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Il villaggio che rimase al buio per salvare i pettirossi

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta una giovane femmina di pettirosso che volava di terra in terra alla ricerca di un posto sicuro in cui edificare il suo nido.
Un giorno, fu sorpresa da un temporale e dovette cercare un riparo nelle vicinanze.
Il pettirosso atterrò in un piccolo villaggio, trovo una casetta d’acciaio dall’aspetto robusto e si rintanò al suo interno. Si trovò così bene che, quando il temporale fu cessato, costruì lì il suo nido e depose le uova.

Al tramonto, qualcuno si avvicinò: era il vecchio custode, venuto ad accendere le luci; senza saperlo, il pettirosso aveva costruito il suo nido dentro la centrale elettrica che serviva ad accendere i lampioni del villaggio.
“Che guaio” pensò il custode quando si accorse del nido: “quel pettirosso è in pericolo: se accenderò la luce, potrebbe rimanere folgorato. Non posso farlo”.
Il custode, senza accendere le luci, corse al paese e radunò tutti i concittadini che riuscì a trovare.

Quando furono tutti nella piazza, parlò così: “Se allontaniamo l’uccellino dal nido, le sue uova non si schiuderanno più. Se accendiamo la luce, il nido potrebbe prendere fuoco e il pettirosso potrebbe prendere la scossa”.
Gli abitanti del villaggio si consultarono perplessi.
“Cosa vorresti fare?” chiesero al vecchio custode.
“Lasciamo spenti i lampioni: presto le uova si schiuderanno, i pettirossi voleranno via e torneranno alla loro terra. Fino a quel giorno, penso che non dovremmo accendere le luci”.

Qualcuno protestò, ma alla fine tutti furono d’accordo: la vita del pettirosso e dei suoi piccoli valeva quel piccolo sacrificio.
Il villaggio rimase al buio fino alla schiusa delle uova. Ogni giorno il custode si avvicinava alla centrale elettrica in punta di piedi, per controllare la situazione.
Infine, quando giunse il tempo e i pettirossi spiccarono il volo, gli abitanti del villaggio organizzarono una grande festa per loro, felici di aver salvato la vita a quelle creature meravigliose.

Questa favola è ispirata ad una storia vera. 

 

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L’albero e la pioggia invidiosa

C’era una volta un albero che era cresciuto a ridosso di una spiaggia e viveva sereno, ammirando il mare.
Un giorno la pioggia, invidiosa della sua vita felice, decise di provocarlo e inondò le terre dietro di lui. L’acqua aprì una piccola fenditura nella roccia e cominciò a scorrere sotto l’albero.
“Che fortuna!” pensò lui, “così non soffrirò più la sete”.
Infuriata, la pioggia inondò di nuovo la terra e questa volta la fenditura si allargò, scoprendo le radici dell’albero.
“Che fortuna!” pensò lui, “aria fresca per le mie radici”.
La pioggia era fuori di sé per la rabbia: “Ma non ti sei accorto che sto portando via la terra su cui sei cresciuto? Cos’hai da essere tanto allegro?”.
Infuriata, inondò la terra per la terza volta. Questa volta l’acqua portò via la terra e l’albero rimase sospeso per aria, aggrappato soltanto a due rocce che crescevano ai suoi lati.
“Come fai ad essere ancora lì?” si domandò la pioggia, fuori di sé, “Avresti dovuto morire, trascinato in mare dall’acqua”.
“Cosa dovrei risponderle?” si domandò l’albero.
“Che sono troppo impegnato a vivere per bisticciare inutilmente?
Che la mia vita è troppo preziosa perché qualcuno possa avvelenarla?
Che le angherie della pioggia mi hanno fatto male, ma mi hanno anche insegnato che è bello superare le difficoltà?”
L’albero non rispose e il suo silenzio fu troppo per la pioggia invidiosa: lasciò quel paese per sempre e di lei non si seppe più nulla.
L’albero invece, dopo tanti anni, è ancora lì, che ammira l’oceano aggrappato alle rocce.

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La montagna solitaria

la montagna solitaria

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta una montagna bellissima, ma terribilmente sola. La sua vetta rocciosa toccava il cielo e nemmeno gli stambecchi riuscivano ad inerpicarsi lassù.
“A cosa vale tanta bellezza” si lamentava la montagna, “se non ho neppure un amico? Meglio sarebbe stato nascere un deserto, arido e mortale. Almeno avrei avuto scorpioni, serpenti e piante spinose a tenermi compagnia”.
Giorno dopo giorno, la montagna era consumata dalla noia e dalla solitudine.

Una notte, una stellina la vide piangere. “Che cosa buffa” pensò, “una montagna alta come il cielo che piange come una bambina”.
La stelline decise di aiutarla e prese lo slancio, per scendere sulla terra a farle compagnia. Era sul punto di saltare quando sentì una mano, dietro di lei, che la tratteneva con dolcezza. Era Astra, la fata delle stelle: “Non puoi andare, non ora. Se la montagna non impara ad amare la solitudine, non potrà mai assaporare il dono dell’amicizia”.
La stellina non sopportava di vedere la montagna in quello stato; d’altra parte, non voleva contrariare Astra e così decise di disobbedire, ma soltanto un poco. Rimase in cielo e provò a parlare con la montagna. Usò parole dolci e gentili, le stesse parole incantate che aveva imparato da Astra, miliardi di anni prima e salvò la montagna dalle lacrime.

Quella notte, per la prima volta dopo un tempo che le parve infinito, la montagna si addormentò felice e sognò, un fiore bellissimo, che non aveva mai visto prima, a forma di stella. Quando si svegliò, coperta di neve, la montagna soffiò sul suo fianco e col suo soffio disegnò, tale e quale, il fiore che aveva sognato la notte prima.
Fu così che la montagna solitaria scoprì di amare l’arte: di giorno disegnava soffiando sulla neve e di notte mostrava le sue creazioni alla stellina; divenne un’artista e non fu più sola.

“Hai visto?” commentò con dolcezza Astra, “la montagna ha trovato la sua ispirazione e la noia non le pesa più: adesso è pronta per trovare degli amici.
Poi si fece seria e si rivolse alla stellina: “Ma tu, desideri ancora scendere sulla Terra? Ti senti pronta compiere questa scelta?”.

 

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La cometa che volle visitare la Terra

cometa neowise

Molto tempo fa, una cometa, per sfuggire alla noia, chiese a suo padre: “Cosa potrei fare?”
“Va’ a vedere la Terra” rispose lui.
“La Terra?”
“Sì: è un pianeta. Io l’ho visitata tre milioni di anni fa: era bellissima, coperta dalle foreste e dagli oceani. Hai mai visto una foresta?”
“No papà”.
“Allora dovresti partire. Anzi, va’, mettiti in cammino oggi stesso”.
La cometa cominciò il suo lunghissimo viaggio e, dopo un tempo che le parve infinito, arrivò lì dove le mappe celesti indicavano “Terra”.

La Terra era lì, ma era molto diversa da come se l’aspettava: le foreste erano poche e spelacchiate e gli oceani erano grigi di plastica; intorno ad essi, si innalzava una spessa cortina di fumo.
“Povera Terra” mormorò la cometa, “chi ti ha ridotto così?”.
La Terra indicò gli uomini.
“Gli uomini?” mormorò sorpresa la cometa, “com’è possibile; mi sembrano creature gentili. Guardali, sono tutti raccolti sotto il cielo stellato per salutarmi”.
“Gli esseri umani sono straordinari” rispose la Terra, “ma imprevedibili: ogni tanto brillano come le stelle del cielo, ma spesso sono pericolosi come le meteore”.
“Ci penso io” la rassicurò la cometa.

Poi fece segno agli uomini radunati sotto di lei di ascoltarla. “Amici umani, sono venuta qui per vedere le foreste incontaminate e gli oceani immensi, ma questa Terra è molto diversa da come me la aspettavo: avete bistrattato il vostro povero pianeta, è irriconoscibile. Se continuate così, presto sarà un deserto avvelenato. Nel corso dei miei viaggi ne ho incontrati a centinaia e sono tristi e spaventosi. Fate qualcosa! So che potete riuscirci. Quanto a me, non ho fretta: tornerò tra settemila anni per vedere se mi avete ascoltato”.
La cometa tornerà, questo è poco ma sicuro.
Secondo voi cosa troverà al suo ritorno?

Testo di: Alessia de Falco & Matteo Princivalle
Ispirata al passaggio della cometa NEOWISE. 

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Il mollusco che voleva fare il pittore

il mollusco che voleva fare il pittore
Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta un piccolo mollusco; la sua famiglia era così povera che non avevano neppure una conchiglia per ripararsi, come i loro vicini, delle grasse cozze.
“Scava” gli diceva sempre suo padre, “o ti mangeranno le murene”.
“Scava” gli diceva sua madre, “o ti prenderanno le seppie”.
E il poveretto scavava, scavava a più non posso, anche se detestava scavare.
“Io odio scavare, voglio fare l’artista: voglio vedere il mondo, voglio dipingere”.
“Dipingere? Pazzo d’un figlio, così ti vedranno da mezzo miglio di distanza”.
E il poveretto scavava, scavava a più non posso, per evitare i pesci, ma soprattutto i rimproveri.
Un giorno come gli altri, arrivò al limite: “Mamma, papà: ho deciso di andarmene, per seguire il mio sogno”.
I genitori si girarono dall’altra parte e il mollusco partì e raggiunse il pelo dell’acqua.
Emerse, e vide per la prima volta in vita sua il Sole, il cielo, i gabbiani, i pescherecci e il faro del porto.
“Il mondo è straordinario” pensò il mollusco.
Al tramonto era ancora lì, con la testolina fuori dall’acqua: contemplava l’orizzonte, immobile.
“Ehi!” sentì in lontananza. “Dico a te”, aggiunse la voce; era una manta vecchia e stanca.
“Se resti lì impalato, qualcuno ti mangerà”.
“Ma il mondo è bello” rispose piccato il mollusco. “Voglio vedere tutto quello che c’è da vedere e poi dipingerlo”.
“Ho forse detto di non farlo?” gli disse la manta, addolcendo i toni, “ma fallo con furbizia, o non avrai neppure il tempo di prendere in mano il pennello”.
“E come?”
“Il tuo dorso ha il colore dell’oceano: stenditi sulla schiena e galleggia. Tu potrai guardarti intorno e nessun pesce ti vedrà”.
“E per dipingere? Come farò a dipingere steso sulla schiena?”
“Hai un pancino bianco e liscio: usalo come una tela”.
Il mollusco ascoltò i consigli della manta e la sua vita cambiò. Tutto cambiò, perfino il suo nome: decise di chiamarsi Glaucus, che vuol dire “scintillante”.
Da allora galleggia felice e si può incontrare ancora oggi, con la pancia dipinta di blu.

Ispirato a un mollusco vero, il Glaucus Atlanticus.

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Le rondini al mercato

le rondini al mercato

Le rondini al mercato

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

Una famiglia di rondini, per sfuggire allo smog e al traffico di una grande città, si trasferì in un paese di pescatori. I rondinini furono entusiasti: “Com’è fresca la brezza del mare! E che belle le casette colorate dei pescatori”.
“Ho già trovato dove costruire il nido” disse papà rondine. “Andremo a vivere al mercato. Costruiremo il nostro nido tra le travi di ferro”. Con un frullo d’ali, il papà recuperò i rami per costruire la base. La mamma, invece, recuperò la paglia per rivestire l’interno del nido.

Quando il Sole tramontò, il nido era bell’e pronto e i piccoli si addormentarono felici. Le rondini si adattarono splendidamente alla vita di mare ma, senza volerlo, crearono qualche problema ai loro vicini umani: quando dovevano andare in bagno, svuotavano il pancino sulle bancherelle del mercato sotto di loro.
“Andate altrove” strillava infuriato il pescivendolo, “questo è un mercato, non il bagno”.
Ma le rondini non capivano la sua lingua e nulla cambiò.

Un giorno, il figlio del pescivendolo ebbe un’idea: “Papà, perché non appendiamo degli ombrelli aperti sotto le travi di ferro? Le rondini li useranno come bagno e non sporcheranno più le bancherelle.
Il pescivendolo parlò con gli altri venditori del mercato e decisero di provare: appesero alle travi sul soffitto cento ombrelli colorati. Fu un successo: le rondini non sporcarono più e i clienti raddoppiarono, perché tutti quanti volevano vedere quel mercato con le rondini sul soffitto e gli ombrelli colorati appesi qua e là.

Tratto dalla storia vera del mercato di Cervia. 

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