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Il fine della vita consiste nel viverla intensamente, amare la vita e accettare la morte

Elaborazione digitale. Opera originale: Zandomeneghi, F. (non datato). L’attesa. 

Una bellissima riflessione di Eric Fromm sul fine della vita e sull’accettazione di se stessi.

Tratto da: Fromm, E. (1987). Psicoanalisi della società contemporanea. Mondadori

Il fine della vita consiste nel viverla intensamente, nel nascere completamente, nel diventare completamente desti. Superare le idee della grandiosità infantile per entrare nella coscienza della nostra forza effettiva seppur limitata; esser capaci di accettare il paradosso che ognuno di noi è la cosa più importante che vi sia nell’universo e, nello stesso tempo, non è più importante di una mosca o di un filo d’erba.
Esser capaci di amare la vita e di accettare la morte senza terrore; di sopportare l’incertezza riguardo ai problemi più importanti con cui la vita ci mette a confronto, e nondimeno aver fiducia nel nostro pensiero e nel nostro sentimento in quanto essi sono veramente nostri; esser capaci di esser soli e, nello stesso tempo, uno con la persona amata, con ogni fratello su questa terra, con ogni cosa vivente; seguire la voce della nostra coscienza, la voce che ci richiama a noi stessi e però non indulgere all’odio contro se stessi quando la voce della coscienza non è stata abbastanza forte per esser udita o seguita.

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Elogio di chi “non consuma”

Van Gogh, V. (1889). The ground of the asylum

Una riflessione sul consumismo ed un invito alla decrescita. Oggi viviamo nell’ansia di accaparrarci l’ultimo modello di smartphone, di vestire alla moda, ma forse sono proprio i “consumatori difettosi” ad aver scoperto la verità e ad essere sfuggiti a questo circolo infelice.

Tratto da: Bauman, Z. (2008). Consumo, dunque sono. Laterza

I poveri di oggi (e cioè coloro che costituiscono un “problema” per gli altri) sono prima di tutto e soprattutto dei “non consumatori”, più che dei “disoccupati”. Essi vengono definiti innanzi tutto dal fatto di essere consumatori difettosi: infatti, il più basilare dei doveri sociali cui vengono meno è il dovere di essere acquirenti attivi ed efficaci dei beni e servizi offerti dal mercato.

[…]
Il consumatore “difettoso”, chi dispone di risorse troppo scarse per rispondere adeguatamente all’appello, o più esattamente ai richiami seduttivi dei mercati, è gente di cui la società dei consumatori “non ha bisogno”; se non ci fosse, la società dei consumatori ne guadagnerebbe.

[…]

La società dei consumatori cresce rigogliosa finché riesce a rendere perpetua la non-soddisfazione dei suoi membri, e dunque la loro infelicità, per usare il suo stesso termine. Il metodo esplicito per conseguire tale effetto consiste nel denigrare e svalutare i prodotti di consumo poco dopo averli portati alla ribalta nell’universo dei desideri dei consumatori.

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La leggenda della calendula

La leggenda della calendula

Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’erano una volta tre fatine dispettose. Volavano dappertutto facendo scherzi agli gnomi, svegliando i gufi che dormivano e punzecchiando qualsiasi essere incontrassero nelle loro scorribande.

Erano davvero insopportabili; per giunta, bisticciavano in continuazione: perché le ali di una ronzavano troppo, perché un’altra aveva i capelli al vento invece di portarli raccolti e così via.

Nessuno nel bosco parlava con loro e chi aveva avuto la sfortuna di incontrarle si teneva alla larga da loro.

Un giorno, mentre le tre fatine volavano annoiate e sole, videro una cerbiatta che aiutava il suo piccolo a muovere i primi, incerti, passi: quanto amore negli occhi di quella mamma che guardava il suo cucciolo!

“Perché nessuno ci ha mai trattate con tanto amore?” si chiesero le fate, ma non trovarono una risposta e si infuriarono.

I loro scherzi divennero ancor più fastidiosi finché  un giorno volarono dal piccolo cerbiatto e lo invitarono a giocare con loro.  Ma invece di giocare, lo portarono lontano nel bosco, fino ad una grotta oscura, e lì lo abbandonarono.

La sua mamma lo cercò disperata per ore finché, grazie all’aiuto degli gnomi, riuscì a trovarlo. Le fatine avevano osservato la scena nascoste tra le fronde di un abete; all’inizio con soddisfazione, divertite perché tutti erano in pena per il piccolo cerbiatto, poi con un po’ di rimorso e infine con un terribile senso di colpa.
Quando vide la cerbiatta in lacrime abbracciare il suo cucciolo, la più piccola delle tre fate scoppiò a piangere.

“È colpa nostra”, urlò disperata dalla cima dell’abete, attirando l’attenzione di tutti.
“Perché lo avete fatto?”, chiese uno degli gnomi.
“Volevamo la vostra attenzione, siamo così sole”.
“Ma non siete sole! Nel bosco vogliamo bene anche a voi, nonostante i vostri dispetti”.

Le lacrime dei due cerbiatti furono preziose: le tre fatine compresero che per essere amati non occorre fare molto, se non ricambiare l’amore che si riceve e provare gli stessi sentimenti gentili che desideriamo dagli altri.
Quel giorno smisero di fare dispetti e cominciarono a intrattenere i cuccioli del bosco con giochi e incantesimi: la loro abilità con gli scherzi, così, diventò un dono prezioso per i più piccoli.

E tutte le lacrime cadute quel giorno? Non furono sprecate: dalla prima all’ultima, si trasformarono in piccoli semi e da quei semi nacquero tantissime piante di calendula, che da giugno a novembre rallegra la macchia con i suoi colori.
Quei fiori ricordano a tutti che anche dal dolore può nascere qualcosa di bello.

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Il grande errore degli educatori è pensare che i ragazzi siano uguali a loro

Van Gogh, V. (1889). Campo di papaveri

In questo brano, Giacomo Leopardi pone l’accento su un aspetto fondamentale dell’educazione: essa presuppone in primo luogo il riconoscimento della diversità dell’altro, delle sue attitudini e passioni. Possiamo dare ali ai bambini, ma non costringerli a volare come vorremmo noi. L’educazione è innanzitutto educazione di se stessi, non può ridursi a un insieme di tecniche o concetti; l’educatore non educa poiché segue un metodo (altrimenti potremmo delegare l’educazione dei nostri bambini alle macchine) ma perché è umano ed empatico.

Tratto da: Leopardi, G. (1817-1832). Zibaldone

9 Agosto 1821

Non hanno torto i padri e le madri che amano la vita metodica, senza varietà, senza commozioni, senza troppe fatiche, la pace domestica etc. I loro gusti, le loro inclinazioni possono ben difendersi, e v’è tanto da dire per la morte come per la vita, dice la Staël. Ma il gran torto degli educatori è di volere che ai giovani piaccia quello che piace alla vecchiezza o alla maturità; che la vita giovanile non differisca dalla matura. Di voler sopprimere la differenza di gusti, di desiderii etc., che la natura invincibile e immutabile ha posta fra l’età de’ loro allievi, e la loro, o non volerla riconoscere, o volerne affatto prescindere; di credere che la gioventù de’ loro allievi debba o possa riuscire essenzialmente e quasi spontaneamente diversa dalla propria loro e da quella di tutti i passati, presenti e futuri; di volere che gli ammaestramenti, i comandi e la forza della necessità suppliscano all’esperienza.

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Schede didattiche di storia per la scuola primaria

Schede didattiche di storia

Schede di storia per la classe prima

Schede di storia per la classe seconda

Schede di storia per la classe terza

Schede di storia per la classe quarta

Schede di storia per la classe quinta

Discipline:
🔴 Italiano
🟠 Matematica
🟡 Inglese
🟢 Storia
🔵 Geografia
🟣 Scienze
🔴 Arte e immagine
🟠 Educazione civica
↩️ Tutte le schede

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La sfata sfortunata

Testo di: Alessia de Falco & Matteo Princivalle

C’era una volta una fatina che trascorreva le sue giornate a leggere e a coltivare i fiori nel suo giardino. Un giorno, la sua ape domestica scappò di casa.
“Povera amica, come sei stata sfortunata” le dissero in coro le altre fate, appena si seppero del fatto.

“Su, amiche, asciugate le lacrime: è presto per stabilire se è stata una sfortuna oppure no”.

“Ma come? Sei rimasta senza la tua ape domestica: chi impollinerà i tuoi fiori? Il tuo giardino cadrà in disgrazia e rimarrai senza polline”.

“Come correte” disse la fatina, “staremo a vedere”.

Qualche giorno dopo, l’ape domestica tornò con un intero sciame: costruirono un alveare sul tetto della casa della fatina, impollinarono tutti i fiori del giardino e le donarono un sacco di miele.

Le altre fate, piene d’invidia, le dissero in coro: “Sei così fortunata, nessun’altra fatina del prato ha così tante api domestiche”.

“È assai presto per stabilire se è vera fortuna oppure no”.

“Come puoi dire questo? Noi daremmo qualsiasi cosa per essere al tuo posto” le risposero stizzite le altre fate. “Hai avuto una fortuna smisurata”.

Qualche giorno dopo, l’alveare diventò così grosso e pesante che sfondò il tetto di casa e crollò addosso alla fatina, ferendola alle ali.

“Come sei sfortunata” commentarono ironiche le altre fatine, “adesso non hai più una casa, ma soprattutto non potrai più volare per molto, moltissimo tempo”.

“Su, su” disse loro la fatina, “non disperatevi: chiederò ospitalità alle api. E poi, è ancora presto per stabilire se queste ferite sono una sfortuna oppure no”.

“Ma come?” le rispose piccata una delle fate, “fra tre giorni ci sarà il gran ballo d’autunno, e tu lo perderai. Come puoi dire che non sei sfortunata?”.

“Staremo a vedere” disse la fatina, poi salutò le sue compagne e bussò alla porta dell’alveare.

Le api, mortificate per il pasticcio che avevano combinato, ospitarono la fatina ferita, le regalarono una stanza di cera con tutto l’occorrente per vivere bene e le fecero degli ottimi impacchi curativi al miele.

Infine arrivò il giorno del gran ballo d’autunno: la fatina era troppo debole per uscire di casa e rimase nell’alveare. Ma quella notte, un gufo, passando di lì, scambiò le fate che volavano per farfalle e le mangiò tutte. Tutte meno una: la nostra fatina, che riposava al calduccio nell’alveare.

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