Settima fatica di Ercole Testo (a cura di): Alessia de Falco, Matteo Princivalle
Come settima fatica, Euristeo chiese ad Ercole di portargli il toro di Creta. Questo toro era uscito dalle acque del mare per volere di Poseidone, perché il re Minosse potesse sacrificarlo per lui. Minosse, però, fu colpito a tal punto dalla bellezza del toro che lo liberò tra le mandrie e sacrificò a Poseidone un altro toro. Il dio, infuriato fece impazzire il toro, che da quel momento seminò la distruzione sull’isola. Quando Ercole raggiunse Creta, Minosse gli disse che se avesse domato il toro, avrebbe potuto portarlo via con sé. Ercole lo catturò, lo domò, lo caricò sulla sua nave e lo condusse da Euristeo. A Micene il toro fu liberato e fuggì prima a Sparta, poi a Maratona, dove tormentava gli abitanti della pianura.
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Tag: fatiche di Ercole, le dodici fatiche di Ercole
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La sesta fatica che Euristeo impose ad Ercole fu quella di cacciare gli uccelli stinfalidi. C’era infatti una città dell’Arcadia chiamata Stinfalo, che sorgeva sulle rive del lago Stinfalo ed era coperta di vegetazione. Lì si era rifugiato un numero sterminato di uccelli che infastidivano gli abitanti della città. Ercole non sapeva come fare per scacciare gli uccelli dagli alberi, ma fu aiutato da Atena, che gli regalò dei sonagli di bronzo forgiati da Efesto. L’eroe salì sulla cima del monte che sovrastava il lago Stinfalo e cominciò a percuotere i sonagli così forte che gli uccelli, terrorizzati da quel frastuono, volarono via. Ercole, dalla cima della montagna, riuscì ad abbattere tutti gli uccelli con le sue frecce e portò a termine anche questa fatica.
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Quinta fatica di Ercole Testo (a cura di): Alessia de Falco, Matteo Princivalle
La quinta fatica che Euristeo impose ad Ercole fu di pulire in un solo giorno le stalle di Augia. Augia era il re della città di Elide e possedeva un gran numero di cavalli, che riempivano le loro stalle di letame. Ercole giunse ad Elide e propose ad Augia un accordo: lui avrebbe pulito le stalle da tutto il letame – in un giorno soltanto – in cambio di un decimo dei cavalli che possedeva. Augia accettò, pur senza credere alle parole di Ercole: infatti, neppure tutti i suoi stallieri sarebbero riusciti a ripulire le stalle. Ma Ercole non aveva intenzione di compiere questa fatica con la forza delle braccia. Per cominciare, Ercole aprì una breccia nella stalla e vi fece entrare l’acqua del fiume che scorreva lì vicino, dopo aver deviato il suo corso. L’acqua, entrando dalla breccia e uscendo da un’altra breccia, ripulì completamente le stalle. Il re Augia, tuttavia, che aveva saputo che l’impresa era stata ordinata da Euristeo, si rifiutò di pagare la ricompensa e scacciò Ercole da Elide. Ercole tornò a Micene, ma Euristeo non considerò valida la sua fatica: infatti, aveva mentito ad Augia per ottenere un compenso.
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Quarta fatica di Ercole Testo (a cura di): Alessia de Falco, Matteo Princivalle
La quarta fatica che Euristeo impose ad Ercole fu la cattura del cinghiale di Erimanto. Questo animale selvaggio abitava sul monte Erimanto, ma spesso scendeva a valle e devastava i campi e i villaggi, seminando il terrore nei contadini. Lungo la strada per Erimanto, Ercole fu ospitato in una grotta da Folo, un centauro figlio di Sileno. Ercole chiese al centauro di offrirgli del vino, che i centauri custodivano gelosamente in una giara di terracotta. Non appena Folo la aprì i centauri, attirati dall’odore del vino e temendo che qualcuno potesse rubarlo, fecero irruzione nella grotta, armati di pietre e bastoni. Ercole li scacciò con una torcia ardente e inseguì i centauri fuggiaschi, che si erano rifugiati dal saggio Chirone, centauro immortale che era stato maestro di Ercole. Dopo aver disperso i centauri, Ercole raggiunse l’Erimanto e trovò il cinghiale: gli diede la caccia fino alla cima della montagna, dove il cinghiale, sfinito dopo la corsa nella neve alta, si accasciò al suolo. Ercole se lo caricò sulle spalle e lo portò a Micene, da Euristeo.
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Testo (a cura di): Alessia de Falco, Matteo Princivalle
Dopo che Prometeo rubò il fuoco agli dei e lo consegnò agli uomini, questi cominciarono a sentirsi potenti come gli dei. Costruirono città sempre più grandi e macchine sempre più complesse e presto cominciarono a farsi la guerra fra loro per stabilire chi dovesse essere il re di tutte le città. Solo un regno rimase saggio e pacifico: quello del figlio di Prometeo Deucalione e di sua moglie Pirra. Il loro regno si trovava ai piedi del monte Parnaso e i due anziani sovrani si sforzavano per far sì che fosse un regno giusto e religioso. Zeus, vedendo l’arroganza degli uomini e i danni che stava causando scatenò un diluvio che sommerse ogni cosa. Tutti gli uomini annegarono tranne Deucalione e Pirra. Prima del diluvio, infatti, Zeus li aveva informati del suo volere e aveva ordinato loro di salire su una barca e di non scendere finché non fosse tornato il Sole. Quando il diluvio cessò e la barca su cui si trovavano Deucalione e Pirra rimase incagliata sulla cima del Parnaso, i due sovrani scesero a terra e tornarono nella loro città, dove non trovarono altro che rovine. Per prima cosa i due anziani ricostruirono il tempio di Temi, la dea della giustizia, che li ricompensò con questo oracolo: «Uscite dal mio tempio e gettate alle vostre spalle le ossa della Grande Madre.» Deucalione e Pirra impiegarono molti giorni a capire il significato delle sue parole, finché un giorno capirono che la Grande Madre era la Terra e le sue ossa non erano altro che le pietre. I due cominciarono a lanciare pietre dietro di sé. Appena toccavano terra, le pietre gettate da Deucalione diventarono uomini e le pietre lanciate da Pirra diventarono donne. Fu così che l’umanità ripopolò la Terra.
Tag: Deucalione e Pirra, mito di Deucalione e Pirra
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