tutti:

  • Avete dei progetti per la vostra vita?
  • Qual è il prossimo obiettivo che intendete raggiungere?
  • A che punto del vostro traguardo siete arrivati?
  • Vi sentireste felici se…

Se siete riusciti a rispondere – con sincerità – a ciascuna domanda, rallegratevi: non siete apatici. Alla peggio, avete subito qualche scossone che vi ha fatto traballare e dovete ancora riprendervi dal trauma.

In questo caso, sarà sufficiente allenare la vostra resilienza, ovvero la capacità di resistere agli urti e alle batoste rialzandosi, cambiando e tornando in condizioni di armonia (abbiamo scritto un MINI-SAGGIO sulla resilienza, con tanto di esercizi, che vi consigliamo!).

Mini-kit di allenamento per mamme e papà: sconfiggere l’apatia in 3 mosse

Se invece vi siete resi conto di non avere progetti, priorità e di non sapere bene cosa vi potrebbe rendere felici, significa che state attraversando un momento apatico della vostra vita. Ecco da dove ripartire:

Datevi un obiettivo: fondamentale per alimentare la motivazione. Se non riuscite a trovarne uno stimolante, ve lo diamo noi. Inventate una storia, proprio come proponiamo nel Gio-Coaching.

Leggete: la lettura è in grado di rigenerare l’amore per la bellezza, così come sa suscitare grandi emozioni.

Ripartite dal dialogo: potreste provare con una metodologia come il circle time (noi lo abbiamo analizzato a scuola, ma è efficace anche a casa); un modo democratico per esprimervi e far capire agli altri i vostri bisogni. Eccellente soprattutto per stimolare i bambini ad esporre i propri bisogni e le motivazioni.

Combattere l’apatia in famiglia

Per vincere l’apatia bisogna ricominciare dall’idea che la famiglia è una squadra. Bisogna motivarsi e sostenersi gli uni con gli altri, ma anche considerare il proprio benessere come un elemento essenziale per l’insieme. Spesso l’apatia colpisce mamma e papà se per troppo tempo sono costretti a rinunciare a tutte le loro passioni e al tempo libero. Quindi:

  • riflettete sul concetto di famiglia-squadra: proprio come dei veri allenatori, imparate a conoscere la vostra formazione
  • non uccidete passioni e motivazioni: non c’è nulla di male nel lasciare i bambini con la baby sitter per ritagliarsi un pomeriggio per sé; l’importante è farlo con buonsenso, solo dopo aver analizzato con cura le esigenze della squadra
  • cercate di coinvolgere i piccoli: attività e dialogo sono il migliore antidoto alla solitudine digitale e all’apatia che ne deriva
  • coltivate l’amore per la bellezza: secondo Galimberti nell’arte e nella letteratura sono nascoste tante passioni tutte da vivere

Gio-Coaching: giocare per ritrovare le passioni

Il principale nemico dell’apatia è il gioco, sapete perché? Semplice: il gioco, per definizione, è libero. Quindi, se scegliete di giocare, state già esprimendo una motivazione. Naturalmente, potete giocare anche a fare arte.

Il nostro Gio-Coaching per combattere l’apatia è ispirato a un caso celebre, che certamente conoscete. Stiamo parlando della scrittrice K. Rowling. Sì, proprio lei, la penna che ha dato vita a Harry Potter, il best-seller più venduto di sempre. Dovete sapere che i personaggi della serie, nonché l’intreccio, sono nati e cresciuti in un periodo grigio della sua vita: appena divorziata, con una bimba piccola e senza lavoro, la Rowling ha ritrovato la voglia di vivere e la motivazione nella scrittura. I risultati parlano chiaro! Dovreste provare:

  • LA GUIDA PER ASPIRANTI SCRITTORI: che contiene suggerimenti utili per inventare e scrivere una storia per bambini (oltre a qualche consiglio se deciderete di farla pubblicare)
  • STORIE PER BAMBINI, la sezione narrativa all’interno degli strumenti pratici per il Gio-Coaching

Una volta che avrete letto tanto, buttatevi: prendete la salutare abitudine di inventare storie e personaggi insieme ai bambini. E’ un ottimo modo per lavorare sulla famiglia, sull’arte e sul dialogo.







Libri sull’apatia

Un autore che ha ampiamente trattato il tema dell’apatia, accanto a quello dell’analfabetismo emotivo e delle passioni tristi è Galimberti. Ne L’ospite inquietante parla proprio di come il mondo contemporaneo rischia di minare profondamente le nostre motivazioni e le emozioni.
Secondo Galimberti, due sono le strade per combattere l’apatia: vivere la vita come un progetto, ricco di aspettative e tensione (intesa in senso positivo, come “slancio”) per il futuro e riscoprire la bellezza. Arte, letteratura, natura sono grandi maestri di bellezza; quella bellezza che, un poco alla volta, raggiunge il cuore riscaldandolo.

Tuttavia, se vi sentite apatici non è detto che la saggistica sia la soluzione migliore. Potreste invece provare con un romanzo, oppure un albo illustrato che sappia emozionarvi.

a cura di Matteo Princivalle

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Imparare dagli errori a risolvere problemi. Proviamo con i rompicapo!

Spesso confondiamo la felicità con la perfezione: vorremmo noi ed i nostri bambini perfetti e talentuosi, dimenticandoci che si tratta di un’utopia. Colpa di una società basata sulla competizione, sul dualismo vincente-perdente.

Eppure il più grande insegnamento, la maggiore spinta al cambiamento spesso è costituita proprio dal fallimento. Come genitori e come figli si può sbagliare. Ecco, non è mai una catastrofe. Tolleranza, comprensione, autostima e fiducia ci aiutano ad affrontare al meglio gli errori che inevitabilmente si commettono nella vita. Si cade, la cosa più importante è trovare la forza di rialzarsi.

Il compito di un genitore non è quello di spianare la strada al proprio figlio, di fare lo spazzaneve, ma, semmai, stargli accanto e sostenerlo nei momenti di difficoltà, insegnandogli progressivamente a trovare in se stesso la motivazione.



DUE DOMANDE PER CAPIRCI MEGLIO

E’ importante ogni tanto chiedersi:

1 Sappiamo accettare il fallimento?
2 Quando abbiamo perso la pazienza l’ultima volta e perché?

La vita non è sempre gioia, spesso nasconde insidie, ma anche opportunità.

In questo senso, ci viene in aiuto il pensiero laterale: sapete di che si tratta? In breve, senza lasciare tutto al caso, si può provare ad analizzare un problema guardando l’insieme da un’angolazione diversa, con l’obiettivo di superare l’empasse e trovare nuove prospettive. Solitamente, più il problema è complesso, più è innovativa la soluzione che si raggiunge.

Se avete voglia di approfondire il tema del pensiero laterale potete leggere l’articolo che gli avevamo dedicato qualche tempo fa. Se invece volete passare alla pratica, avanti col Gio-Coaching.

SPUNT-ESERCIZIO: scopriamo la torre di Hanoi

Oggi vi proponiamo i rompicapo, giochi antichi, ma sempre attuali. Un ottimo allenamento per il pensiero laterale, ma anche per imparare a non scoraggiarsi di fronte a un insuccesso o un problema apparentemente impossibile. L’importante è che la sfida sia adeguata alle capacità del bambino/adulto.

torre di hanoi rompicapo

Conoscete la torre di Hanoi? E’ un gioco molto semplice, bisogna spostare una piramide composta da anelli di varie dimensioni da un paletto all’altro (ce ne sono tre in tutto). Il tutto, muovendo un anello per volta e senza mai metterne uno grande sopra uno più piccolo. Vi sembra semplice? In effetti, se giocate con 3 anelli lo è, ma provateci con 6 o 7: diventa un rompicapo davvero impegnativo, anche per i più esperti. Per scoprire bene come giocarci, acquistarne una o prendere ispirazione per costruirne una in casa (è semplicissimo) date un’occhiata ai rompicapo per bambini.

Provateci insieme ai bambini: prima voi, poi loro: imparate insieme a focalizzare l’attenzione e a imparare dagli errori. La torre di Hanoi è anche online: provateci qui (non c’è da scaricare nulla!). Se invece volete acquistarla, potete trovarla in offerta su Amazon.it

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